22 marzo 2010

RILEVAZIONI INVALSI SULLA SCUOLA E IL “GIOCO DEI PACCHI”

Posted in adolescenti, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola, Test InValsi, valutazione studenti tagged , , , , , , , a 11:08 am di marisamoles

Sul sito sussidiario.net si ritorna a parlare dei recenti dati pubblicati dall’INValSI, relativamente alle rilevazioni sugli apprendimenti degli studenti italiani nel 2009. Ne parla Roberto Stefanoni, ispettore tecnico del Miur, in servizio presso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria. La sua è una riflessione in gran parte condivisibile non solo dai docenti che sono i principali interessati, ma anche dai comuni cittadini che sulla carta stampata hanno letto più volte commenti poco edificanti sullo stato di salute della scuola italiana.

Sul banco degli imputati, secondo Stefanoni, dovrebbero stare non solo gli studenti che nei test somministrati hanno fatto emergere tutte le loro lacune in Italiano, Matematica e Scienze, ma anche e soprattutto quegli insegnanti che, con un comportamento scorretto tenuto nel sorvegliare gli alunni durante lo svolgimento dei test, hanno falsato i risultati. Nell’analisi dell’ispettore il dito è puntato anche contro i docenti che, alla fine dello scorso anno scolastico, hanno somministrato la terza prova all’esame di licenza media, unica e uguale per tutti i licenziandi. In quest’ultimo frangente, infatti, non sono stati pochi gli “aiutini” dati ai ragazzi per fare bella figura. Il motivo di tale atteggiamento è facilmente intuibile: in questo modo, la preparazione degli esaminandi è risultato di gran lunga migliore rispetto alla situazione reale, quindi anche i docenti sono risultati essere più bravi. In effetti sono stati davvero bravi … a suggerire!

Secondo Stefanoni, molti insegnanti vedono con sospetto questo tipo di prove: Vari sono i segni rivelatori di questo strisciante e diffuso timore che, alla fin fine, il “gioco dei pacchi” nasconda un’insidia certamente molto poco gradita ai più: valutare, attraverso gli esiti delle varie prove, non solo gli alunni, ma anche l’operato degli insegnanti, mettendone allo scoperto le inadeguatezze didattiche, evidenziandone le inefficienze e la scarsa produttività. Eh già, la classe insegnante manifesta sempre una sorta di diffidenza in tutte quelle situazioni che potrebbero mettere in discussione l’efficacia della loro azione didattica. È molto facile, infatti, scaricare la responsabilità sui ragazzi che studiano poco, sono scarsamente motivati, per nulla disposti al sacrificio, tanto da risultare degli studenti mediocri per esclusiva loro colpa. Dall’altro lato, i loro “maestri” devono godere di una sorta di immunità che li trasforma in degli “intoccabili”, partendo dal presupposto che chi insegna sa farlo e non ha bisogno di nessun insegnamento. Guai, poi, a valutare il loro operato: ne fanno una questione d’onore.

Detto questo, è lecito porsi una domanda: a che servono, dunque, le rilevazioni dell’INValSI? La risposta più semplice sarebbe: a nulla. Quella più sensata è: ad offrire un quadro della situazione. Certo, ma leggere i rapporti dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione non è come leggere un elenco telefonico, di fronte al quale, attraverso una lettura selettiva, ci limitiamo ad individuare l’informazione che ci serve. I dati sulla scuola, invece, devono portare ad una riflessione seria che rappresenta il punto di partenza per migliorare la situazione. Che senso ha esultare felici se la preparazione degli allievi della propria regione è ai massimi livelli europei e abbattersi di fronte ad esiti deludenti? Prendere atto di una situazione e basta non porta da nessuna parte.

Stefanoni ritiene che sia necessario disinnescare il potenziale pericolo del pacco, con nutrite batterie preventive di test (ormai se ne trovano in giro di varia natura e qualità), che – anche se in barba alla programmazione didattica di classe – portino gli alunni a confrontarsi e a esercitarsi con tipologie di quiz verosimilmente simili a quelli che salteranno fuori dai plichi il giorno della prova. In effetti, non ha alcun senso far svolgere agli alunni dei test cui non sono abituati, senza un’opportuna esercitazione. Ma è anche vero che una didattica moderna e innovativa si serve proprio di quella tipologia di esercizi e che i recenti libri di testo contemplano un apparato operativo abbastanza vicino a quella tipologia di esercizi. Quello che manca, secondo me, è la capacità di alcuni insegnanti –i più pigri o i più restii al cambiamento, quelli che, in altre parole, si appellano alla “libertà di insegnamento” per non cambiare mai metodologia didattica- di adattarsi all’evoluzione che la nuova “utenza” presuppone. I ragazzi sono cambiati: perché mai gli insegnanti dovrebbero rimanere sempre uguali, fortemente ancorati ad un modello di didattica standarizzato che poteva andar bene vent’anni fa ma ora è assolutamente obsoleto e inadatto alle nuove generazioni?

Nel suo articolo Stefanoni riflette anche sui cattivi comportamenti di alcuni insegnanti che tenderebbero ad aggirare l’ostacolo, incentivando (per le rilevazioni degli apprendimenti, ovviamente, non per la prova nazionale) l’assenza dalla scuola nel giorno fatidico di quegli alunni un po’ troppo debolucci, che potrebbero far abbassare le prestazioni medie della classe sotto il livello di guardia. Se davvero esistono insegnanti così, a parer mio si comportano esattamente come quegli allievi che, per non affrontare un compito senza un’adeguata preparazione, marinano la scuola o fingono di stare male per rimanere a casa. Il problema, evidentemente, non si risolve: ci saranno altre occasioni in cui dovranno scontrarsi con una realtà che non piace.
Ma non basta: ci sono anche quegli atteggiamenti “opportunistici”, fatti di risposte sussurrate a voce un po’ troppo alta, tolleranza di occhiate furtive (ma neanche tanto), che cerchino di carpire risposte probabilmente giuste dal compagno più bravo. Addolcire il prodotto finale, intervenendo d’autorità con qualche “correttivo” nella trascrizione sul foglio risposte delle scelte di qualche alunno, «che certamente s’è distratto un momento, perché lui questa cosa la sa benissimo!». Così facendo, certi docenti si mettono allo stesso livello dei loro allievi che suggeriscono o passano bigliettini ai compagni: se va bene, l’allievo che ha goduto di tale beneficio prenderà un bel voto, ma così facendo non avrà colmato le sue lacune. Prima o poi i nodi verranno al pettine!

Insomma, se per l’università si è parlato tanto di “baroni”, per la scuola secondaria si può parlare di “bari”. Ma barando di certo non si migliora la situazione perché falsare i dati comporta una visione distorta della realtà scolastica della nostra povera Italia. Tuttavia, Stefanoni sostiene che non abbia molto senso prendersela con i docenti che hanno barato; una soluzione potrebbe essere quella di infondere una condivisa consapevolezza che non si tratta di difendere il buon nome di una scuola, ma di utilizzare un’opportunità che viene data alla scuola stessa di fare una necessaria azione di autoanalisi del proprio operato. Si impone, quindi, di rivedere le metodologie di insegnamento, che devono essere opportunamente ricalibrate in rapporto alle reali esigenze di apprendimento degli alunni e trovare le strategie più efficaci per consentire a ogni alunno di acquisire migliori livelli di abilità e di competenze. Solo così i risultati delle prove INValSI, previste anche per quest’anno scolastico per la classe prima della secondaria di 1° grado ed estese dal prossimo anno anche la seconda classe delle scuole superiori, potranno avere un senso.

Rimane il problema della valutazione dell’insegnamento: il ministro Gelmini ha, infatti, più volte annunciato un criterio, anche se non esplicitato, per valutare la qualità dell’insegnamento. Saranno, quindi, premiati con un incentivo economico i docenti più meritevoli, penalizzati con la sospensione della progressione economica quelli più scarsi. Se uno degli indicatori per la valutazione dovesse essere costituito dai risultati delle prove INValSI, siamo certi che i “bari” non colpiranno ancora? Con tutto il rispetto, pur condividendo la riflessione di Stefanoni, non credo che in questo caso sarà di primaria importanza stabilire, sulla base dei risultati, quali siano le mosse strategiche per migliorare la situazione.
Insomma, a me pare che il “gioco dei pacchi”, con tanto di sospetta fregatura, sia destinato a durare nel tempo, un po’ come l’intramontabile quiz televisivo.

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4 commenti »

  1. frz40 said,

    Mi ero già occupato dello stesso argomento, qualche mese fa, con un post dal titolo “I comportamenti opportunistici dei prof”. Sottotitolo “Il mio prof è un baro”.
    Lo trovate qui
    Ritengo che il comportamento di quei prof sia gravissimo. Una vera truffa nei confronti dello Stato, dei loro allievi e di loro stessi.
    Concludevo così: “E incomincio a preoccuparmi soprattutto non di quello che i ragazzi non imparano a scuola, ma di quello che imparano!”

    Sì, di quello che imparano da una scuola che insegna a barare. E chiedevo che venissero pubblicati i nomi di quegli “insegnanti” e che fossero presi seri provvedimenti.

    Cosa aspettiamo? Come possiamo tollerare una cosa simile?

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  2. marisamoles said,

    @ frz

    Sì, ricordo il tuo post. La mia riflessione, però, voleva mettere in risalto non tanto il problema dei “prof bari”, quanto l’ultilità di queste prove. Finché serviranno solo per delineare una situazione senza porre le basi per migliorarla, saranno del tutto inutili. 😦

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  3. frz40 said,

    Sì, ma mi sembra che il problema non sia tanto “lo strumento”, quanto la testa di certi prof.

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  4. marisamoles said,

    @ frz

    Eh sì, in giro ci sono tante teste … 🙂

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