9 febbraio 2010

ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

Posted in Dante, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , , , , a 6:51 pm di marisamoles

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

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5 commenti »

  1. […] L’ULTIMA “PAGINA D’EPICA” LA PUOI LEGGERE QUI. […]

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  2. […] hanno nuovamente ispirato gli studiosi di archeologia, portandoli sulle tracce del re d’Itaca, Ulisse. Costui, come si sa, era nemico giurato dei Troiani e si rivelò il solutore della guerra […]

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  3. marisamoles said,

    L’ha ribloggato su Marisa Moles's Webloge ha commentato:

    C’è forse eroe più amato di Ulisse? Fin dai tempi delle elementari, ognuno di noi lo ha ammirato. Ne abbiamo apprezzato le molteplici doti … eppure c’è un aspetto che, almeno per quel che riguarda le memorie scolastiche, non è mai stato messo in luce a dovere. Volete scoprire qual è?

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  4. TADS said,

    complimenti vivissimi per la professionalità,
    penso tu sia una eccellente prof

    concedimi una parentesi ilare, anche gli autori del brano: “il cuore è uno zingaro”, vincitore di un festival, si sono ispirati a Ulisse, sicuramente il nomade più famoso della storia, dell’umanità.

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  5. marisamoles said,

    @ TADS

    Grazie mille, sei troppo buono …
    Non avevo mai collegato la canzone di Nada ad Ulisse. Ora che ci penso, hai proprio ragione!

    Mi piace


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