RILEVAZIONI INVALSI SULLA SCUOLA E IL “GIOCO DEI PACCHI”

Sul sito sussidiario.net si ritorna a parlare dei recenti dati pubblicati dall’INValSI, relativamente alle rilevazioni sugli apprendimenti degli studenti italiani nel 2009. Ne parla Roberto Stefanoni, ispettore tecnico del Miur, in servizio presso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria. La sua è una riflessione in gran parte condivisibile non solo dai docenti che sono i principali interessati, ma anche dai comuni cittadini che sulla carta stampata hanno letto più volte commenti poco edificanti sullo stato di salute della scuola italiana.

Sul banco degli imputati, secondo Stefanoni, dovrebbero stare non solo gli studenti che nei test somministrati hanno fatto emergere tutte le loro lacune in Italiano, Matematica e Scienze, ma anche e soprattutto quegli insegnanti che, con un comportamento scorretto tenuto nel sorvegliare gli alunni durante lo svolgimento dei test, hanno falsato i risultati. Nell’analisi dell’ispettore il dito è puntato anche contro i docenti che, alla fine dello scorso anno scolastico, hanno somministrato la terza prova all’esame di licenza media, unica e uguale per tutti i licenziandi. In quest’ultimo frangente, infatti, non sono stati pochi gli “aiutini” dati ai ragazzi per fare bella figura. Il motivo di tale atteggiamento è facilmente intuibile: in questo modo, la preparazione degli esaminandi è risultato di gran lunga migliore rispetto alla situazione reale, quindi anche i docenti sono risultati essere più bravi. In effetti sono stati davvero bravi … a suggerire!

Secondo Stefanoni, molti insegnanti vedono con sospetto questo tipo di prove: Vari sono i segni rivelatori di questo strisciante e diffuso timore che, alla fin fine, il “gioco dei pacchi” nasconda un’insidia certamente molto poco gradita ai più: valutare, attraverso gli esiti delle varie prove, non solo gli alunni, ma anche l’operato degli insegnanti, mettendone allo scoperto le inadeguatezze didattiche, evidenziandone le inefficienze e la scarsa produttività. Eh già, la classe insegnante manifesta sempre una sorta di diffidenza in tutte quelle situazioni che potrebbero mettere in discussione l’efficacia della loro azione didattica. È molto facile, infatti, scaricare la responsabilità sui ragazzi che studiano poco, sono scarsamente motivati, per nulla disposti al sacrificio, tanto da risultare degli studenti mediocri per esclusiva loro colpa. Dall’altro lato, i loro “maestri” devono godere di una sorta di immunità che li trasforma in degli “intoccabili”, partendo dal presupposto che chi insegna sa farlo e non ha bisogno di nessun insegnamento. Guai, poi, a valutare il loro operato: ne fanno una questione d’onore.

Detto questo, è lecito porsi una domanda: a che servono, dunque, le rilevazioni dell’INValSI? La risposta più semplice sarebbe: a nulla. Quella più sensata è: ad offrire un quadro della situazione. Certo, ma leggere i rapporti dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione non è come leggere un elenco telefonico, di fronte al quale, attraverso una lettura selettiva, ci limitiamo ad individuare l’informazione che ci serve. I dati sulla scuola, invece, devono portare ad una riflessione seria che rappresenta il punto di partenza per migliorare la situazione. Che senso ha esultare felici se la preparazione degli allievi della propria regione è ai massimi livelli europei e abbattersi di fronte ad esiti deludenti? Prendere atto di una situazione e basta non porta da nessuna parte.

Stefanoni ritiene che sia necessario disinnescare il potenziale pericolo del pacco, con nutrite batterie preventive di test (ormai se ne trovano in giro di varia natura e qualità), che – anche se in barba alla programmazione didattica di classe – portino gli alunni a confrontarsi e a esercitarsi con tipologie di quiz verosimilmente simili a quelli che salteranno fuori dai plichi il giorno della prova. In effetti, non ha alcun senso far svolgere agli alunni dei test cui non sono abituati, senza un’opportuna esercitazione. Ma è anche vero che una didattica moderna e innovativa si serve proprio di quella tipologia di esercizi e che i recenti libri di testo contemplano un apparato operativo abbastanza vicino a quella tipologia di esercizi. Quello che manca, secondo me, è la capacità di alcuni insegnanti –i più pigri o i più restii al cambiamento, quelli che, in altre parole, si appellano alla “libertà di insegnamento” per non cambiare mai metodologia didattica- di adattarsi all’evoluzione che la nuova “utenza” presuppone. I ragazzi sono cambiati: perché mai gli insegnanti dovrebbero rimanere sempre uguali, fortemente ancorati ad un modello di didattica standarizzato che poteva andar bene vent’anni fa ma ora è assolutamente obsoleto e inadatto alle nuove generazioni?

Nel suo articolo Stefanoni riflette anche sui cattivi comportamenti di alcuni insegnanti che tenderebbero ad aggirare l’ostacolo, incentivando (per le rilevazioni degli apprendimenti, ovviamente, non per la prova nazionale) l’assenza dalla scuola nel giorno fatidico di quegli alunni un po’ troppo debolucci, che potrebbero far abbassare le prestazioni medie della classe sotto il livello di guardia. Se davvero esistono insegnanti così, a parer mio si comportano esattamente come quegli allievi che, per non affrontare un compito senza un’adeguata preparazione, marinano la scuola o fingono di stare male per rimanere a casa. Il problema, evidentemente, non si risolve: ci saranno altre occasioni in cui dovranno scontrarsi con una realtà che non piace.
Ma non basta: ci sono anche quegli atteggiamenti “opportunistici”, fatti di risposte sussurrate a voce un po’ troppo alta, tolleranza di occhiate furtive (ma neanche tanto), che cerchino di carpire risposte probabilmente giuste dal compagno più bravo. Addolcire il prodotto finale, intervenendo d’autorità con qualche “correttivo” nella trascrizione sul foglio risposte delle scelte di qualche alunno, «che certamente s’è distratto un momento, perché lui questa cosa la sa benissimo!». Così facendo, certi docenti si mettono allo stesso livello dei loro allievi che suggeriscono o passano bigliettini ai compagni: se va bene, l’allievo che ha goduto di tale beneficio prenderà un bel voto, ma così facendo non avrà colmato le sue lacune. Prima o poi i nodi verranno al pettine!

Insomma, se per l’università si è parlato tanto di “baroni”, per la scuola secondaria si può parlare di “bari”. Ma barando di certo non si migliora la situazione perché falsare i dati comporta una visione distorta della realtà scolastica della nostra povera Italia. Tuttavia, Stefanoni sostiene che non abbia molto senso prendersela con i docenti che hanno barato; una soluzione potrebbe essere quella di infondere una condivisa consapevolezza che non si tratta di difendere il buon nome di una scuola, ma di utilizzare un’opportunità che viene data alla scuola stessa di fare una necessaria azione di autoanalisi del proprio operato. Si impone, quindi, di rivedere le metodologie di insegnamento, che devono essere opportunamente ricalibrate in rapporto alle reali esigenze di apprendimento degli alunni e trovare le strategie più efficaci per consentire a ogni alunno di acquisire migliori livelli di abilità e di competenze. Solo così i risultati delle prove INValSI, previste anche per quest’anno scolastico per la classe prima della secondaria di 1° grado ed estese dal prossimo anno anche la seconda classe delle scuole superiori, potranno avere un senso.

Rimane il problema della valutazione dell’insegnamento: il ministro Gelmini ha, infatti, più volte annunciato un criterio, anche se non esplicitato, per valutare la qualità dell’insegnamento. Saranno, quindi, premiati con un incentivo economico i docenti più meritevoli, penalizzati con la sospensione della progressione economica quelli più scarsi. Se uno degli indicatori per la valutazione dovesse essere costituito dai risultati delle prove INValSI, siamo certi che i “bari” non colpiranno ancora? Con tutto il rispetto, pur condividendo la riflessione di Stefanoni, non credo che in questo caso sarà di primaria importanza stabilire, sulla base dei risultati, quali siano le mosse strategiche per migliorare la situazione.
Insomma, a me pare che il “gioco dei pacchi”, con tanto di sospetta fregatura, sia destinato a durare nel tempo, un po’ come l’intramontabile quiz televisivo.

RAZ DEGAN LASCIA “BALLANDO CON LE STELLE” PER PROBLEMI ALLA SCHIENA. VINCE L’EDIZIONE 2010 VERONICA OLIVIER

Mentre si sta svolgendo la finale di “Ballando con le stelle”, Raz Degan lascia la gara per seri problemi alla schiena. Alla Carlucci preme sottolineare che l’attore di origine israeliana è stato ricoverato in una clinica specializzata che cura gli sportivi, rimettendoli “in piedi” il più presto possibile. Ha dovuto sottoporsi a delle infiltrazioni direttamente nella colonna vertebrale per poter essere presente alla serata della finalissima.
Nonostante i dolori, Raz vuole ballare un paso doble con la sua maestra Samantha Togni; ma appena finita la sua esibizione informa di volersi ritirare. Fra le lacrime ringrazia tutti quelli che l’hanno sostenuto e si dichiara vincitore comunque per essere riuscito a riunire i suoi genitori, che non si vedevano da 37 anni, presenti in sala per assistere allo spettacolo.

Sinceramente dispiaciuti tutti, a cominciare da Milly Carlucci; anche i giurati si rammaricano e qualcuno osserva che il busto alla schiena gli ha permesso di mantenere una postura ottimale per il paso doble. Guillermo Mariotto, visibilmente commosso, donando a Raz la sua sciarpa arancione, esclama: “Ha vinto l’anima”, mentre più sarcastico Ivan Zazzaroni gli assegna il “premio della giuria” per non essersi mai lamentato dei voti assegnatigli.
Presente in sala anche la compagna di Degan, la soubrette italiana Paola Barale, che accoglie la notizia del ritiro con le lacrime agli occhi.

La coppia Degan-Togni viene, quindi, rimpiazzata dall’ultimo escluso dalla competizione la scorsa settimana: Stefano Masciolini con la sua mestra Alessandra Mason. I due sono evidentemente fuori allenamento e la maestra porta ancora una vistosa fasciatura ad un piede, causa un’infrazione ad un dito che si era procurata qualche settimana fa. Ma, come dice anche la presidente della giuria Carolyn Smith, anche con una gamba rotta, si va in pista.
La gara continua: ora che il principale rivale dell’invidioso nonché ritirato Lorenzo Crespi è out, che mai potrà succedere a Ron Moss? Il vincitore annunciato da Crespi, che aveva addirittura accusato gli autori di averlo “fatto fuori” perché, se avesse continuato la gara, avrebbe oscurato Moss che invece doveva vincere, ce la farà o dovrà lasciare lo scettro a qualcun altro?

Raz Degan non è il solo acciaccato in questa finalissima che sembra una gara a chi sta più male: Barbara De Rossi, infatti, si lamenta per una costola rotta ma stoicamente decide di continuare a ballare. Nelle performance appare un tantino rigida e il suo sorriso sembra alquanto stentato, tuttavia se la cava egregiamente fino al termine della gara: nell’ultima sfida per l’assegnazione del terzo posto stravince sulla più giovane e scattante Benedetta Valanzano. Con il trofeo in mano, raggiante ma comunque sofferente, Barbara può finalmente ammettere di aver passato la serata con l’impressione di avere una spada conficcata nel fianco (o qualcosa del genere). Brava comunque e soprattutto ammiratissima: in tutte le puntate i giurati hanno speso parole di encomio nei confronti dell’attrice quarantanovenne che, oltre ad aver conquistato tutti con la sua grazia e signorilità, è stata particolarmente lodata per il suo impegno che l’ha portata, nell’arco dei tre mesi e grazie alle otto ore di sala prove al giorno, a dimagrire in modo notevole. Un esempio per tutte le donne che, avvicinandosi ai cinquant’anni, si lasciano un po’ andare. La De Rossi, entusiasta per questa esperienza, ha dichiarato che non smetterà di ballare perché è una cura per il corpo e lo spirito.

Un momento particolarmente intenso della puntata vede protagonista la bella e brava Natalia Titova, rimasta senza ballerino dopo il ritiro di Lorenzo Crespi. Un ospite meraviglioso le fa da cavaliere in due balli: l’étoile Giuseppe Picone, trascina Natalia in due balli che rappresentano la fusione tra ballo classico e danza latina. Una meraviglia!
Anche quando i ballerini professionisti scendono in pista ballando fra di loro, lo spettacolo è entusiasmante. Guardarli volteggiare, intenti in mille acrobazie e prese, fa comprendere quale abisso ci sia tra i veri ballerini e i vip in gara. Certo, l’impegno delle “stelle” è da premiare, ma per essere definiti ballerini ci vorrebbero anni e anni di allenamento.

Arriviamo alla fase finale della serata: lo scontro tra Ron Moss, famosissimo attore americano interprete della fortunata nonché infinita soap opera Beautiful, dato per vincitore da tutti, o quasi, e la sconosciuta ai più Veronica Olivier. Il televoto, a sorpresa, premia la giovanissima attrice in coppia con il suo maestro Raimondo Todaro. La ventenne Veronica Olivier, scelta da Federico Moccia per il suo film Amore 14, ha sbaragliato gli altri concorrenti ammessi alla finale, con la sua freschezza e l’indubbia bravura. Ma Ron Moss merita i complimenti se non altro per aver affrontato, a 57 anni, una vera e propria maratona di ballo, fino alle ultime battute. E se qualcuno ha da ridire sull’esoso compenso di 900 mila euro, per me se li è sudati proprio tutti.

Che dire infine di Raimondo Todaro? Il giovane ballerino (ha solo ventitrè anni!) è alla sua quinta edizione di “Ballando con le stelle”. Nel 2005, al suo debutto, vince in coppia con la Miss Italia 2004 Cristina Chiabotto; nel 2006 partecipa nuovamente e porta alla vittoria anche la campionessa di salto in lungo Fiona May; quella attuale è la sua terza vittoria nell’arco di cinque edizioni.
A parte l’indubbia bravura (nonostante la giovanissima età, è stato diciotto volte campione italiano in varie categorie e specialità), non sarà anche la sua bellezza ad attirare l’attenzione delle ragazze che votano più lui che le “stelle”? Il dubbio è lecito e poi quest’anno la sua presunta storia d’amore con la sua allieva ballerina ha alimentato il gossip per tre mesi. Sono giovani e carini, hanno tutta la vita davanti, amore o non amore, la coppa di “Ballando” rimarrà sempre nei loro cuori e nella memoria del pubblico affezionato alla trasmissione.

[foto di Veronica Olivier da chronica.it]

È PRIMAVERA


Guardando fuori dalla finestra non sembrerebbe, ma la primavera ha inizio oggi (anche se tradizionalmente la data dovrebbe essere il 21 marzo). Il tempo è incerto, una lieve foschia mi impedisce di allungare, come sono solita fare, lo sguardo fino in fondo, attraversando la pianura, quasi a raggiungere il mare. Forse più tardi pioverà, ma si sa che il mese di marzo è un po’ pazzerello: ti illude che la nuova stagione sia alle porte, ma poi ti riserva delle sorprese poco gradevoli, a volte persino la neve, l’ultima della fredda stagione che ci lasciamo alle spalle.

La primavera non è la mia stagione preferita: io amo l’estate, non solo perché associo ad essa il periodo delle vacanze; amo il mare, i tuffi nell’acqua, la spiaggia con la sua sabbia dorata, il sole che brucia sulla pelle scaldando anche l’animo.
Ma la primavera da sempre è sinonimo di rinnovamento: la lunga stagione grigia, in cui la natura sembra addormentata, è terminata. A breve rivedremo gli alberi fiorire, l’erba verdeggiare sui cigli delle strade, i campi arati pronti ad accogliere i nuovi semi. Il seme della vita rinasce. I nostri pensieri si fanno meno tristi, dopo la forzata chiusura nella cupezza dell’inverno. Nuove speranze vengono accolte e cullate nei nostri cuori, e poco importa se poi irrimediabilmente l’attesa verrà delusa e la nostra vita scorrerà sempre uguale a se stessa, nel medesimo vortice frenetico di cui siamo prigionieri.

La primavera è anche la stagione dei buoni propositi, primo fra tutti quello di mettersi a dieta. Ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo se mai troveremo il coraggio di infilare il bikini la prossima estate, a meno che non ci decidiamo a smaltire i chili di troppo, generoso e mai gradito regalo dell’inverno ormai passato. La primavera dura solo tre mesi, in fondo; i propositi non possono rimanere tali a lungo, quindi non conviene rimandare.
Quando, poi, pensiamo che con la bella stagione il movimento ci aiuterà a raggiungere con un certo successo e celerità il peso forma, ecco che l’effetto-primavera non si fa attendere. Quella incontenibile voglia di rimanere a letto più a lungo è esattamente il primo ostacolo ai buoni propositi. La sveglia suona sempre alla stessa ora ma mentre durante l’inverno eravamo pronti a scattare, ora vorremmo buttare quell’aggeggio insopportabilmente strillante fuori dalla finestra. D’altra parte, la maggior durata delle ore di luce ci consola: una passeggiata verso sera si potrà sempre fare.

La primavera è soprattutto il periodo degli amori, specie per i più giovani che confidano nella complicità del tempo favorevole allo sbocciare di sentimenti a volte ancora sconosciuti, quasi rispondendo ad un perpetuo desiderio di cambiamento. I vecchi amori rifioriscono, rallegrati da quella tavolozza multicolore che è la primavera e rinvigoriti dai raggi del sole che ritorna a splendere. Un nuovo slancio porterà i cuori sopiti a chiedere ed ottenere una nuova vita. Chi l’amore l’ha perduto può nutrire la speranza di un nuovo incontro: i battiti del cuore ritorneranno a correre veloci, dopo il lungo letargo invernale.

La primavera, insomma, è un inno alla vita. Per celebrare la nuova stagione ed il suo arrivo silenzioso, preannunciato da un venticello tiepido che ci accarezza dolcemente, mi piace ricordare i versi di un poeta lontano, Guglielmo d’Aquitania (esponente della poesia provenzale del XII secolo) che con la sua Come il ramo del biancospino celebra la dolcezza della primavera e in cuor suo si augura che l’amore ritorni a fiorire come il ramo del biancospino riprende vita allo sciogliersi del gelo, scaldato dai raggi del sole mattutino:

COME IL RAMO DEL BIANCOSPINO

Nella dolcezza della primavera
i boschi rinverdiscono, e gli uccelli
cantano, ciascheduno in sua favella,
giusta la melodia del nuovo canto.
E’ tempo, dunque, che ognuno si tragga
presso a quel che più brama.

Dall’essere che più mi giova e piace
messaggero non vedo, né sigillo:
perciò non ho riposo né allegrezza,
né ardisco farmi innanzi
finché non sappia di certo se l’esito
sarà quale domando.

Del nostro amore accade
come del ramo del biancospino,
che sta sulla pianta tremando
la notte alla pioggia e al gelo,
fino a domani, che il sole s’effonde
infra le foglie verdi sulle fronde.

Ancora mi rimembra d’un mattino
che facemmo la pace tra noi due ,
e che mi diede un dono così grande:
il suo amore e il suo anello.
Dio mi conceda ancor tanto di vita
che il suo mantello copra le mie mani
!

(traduzione di A. Roncaglia)

LE DONNE DI ULISSE: L’AMANTE NINFA CALIPSO

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery
All’inizio dell’Odissea, troviamo Ulisse ospite della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia. Qui l’eroe passa addirittura sette anni, anche se non tutti felicemente. Della ninfa, infatti, s’era già stufato da tempo, ma non poteva andarsene da lì, non avendo più la nave: guarda caso aveva fatto naufragio anche se, almeno questa volta, lui non c’entrava nulla. Infatti, i suoi compagni avevano trasgredito ad un preciso ordine divino: una volta sbarcati in Trinacria (cioè la Sicilia), isola sacra al dio Sole, non avrebbero mai dovuto uccidere, per cibarsene, le vacche sacre al dio, nemmeno in preda alla fame più nera. Manco a dirlo, esaurite le provviste, gentilmente offerte da Circe (la maga di cui parlerò altrove, ennesima conquista del bell’itacese), che avevano portato con sé, i compagni di Odisseo si danno alla caccia e, sacre o non sacre, uccidono proprio quelle vacche lì. A questo punto, Helios chiede vendetta al padre degli dei e così, una volta ripartiti, i sacrileghi sono abbattuti da una violenta tempesta scatenata da Zeus. Il solo Ulisse si salva e dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, viene scagliato dagli dei sull’isola di Calipso.

Ma dove si trovava quest’isola? Non lo si sa con certezza: l’ipotesi più plausibile è che fosse situata in prossimità di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole. Meno plausibile, a parer mio, l’ubicazione a Malta proposta da qualche studioso. Ovunque si trovi, l’isola ricorda la fiabesca “isola che non c’è” di Peter Pan e, leggendo i versi di Omero, sembra si tratti di un luogo senza spazio né tempo. Di tutto il lungo periodo trascorso da Ulisse in questo luogo ameno non c’è quasi alcun riferimento, come se l’autore volesse sorvolare su questo episodio che, diciamo la verità, ad Ulisse non fa davvero onore.

E chi era Calipso? Sicuramente una donna molto caparbia: innamoratasi del bell’itacese, non lo molla, vive con lui more uxorio per un periodo che al nostro eroe pare infinito, gli promette l’immortalità che puntualmente lui rifiuta, struggendosi in pensieri malinconici in una dimensione quasi onirica. Probabilmente Ulisse spera di svegliarsi da un sogno che sta diventando un incubo, di ritrovarsi a casa, fra la sua gente, nella sua reggia, confortato dai suoi affetti più cari. Magari si augura che, destandosi, la stessa guerra di Troia non sia mai esistita. Forse non è mai partito, non è mai giunto in alcun luogo, non si è mai mosso da Itaca. Ma la realtà è, ahimè, più crudele che mai: è prigioniero in un’“isola che non c’è”, in balia di un amore che non può corrispondere, che detesta con tutte le sue forze, che lo porta alla depressione più nera. Siamo per la prima volta di fronte ad un eroe distrutto che solo la speranza di uscire da quest’incubo trattiene dal suicidio. Calipso stessa, seppur sconfitta, ne esce vittoriosa.

Secondo le fonti Calipso è una ninfa, figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle, per intenderci) e di Pleione. Nulla si sa della sua vita; il suo nome è legato a quello di Ulisse e sembra che nella sua esistenza non avesse avuto altro merito che quello di avere una relazione così duratura con l’eroe greco. Di meriti, anzi, non doveva averne proprio, visto che era stata relegata su quest’isola sperduta chissà dove, solitaria e abbandonata da uomini e dei; regina di un regno senza trono né sudditi, posto ai confini del mondo. A conferma di ciò, basta leggere i versi in cui Ermes, messaggero degli dei, incaricato da Zeus di convincere Calipso a lasciar andar via Ulisse, le si rivolge con tono alquanto seccato:

Zeus ordinò a me, che non volevo, di venir qui:
e chi mai di sua volontà percorrerebbe tanto mare salso
infinito? E vicino non c’è città di mortali, che agli dei
facciano sacrifici e scelte ecatombe.
Ma non è possibile che un altro dio trasgredisca
o renda vano il pensiero di Zeus egioco
. (Odissea, V, vv.99-104)

Insomma, una bella scocciatura andare fin laggiù senza un tornaconto personale! Ma non si può trasgredire agli ordini di Zeus ed ecco che Ermes, seppur riluttante, compie la sua missione.
Eppure l’isola, nella descrizione di Omero, è tutt’altro che inospitale: il mare violaceo circonda una terra rigogliosa, ove s’innalzano pioppi, ontani, cipressi, cresce fiorente una vite gravida di grappoli, verdeggiano prati di viole ed apio, il tutto annaffiato da fontane che versano limpide acque. Lo stesso Ermes, seppur giunto fin laggiù controvoglia, rimane affascinato da quello spettacolo naturale. Immaginiamoci Ulisse, abituato alla sua “petrosa Itaca”: deve avere avuto l’impressione di trovarsi in paradiso. E Ogigia è davvero un giardino dell’Eden dove non c’è nemmeno un frutto proibito né un serpente tentatore, ma solo un’affascinante fanciulla che gli si offre senza esitazioni, senza pudori, senza porre condizioni. È immersa nel silenzio Ogigia, un silenzio interrotto dal verso di qualche uccelletto marino, un silenzio che, a lungo andare, dev’essere diventato odioso, addirittura assordante, ad Ulisse, smanioso di tornare a casa.

Eppure Calipso è una creatura soave che offre all’amato nettare ed ambrosia, il cibo degli dei. Ma Ulisse rifiuta, assalito dal desiderio disperato di rivedere la sua patria, di riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Ulisse, Robinson Crusoe ante litteram, se solo avesse accettato i doni gentilmente offertagli dalla ninfa, avrebbe potuto passare con lei, in quella meravigliosa isola senza tempo, l’eternità, in una condizione di sempiterna felicità.
Diciamolo chiaramente: poteva andargli anche peggio, viste le esperienze passate; al contrario di Robinson che, con le sue sole forze ed il suo ingegno tipico dell’eroe romantico, deve sopravvivere in un ambiente che nulla offre senza il sudore e la sofferenza umana, Ulisse non ha nulla da fare, non deve costruirsi capanne, né procurarsi il cibo, né difendersi da animali selvatici. Calipso non è un indigeno poco attraente e rozzo come doveva essere di certo Venerdì; è una ninfa che chiede solo di essere amata. È il massimo che si possa chiedere alla vita, e Ulisse di certo non si lascia sfuggire l’occasione di passare un po’ di tempo in vacanza. L’immortalità, però, la rifiuta; probabilmente non accetta il dono divino solo perché in tal modo si sarebbe legato a Calipso per sempre, e ciò non rientra nei suoi piani. Vuole sentirsi libero: ama la ninfa finché gli piace, e poi? Anche le passioni più grandi finiscono: sette anni sono lunghi e poi non è forse vero che esiste la cosiddetta “crisi del settimo anno”? Anzi, sono convinta che tale credenza popolare trovi la sua conferma proprio nella vicenda di cui parliamo.

Calipso, da parte sua, sa che lui non se ne può andare: dove trova una nave? Con il favore di quali dei può partire, visto che in passato proprio dall’ostilità divina era stato privato della gioia di un veloce ritorno a casa? Ormai, però, la donna non ha più davanti l’uomo focoso e passionale di un tempo; deve condividere il letto con un relitto umano, incapace di provare alcun sentimento positivo, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.
Ecco come lo descrive Omero:

E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime
. (V,vv.151-158)

Beh, questa non è proprio l’immagine di un eroe: un uomo di tal sorta che piange come una “femminuccia”, che scruta l’orizzonte senza vederlo perché l’immagine è offuscata dalle lacrime! L’ideatore del cavallo di Troia, colui che aveva ingannato perfino il gigante Polifemo, che aveva superato ogni sorta d’insidia, ora non è altro che un disperato, anzi, come dice Omero, è il più infelice fra quanti/ eroi combatterono per la città di Priamo/ nove anni, e al decimo distrutta la città partirono/ verso casa … (V, vv.105-108).
In quell’isola ormai si sente in trappola e non spera nemmeno che gli dei, Poseidone in testa, provino pietà per lui. Nemmeno in Calipso la sua disperazione suscita pietà. Colei che nel suo nome cela la vera natura: è la “nasconditrice”, come la chiama Pascoli, rifacendosi all’etimologia greca, colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. Del resto, se l’isola è disabitata, chi può mai vederlo? Non c’è pericolo di una fuga, non si pone nemmeno l’eventualità che qualcuno lo possa portare via da lì. L’ignaro Ulisse nemmeno immagina che gli dei, approfittando della momentanea assenza del suo acerrimo nemico, il dio Poseidone, riuniti in concilio decidono che è giunta l’ora X: Odisseo deve ritornare in patria, ha già sofferto troppo. E Poseidone? Per Zeus non esiste alcun problema:
Smetterà Poseidone
la collera sua, non potrà contro tutti
gli dei immortali voler lottare da solo
! (I, vv.77-79)
Liquidato con soluzioni poco divine e molto umane l’ignaro dio del mare, ad Ermes, corriere espresso dell’Olimpo, viene affidato l’ingrato compito di rendere nota a Calipso l’irrevocabile decisione divina.

Mentre Odisseo piange sulle rive del mare sognando Itaca, la ninfa è, come tutte le donne, siano esse mortali o immortali, intenta alle “opere femminili”; infatti il messaggero degli dei la trova nel suo antro:
ella dentro, cantando con bella voce,
affaccendata al telaio tesseva con la spola d’oro
. (V, vv.61-62)
Seppur con la spola d’oro, la fanciulla tesse e canta; del resto, cos’altro può fare visto che Ulisse, di giorno, non le rivolge nemmeno la parola?
L’inattesa visita suscita in lei un po’ di apprensione e anche un tantino di stizza; infatti, seppur educatamente e con parole affettuose, rimprovera al messaggero di non capitare spesso da quelle parti:
Perché mai, Ermes, dall’aurea verga sei venuto,
venerando e caro? Per l’innanzi non venivi spesso
. (V, vv.87-88)
La risposta del dio già la conosciamo e altrettanto noto è il messaggio. La reazione di Calipso è immaginabile: rabbrividì Calipso, divina tra le dee (V, v. 116). Un brivido le percorse le membra: è la consapevolezza dell’imminente perdita che la sconvolge, ma dal dolore si riprende subito e, con tono stizzoso, rimprovera tutti gli dei che si oppongono alle unioni tra dee e mortali:
Cattivi siete, o dei, e invidiosi sopra ogni altro,
voi che alle dee proibite di giacere accanto ai mortali
apertamente, se qualcuna voglia farsene lo sposo diletto
. (V, vv.118-120)
E come darle torto? La poveretta, per avvalorare la sua tesi, porta pure degli esempi: Orione, amato dalla dea Aurora, fu colpito a morte dalle frecce di Artemide e trasformato in una costellazione; stessa sorte toccò a Iasione folgorato da Zeus per aver amato la dea Demetra. Insomma, mentre gli dei immortali potevano permettersi ogni sorta di schifezza, si univano alle mortali, generavano figli a destra e a manca, alle dee non era concesso di amare, in assoluta fedeltà, degli uomini! Nemmeno l’Olimpo è indenne da ingiustizie e torti dall’indiscutibile sapore maschilista!

Calipso, conscia che sia più nobile da parte sua onorare la volontà degli dei e salvare la pelle ad Ulisse, accetta. Immaginate l’effetto che dovette avere sul nostro eroe la notizia della sua imminente partenza: non sta più nella pelle, di colpo si desta dall’annoso torpore e si mette all’opera per costruirsi una zattera, visto che la sua ospite non dispone di navi e tutto quello che gli può offrire è del legno e un po’ di corda.
Ecco l’uomo che ritorna uomo, la mente che riprende a funzionare, il pensiero della patria è allontanato, nel momento in cui la stessa patria è più vicina. Ma ogni facoltà mentale è intenta nella costruzione del natante; la sua abilità progettuale riprende il sopravvento e ciò gli basta per essere felice. Pur cosciente di procurare a Calipso un immenso dolore, di andare incontro ad altre prove, di dover ancora fare i conti con l’avverso Poseidone, parte entusiasta, lasciandosi alle spalle l’isola sperduta nel grande mare, la donna che aveva amato e che l’aveva trattenuto con sé finché ne era stata capace. Ora guarda l’orizzonte con l’occhio di chi sa che quel punto lontano raggiungerà presto, navigando con mezzi di fortuna sul mare violaceo.

Lasciamo Calipso alla sua spola d’oro e alle sue lacrime, sconfitta eppure vittoriosa perché sa che avrebbe potuto trattenere con sé ancora a lungo il suo uomo, volente o nolente. Omero non ne fa menzione, ma c’è chi sostiene che la ninfa dall’eroe ebbe un figlio: Ausonio. Da questi deriverebbe l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia. Seguiamo ora Ulisse sulla sua zattera che, guarda caso, si imbatte in una tempesta scatenata da Poseidone, la cui ira sortisce gli effetti immaginati e non si fa nemmeno tanto attendere: un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e sarà ancora una figura femminile a salvarlo, non una mortale, ma una dea: Ino Leucotea gli porge una benda che lui rifiuta di usare finché non si vede nuovamente perduto. È l’orgoglio che prende il sopravvento: allontanandosi da Ogigia egli è ridiventato un uomo libero, capace di agire con le sue forze. Ma un’altra volta dovrà fare i conti con una terra ignota, con degli abitanti sconosciuti, con un destino ancora precario: è naufragato sull’isola dei Feaci.

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SINDACO DI DOLEGNA DEL COLLE CHIEDE DI ALZARE IL TASSO ALCOLEMICO PER GLI AUTOMOBILISTI

La crisi c’è, inutile girarci attorno. Investe ogni settore economico, in modo più o meno marcato. Andare al ristorante la domenica è diventato quasi un lusso e bere un aperitivo prima di cena quasi quasi costa quanto mangiarsi una pizza. E non parliamo degli scontrini sempre più “pesanti” del supermercato: quando faccio la spesa mi viene una rabbia, soprattutto pensando che alla fine, in famiglia, sono quella che mangia di meno. Sento come un senso di frustrazione ogni volta: capita quando si ha un marito e dei figli magrissimi la cui dieta è senza limiti.

A tavola, dunque, mangio poco e bevo solo acqua: sarà per questo che ogni volta che si va al ristorante mi viene il nervoso perché, dividendo il totale per il numero di persone, oltre a pagare quello che gli altri mangiano e io non posso, devo pure, in pratica, offrire da bere, litri e litri di birra o vino, pur essendo astemia? Oddio, non vorrei essere fraintesa: non è che frequento alcolisti, i “litri e litri” dipendono dal numero di commensali, ovviamente. Rimane il fatto che io sono astemia e, quando vedo gli altri bere a tavola, faccio le prediche perché poi non voglio guidare la macchina al ritorno, visto che non faccio pazzie per stare al volante.

Insomma, la crisi del settore vitivinicolo non mi sfiora nemmeno. Fosse per me, le aziende agricole del Collio friulano avrebbero chiuso i battenti da tempo. Ma si sa che questa è la terra del buon bere. Quando mi sono trasferita qui, i miei amici erano pronti a scommettere che la passione per il tai (letteralmente il “taglio”, ovvero il bicchiere di vino) mi avrebbe contagiata. E invece no, io riesco a vivere benissimo nel “Friuli vitivinicolo” senza essere tentata dal tai de vin. Non parliamo poi della birra e dei superalcolici: li evito come la peste, e pensare che quand’ero adolescente mi facevo il whisky&Coca in discoteca! Va be’, altri tempi, in gioventù si è sempre un po’ scemi perché ci si sente “grandi” e si vuol sembrare ancora più “grandi”. Ci fosse un modo per sembrare più giovani –a parte la chirurgia estetica, ovviamente-, ora come ora ne sarei felice. Ma alla fine è solo un dono di natura.

La crisi del settore vitivinicolo, dicevo, non mi sfiora nemmeno. D’altro avviso, però, pare essere il sindaco di Dolegna del Collio (provincia di Gorizia) che, in accordo con la sua Giunta, avrebbe richiesto al Governo di rivedere il limite del tasso alcolemico imposto dal Codice della Strada. Questa mattina ne ho sentito parlare a Buongiornoregione del Friuli-Venezia Giulia, poi ne ho letto qualcosina qui.
In pratica, vedendo inesorabilmente scendere il consumo del vino, ottimo ma pur sempre alcolico, i produttori e i ristoratori della zona si sono lamentati della norma restrittiva del Codice della Strada che considera “in stato di ebbrezza” chi si mette al volante dopo aver bevuto se il suo tasso alcolemico supera gli 0,50 grammi per litro. In pratica, il sindaco di Dolegna, Diego Bernardis, chiede che venga mantenuto il livello attuale per i giovani fino ai 29 anni, ma che per i più grandi possa essere innalzato fino allo 0,80. Evidentemente avrà pensato che arrivati ai trent’anni si sia in grado di tenere meglio l’alcol che si ha in corpo. Io nutro dei dubbi in proposito.

Da notare, però, che molti protestano proprio perché il limite attuale è considerato eccessivamente basso e assolutamente non in grado, se ci si avvicina, di causare degli effetti negativi su chi è alla guida di un’automobile. In altre parole, secondo alcuni con quel tasso lì mica si è ubriachi! E certo, tant’è che il Codice contempla la guida in stato di ebbrezza e non di ubriachezza, che non sono proprio dei sinonimi.
Io da astemia ritengo che, dopo tanti sforzi fatti per combattere l’eccesivo uso di alcol –e non sto parlando di alcolismo, perché può succedere che anche chi non beve mai troppo, in una particolare circostanza “alzi un po’ il gomito”, senza essere schiavo del vizio- per far sì che gli incidenti dovuti all’assunzione di qualche bicchiere in più diminuiscano, non sia proprio il caso di modificare delle norme che vanno bene così come sono. Anzi, ho sentito parlare di “tasso 0” per i neopatentati, il che sarebbe davvero auspicabile.

Sono perfettamente cosciente che anche bevendo un bicchiere in più non ci si ubriachi, che il buon senso prevalga nella maggior parte dei casi, che una prolungata permanenza a tavola senza bere può essere una strategia utile ad evitare che ci si metta al volante “ebbri”, che ci siano molti altri fattori –droga, psicofarmaci, anche innocui farmaci come gli antistaminici- che rallentano i riflessi al volante, ma modificare una giusta norma per salvaguardare la produzione delle aziende vinicole non mi pare un’idea acuta. E pazienza se il mercato vitivinicolo ne soffre. La salute è più importante e la sicurezza è un bene che nessuno può ignorare. Poi, ognuno è libero di bersi quanti tai vuole … a casa propria.

15 MARZO 2010: GIORNATA MONDIALE DELLA LENTEZZA


Oh, finalmente ci voleva! Una giornata in cui si può fare tutto senza correre, dimenticando, almeno per 24 ore, lo scorrere veloce del tempo che rende frenetica la nostra vita.
L’iniziativa è nata tre anni fa e interessa molte città del mondo … non tutte! Nella mia regione nemmeno una, ma sono solidale con il resto del mondo, quindi me la prenderò con calma questa giornata. Le iniziative sono molte e le più svariate, alcune parecchio divertenti: ad esempio, a Milano i “Vigili della Lentezza” fermeranno i passanti che vanno di corsa. Vi rimando alla lettura del blog L’arte del vivere con lentezza, dove troverete altre informazioni.
E già, prendere le cose con calma è una vera e propria arte per cui non tutti sono tagliati. Io, ad esempio, vado sempre di corsa, addirittura penso talmente tanto in fretta a più cose in una volta sola che poi me le dimentico tutte! Insomma, nel mio cervello ci sono frequenti corti circuiti. Ma oggi ho deciso: farò le cose con calma. Ho già stirato due ore con calma, farò le pulizie del lunedì con calma (oggi, per fortuna, è il mio giorno libero, altrimenti avrei dovuto fare pure lezione con calma!), più tardi con altrettanta calma preparerò il pranzo e nel pomeriggio moooooolto lentamente correggerò i compiti che attendono in pile ordinate sulla scrivania.

Questo post, però, lo sto scrivendo di fretta (unica eccezione, lo prometto!) altrimenti tutto il resto non lo posso davvero fare con lentezza.
Ai miei lettori, che spero leggano il mio blog con tranquillità e non abbandonino velocemente queste pagine, dedico una poesia bellissima: non ne conosco l’autore (quindi se qualcuno lo sa me lo scriva!), me l’ha mandata via e-mail un amico un po’ di tempo fa. Mi raccomando, leggetela con … lentezza!

DANZA LENTA

Hai mai guardato i bambini in un girotondo?
O ascoltato il rumore della pioggia
quando cade a terra?
O seguito mai lo svolazzare
irregolare di una farfalla?
O osservato il sole allo
svanire della notte?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce.
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Percorri ogni giorno in volo?
Quando dici “Come stai?”
ascolti la risposta?

Quando la giornata è finita
ti stendi sul tuo letto
con centinaia di questioni successive
che ti passano per la testa?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Hai mai detto a tuo figlio,
“lo faremo domani?”
senza notare nella fretta,
il suo dispiacere?
Mai perso il contatto,
con una buona amicizia
che poi finita perché
tu non avevi mai avuto tempo
di chiamare e dire “Ciao”?

Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Quando corri così veloce
per giungere da qualche parte
ti perdi la metà del piacere di andarci.
Quando ti preoccupi e corri tutto
il giorno, come un regalo mai aperto . . .
gettato via.
La vita non è una corsa.
Prendila piano.
Ascolta la musica.

BUONA GIORNATA DELLA LENTEZZA A TUTTI! 🙂

[l’immagine è tratta da questo sito]

A “BALLANDO CON LE STELLE” NIENTE CRESPI PIÙ SORRISI

Finalmente una puntata serena e gradevole, quella di ieri sera a “Ballando” con Milly. Nonostante l’indubbia tensione dovuta al fatto che la finale è sempre più vicina, le coppie sono sembrate più tranquille e, nello stesso tempo, più divertite.
Dopo qualche settimana di polemiche inutili, causate da Lorenzo Crespi, ieri sembrava di essere tornati al classico “Ballando” che, come ha osservato Mariotto, stava diventando “Parlando con le stelle”. Anzi, secondo me la trasmissione avrebbe potuto anche intitolarsi “Sparlando con le stelle“, visto che Crespi non ha risparmiato critiche a nessuno. Peccato, era davvero bravo nel ballo, ma manca totalmente di diplomazia. Inoltre, già in passato aveva avuto dei “problemi” sul lavoro, dovuti ad una difficoltà di comunicare e relazionarsi con gli altri. Questa di “Ballando” sarebbe stata l’occasione giusta per dimostrare di essere cambiato, e invece … Lo ripeto, mi sembra un gran peccato, ma in fondo senza le sue polemiche il clima della trasmissione è migliorato.

Non faccio la cronaca della serata (anche perché sarebbe un po’ tardi, ma purtroppo ho avuto problemi di connessione!). Vi rimando alla lettura dell’ottimo resoconto fatto da UnDueTreblog. Dirò solo che a rallegrare e vivacizzare la serata hanno contribuito anche gli inediti accoppiamenti delle “stelle” con parenti o/e amici al posto dei soliti partner. In un certo senso questi “balli in famiglia” hanno smorzato la tensione della semifinale.
A proposito, è stato eliminato il povero Masciolini che non era nemmeno tanto male, anche se un po’ impacciato nell’affrontare dei balli un po’ insoliti per lui. Ho tremato quando si è prospettata la possibilità che venisse eliminata la mia “stella” preferita, Barbara De Rossi, ma per fortuna si è salvata, merito forse del bel marito Branko Tesanovic, ballerino di professione, con cui ha danzato. In fondo il suo partner era già del mestiere!

Non ci resta, quindi, che attendere la finale di sabato prossimo … sperando di non avere sorprese!