DOCENTE NAPOLETANO LICENZIATO IN FRIULI

Ha quarant’anni ed è originario di Napoli. Aveva ottenuto un incarico come insegnante di sostegno in una scuola di Pordenone, ma è stato licenziato. Perché? Perché parlava in napoletano, il suo idioma materno. Ma in Friuli, lo stesso Friuli che da sempre difende il proprio dialetto e pretende che venga elevato a dignità di lingua, non tollera che altri italiani, provenienti dal sud con enorme sacrificio, usino il proprio dialetto.

Il maestro in questione aveva tutte le carte in regola: abilitato con specializzazione all’handicap e inserito negli elenchi del sostegno agli alunni disabili nelle graduatorie permanenti provinciali a esaurimento, in coda.
Forse è stata proprio quella “coda” ad avere disturbato qualcuno. Sul Messaggero Veneto si legge: Il fatto di essere una “coda”, come dicono in gergo gli stagionali, non è un dettaglio. Nel 2009 l’inserimento in coda di supplenti in arrivo da altre regioni ha fatto tremare i precari nordestini sui sorpassi e ribaltoni in graduatoria.
Ufficialmente è stato allontanato, dopo un’indagine ispettiva partita dal MIUR, perché invece di dire siediti, piccolo, usava la più colorita e simpatica espressione settati piccirì. Eppure questa ventata solare di allegria tutta napoletana non è piaciuta ai genitori del freddo nordest. O almeno questo è ciò che si dice. E l’allontanamento del docente non è cosa di poco conto: non potrà più essere assunto da nessuna graduatoria in cui è iscritto, nel pordenonese.

Ora, sono la prima a ritenere che agli allievi ci si debba rivolgere in italiano poiché proprio il patrio idioma permette di comunicare con tutti in ogni angolo d’Italia. D’altra parte, credo che anche il maestro in questione sia in grado di esprimersi in italiano, visto le abilitazioni e tutto il resto. Poi si parla di “altre mancanze” e sarei più disposta a valutare legittimo il licenziamento proprio sulla base di una palese incompatibilità ed incompetenza.
In un’Italia in cui tutti conoscono e cantano almeno una strofa di O’ sole mio, mi pare proprio impossibile licenziare un maestro solo perché parla in napoletano.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 13 MARZO 2010

C’è un seguito alla vicenda del maestro napoletano licenziato in Friuli, apparentemente perché si esprimeva con l’idioma campano rivolto ai bambini che seguiva nella veste di insegnante di sostegno.
Oggi sul Messaggero Veneto. it si legge:

«Gli abbiamo consigliato di fare punteggio fino a gennaio per avere un risultato professionale in graduatoria – hanno detto dalla cattedra del secondo circolo con la promessa dell’anonimato – e di andarsene da questa scuola. Niente da fare: dispiace perché è una brava persona. Non parla sempre l’italiano corrente. Buon rapporto con i bambini, ma se il maestro non ha un idioma corretto che docente è?».

Avesse parlato friulano? «La “marilenghe” è un’altra cosa – dicono le esperte di lingua -. Questo non appartiene alla nostra tradizione».

Il caso ha creato qualche imbarazzo. «Il sindacato deve fare qualcosa – hanno suggerito alcuni colleghi -. Lo hanno silurato con pregiudizio. Non hanno usato lo stesso metodo in Provincia, per scegliere l’insegnante nella trasmissione “Parlare italiano si può” dedicata agli stranieri immigrati e da alfabetizzare, su TelePordenone? Il primo candidato di grande professionalità aveva una inflessione sicula: è stato silurato».

Non voglio aggiungere altro, ma ai commentatori intervenuti finora su questo blog vorrei dire: e poi sono io ad avere i pregiudizi?!?

I GENITORI NON NASCONO SOTTO I CAVOLI


Lo so, è banale ma il detto “genitori non si nasce, si diventa” è sempre valido. Il mestiere del genitore è il più difficile al mondo e, nonostante ci si metta la più buona volontà, c’è sempre qualcosa che non va, un errore lo si commette sempre. E poi arrivano i sensi di colpa: avete presente quei macigni che pesano sul cuore, di cui è difficile liberarsi se non con una profonda riflessione su sé stessi, sul proprio cammino, mettendo sul piatto della bilancia i difetti ma anche i molti pregi che ogni genitore ha? C’è una parola magica che, in casi come questi, allontana per sempre i sensi di colpa: autostima. Che poi significa volersi un po’ più bene.

I genitori d’oggi sono spesso sotto accusa: non sanno educare i figli, concedono troppe libertà e infliggono poche punizioni, di contro sono sempre pronti a premiare anche quando i figli fanno solo il loro dovere. Li difendono sempre, specie quando a scuola sono un fallimento; in quel caso la colpa è degli insegnanti che non capiscono, non giustificano, non aiutano, sono solo pronti a mortificare i poveri e innocenti pargoli con dei votacci e delle note sul libretto. Quasi mai questi genitori si fanno un esame di coscienza. Giudicano, ma molto raramente gradiscono essere giudicati.

Capita, a volte, che ai colloqui arrivino delle madri o dei padri (più raramente) pronti ad affrontare il docente di turno armati di una corazza e pronti a sferrare il primo colpo. Spesso i professori non hanno nemmeno il tempo di difendersi perché i genitori attaccano, con la presunzione di essere dalla parte della ragione.
Eh sì, il mestiere più difficile al mondo, dopo quello del genitore, è quello dell’insegnante alle prese con i figli e, di conseguenza, i genitori altrui. In questa guerra bisogna armarsi di infinita pazienza, cercando di spiegare che la collaborazione scuola-famiglia non è un’utopia, può essere una realtà solo se ci fosse davvero uno sforzo da parte di entrambi per giungere all’unico obiettivo finale che sta a cuore a tutti e due: il benessere dell’allievo. Il che non vuol dire necessariamente che uno studente si debba per forza “trovare bene” a scuola: da questo punto di vista, se chiedessimo ai ragazzi come stanno a scuola, risponderebbero che l’unico momento in cui si trovano a proprio agio è quello dell’intervallo e l’unico luogo è la palestra.
Il vero obiettivo, invece, è quello di far star bene a scuola gli allievi perché possano trarre il maggior vantaggio possibile dal punto di vista emotivo per giungere ad un apprendimento ottimale.

Io personalmente non ho avuto grossi scontri con i genitori. Ricordo, però, quando all’inizio della carriera ero rimasta allibita di fronte ad un attacco in piena regola da parte di una collega nei confronti di un’altra collega, ognuna delle quali assumeva in quel contesto un ruolo diverso: una quello della madre, l’altra quello dell’insegnante. Non ricordo bene come siano arrivate agli insulti, ma ho ben impresso nella memoria l’attacco verbale della collega-madre nei confronti della collega-insegnante: “Che credibilità vuoi avere tu con quelle minigonne che mio figlio ti ha visto pure le mutande!”. Se consideriamo che sto parlando degli anni ’80, in effetti la situazione non era proprio normale. Voglio dire che oggigiorno si sente parlare di prof osé che con il loro abbigliamento turbano gli allievi nell’età dell’innocenza ( o almeno crediamo sia tale). È accaduto anche che qualche prof con pantaloni a vita bassa e perizoma ben in vista sia stata filmata dagli allievi e che il video poi sia stato scaricato su you tube. Ma negli anni ’80 queste cose non succedevano e devo dire che io stessa, nonostante la giovane età, andavo a scuola vestita come una suora.

Ho fatto cenno a quel lontano episodio solo per dimostrare che talvolta la peggior specie di genitore è proprio quella dell’insegnante-madre di un tuo allievo. Ma, a onor del vero, episodi del genere rimangono comunque isolati. La stima è, innanzitutto, la prerogativa da cui può originarsi un buon rapporto tra le due parti. È anche vero che la stima uno se la deve guadagnare e può avere un certo successo se assume un comportamento coerente con il suo ruolo e con il patto formativo che viene stretto tra insegnanti e allievi. Detto in soldoni: meglio evitare fregature.
Proprio per questo, qualche giorno fa mi sono ritenuta fortunata per avere avuto due incontri con dei genitori che hanno apertamente appoggiato il mio comportamento nei confronti dei loro figli, ritenendolo coerente: in un caso, avevo punito un allievo poco attento alle lezioni, nell’altro avevo reagito dimostrando rigore e serietà di fronte ad una palese violazione del regolamento. Ricevere le scuse dei genitori degli allievi in questione per il comportamento irrispettoso dei figli sarebbe già bastato a rendermi felice. Ma quello che mi ha dato più soddisfazione è stato un “grazie” sincero ed onesto da parte di persone che non solo hanno fiducia nel mio operato, ma sono pronte ad appoggiare ogni mia decisione, anche se “crudele”, nel momento in cui ci sia da parte loro la consapevolezza che ogni risoluzione è presa da me per il bene dei loro figli.
Si chiama semplicemente collaborazione “scuola-famiglia”, ma sembra quasi un miracolo.
È proprio vero che se genitori si diventa, qualche volta lo si nasce ma non sotto i cavoli!