29 gennaio 2010

MATURITÀ 2010: LE MATERIE DELLA SECONDA PROVA SCRITTA

Posted in Esame di Stato, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , a 11:43 pm di marisamoles

Il MIUR ha reso noto l’elenco delle materie oggetto della seconda prova scritta dell’Esame di Stato 2010.
L’ha comunicato il ministro Mariastella Gelmini attraverso il proprio canale YOUTUBE, utilizzando per la seconda volta uno strumento vicino ai giovani d’oggi.
Ecco il VIDEO:

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SALVATORE CRISAFULLI: EUTANASIA IN BELGIO

Posted in Eluana Englaro, eutanasia tagged , , , , , , a 2:14 pm di marisamoles

Poco meno di un anno fa a Udine, nella casa di riposo “La Quiete”, moriva Eluana Englaro. Poco meno di un anno fa Pietro Crisafulli faceva pubblicare sul sito di Tg.com una lettera in cui accusava Beppino Englaro di aver mentito sulla volontà di Eluana: non era vero, avrebbe confessato Englaro a Crisafulli, che la figlia aveva espresso la volontà di morire qualora si fosse trovata in coma vegetativo irreversibile.
Allora avevo pubblicato un post in cui esprimevo il mio disappunto sulla decisione, presa da Pietro Crisafulli, di rendere nota una presunta confidenza del padre di Eluana, proprio nei giorni in cui la sentenza della Cassazione ,che prevedeva l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione alla povera ragazza, in quello stato da 17 anni, trovava la sua esecuzione.

Il mio articolo aveva scatenato una serie di commenti contro il parere da me espresso. Chi voleva che Eluana rimanesse in “vita” e chiamava Beppino “assassino”, prendeva come esempio di abnegazione proprio Pietro Crisafulli che aveva accudito suo fratello Salvatore, in coma vegetativo a sua volta, senza mai perdere la speranza di un risveglio. Di contro, altri commentatori condividevano la mia opinione mettendo in risalto quanto fosse discutibile il risultato di un’indagine, curata da Crisafulli, sulla volontà delle persone, che si trovavano in una situazione simile a quella di Eluana, di continuare a vivere anche in quello stato.

Riprendo a parlare di Crisafulli, dopo lungo silenzio, in quanto è recente la notizia secondo la quale Salvatore sia ormai avviato verso morte certa, attraverso un’iniezione letale. In altre parole: eutanasia. Quella stessa eutanasia così fieramente avversata da Pietro Crisafulli e dai suoi sostenitori solo fino a un anno fa. Cos’è che gli ha fatto cambiare idea?

A Mattino 5 Pietro ha confessato d aver preso questa decisone in quanto la sua famiglia sarebbe stata abbandonata dallo Stato, dalla Chiesa e dalle Istituzioni. La situazione in casa Crisafulli è, infatti, molto critica specie dopo che Marcello, fratello maggiore, è in gravissime condizioni a seguito di un incidente e la madre, ormai anziana, non è in grado di seguire due figli immobili in un letto. Vale la pena ricordare che Salvatore, in coma dal 2003, si era risvegliato nel 2005 senza, tuttavia, poter riprendere una vita autonoma, essendo tutt’oggi a letto immobilizzato.

L’eutanasia, come si sa, in Italia è un reato. Inevitabile, quindi, la decisione di portare Salvatore in Belgio. Ormai il trasferimento è vicino e non è escluso che si scelga proprio il 9 febbraio, data in cui ricorre il primo anniversario della morte di Eluana, per l’iniezione letale. Una chiara provocazione, forse nella speranza che lo Stato italiano intervenga a bloccare la realizzazione del progetto.
Nonostante gli aiuti che ora sembrano piovere da ogni parte – Stato e Chiesa compresi – pare che la decisone presa dalla famiglia Crisafulli sia irrevocabile.

Ora, di fronte a questa tristissima notizia che merita tutta l’umana comprensione, io mi chiedo: perché accusare di omicidio Englaro che non aveva fatto altro che applicare una sentenza della Cassazione che gli aveva dato ragione, seppur dopo un bel po’ di anni? Almeno lui ha voluto che la Legge avvallasse la sua richiesta. Perché propendere per l’eutanasia, illegale in Italia, invece di affrontare un iter legale che, grazie al precedente che si è creato con il caso Englaro, sarebbe forse più semplice e meno lungo? Qual è la differenza tra l’ “omicidio” commesso da Beppino (non è una mia valutazione bensì quella di Crisafulli) e l’eutanasia che sempre omicidio è seppur legale in Belgio?

Probabilmente Pietro si aspettava queste domande. Tant’è che ha precisato: È vero lo aiutiamo a morire, ma non è una morte come quella di Terry Schiavo o di Eluana Englaro, ma è una iniezione che gli fanno e che lo addormenta, e così possiamo trovare pace, io, i miei figli e tutti. Ma se è vero che Salvatore si è svegliato dal coma, un minimo di coscienza dovrebbe averla. Non è nemmeno paragonabile al caso di Terry Schiavo e di Eluana Englaro. E perché mai Pietro va cercando un po’ di pace per sé, per il fratello e per tutti i suoi e ritiene ciò sacrosanto, mentre la ricerca della stessa pace non era, secondo lui, legittima per Englaro, accusato di essere insensibile, egoista, bugiardo, inumano …. chi più ne ha, più ne metta?
Pur rispettando il dolore della familgia Crisafulli, così come ho rispettato quello della famiglia Englaro, a me sembra che queste ultime affermazioni, quel patetico tentativo di creare un distinguo tra questo caso e i precedenti, siano solo un modo per lavarsi la coscienza.

Condivido la speranza del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella che, riguardo a questa vicenda, ha osservato: anche se in queste condizioni sono comprensibili anche momenti di disperazione e decisioni che ci auguriamo siano solo frutto di un momento di sconforto.

[fonte: quotidianonet.sole24ore.com]

AGGIORNAMENTO del 30 GENNAIO 2010

A proposito della decisione – o è solo una minaccia? – annunciata da Pietro Crisafulli di portare in Belgio suo fratello Salvatore per l’eutanasia, nonostante l’uomo sia vigile ed uscito dallo stato di coma vegetativo permanente ormai da cinque anni, leggo sul sito salvatorecrisafulli.blog.kataweb.it , questa testimonianza:

[…] Non si possono far morire persone così, afferma Pietro Crisafulli, nell’anima hanno la stessa nostra vita, anche se sono imprigionati nel proprio corpo. Inoltre nessuno ha stabilito con esattezza l’irreversibilità nei casi di coma vegetativo. Per questo morti come quelle di Eluana ci lasciano senza fiato. Anche perché le sue condizioni erano assimilabili a quelle di Salvatore. Il 9 febbraio per noi è un giorno di lutto prosegue Pietro – quando ci hanno comunicato la morte di Eluana, io mi sono messo a piangere, mentre Salvatore, che aveva sentito la notizia dai telegiornali, urlava fortissimo. Si rende perfettamente conto del mondo che lo circonda. […]

Il post è datato 9 marzo 2009. Pietro afferma a chiare lettere che “non si possono far morire persone così”, riferendosi ad Eluana Englaro, e assicura che suo fratello, in visita a Paluzza sulla tomba della giovane friulana, “si rende perfettamente conto del mondo che lo circonda”.

Leggere queste righe mi fa accapponare la pelle: se Pietro è così sicuro che suo fratello si renda perfettamente conto del mondo che lo circonda, come si fa a pensare all’eutanasia? Posso supporre che sia Salvatore stesso a reclamare il suo diritto alla morte. Ma un altro testo mi spinge a rifiutare questa congettura. Sul sito salvatorecrisafulli.it (LINK ) leggo:

Dal mio letto di quasi resuscitato alla vita cerco anch’io di dare un piccolo contributo al dibattito sull’eutanasia.
Il mio è il pensiero semplice di chi ha sperimentato indicibili sofferenze fisiche e psicologiche, di chi è arrivato a sfiorare il baratro oltre la vita ma era ancora vivo, di chi è stato lungamente giudicato dalla scienza di mezza Europa un vegetale senza possibile ritorno tra gli uomini e invece sentiva irresistibile il desiderio di comunicare a tutti la propria voglia di vivere.
Durante quegli interminabili due anni di prigionia nel mio corpo intubato e senza nervi, ero io il muto o eravate voi, uomini troppo sapienti e sani, i sordi? Ringrazio i miei cari che, soli contro tutti, non si sono mai stancati di tenere accesa la fiammella della comunicazione con questo mio corpo martoriato e con questo mio cuore affranto, ma soprattutto con questa mia anima rimasta leggera, intatta e vitale come me la diede Iddio.
Ringrazio chi, anche durante la mia “vita vegetale”, mi parlava come uomo, mi confortava come amico, mi amava come figlio, come fratello, come padre. Ma cos’è l’eutanasia, questa morte brutta, terribile, cattiva e innaturale mascherata di bontà e imbellettata col cerone di una falsa bellezza?
Dove sarebbe finita l’umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d’occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità?
E invece tu, caro Pietro, sfidavi la scienza e la statistica dei grandi numeri e ti svenavi nel girovagare con me in camper per ospedali e ambulatori lontani. E urlavi in TV minacce e improperi contro la generale indifferenza per il mio stato d’abbandono
. […]
Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza.
Credetemi, la vita è degna d’essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato.
Intorno a me, sul mio personale monte Calvario, è sempre riunita la mia piccola chiesa domestica
. […]

Questa la testimonianza di Salvatore tornato alla vita dopo due anni di coma. Questa la voce di un uomo che grida contro la crudeltà dell’eutanasia e ringrazia i suoi cari per aver sempre sperato e creduto in un suo recupero, per averlo accudito amorevolmente. Quel suo “la vita è degna di essere vissuta sempre…” stride, però, con l’annunciato viaggio della morte.

Quali parole avrà ora Salvatore per suo fratello e per la famiglia? Dopo aver letto quest’inno alla vita mi è difficile credere che possa ringraziare ancora quella sua piccola chiesa domestica che ha deciso la sua morte.

27 gennaio 2010

PORDENONE: VIETATO BACIARSI A SCUOLA

Posted in adolescenti, amore, legalità, scuola, voto di condotta tagged , , , , , , , , a 5:10 pm di marisamoles

In questi giorni qui nel nord-est d’Italia il clima è piuttosto rigido. Cosa c’è di meglio di un affettuoso abbraccio o di un bacio fra innamorati per scaldarsi un po’? Nulla, ma a scuola non si può.
Il Dirigente Scolastico dell’Istituto Tecnico Commerciale “Mattiussi” di Pordenone, Vinicio Grimaldi, ha, infatti, vietato baci ed effusioni tra studenti nei locali della scuola. Gli insegnanti, di conseguenza, hanno l’obbligo di vigilare sul rispetto del divieto e sul comportamento corretto dei ragazzi. È una questione di buon gusto, innanzitutto, nonché di buona educazione. Le sanzioni previste, a seconda della gravità, possono includere anche la sospensione. E di questi tempi, con il nuovo regolamento sul comportamento degli studenti emanato dal ministro Gelmini, non c’è da scherzare: con il 5 in condotta si perde l’anno, anche se il profitto è positivo. Insomma, meglio rigar dritto e, oltre ad evitare le effusioni, gli studenti dovranno rinunciare alle sigarette, visto che non si può fumare nemmeno in cortile, dovranno prestare attenzione al linguaggio, evitando parolacce e bestemmie, nonché astenersi da qualsiasi atto di bullismo.

Il Dirigente precisa che non ci sono stati fatti specifici che ci hanno indotto a far seguire alla lettera il regolamento che già esiste, ma la volontà di chiarire alcuni atteggiamenti che devono essere in linea con un comportamento decoroso. In questo senso ritengo che all’interno della scuola il bacio tra studenti nei corridoi non può essere considerato un fatto normale. Come dargli torto?

Ricordo che ai tempi in cui frequentavo il liceo, le coppie di innamorati, se osavano tenersi per mano durante l’intervallo, si staccavano con grande sollecitudine non appena vedevano, anche da lontano, arrivare un professore. Scambiarsi dei baci, poi, era semplicemente impensabile. Quando ripenso ai “miei tempi”, lo confesso, mi sento mille anni luce lontana dai giovani d’oggi. Ogni volta che nei corridoi incrocio qualche coppietta, o faccio finta di niente o tutt’al più mi schiarisco la voce per farmi notare. Vorrei essere capace di sbraitare che queste cose non si fanno, che le andassero a fare a casa loro … non ne sono capace. In fondo le cosiddette “effusioni”, quando non oltrepassano il limite della decenza, ovviamente, fanno tenerezza. Se d’istinto provocano in me una reazione di disappunto, alla fine mi rendo conto che disappunto non è, è proprio invidia. C’è qualcuno che, arrivato alla mia età, non proverebbe un po’ d’invidia nei confronti di questi quindicenni in preda alla tempesta ormonale tipica della loro età? Poi però subentra in me la coscienza del mio ruolo istituzionale e faccio violenza alla parte sentimentale di me che vorrebbe lasciarli teneramente abbracciati. I baci, no, però. Quelli danno fastidio anche a me.

Sulle parolacce, bestemmie, bullismo e altro sono completamente d’accordo con il preside Grimaldi. Gli innamorati mi fanno tenerezza ma i maleducati vorrei prenderli a schiaffi. In quei frangenti non faccio finta di niente e li rimprovero aspramente ma, se non sono allievi miei, l’unico risultato che ottengo è uno sguardo fulminante che sottintende “Che ca**o vuoi? Fatti gli affari tuoi che non sei neanche una mia prof”. Allora mi sento impotente perché, al di là delle circolari che, una volta lette, vengono cestinate e di certo non s’imparano a memoria, ci vorrebbe più severità e soprattutto una comunione d’intenti: preside e insegnanti tutti pronti a vigilare, davvero, sugli studenti e a punire le trasgressioni. Ma senza dire “se ti vedo (o ti sento) la prossima volta …”, perché i ragazzi fanno presto a capire che ogni volta sarà la prossima e non succederà mai niente.
Quanto al fumo, da fumatrice mi fa comodo poter fumare almeno negli spazi aperti ma, se dovesse uscire nella mia scuola una circolare che imponesse il divieto di fumo anche all’aperto, mi adatterei. In fondo, ho rinunciato a fumare al ristorante o al bar e posso stare tre ore in classe senza accendere la sigaretta. Che problema c’è?

In conclusione, sono favorevole alla presa di posizione del Dirigente del “Mattiussi”, anche se qualcuno potrebbe pensare che alcuni dei divieti siano un po’ rigidi. I ragazzi hanno bisogno di regole: se non gliele diamo e non le facciamo rispettare, non impareranno mai a vivere.

[fonte: Il Gazzettino]

ERRARE HUMANUM EST … ANCHE SUGLI STEMMI DEI VIGILI DEL FUOCO

Posted in attualità, latino, lingua, Satyricon tagged , , , , , , a 3:58 pm di marisamoles

Quando si dice “deformazione professionale”: un docente di Latino e Greco al liceo classico “Tito Livio” di Padova ha trovato un errore nel motto, fresco di conio, inciso sullo stemma del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco.
Potrebbe sembrare che noi docenti cerchiamo apposta gli errori, sempre intenti a sgamare gli ignoranti. Tuttavia, questa volta si tratta di un errore madornale per chi conosce la lingua latina nelle sue regole essenziali, un errore che anche uno studentello avrebbe potuto facilmente notare. Il motto, in cui è pure evidente una figura retorica, il chiasmo, che ricondurrebbe ad una certa cura prestata da parte dell’ideatore, recita: “Flammas domamus, donamus cordem” che, anche nella traduzione “Domiamo le fiamme, doniamo il cuore”, si basa sull’assonanza dei due verbi.

Ma l’errore dov’è? Ahi ahi ahi, sta proprio in quel cordem che in latino proprio non esiste. Il sostantivo cor, cordis, infatti, è neutro, quindi l’accusativo singolare, come del resto il plurale, è identico alla forma del nominativo. Va da sé che la forma corretta è cor, non cordem.

Il professor Giuliano Pisani, accortosi dell’errore, l’ha segnalato ma non tanto per puntare il dito sull’ignoranza dell’artefice del motto, quanto per intervenire prima che si facciano i gonfaloni e quanto altro.

Mi sembra il caso di dire: sursum corda! che non significa “un sorso di corda”, naturalmente. Giusto per sdrammatizzare, il detto latino, che deriva dalla liturgia cristiana, vuol essere un incoraggiamento per chi dovrà rifare gli stemmi e “quanto altro”! Preghiamo, è il caso di dirlo, che non commettano altri errori.

[fonte: Il Gazzettino]

26 gennaio 2010

PER NON DIMENTICARE LA SHOAH: LA STORIA DI MARTA ASCOLI

Posted in Auschwitz, Friuli Venzia-Giulia, Giorno della Memoria, libri, Marta Ascoli, olocausto, persecuzioni razziali, Risiera di San Sabba, Shoa, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , a 5:17 pm di marisamoles

auschwitz

Il Parlamento italiano, con la Legge n° 211 del 20 luglio 2000, ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA in ricordo delle vittime del nazionalsocialismo (nazismo) e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La data è stata scelta perché all’inizio del 1945, proprio il 27 gennaio, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz liberando i pochi superstiti.

Da quel giorno, proprio grazie alla voce dei sopravvissuti allo spaventoso genocidio voluto da Hitler, furono svelate al mondo le atrocità commesse dai nazisti nei vari campi di concentramento. Anche se Auschwitz è per antonomasia il Campo di Sterminio, furono ben 1.188 i campi realizzati dai tedeschi in cui vennero deportati 13.000.000 di uomini, donne e bambini di ogni Paese d’Europa e di questi 12.000.000 furono sterminati.

Della Shoah si sa ormai davvero tanto, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e alla letteratura sul tema. Uno dei testi più noti è il romanzo-testimonianza di Primo Levi, Se questo è un uomo. Io, però, oggi vorrei parlare di una “voce della Shoa” meno conosciuta, quella di Marta Ascoli, triestina, deportata ad Auschwitz nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1944. Aveva solo 17 anni e da quel giorno la sua vita di studentessa delle magistrali cambiò del tutto e per sempre. Dopo oltre cinquant’anni di silenzio e una lunga maturazione, Marta è riuscita a raccontare la sua esperienza in un piccolo ma toccante libro: Auschwitz è di tutti. Non solo, ha avuto la forza e il coraggio di portare la sua testimonianza in giro per l’Italia, in numerose scuole, perché i ragazzi devono sapere quello che lei, alla loro età, ha vissuto. Soprattutto perché i giovani conoscano la verità e non la dimentichino mai.

Auschwitzditutti

Forse non tutti sanno che la Risiera di San Sabba a Trieste è l’unico esempio di lager nazista in Italia. I nazisti utilizzarono il complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso costruito nel 1913 in un primo tempo solo come campo di prigionia provvisorio, poi come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia). Nella risiera vennero soppresse e bruciate tra le tre e le cinquemila persone -triestini, sloveni, croati, friulani, istriani ed ebrei- ma ben maggiore fu il numero di prigionieri -ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei- smistati verso altri campi di sterminio o di lavoro coatto.
La Risiera fu quasi semidistrutta dai nazisti in fuga, utilizzata poi come campo profughi e nel 1975 fu ristrutturata dall’architetto Romano Boico. Dal 1965 è monumento nazionale e dalla riapertura è meta di pellegrinaggi da ogni parte d’Italia.

Tornando a Marta Ascoli, la sua deportazione fu, come tante altre, del tutto insensata anche perché non è ebrea. Non che la deportazione degli ebrei abbia un senso, ovviamente, ma lei è cattolica, battezzata dalla nascita, sua madre era cattolica e i suoi genitori pure, aveva tre nonni ariani. Tuttavia, dato che il suo è un cognome di città e i cognomi di città hanno di solito origine ebrea, a nessuno interessò questo fatto né alcuno ascoltò la voce della madre che con tutte le sue forze tentò di opporsi alla deportazione della figlia e del marito, dopo che lei fu liberata dal campo triestino. Marta e il padre, invece, dalla Risiera di San Sabba proseguirono il loro viaggio di dolore e morte fino ad Auschwitz. Il padre morì ma Marta, inaspettatamente e miracolosamente, sopravvisse. Eppure il 16 agosto 1944 alla madre arrivò una lettera firmata dall’SS. Oberhauser; poche e lapidarie parole per comunicale che Marta e Giovanni, il marito, erano morti, vittime di un attacco terroristico vicino a Monaco. Il convoglio su cui viaggiavano per essere trasferiti da un lager di transito all’interno della Germania era stato bruciato cosicché risultava difficile riconoscere i corpi carbonizzati. Ma Marta era là, secondo Oberhauser, ed era morta. Suona strana, nel documento, la parola “atto terroristico”, come se la deportazione di milioni di ebrei e anche non ebrei, semplicemente “nemici” del regime o appartenenti a “razze” diverse da quella ariana, non lo fosse.

Marta era ad Auschwitz, anche se la mamma non lo sapeva, ma avrebbe preferito essere morta davvero in quel convoglio bruciato. Eppure era là, privata di tutto, vestita di pochi stracci, sempre gli stessi, in tutte le stagioni, con il caldo e il freddo, senza acqua per lavarsi, senza cibo, senza un nome, solo un numero, e soprattutto senza dignità. Testimone oculare di sevizie di ogni genere, di vite che finivano, di morti invocate. Le malattie si diffondevano velocemente nelle baracche sovraffollate che servivano da ricovero per i deportati, nelle poche ore che venivano concesse al riposo. La denutrizione e l’assoluta mancanza d’igiene facevano il resto: ogni giorno Marta si confrontava con la morte, lei giovane donna di soli diciassette anni che aveva sempre amato la vita e che nei sogni di ragazza aveva spesso immaginato il futuro. Ma quel futuro, che ora per lei rappresentava il presente, era davvero inimmaginabile.

Ogni giorno nel campo avvenivano le selezioni per la camera a gas. Marta ne superò quattro fino all’ottobre 1944. Dell’esperienza che “superava ogni credibilità”, la Ascoli parla in questi termini:

La cosa più assurda era che non sempre si era scelte perché ritenute inabili al lavoro, sistema crudele ma che aveva per i nostri aguzzini una sua logica. Talvolta usavano il sistema di contarci ogni tre, ogni quattro, a caso, e ridendo segnavano il nostro numero sul taccuino, decidendo la nostra fine.

Le giornate nel lager trascorrevano tutte uguali, fra lavoro e punizioni. I lavori erano per lo più assurdi: ad esempio, dovevano stracciare dei tessuti, ricavandone strisce uguali che a gruppi di tre venivano fissate ad un tavolo con un chiodo. Le internate dovevano poi confezionare delle trecce lunghe almeno tredici centimetri, resistenti perché altrimenti i Kapò punivano le malcapitate. Non si sapeva bene a cosa poi servissero quelle trecce di stoffa, ma se il lavoro non veniva svolto bene ne seguiva la giusta punizione. Una di quelle che divertivano maggiormente le SS era chiamata “sport”. Così la descrive Marta:

Nel poco tempo che ci era concesso per mangiare la zuppa, le SS che erano di turno, donne incluse, per ragioni insignificanti e spesso anche senza motivo alcuno sceglievano parecchie persone, obbligandole a correre senza fermarsi avanti e indietro, o a inginocchiarsi a lungo o a portare grosse pietre finché cadevano sfinite. Quando crollavano a terra, e ciò succedeva spesso, i militi intervenivano con bastonate e ridevano tra di loro. Credo che questo si possa definire con una sola parla: sadismo.

Il 31 dicembre 1944 Marta fu trasferita a Bergen-Belsen, lo stesso campo di concentramento in cui morì Anna Frank. Il luogo non era stato pensato come campo di lavoro, quindi i deportati non avevano nulla da fare. Proprio perché gli “ospiti” del lager non prestavano alcun servizio, i Tedeschi ritenevano inutile mantenerli in vita, quindi il cibo era poco e saltuario, tanto che si erano verificati casi di cannibalismo. Marta era allo stremo delle forze e si augurava di morire presto per alleviare le sofferenze. Ma la morte che portava via ogni giorno tante vite, sembrava disinteressarsi a lei ed essere insensibile alle preghiere con cui l’invocava. Fu così che la giovane volle andarle incontro:

Un pensiero mi assillava: morire prima possibile per evitare il prolungarsi di atroci sofferenze.
Io che avevo cercato di resistere fino all’ultimo, ero ormai distrutta. Invocavo la morte che si attardava su di me, invidiavo chi al mio fianco aveva finito di soffrire. Cercavo solo il modo di chiudere al più presto questa indicibile agonia. Mi alzai dal mio giaciglio e scavalcai i corpi dei morti e dei vivi accanto a me; non potevo più sopportare i loro gemiti, la loro agonia e il fetore che c’era nella baracca; io stessa ero nelle loro condizioni e sapevo di essere impotente a portare qualsiasi aiuto
. […] Sorreggendomi a fatica mi inoltrai nella zona boscosa che si trovava ai lati delle baracche e mi avvicinai al filo spinato che circondava tutto il comprensorio. […] Giunta nei pressi della recinzione, un milite che io ritenni molto giovane mi vide e avanzò verso di me. Mi intimò di spostarmi, ma io non mi mossi, lo guardai fisso e lo supplicai di spararmi. A questo punto egli si voltò e senza dire nulla si allontanò nella direzione opposta. […] Il mio tentativo fallì, ma il gesto sta a dimostrare a che punto fosse giunta la mia disperazione, sapendo che mi attendeva una fine atroce assieme agli altri.

Poi, ormai insperata, giunse la liberazione: il 6 luglio 1945 Marta seppe che sarebbe tornata a casa.
Il ritorno a Trieste fu emozionante. La madre, credendola morta, quasi svenne dalla sorpresa e dalla gioia. Ma ritornare a vivere dopo quei lunghi mesi di dolore non fu facile: la famiglia stette vicina a Marta e la curò, ma lei era minata non solo nel fisico, anche nell’animo, cosa che rese difficoltoso il recupero completo. Della sua ripresa la Ascoli racconta:

Dopo le esperienze passate, per molti anni sono stata ossessionata da incubi: il fischio dei treni, il fumo delle ciminiere, il sentir gridare in tedesco ancor oggi mi fa sussultare e tuttora, anche se saltuariamente, faccio sogni attinenti a quel lager infernale. L’esperienza che ho attraversato ha cambiato molto il mio carattere, minando la mia volontà, una volta ferrea, e riuscendo a farmi perdere il mio ottimismo e la fiducia nel prossimo.

Rimane un segno indelebile di quella esperienza: il numero tatuato sul braccio sinistro che Marta non ha mai cercato di nascondere; dice, infatti: ho sempre pensato che la vergogna di averci marchiato doveva ricadere su chi ce l’aveva imposto.

Grazie al contributo di Marta Ascoli e di molte altre persone che più di sessant’anni fa hanno subito la deportazione e l’odio razziale insensato e irrazionale, noi oggi possiamo conoscere quella verità che solo i testimoni diretti possono riferirci.
La signora Ascoli conclude il suo libro, Auschwitz è di tutti, con queste parole:
Auschwitz è patrimonio di tutti.
Nessuno lo dimentichi, nessuno lo contesti.
Auschwitz rimanga luogo di raccoglimento e di monito per le future generazioni
.

Noi celebriamo il Giorno della Memoria, appunto, per non dimenticare. Il ricordo che conserviamo del nostro vissuto nella mente e nel cuore si affianchi a quella memoria civile che non può e non deve essere dimenticata, perché è la memoria di un popolo, quindi la memoria di tutti.

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LE MIE (ALTRE) LETTURE

[POST AGGIORNATO IL 27 GENNAIO 2015]

25 gennaio 2010

ELENA D’AMARIO E I CALZONCINI BIRICHINI

Posted in Amici, Maria De Filippi, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , a 4:58 pm di marisamoles

Uno dei momenti più teneri delle ultime edizioni di “Amici” è andato in onda ieri sera grazie alla ballerina Elena D’Amario. La ragazza, durante l’esibizione di un passo a due di Steve La Chance, accompagnata da quel bel fusto di Amilcar, si è trovata in imbarazzo perché i calzoncini birichini le sono saliti durante una presa, lasciandole scoperti un po’ i glutei. La poveretta ha cercato di continuare ad esibirsi, tirandosi giù meglio che poteva i pantaloncini, ma ad un certo punto si è fermata comprendendo che l’inconveniente si sarebbe ripetuto. Il tutto davanti allo sguardo ingelosito del suo “fidanzato” Enrico Nigiotti che non ha tardato a difendere energicamente la sua decisione di sospendere il ballo.

Quando la musica si è fermata, Elena con gli occhioni spalancati e un sorriso nervoso si è inginocchiata di fronte alla commissione, probabilmente rivolta al suo maestro con il quale voleva scusarsi, sapendo di averlo deluso. Steve, per nulla intenerito, ha detto che sono cose che capitano ma che avrebbe potuto comunque proseguire. Di fronte alla ragazza dispiaciuta, che a stento tratteneva le lacrime, la De Filippi è intervenuta rievocando un incidente simile occorso alla professionista Eleonora lo scorso anno: la spallina dell’abito aveva ceduto e la ballerina si era fermata durante l’esibizione. Insomma, come dire: non condanniamo la povera Elena, sono cose che succedono anche ai professionisti.

A questo punto interviene quel tenerone di Garrison che chiede se non sia possibile per Elena rifare il passo a due. Maria, interdetta, guarda verso la squadra bianca e la telecamera inquadra gli occhioni spalancati di Stefano De Martino, lo sfidante di Elena nel balletto in questione. Lui continua a fare sì con la testa, come dire “non c’è problema” e sembra sinceramente dispiaciuto per l’accaduto. Accertatasi che una ri-esibizione di Elena fosse regolare, anche in considerazione del televoto, Maria dà il suo benestare.
Il ballo riparte, dopo che Elena ha indossato i leggins, e la sua esibizione è davvero strepitosa.

Strana questa ragazza: già nell’eseguire le coreografie osé di Garofalo , Elena aveva manifestato il suo disagio. Quello che è accaduto ieri ha confermato il suo pudore. In un’epoca in cui fare mostra del proprio corpo, lato A o B che sia, è considerato una specie di passaporto per il successo, la bella e giovane Elena ha dimostrato che si può essere pudiche e brave allo stesso tempo. Il successo futuro, per ora, sembra non sfiorarla nemmeno. Si goda, quindi, il presente rimanendo genuina com’è. Oltre all’indubbia bravura, che sembra acquisire sempre più con il passare delle settimane, quest’altra qualità le fa davvero onore.

Per i curiosi, ecco il VIDEO.

AMICI 9: STEFANINO DI NUOVO IMMUNE … DALLA GARA

Posted in Amici, Maria De Filippi, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , , , , , , a 3:47 pm di marisamoles


Che Stefanino Maiuolo sia stato riammesso al serale, in sostituzione di Davide Flauto che ha lasciato “Amici” per “motivi personali” non ben specificati, lo sapevamo già. Che la riammissione di Stefanino, votato all’esame con un solo giudizio positivo contro sette, sia quantomeno sospetta, l’avevamo supposto. Avessero fatto luce sul famoso “regolamento”, sbandierato ma non pubblicato da nessuna parte, sarebbe stato meglio almeno per fugare dubbi e sospetti. Che l’immunità di Stefanino alla prima serata, in quanto non presente nella classifica di gradimento, fosse discutibile l’avevamo già sottolineato. [LINK]
Quello che appare strano, questa volta, è che Stefanino ieri, durante la seconda puntata del serale, se ne sia stato tranquillamente seduto a far da spettatore mentre i suoi compagni si davano un gran daffare per vincere, cosa che puntualmente è avvenuta.

Di scontri tra cantanti ce ne sono stati parecchi. Tre esibizioni per Loredana dei blu, due contro Emma e una contro Pierdavide; tre esibizioni pure per Pierdavide, due delle quali contro un Matteo decisamente sottotono; tre esibizioni anche per Emma, oltre ai due confronti con Loredana, vinti entrambi, una vittoria schiacciante nonché prevedibile contro Enrico; due scontri per Matteo, entrambi contro Pierdavide e consecutivi, in cui ha avuto la meglio il cantautore; una sola esibizione, per di più fallimentare per Enrico; solo una anche per Angelo che perde contro Pierdavide e viene eliminato a fine serata dalla commissione. Tutto questo, mentre Stefanino se ne stava in panchina a tifare per i suoi compagni. Ma cos’avranno detto gli altri componenti della sua squadra? E i cantanti avversari?

Insomma, a me pare che il serale di ieri avrebbe dovuto mettere in mostra le qualità di Stefanino, se le possiede, anche a ragion del fatto che la sua entrata nella squadra bianca non era stata “ortodossa”. Lui, già scartato agli esami con un clamoroso uno a sette, avrebbe dovuto pretendere di entrare a tutti gli effetti in gara, dimostrando di meritarsi quel posto che forse nemmeno Davide Flauto si era davvero meritato, ma lui ancor meno visto che in un primo tempo il suo nome non figurava neanche fra quelli dei cantanti ammessi al serale.

Dopo essere scampato all’eliminazione la scorsa domenica, non essendo nominabile dagli avversari, ieri ha ottenuto pure l’immunità dalla gara. Che ci sia qualcosa sotto? Chessò, un mal di gola? Fosse stata questa la giustificazione, sarebbe stata meglio che niente. Se non altro per non generare interrogativi che, ancora una volta, non hanno risposta.

GELMINI: MATRIMONIO CIVILE TRA SPOSO DIVORZIATO E SPOSA INCINTA. CHE PROBLEMA C’È?

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, matrimonio, politica, web tagged , , , , , , a 10:05 am di marisamoles


Che il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini si sia sposata a mezzanotte del 23 gennaio u.s. è cosa nota. Io stessa ne ho scritto un post e, come me, altri blogger hanno speso qualche parola, a volte un po’ troppe, per informare i lettori di questo evento eccezionale: il primo ministro in carica che si sposa nella storia della Repubblica. Ebbene, che problema c’è? C’è quel piccolo e insignificante problema che i detrattori del ministro –ce ne sono molti, forse troppi- non perdono occasione per criticarla, anche quando la notizia riguarda la sua vita privata.

Prima “accusa”: si è sposata incinta!!! Mi pare che questo capiti spesso. Molte donne si sposano con il pancione e nessuno trova nulla da ridire. Alcune non si sposano affatto, preferendo la convivenza. Ma se la “donna” in questione è un ministro della Repubblica, allora la consuetudine non va bene per lei. Lei, il ministro, avrebbe dovuto evitarlo. Già dimenticavo: lei deve dare il buon esempio.

Seconda “accusa”: si è sposata civilmente!!! Molte coppie lo fanno. È una questione di scelta. A volte un po’ forzata. Infatti, nel caso del ministro Gelmini, la scelta del rito civile anziché il matrimonio in chiesa non è affatto spontanea, diciamo che è una scelta forzata. E qui entra in gioco la …

… terza “accusa”: ha sposato un divorziato!!! Oddio, che scandalo! Fosse la prima in Italia! Fosse la prima tra i personaggi politici di un certo rilievo! Ma anche se lo fosse, è talmente scandaloso che la Gelmini si sia sposata in municipio perché il marito è alle sue seconde nozze? Per di più incinta! Già, un esempio da non seguire.

Quello che più mi fa sorridere è che certi blogger, trattando l’argomento, sostengono che in lei non ci sia coerenza: come, lei, il ministro, che parla tanto delle famiglie, della necessità che siano unite, anche e soprattutto per il bene dei figli, alla fine si sposa un divorziato con rito civile! Non c’è che dire, un bell’esempio di coerenza.

Allora, la questione è questa: ogni persona è responsabile di quello che fa, senza per questo dover rendere conto ad altri delle sue decisioni e azioni. Tutt’al più farà i conti con la sua coscienza. Anche se si tratta di un personaggio pubblico. Se poi il personaggio in questione è particolarmente in vista, non deve per forza dare il buon esempio a costo di rinunciare alla sua libertà decisionale. In fondo, ci sono tanti genitori irresponsabili che non sono affatto un buon modello per i figli, ma non è detto che per questo venga tolta loro la patria potestà.

Ma spostiamo l’attenzione su una parte del mondo politico che dovrebbe, per coerenza, dare il buon esempio ed evitare divorzi, nascite di figli illegittimi, nuovi matrimoni o concubinaggio: i cattolici. Mi risulta che uno dei personaggi politici più in vista dell’UDC, Pierferdinando Casini, abbia prima convissuto, poi si sia sposato, quindi abbia divorziato e si sia risposato, il tutto avendo dei figli anche al di fuori del matrimonio. Perché chi rimprovera la Gelmini di incoerenza non grida allo scandalo contro Casini? Non deve dare anche lui il buon esempio, e a maggior ragione?

Se poi consideriamo chi sta più in alto ancora, gli eccelsiastici, non sono forse frequenti i casi dei preti molestatori, pedofili o gay? Eppure sono degli uomini di Chiesa. Non dovrebbero dare il buon esempio? Non dovrebbero essere coerenti e comportarsi in modo integerrimo come il loro abito imporrebbe? Contro di loro si punta il dito quando si legge qualche notizia del genere sui quotidiani, poi di questi scandali che macchiano la nostra Madre Chiesa non si parla più.

Alziamo, ora, lo sguardo ancora più in alto: non è forse vero che Gesù Cristo ha perdonato l’adultera e, più in generale, ha recato conforto ai peccatori odiosi a tutti? Non è grazie a lui che è giunta fino a noi la famosa frase: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”? Già, proprio lui. Ma evidentemente la sua lezione non è arrivata a molti che giudicano, senza averne alcun diritto, e si permettono di scagliare le pietre solo per il gusto di colpire il bersaglio preferito. E poco importa se la questione sia relativa ai progetti politici, alle riforme, ai decreti legge … il bersaglio continua ad essere centrato anche quando si tratta di scelte personali e legittime che non ledono in alcun modo gli interessi del popolo italiano.

Io ai blogger nemici della Gelmini, che non perdono occasione per criticarla, dico solo: invece di scagliare le pietre, buttate po’ di riso! E mangiatevi pure i confetti, va’.

23 gennaio 2010

GELMINI SPOSA A MEZZANOTTE

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, matrimonio, politica tagged , , , , , , a 1:55 pm di marisamoles

Alla mezzanotte di oggi, 23 gennaio 2010, il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini ha detto sì al fidanzato, l’imprenditore Giorgio Patelli. Come anticipato lo scorso novembre, il ministro è convolata a giuste nozze in attesa del lieto evento previsto per aprile, quando nascerà la primogenita che si chiamerà Emma.

Cerimonia top secret e, data l’ora, poco affollata: il rito civile è stato celebrato, nell’incantevole Sirmione, sul lago di Garda, dal sindaco Alessandro Mattinsoli, alla presenza dei fratelli e testimoni Cinzia e Giuseppe e di alcuni parenti dello sposo. È la prima volta, nella storia della Repubblica, che un ministro in carica si sposa. Del resto, la Gelmini è famosa per le sue “primizie”.

La festa si terrà in una villa di Sirmione, cittadina resa famosa anche dai versi che il poeta latino Catullo le dedicò, chiamandola “perla delle isole e delle penisole”, alla presenza di una cinquantina di invitati, fra parenti e amici. Invitato speciale il premier Silvio Berlusconi e pochi altri esponenti del mondo politico. Almeno nel giorno del suo matrimonio la Gelmini avrà pensato di non voler vedere sempre le stesse facce. Quanto a Berlusconi, che in un’occasione non aveva notato la povera Mariastella nonostante fosse seduta accanto a lui ad una conferenza stampa (ne ho scritto un post: LINK), staremo a vedere se terrà a battesimo la piccola Emma. Pare sia una tradizione consolidata, per il Presidente del Consiglio, quella di avere figliocci sparsi in tutta Italia.

La favola di Mariastella ha avuto una fine lieta proprio a mezzanotte: ha trovato il suo principe … speriamo che non abbia perso la scarpetta.

22 gennaio 2010

IL CROCIFISSO RIMANE AL SUO POSTO, IL GIUDICE NO

Posted in attualità, Cassazione, crocifisso, cronaca, religione tagged , , , , a 8:59 pm di marisamoles


Luigi Tosti
, il giudice di Camerino (Macerata) che si era rifiutato di presenziare alle udienze perché nell’aula del tribunale era affisso il crocifisso, è stato rimosso dall’incarico. La sentenza del Csm lo incolpa di “violazione dei doveri istituzionali”.

I fatti risalgono al 2005, nel periodo intercorso tra maggio e luglio, e Tosti, nel 2006, era già stato sospeso dalle sue funzioni, non percependo nemmeno più lo stipendio. La Procura Generale della Cassazione gli aveva contestato il fatto che, nonostante fosse stata messa a disposizione del giudice un’altra aula, priva del crocifisso, lui si era astenuto dall’assolvimento dei suoi compiti, assumendo un atteggiamento che, secondo i colleghi della Cassazione, era considerato lesivo della “credibilità personale e del prestigio dell’istituzione giudiziaria”. Insomma, un esempio da non eseguire e un atteggiamento meritevole di un’ammenda.

Accogliendo la sentenza del Csm, Tosti afferma: “si è scritta una pagina nera per la laicità dello Stato italiano”. Pertanto, ha già annunciato l’intenzione di ricorrere alle sezioni unite civili della Cassazione, ed eventualmente, nel caso di una nuova conferma della condanna, alla Corte europea.

A questo punto, è legittimo temere che la vicenda riguardante il giudice di Camerino possa influire negativamente sul ricorso che il governo ha annunciato contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che riguarda la rimozione del crocifisso dai luoghi pubblici, scuole e tribunali compresi. A tranquillizzare gli animi ci pensa il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino che precisa: Il Csm non è né la Corte Costituzionale né la Corte Europea; non doveva risolvere, e in effetti non ha risolto, la questione della legittimità o meno di tenere il Crocifisso in un’aula giudiziaria. Il dottor Tosti è stato giudicato per essersi rifiutato di tenere comunque udienza fino a quando in tutti i Tribunali d’Italia non fossero stati rimossi i crocifissi.

Alla fine, il crocifisso è rimasto in aula, il giudice no.

[fonte: Il Giornale]

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