24 febbraio 2010

STUDENTI DEL SUD MENO PREPARATI: UNA TASK FORCE DI DOCENTI DAL NORD SAREBBE UN’IDEA

Posted in adolescenti, scuola tagged , , , , , , , a 4:25 pm di marisamoles

Sul quotidiano La Stampa, la giornalista Flavia Amabile relaziona sul rapporto che la Fondazione Agnelli presenterà oggi in merito allo stato di salute della scuola italiana. L’indagine si basa sui dati Ocse-Pisa che si riferiscono ai quindicenni italiani: al sud sono “indietro”, mediamente, di un anno e mezzo rispetto agli studenti del nord Italia. Un dato poco confortante, considerato che “rovinano” la media nazionale, anche se certamente non per colpa loro.

Un quindicenne su tre di quelli che ogni giorno entrano nelle classi dalla Campania alla Calabria, isole comprese, non raggiunge la soglia minima delle conoscenze definita a livello internazionale, spiega l’Amabile. Sembra che le cause siano legate al contesto: anche un “genio” che dovesse essere inserito in una scuola superiore meridionale, non avrebbe le stesse chance rispetto ai coetanei che frequentano le scuole al Nord. Secondo il rapporto, mentre chi frequenta gli istituti superiori in Italia meridionale è destinato ad essere uno studente mediocre, al nord accade il contrario: in qualsiasi scuola ci si iscriva, si otterranno dei risultati comunque buoni. Questo, ovviamente, nel complesso, perché non si può dire che al nord non ci siano dei casi clamorosi di insuccessi scolastici, anche per chi dimostra delle buone potenzialità.

Ci sono, inoltre, delle differenze tra le regioni per quanto riguarda il livello di spesa: Al Sud si è sempre al di sopra del 4% del Pil con una punta del 6% in Calabria. Al Nord, invece, (almeno nelle regioni a statuto ordinario) la quota di Pil destinata all’istruzione scolastica è sempre inferiore al 3% con il minimo di spesa in Lombardia (2,2%) e in Emilia Romagna (2,3%). E’ da queste differenze tra regioni che dovrà dipendere anche ogni decisione futura sul federalismo scolastico, ricorda il rapporto, scrive la giornalista de La Stampa. Quindi, più si spende meno si rende, per dirla in rima. Questo è dovuto anche al fatto che le regioni meno popolate hanno dei plessi di minori dimensioni, ma è d’obbligo osservare che al nord c’è un maggiore investimento nella scuola a tempo pieno, meno richiesta al sud dove le donne sono in percentuale meno occupate nel mondo del lavoro.

Insomma, secondo me bisognerebbe razionalizzare l’utilizzo delle già misere risorse, ma soprattutto investire nella qualità dell’insegnamento. È ovvio che se il livello di preparazione degli studenti del sud è mediocre, anche gli insegnanti, laureati magari con 110 e lode, non saranno preparati tanto quanto i docenti del nord. È un semplice ragionamento e spero che nessuno si offenda. A questo stato di cose, tuttavia, c’è un rimedio: perché non organizzare una task force di docenti specializzati del nord da mandare per qualche anno al sud perché affianchino i colleghi meridionali? In fondo, ci sono gli insegnanti che lavorano all’estero guadagnando un bel po’ di soldi in più e ottenendo dei privilegi anche a livello di pensionamento (almeno fino a qualche anno fa ogni anno all’estero era calcolato come un biennio ai fini pensionistici). Io credo che con una spesa comunque contenuta si potrebbero ottenere dei risultati e si risolverebbe il problema dei precari che occuperebbero, nel frattempo, le cattedre lasciate vacanti dai colleghi in missione speciale nel profondo sud.

A me sembra una bella idea. Purtroppo, però, più che un’idea è un sogno ad occhi aperti.

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13 commenti »

  1. frz40 said,

    Orde di Insegnanti verso ill Sud pagati come se fossero all’estero ?

    Da un la to mi vien da ridere. Dall’altro forse “come” sarebbe troppo poco.

    No. o di ricette ne vedo una sola: la serietà e la meritocrazia. Bocciare quando bisogna bocciare e premiare i migliori studenti e i migliori insegnanti. Ma anche sostituire quelli che non sanno insegnare.

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  2. Luka said,

    Ma piu’ della metà dei professori operanti nel nord Italia non vengono dal meridione??? Il solito antimeridionalismo…Venite venite a salvarci prof settentrionali e virtuosi questa è la vostra prossima missione per civilizzarci!! …Patetici…

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  3. marisamoles said,

    @ frz

    Sostituire quelli che non sanno insegnare è pura utopia. 😦

    @ Luka

    Mi aspettavo un commento come questo. La mia voleva essere una provocazione: non s’era capito?
    Non voglio puntare il dito contro gli insegnanti meridionali (la mia origine, infatti, è del sud al 100%, anche se sono sempre vissuta al nord), ma se i dati sono questi, evidentemente bisogna correre ai ripari.
    Che il 50% dei docenti che insegnano al nord siano meridionali non lo so, ma so che comunque qui hanno tutti gli stumenti per operare al meglio, a partire dal contesto sociale. E’ per questo che credo sia necessario un supporto per gli insegnanti che al sud devono operare in mezzo a mille difficoltà, qualunque esso sia.

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  4. frz40 said,

    e allora lasciamoli tutti lì a far danni

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  5. martinoaiello said,

    Ciao
    era da un po’ che non ti facevo visita!! Credo che la mia esperienza possa essere interessante. Mi sono diplomato in un liceo classico calabrese ed ora studio medicina a Firenze, per cui mi confronto ogni giorno con ragazzi “del nord” avendo avuto una preparazione “al sud”.

    Di certo non ho i mezzi per fare un paragone sulla “media” della preparazione tra i miei colleghi e i vecchi compagni di classe, però sono in grado di dare un dato oggettivo: al sud il numero delle votazioni eccelse (i 100/100 al diploma) è molto ma molto più alto. Si pensi che in un liceo frequentato da amici in calabria in una classe di diciassette ragazzi ci sono stati ben sei ragazzi diplomati con 100. Nella mia classe due con 100 e lode e fummo in due a diplomarci con 100. Sono molti di meno i ragazzi del nord a diplomarsi con voti così alti. E questo purtroppo non corrisponde affatto una maggiore preparazione.
    Ricordo di discussioni deliranti di un mio docente che accusava i genitori e la società per il fatto che dalle scuole uscissero troppi “100” e pochi bocciati, senza fare caso al fatto che la responsabilità fosse sua e delle sue colleghe. Ma forse non aveva tutti i torti la mia prof. dato che si tende sempre a confermare le convenzioni..
    Non sbagliavi quando facevi riferimento al contesto. La distribuzione della popolazione al sud tende a creare comunità molto isolate e poi le questioni storiche di arretratezza culturale non sono mai da dimenticare quando si parla di sud.
    Ad ogni modo anziché creare delle “task force” (che non è detto siano più preparate culturalmente) che possano salvare la scuola del sud ho sempre pensato che avrebbe fatto molto bene ai miei docenti contaminarsi e conoscere il modo di insegnare nel resto d’Italia (dato che alcune in trent’anni di carriera avevano insegnato soltanto nel mio liceo!!) per condividere esperienze ed arricchirsi.
    Dei gemellaggi semestrali sarebbero incredibilmente fruttiferi a mio avviso: ovvero scambi di uno o due docenti per corso, con docenti calabresi ed emiliani che si scambino le realtà di insegnamento.
    E non mi dite che ci sarebbero problemi di spostamento perché attraverso la rete si potrebbero fare videoconferenze a costo zero.
    Comunque attenti a generalizzare: sia al nord che al sud ci sono docenti preparatissimi che non rappresentano delle “mosche bianche”.

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  6. marisamoles said,

    @ Martino

    Innanzitutto bentornato! Dopo il commento risentito di un collega, mi fa piacere ricevere quello pacato di uno studente che descrive con grande obiettività la situazione delle scuole del sud.
    Lungi da me fare di tutta l’erba un fascio; io, comunque, non pensavo alla preparazione culturale degli insegnanti meridionali (l’esperienza, infatti, con il tempo colma le lacune relative ai contenuti), quanto alle strategie didattiche che forse al sud non sono le migliori.
    Ho pensato, provocatoriamente, ad una task force non per sostituire i docenti ma per affiancarli e aiutarli ad elaborare delle strategie mirate al miglioramento della qualità dell’insegnamento e, di conseguenza, dell’apprendimento. In altre parole, uno scambio di esperienze che, come noti anche tu, sarebbe fruttuoso.
    C’è on line una raccolta di pratiche didattiche (si chiama GOLD), che promuove la trasferibilità e la trasparenza delle esperienze che i docenti fanno nelle proprie scuole. La maggior parte delle best practice provengono dal nord, specie dal triveneto, mentre le scuole del sud sono in minoranza. Questo a me pare un segnale eloquente.
    Quando, tempo fa, il ministro Gelmini parlava di istituire dei corsi di formazione per i prof del meridione, si è gridato allo scandalo. Ma non aveva tutti i torti, secondo me. C’è ancora qualche tabù da superare ma forse le nuove generazioni dimostreranno una maggiore apertura. Speriamo!

    A presto. 🙂

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  7. Francesco said,

    Scusate, vorrei internvenire ed esporre il mio punto di vista.

    Credo che sarebbe ipocrita non denunciare che negli scritti precedenti si cela una buona dose di antimeridionalismo…
    Ciò che mi premeva dire era fondamentalmente che:

    Nelle scuole del centro-nord i prof. sono in gran parte del sud e questo penso contribuisca in qualche modo alla qualità, presunta migliore, delle scuole centro-settentrionali… questo è un fatto!

    Facendo una breve digressione, nelle università più “prestigiose” (ed il riferimento è piuttosto storico che pratico) del nord – io ho studiato a Pisa ma a Bologna, Milano, Torino o altrove è lo stesso….. – c’è un’ampissima percentuale di studenti del sud che riesce negli studi molto proficuamente e molto spesso – in percentuale – meglio dei “padroni di casa”. Questo forse è un sintomo di come non sia così malandata la scuola meridionale…. questo è un fatto!

    Inoltre bisognerebbe dire, tornando sulla preparazione e sulla professionalità (o meglio sulla capacità professionale) che sono tantissimi i meridionali che rivestono cariche di alta professionalità, dirigenza in aziende pubbliche e private e svolgono ruoli di responsabilità nel nord…… questo è un fatto!

    Inoltre, spesso si parla dei meridionali che svolgono un ruolo nella P.A. sia al nord che al sud o centro…. ci si dimentica sempre di dire che a questi ruoli si accede tramite concorsi nazionali e se i poveri nordici non riescono provino a prepararsi meglio (visto che si è tutti esaminate dalle stesse commissioni)….. questo è un fatto!

    In conclusione vorrei esternarvi che a mio modo di vedere, il problema è che la scuola pubblica in generale non ha mai fornito degli strumenti di formazione ed educazione pedagogica appropriata ai propri docenti che non possiedono altro che una “umilissima” laurea che da sola non può ritenersi idonea a certificare competenza e professionalità di un insegnante.
    Queste dovrebbero essere il frutto, sicuramente di esperienza ma anche di formazione e sopratutto di controllo da parte dei dirigenti scolastici (che purtroppo sono tutt’oggi docenti…), che dovrebbero essere appositamente qualificati, inquadrati e messi in condizione di rimuovere o adeguare alle esigenze dell’istituto la docenza che sia manifestamente inadeguata o disallineata rispetto a parametri generali nazionali di riferimento.

    Cari saluti.

    (Chi vi scrive è un piemontese di orgine pugliese)

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  8. marisamoles said,

    @ Francesco

    Condivido in gran parte le tue osservazioni, anche se, per esperienza personale, non direi che gran parte dei docenti che insegnano al nord sono del sud. Fra i miei colleghi di ieri e di oggi sono sempre stati una minoranza, se escludiamo quelli che hanno origini meridionali, come me del resto, ma che non sono mai vissuti al sud.
    Inoltre, vorrei puntualizzare che non è la laurea che fa il docente (almeno fino ad ora, visto che i nuovi arruolamenti saranno basati su una laurea abilitante), ma i concorsi. Io ne ho fatti tre, ad esempio, e non ho dovuto dimostrare solo di essere preparata nelle mie materie ma anche in psicologia e nella didattica. Tuttavia, ammetto che la preparazione di un insegnante appena abilitato è alquanto lacunosa. Insomma, è la pratica, supportata comunque da una buona base culturale, che porta un docente ad essere non solo bravo ma efficace. A ciò si aggiunga anche la formazione, l’aggiornamento e l’autoaggiornamento e, per i più volenterosi, la sperimentazione e la ricerca.

    Venendo al nodo della questione, io non trovo che le osservazioni fatte finora siano antimeridionali. C’è stata un’indagine, sono stati resi pubblici dei risultati, sono state tratte delle conclusioni e, di fronte all’evidenza, non si può negare il problema. Che non è quello dei professori meridionali tout court, ma dei docenti che si sono laureati al sud e sono rimasti là. E se la scuola italiana funziona meglio al nord, dove comunque ci sono molti insegnanti meridionali che hanno studiato al sud, è evidente che il problema è, in generale, non dei docenti meridionali ma delle scuole meridionali.
    Uno scambio, come propone Martino, mi sembra un’idea saggia. Io ho ironizzato sulla task force di insegnanti in missione, ma molto seriamente sarei a favore di scambi che permettano ai docenti di fare dei confronti con realtà diverse. Allo stesso modo, se fosse possibile, manderei alcuni docenti nelle scuole europee che funzionano meglio per osservare da vicino l’organizzazione e i risultati. Ma per questo ci vogliono dei soldi che il nostro ministero non è disposto a spendere.

    Disponibilità di fondi a parte, ci vorrebbe, in definitiva, un’apertura, anche mentale, che gli Italiani, non solo quelli del sud, non hanno, specie quando devono o vogliono difendere il proprio “orticello”.

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  9. Francesco said,

    Ti ringrazio per la risposta.

    Non mi riferivo alla citazione dell’articolo… che ritengo sociologicamente interessante ma oltre la statistica c”è la realta che rende il cittadino italiano sempre più pavido nel confrontarsi in modo impari con l’amministrazione pubblica che sia la scuola o altro (anche se forse ultimamente alcune riforme stanno cambiando un approccio oramai secolarizzato).

    Il problema della scuola pubblica italiana è come la si continua a concepire…
    servirebbe un buon vento di rinnovamento che soffi anzitutto (e forse più intensamente al sud) su un’amministrazione stravaccata, autoreferenziale e sempre pronta a coprire le proprie inefficenze (come daltronde accade per la sanità….) e a lamentarsi dei tagli di questo o di quel governo.

    Secondo me bisognerebbe attingere molto dalla scuola privata, purtroppo riservata solo a quei pochi fortunati che possono permetterselo…. e che riescono ad essere esonerati dal sopportare strutture e docenti il più delle volte inadeguati culturalmente e professionalmente (e talvolta mentalmente…).

    Il problema di questo paese non è la geografia ma l’amministrazione pubblica che è oscura e da sempre considerata un ammortizzatore sociale senza che alcun organo sia veramente (e non già potenzialmente) preposto al controllo degli enti e delle persone.

    La verità è che a differenza di un privato o un libero professionista (come me) che deve lavorare e al meglio altrimenti non mangia, un medico o un insegnante che lavorano nel pubblico possono tranquillamente bivaccare nella loro ingoranza e inadeguatezza, tanto sia a Bari che Novara paga “pantalone”.

    Si inizi a licenziare chi non produce anche nella P.A. che sia meridionale, settentrionale o marocchino ed è garantito che in un sistema realmente meritocratico dove si premiano i risultati e la produttività, le statistiche e sopratutto la qualità dei servizi offerti non potranno che cambiare…

    (Io ho frequentato il liceo classico fra veneto e marche e tutta questa differenza non l’ho trovata… ma è solo una esperienza personalissima)

    Saluti.

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  10. marisamoles said,

    @ Francesco

    Grazie a te per gli interventi.
    Sono perlopiù d’accordo con te che la scuola debba avere un’organizzazione diversa e che, come per tutti i dipendenti della P.A., debba esserci la possibilità di allontanare i docenti meno efficienti, magari non licenziarli (a tutti dev’essere offerta una seconda possibilità in mancanza di “danni gravi”) ma usando la mobilità.

    Non condivido, invece, il tuo ragionamento per quanto riguarda le scuole private. Apparentemente si può pensare che, con le rette che si devono pagare, venga offerto un servizio migliore, ma non è così. Per la scuola vale la regola “uno paga e dev’essere promosso”, indipendentemente dalle capacità dimostrate, dal livello raggiunto e dalla qualità dell’insegnamento ricevuto. Per quanto ne so, nelle scuole private insegnano anche docenti non laureati e la preparazione degli allievi è assolutamente inadeguata. Mi è capitato di vedermi arrivare in quinta dei ragazzi provenienti da scuole private che hanno permesso loro di recuperare gli anni persi, per nulla preparati e spaventati dall’idea di sostenere l’Esame di Stato senza “aiuti”. Sì, perché se uno resta negli istituti privati fino alla quinta, poi viene inviato a fare l’esame (pagando un “supplemento”!) nelle scuole in cui la commissione sia disposta a chiudere un occhio, anzi tutti e due. So di gente che dal Triveneto va a fare l’esame di maturità nel Salernitano ed ottiene dei voti alti cui non potrebbe aspirare sostenendo l’esame al nord.
    No, decisamente non è questo il modello da seguire.

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  11. Sono una docente del Sud… Lavoro in una scuola del sud nella quale i risultati rilevati periodicamente dall’INVALSI si attestano pienamente nel range nazionale. Ritengo che le analisi massimaliste promosse dalla stampa (in minuscolo poichè la categoria è generalizzata) abbiano fatto il loro tempo e non giovino a nessuno.
    Come avverte il rapporto «un quadro così articolato richiede un serio sforzo analitico per essere compreso in tutte le sue sfumature, e certamente mal si adatta a una cornice politica smaniosa di creare rappresentazioni duali».
    La realtà italiana si presenta con una mappa a macchia di leopardo che andrebbe attentamente analizzata, rilevando le caratteristiche di contesto che accomunano talune aree del Sud Italia a zone del decantato Veneto (ad es.) dove …. i risultati non appaiono poi così rassicuranti.
    Un dato che conferma la complessità dei fenomeni è ancora riportato nell’articolo citato “Gli studenti italiani delle superiori sono fra i pochi al mondo ad avere preparazioni molto diverse semplicemente per aver frequentato una scuola piuttosto che un’altra. E si parla di divari fra istituti pubblici, non privati. Le cause – sottolinea il rapporto – sono per il 15% legate alle differenze tra regioni, e per il 37% a differenze tra scuole in una stessa regione. ” Sono questi i temi che dovrebbero appassionare la comunità professionale (tutta), cronicamente afflitta dalla sudditanza al luogo comune dominante.
    Aspettando Garibaldi, Flora

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  12. marisamoles said,

    @ Flora Mottola

    Come ho detto più volte, non si può né si deve fare di tutta l’erba un fascio. Sono d’accordo sul fatto che la realtà italiana sia variegata (l’ho detto più volte anche commentando altri post) e che spesso ci sono delle differenze enormi tra scuole della stessa regione così come, nell’ambito del II grado, moltissime sono le diversità tra i vari tipi di scuola. Quello che mi preoccupa, però, è la preparazione che i ragazzi ottengono nella scuola di I grado; insegnando in un liceo posso affermare che arrivano in prima di gran lunga più ignoranti che dieci anni fa.

    Se ti può interessare, leggi questo articolo sul progetto meritocratico elaborato dal ministero. Sui test InValsi, concordo con il professor Giorgio Israel che esprime molti dubbi in proposito.

    Aspettiamo il 17 marzo e festeggiamo tutti insieme! 🙂

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  13. 1. La struttura del ragionamento è debole :
    se le rilevazioni periodiche vengono utilizzate a sostegno della tesi che al Nord le cose vanno meglio, non possono poi essere piu’ approfonditamente sottoposte a vaglio e messe in discussione, quando si avanzano nuovi elementi di analisi.

    2. E’ annosa quaestio che il docente della “media” lamenti le condizioni degli alunni che arrivano dalle elementari, il docente del liceo dia la responsabilità ai colleghi delle medie, i docenti universitari a quelli delle superiori … e via andare!

    E se il problema fosse COME, COSA e PERCHE’ insegnare ? E se il problema fosse che lavoriamo (molti) con metodologie e “testa” prebellica, mentre intorno la realtà muta vorticosamente ?

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