1 marzo 2010

UN CAMPIONE CHIAMATO MASSIMO

Posted in affari miei, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , a 3:54 pm di marisamoles

Massimo a pochi giorni di vita

Oggi per me è un giorno speciale: vent’anni fa, infatti, è nato il mio secondogenito Massimo. Io e mio marito, ancora fidanzati, avevamo già stabilito che il nostro secondo figlio (in realtà, ne volevamo tre, ma poi abbiamo cambiato idea e, nonostante la desiderassimo, non siamo andati in cerca della femminuccia) si sarebbe chiamato Massimo. Forse presagivamo che per averlo ci saremmo dovuti impegnare al … massimo. Così ho deciso di raccontare non solo la sua nascita ma anche tutte le tribolazioni che hanno accompagnato la sua gestazione. Sì, perché se per il primogenito tutto era filato liscio, la gravidanza del secondo figlio è stata parecchio complessa.

Nonostante io e mio marito avessimo l’intenzione di dare presto un fratellino a Matteo, quando scoprii di essere di nuovo incinta, la notizia ci colse di sorpresa e, devo ammetterlo, ci creò un po’ d’angoscia. Avremmo preferito che passasse almeno ancora un anno, visto che Matteo aveva solo quattordici mesi, ed eravamo convinti che, dato che la prima gravidanza non era stata poi così tempestiva, anche il bis non sarebbe arrivato così facilmente. Mai fare questo tipo di ragionamenti; come disse il mio ginecologo, una volta che la strada è aperta …
Tenemmo segreta la notizia un po’ per non creare apprensione nei parenti, un po’ perché volevamo far loro una sorpresa annunciando l’arrivo del secondogenito in occasione del nostro anniversario di matrimonio: il 31 agosto. C’era da attendere solo un paio di mesi e sicuramente nessuno se ne sarebbe accordo dato che io allora ero magrissima (bei tempi!). Anche questo tipo di calcoli è meglio non farli mai: infatti, mentre eravamo a Trieste dai genitori, io ho avuto una minaccia d’aborto. La corsa in ospedale quella notte me la ricordo ancora; non solo, mentre mio marito come un pazzo correva in ospedale, lo stesso in cui sedici mesi prima era nato Matteo, non potevo fare a meno di pensare alla notte del 25 aprile di un anno prima e alla felicità provata allora. Piangevo, ma non per la commozione dettata dal ricordo, piangevo disperata e continuavo a ripetere a mio marito che se avessi perduto il bambino, avrei voluto subito ritentare di averne un altro.

I giorni passati in ospedale furono un incubo, per diversi motivi. Sentivo quasi una sorta di rancore nei confronti di quel bimbo che tenevo in grembo, la cui vita era appesa ad un filo, perché mi costringeva a restare lontana da suo fratello. In più, ogni giorno dovevo sopportare le lamentele delle donne che venivano ricoverate in day hospital per l’interruzione volontaria della gravidanza, qualcuna nemmeno alla prima esperienza del genere, mentre io lottavo per il mio bambino, anzi, il mio bambino da solo lottava per vivere perché io non potevo fare nulla e nemmeno i medici. La natura deve fare il suo corso, mi dicevano.

La situazione tornò sotto controllo in pochi giorni e potei finalmente tornare a casa … dei miei. Già, perché era impossibile tornare a Udine, nella mia casa, almeno fino alla visita di controllo fissata da lì ad un mese. Iniziò, così, il periodo di “cattività”: i miei mi aiutavano come potevano tenendomi il bambino, mio marito aveva ripreso il lavoro e lo vedevo solo il sabato e la domenica, Matteo non capiva perché non potessi tenerlo in braccio ma dovessi aspettare che qualcuno me lo adagiasse sulle ginocchia dopo essermi seduta in poltrona o sul divano. Pensando all’altra gravidanza, così tranquilla, così felice, mi sentivo semplicemente disperata.
Fortunatamente il medico al controllo mi rassicurò: la gestazione procedeva bene ma avrei dovuto restarmene almeno tre mesi a riposo. Gli avrei voluto urlare: come faccio a stare riposo se a casa ho un bambino di diciassette mesi? Ma me ne andai senza fiatare, angosciata da tutti i problemi che avrei dovuto affrontare una volta tornata a casa mia.

L’organizzazione, però, fu più semplice del previsto e i mesi successivi trascorsero abbastanza tranquilli. In fondo, potendo stare a casa dal lavoro, avevo l’indiscutibile vantaggio di godermi Matteo e di prepararmi con calma all’arrivo del nascituro, immaginando l’organizzazione migliore per la mia vita di mamma con due figli piccoli. A parte le visite ripetute e le infinite ecografie, me ne stavo ben lontana dagli ospedali. Credo di esserne diventata allergica in quell’occasione.
Approssimandosi la data del parto senza aver avuto particolari allarmi che potessero presagire un parto prematuro, mi sentivo sollevata. Ma l’attesa andò ben oltre la data presunta per la nascita del secondogenito: meno male che sembrava dovesse nascere in anticipo o addirittura non nascere. Il lunedì 26 febbraio 1990 mi recai in ospedale per il controllo, essendo scaduti i termini da un paio di giorni. Tutto sembrava tranquillo e il parto non pareva imminente, quindi mi rispedirono a casa. A questo punto devo fare una precisazione la cui importanza sarà fondamentale più avanti: l’ospedale infantile Burlo Garofalo di Trieste, che è anche una struttura altamente qualificata per la ricerca, ha due reparti maternità: quello ospedaliero, la cosiddetta “divisione”, e la clinica universitaria. In quest’ultima era nato Matteo ma, l’anno successivo, era stata chiusa a causa di alcune beghe legali. La riapertura era prevista per il 1 marzo 1990. Dovendo mio figlio nascere verso il 24 febbraio, mi ero rassegnata a recarmi nella divisione, dove tra l’altro ero stata ricoverata per la minaccia d’aborto. Ed ero davvero convinta di partorire là. Mai avrei pensato di “tener duro” fino alla data di riapertura della clinica.

Alle sei del mattino del 1 marzo fui svegliata da una contrazione molto forte. Purtroppo, avendole avute praticamente per tutto il corso della gravidanza, alle contrazioni non facevo proprio caso. Ma quella indubbiamente era un po’ più forte, anche se non così violenta come quella che aveva preannunciato il travaglio che avrebbe portato alla nascita del primogenito.
Mi alzai, controllai che Matteo dormisse tranquillo e mi recai in cucina. Naturalmente mi trovavo già a casa dei miei genitori a Trieste. E sì, anche questo figlio sarebbe stato “triestino”; questa volta, però, avrei preferito partorire a Udine ma ormai ero stata seguita per mesi dai medici del Burlo, quindi ero rassegnata a partorire là. Quando mi resi conto che la data segnata sul calendario era proprio il 1 marzo, mi tranquillizzai perché a quel punto pareva scontato che mio figlio nascesse nella clinica universitaria, nella stessa sala parto in cui Matteo aveva visto la luce ventidue mesi prima.
Verso le sette meno dieci telefonai a mio marito che era rimasto a Udine; gli dissi che qualcosa si stava muovendo, insomma il bambino sarebbe nato da lì a qualche ora. Lui rispose che si sarebbe organizzato e mi avrebbe raggiunto al più presto. Subito dopo chiamai l’ostetrica, la stessa che aveva fatto nascere Matteo, e le riferii che avevo il sentore che il travaglio fosse iniziato. Lei mi rassicurò che sarebbe venuta a darmi un’occhiata, senza fretta però.

Ricordo che tra una contrazione e l’altra facevo la spola tra la camera da letto dei miei, dove mia mamma teneva un mobiletto che sembrava dell’altezza giusta per farmi da supporto durante le contrazioni, e la cucina. Quando compresi, in breve tempo, che non riuscivo a tornare in cucina perché avevo nuovamente bisogno dell’appoggio del mobiletto, capii che il parto sarebbe avvenuto molto prima di quanto si potesse supporre. Dal momento in cui comunicai ai miei genitori questo fatto, in casa ci fu una grande concitazione: prepara la valigia, ritelefona al marito, richiama l’ostetrica, … mio padre dovette insistere per farla correre e quando arrivò, verso le sette e quaranta, non poté far altro che constatare che il bambino era pronto per nascere: si riusciva a vederne la testolina. A quel punto, nonostante al corso pre-parto avessero sconsigliato i parti in casa, decisi che non potevo aspettare oltre. D’altra parte l’ostetrica era accanto a me, che cosa poteva succedere? Ma lei, risoluta, si rifiutò di assistermi in casa, non senza un’adeguata organizzazione, e ordinò a mio padre di portarmi in ospedale. Lui rispose categoricamente di no: a quell’ora, quasi alle otto di mattina, con il traffico congestionato lui non si sarebbe mosso. Ricordo che li guardavo implorante: rivolgevo all’ostetrica sguardi supplichevoli perché mi facesse partorire là, poi, constatando che lei non avrebbe mai cambiato idea, guardavo mio padre perché si convincesse a portarmi in ospedale. Alla fine i due arrivarono ad un compromesso: avrebbero chiamato l’ambulanza.

La corsa in ambulanza fu indimenticabile: io distesa sul lettino, già in preda alla voglia di spingere, venivo redarguita ad ogni sguardo dall’ostetrica; quest’ultima continuava a ripetere “tieni duro, tieni duro”, come se fosse facile; l’infermiere presente si lasciò sfuggire un “che bello, non ho mai assistito ad un parto in ambulanza” ma fu subito messo a tacere dall’ostetrica con un “e nemmeno questa volta, perché la signora fa la brava e aspetta di arrivare in sala parto”. Avevo voglia di urlarle che il mio bambino voleva nascere e che non potevo impedirglielo. Ma poi, onde evitare qualsiasi problema, ubbidiente ho continuato a “tener duro”. La sirena mi stava assordando e implorai di spegnerla. Mi fu detto che non si poteva, altrimenti non saremmo arrivati in tempo. Non sapevo che ora fosse ma, visto che l’ostetrica ad un certo punto esclamò, con aria trionfante, “le otto! In tempo per partorire in clinica”, compresi che aveva atteso e indugiato proprio per farmi arrivare subito dopo la riapertura della clinica universitaria. La odiai.

Quando fummo in ospedale, invano tentarono di spostarmi dalla lettiga dell’ambulanza; a nulla servirono le rimostranze del personale che continuava a ripetere che non si poteva arrivare in reparto con quella e che avrei dovuto spostarmi su una in dotazione dell’ospedale. Alla fine cedettero. Ricordo ancora le male lingue delle puerpere o partorienti che, vedendomi arrivare di gran corsa, si lasciarono sfuggire un “come si fa ad arrivare all’ultimo momento!”. Avrei voluto rispondere “Chiedetelo all’ostetrica!”, ma non avevo fiato ed ero quasi in apnea a furia di trattenere le spinte.
In sala parto tutto era pronto. Più tardi seppi che erano stati avvertiti, altrimenti non sarebbero stati pronti per nulla visto che tecnicamente la clinica funzionava da appena cinque minuti dopo la chiusura di in anno. Quindi, fatti i calcoli, entrai in sala alle otto e cinque. Non riuscirono nemmeno a farmi indossare la camicia da notte, quella con cui avevo partorito Matteo, la stessa che mia madre aveva indossato quando aveva messo al mondo me. Non mi permisero neanche di sfilarmi i gambaletti e partorii con la maglia della tuta da ginnastica: per nulla romantico. Ma non m’importava niente di niente, nemmeno che alle mie spalle non ci fosse mio marito –questa volta non era arrivato in tempo – ma il ginecologo che non mi fu d’aiuto anche perché, già esperta, non ne avevo bisogno. Sapevo che la mia ostetrica non era presente; non essendo di turno non le avevano permesso né di assistermi né di entrare in sala parto. Protestai perché alla seconda spinta il bimbo non era nato e pretesi l’episiotomia. A nulla valsero le proteste dei medici, mi assecondarono. Ero allo stremo delle forze, anche se posso dire di non aver sofferto per niente, ma non ce la facevo più perché da oltre mezzora tenevo le spinte.

Massimo nacque alle otto e quindici: ero arrivata in ospedale dieci minuti prima. Un vero record. Ma il record dei record, per mio figlio, fu quello di essere il primo nato dopo la riapertura della clinica universitaria. Si meritò la prima pagina de Il Piccolo, il quotidiano di Trieste, e la locandina, in bella mostra in tutte le edicole, recitava “Fiocco azzurro alla clinica ostetrica rinata al Burlo”. Eh, già, avevo dimenticato che la nascita del mio bambino non sarebbe stata una festa solo per me. Dovetti tener lontana la giornalista -mi sentivo un mostro- che raccolse alcune notizie su di me e mio figlio e di noi scrisse: È maschio, si chiama Massimo e pesa 3 chili e 450 grammi. Non sarebbe probabilmente passato alla storia se la madre, signora Marisa, non avesse deciso di farlo nascere alla clinica ginecologica e ostetrica del ‘Burlo Garofalo’. Il giovane campione è dunque il primo nato nella struttura, riaperta ieri –l’articolo fu pubblicato ovviamente il 2 marzo- dopo un anno di ‘black out’. Non poteva essere più tempista –scherza il professor Gianfranco Scarselli, nuovo direttore della clinica- perché è nato un quarto d’ora dopo che si era ripresa l’attività, alle 8 e 15 di mattina.

Io guardavo il mio piccolo campione e non pensavo minimamente che sarebbe “passato alla storia”, non m’importava il suo tempismo, che poi era stato soprattutto il mio … fosse dipeso da lui, sarebbe nato mezzora prima! Guardavo il mio cucciolo con gli occhi lucidi ripensando alla minaccia d’aborto, alle sofferenze, più psicologiche che fisiche, alla natura che mi aveva fatto il regalo più bello, quello di farlo nascere. Guardavo Massimo, il suo faccino un po’ schiacciato dopo tutto quel tempo passato a spingere e a sentirsi respinto, il suo colorito leggermente bluastro per la sofferenza subita, per colpa di qualcuno che aveva deciso dovesse nascere nella clinica universitaria alla riapertura e non a casa. La sua determinazione mi colpì: aveva ingaggiato una dura lotta per nascere, avrebbe saputo affrontare sempre qualsiasi ostacolo. Lui era forte, molto più di me, e lo ha dimostrato, continua a dimostrarlo. Il mio amore di madre doveva, da quel momento, dividersi in due ma ciascuno dei due figli rappresentava e rappresenta per me una tappa importante della mia vita: Matteo, nato dopo un bel po’ di tentativi e per giunta in un giorno di festa; Massimo, un bimbo che avrebbe potuto non nascere mai. Lui era ed è il mio miracolo, o forse quello della natura che deve fare il suo corso. Forse, però, il miracolo vero l’ha compiuto Colui che sta molto più in alto di tutti noi, senza il quale il mio bambino ora non sarebbe un ventenne di un metro e novantatre … ma, nonostante tutto, lui rimarrà sempre il mio “cucciolo”.

Annunci

4 commenti »

  1. frz40 said,

    Auguri cari al campione Max, e un brava alla sua mamma.

    Mi piace

  2. marisamoles said,

    GRAZIE!!!!!!! da parte di entrambi, ovviamente.
    Bacio. 🙂

    Mi piace

  3. […] davvero rischiato di venire al mondo in ambulanza. Per chi non l’avesse letto, questo è il LINK del post. Like this:LikeBe the first to like this […]

    Mi piace

  4. […] è il 1° marzo 2013. Penso a ventitré anni fa e mi rendo conto che la mia vita non è proprio inutile. l’universo trova spazio dentro me e […]

    Mi piace


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo, Battipaglia Salerno

Consulenza Sostegno Diagnosi

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof (precaria) di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

Nonseinegato

Scuola, matematica... e altro

Non vado a scuola ma all'asilo

Pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di insulti...

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

LA SCUOLA DI SCRITTURA CREATIVA ONLINE - LABORATORI DIDATTICI E SEMINARI IN TUTTA ITALIA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Chiara Patruno - Psicologa

Psicologa Dinamica e Clinica presso l’ Universita’ La Sapienza di Roma, Facolta’ Medicina e Psicologia

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

occhioallapenna

Buongiorno e leggerezza!

penna bianca

appunti di viaggio & scritti di fortuna

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Il Blog di Raffaele Cozzolino

Pensieri, riflessioni, tecnologia, informatica

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

roceresale

faccio buchi nel ghiaccio

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Quarchedundepegi's Blog

Just another WordPress.com weblog

Ma che Bontà

Le ricette di Cle

Ecce Clelia

Storie e pensieri di una mente non proprio sana, messi in una bottiglia e lasciati andare verso ignoti ed ignari lettori, naufragati su questo sito.

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: