28 dicembre 2009

OGGI SPOSI … NO, FORSE DOMANI

Posted in famiglia, figli, matrimonio tagged , , a 6:06 pm di marisamoles


Dalle fredde statistiche dell’Istat arrivano notizie, riguardanti i nostri giovani, che scaldano il cuore: via da casa solo per sposarsi, o quasi. Sembra, quindi, ci sia una controtendenza rispetto agli ultimi decenni, e un ritorno al passato. Il motivo? Certamente non morale, anche se la differenza tra il nord e il sud del Paese parla chiaro: il 20% dei giovani settentrionali (più il 17,7% di quelli che abitano al centro) scelgono la convivenza che invece per i meridionali praticamente non è da prendere nemmeno in considerazione. Escludendo, quindi, che la motivazione sia dettata, almeno non per la totalità delle coppie che propende per il matrimonio, da questioni morali (anche perché nell’indagine non si specifica quanti propendano per il matrimonio religioso e quanti per il rito civile, ma comunque la flessione del rito in chiesa è un dato di fatto), si può dedurre che un’unione formale sia da preferire per le maggiori garanzie che offre rispetto alla convivenza, causa anche l’insufficiente tutela legale delle coppie di fatto.

Un fatto è certo: si lascia la famiglia di origine sempre più tardi e con grande difficoltà. Anche quando c’è l’intenzione di andarsene, pochi realmente ce la fanno a lasciare mamma e papà. Sempre secondo l’Istat, tra il 2003 e il 2007 in totale solo il 20,8% dei giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori. Solo il 53,4% di quanti nel 2003 erano certi di riuscire a “tagliare il cordone ombelicale” ce l’hanno fatta. Tra gli incerti, il 24,2% ha in realtà abbandonato la famiglia di origine.

Dati alla mano, il motivo principale per cui si tarda ad abbandonare il nido familiare è di tipo economico: tra i giovani appartenenti ad entrambi i sessi, di un’età compresa tra i 18 e i 39 anni, il 47,8% dichiara che il motivo per cui vive con la famiglia di origine è la presenza di problemi economici, il 44,8% sta bene così mantenendo comunque la sua libertà e il 23,8% sta ancora studiando. Va detto, però, che le motivazioni cambiano a seconda dell’età: ad esempio, i più giovani continuano a vivere in famiglia perché studiano o comunque non hanno un lavoro stabile e un reddito fisso; la fascia d’età più critica sembra essere quella tra i 25 e i 29 anni, con il 57,1% degli uomini e il 51,3% delle donne che dichiarano difficoltà di tipo economico, indipendentemente dall’occupazione (45,7%) e la disoccupazione (51,3%).

Fra le donne “più in età” (dai 34 anni in su), poi, è ragguardevole la percentuale, il 49,7%, che decide di non lasciare la casa paterna e di rinunciare all’indipendenza per prendersi cura dei genitori. Questo dato mi impone di fare una considerazione: se si mettono al mondo i figli sempre più tardi, ben oltre i 40 anni, è ovvio che alla fine si costringerà sempre più le figlie a rimanere a casa, rinunciando al matrimonio o comunque ad una vita propria. Mi viene in mente uno splendido romanzo di Laura Esquivel, Dolce come il cioccolato, in cui la protagonista, Tita, è l’ultimogenita di una donna autoritaria, rimasta vedova, e viene costretta dalla madre a rinunciare al matrimonio per seguire la tradizione messicana che voleva che la figlia minore rimanesse in casa per assistere la genitrice fino alla sua morte. Ciò accadeva in Messico agli inizi del Novecento: stai a vedere che, invece di andare avanti, qui si torna indietro di un secolo!

[LINK per leggere l’articolo originale pubblicato su Il Corriere]

CHE FARE CON GLI AVANZI DEL PANETTONE?

Posted in dolci, dolci natalizi, ricette tagged , , , a 4:33 pm di marisamoles

Una domanda che molte massaie si pongono alla fine delle feste. Va be’ che fino all’Epifania per mangiare il panettone c’è sempre tempo, ma per esperienza so che di panettoni ne avanzano sempre troppi. Quindi mi ingegno tentando ricette alternative per evitare di strafogarmi del classico dolce natalizio milanese. Naturalmente sto parlando di quello tradizionale, con uvetta e canditi, non di quelle sottospecie infarcite di creme d’ogni tipo che, oltre ad essere ancora più caloriche, molto più facilmente rimangono sullo stomaco.

Per questa ricetta basta mezzo panettone da un kg ma, aumentando le dosi, si può utilizzarne uno intero.

Ingredienti:

500 gr di panettone
75 gr di zucchero
2 uova
2 dl di latte
30 gr di farina
1 bustina di vanillina
1 arancia
7 gr di colla di pesce in fogli
1 bicchiere di liquore tipo amaretto

Esecuzione:

Per prima cosa si prepara la crema: in un tegame versare lo zucchero con un uovo intero e un tuorlo; dopo aver mescolato con cura gli ingredienti, preferibilmente con una frusta a mano, mettere sul fuoco, a fiamma molto bassa, e aggiungere, sempre mescolando, il latte, la farina setacciata con la vanillina, il succo dell’arancia e la buccia grattugiata.
La crema va fatta addensare sul fuoco e, all’ultimo, si uniscono i fogli di colla di pesce, precedentemente bagnati e poi ben strizzati, quindi si mescola fino al completo scioglimento.

A questo punto si affetta il panettone e lo si irrora con il liquore (se temete che sia troppo forte, si può usarne una quantità minore diluita con un po’ d’acqua); quindi in una pirofila quadrata (di circa 20 cm x 20) si dispongono le fette su cui si stende la crema all’arancia. Infine si copre il composto con le altre fette di panettone.

Il dolce può essere guarnito con del cioccolato fondente fuso, a formare un reticolato, e della panna montata.

Un’alternativa analcolica: sostituite il liquore con dello sciroppo; volendo, si può utilizzare quello della frutta in barattolo, ad esempio l’ananas, se piace. In questo caso, il dolce potrà essere arricchito anche con la frutta tagliata a pezzetti e adagiata sopra la crema.

Se preparate il cenone di San Silvestro a casa, questo dolce sarà un ottimo dessert!

Buon appetito.

P.S. Provate anche l’altro dolce natalizio: Albero di Natale alle mandorle

QUELLO CHE GLI STUDENTI DICONO DI NOI DOCENTI

Posted in affari miei, scuola tagged , , , , a 11:40 am di marisamoles

Tempo fa ho avuto la necessità di prendere l’autobus per recarmi dal dentista. Di solito mi sposto in automobile quindi non ho molte occasioni per “frequentare” le linee utilizzate dagli studenti. Il mio dentista ha l’ambulatorio vicino al centro studi e il caso ha voluto che, nonostante fosse pomeriggio inoltrato, su quell’autobus ci fossero degli studenti. In quel breve tragitto ho potuto sentire – non vorrei dire “ascoltare” perché in effetti è un po’ difficile, quando si è a stretto contatto con delle persone, fare a meno di “sentire” le chiacchiere, anche se non si ha alcuna voglia di “ascoltarle” – un’amena conversazione tra due ragazzi, un maschio e una femmina, frequentanti una scuola in cui anni fa insegnavo. Lui doveva essere già a fine corso, lei, invece, era una “primina”. La conversazione era tutta impostata sui docenti di cui i due, alquanto imprudentemente, hanno fatto nomi e cognomi. Inutile dire che quegli ex colleghi li conosco benissimo: io mi sono trasferita, loro sono rimasti là.

La ragazza chiedeva informazioni sui suoi proff, sperando che l’amico li avesse avuti anche lui al biennio. Effettivamente lui li conosceva e così ha potuto fornire dettagli preziosi all’amica da poco iscritta al liceo. Sono così venuta a sapere che quella tale prof è pazza: fa svolgere 25 esercizi di matematica in un’ora soltanto! È ovvio che gli scritti vadano male ma si può recuperare all’orale, sempre che ci si scriva le formule sul palmo della mano. Vecchio trucco ma sempre attuale.
“Quella” di storia non sa spiegare, ma tanto il libro è fatto bene e si può studiare direttamente da lì. Quando interroga, però, fa domande incomprensibili; tuttavia nei test scritti si può copiare tanto lei non se ne accorge.

La conversazione si sposta sul latino: lui dice che non serve a un ca**o ma bisogna studiarlo perché il voto fa comunque media. È una tortura che uno deve subire per cinque anni quindi è impensabile non studiarlo. La prof del biennio, dice lui, è una tosta, anche se, con un po’ di abilità, durante i compiti si riesce a passarsi i bigliettini. Il ragazzo, però, si affretta a consolare l’amica: al triennio con la letteratura uno se la cava anche se la grammatica non la sa. Lui, ad esempio, ha quattro negli scritti ma in letteratura ha sette; la media non è sei ma quando poi si viene interrogati sugli autori, la traduzione si impara a memoria, dopo averla scaricata da internet, e si rimedia anche un otto. Quindi, anche con il latino la ragazza può star tranquilla.

La docente –chissà perché sempre donne! – di scienze è un “can che abbaia ma non morde”. La materia è una palla, ma poi un sei si riesce a guadagnarselo. Anche lei è una che durante i compiti non controlla così tutti copiano. Ogni tanto s’inca**a perché se ne accorge, ma poi non ha tempo d’interrogare –con due ore soltanto come si fa? – quindi i voti dei test scritti sono validi ugualmente.
L’inglese è una spina nel fianco: lui –finalmente un prof maschio!- è un rompiballe perché pretende, addirittura, che si parli in inglese. Quando spiega lui, poi, sempre in lingua, non si capisce nulla, a meno che uno non si iscriva ad un corso privato; in quel caso si può sperare in un profitto sufficiente ma che palle, spendere anche tutti quei soldi. Così, il ragazzo decide che si tiene il debito e d’estate va in Inghilterra due settimane, così pure si diverte. A settembre riesce a colmare il debito, anche se poi durante l’anno la situazione precipita di nuovo. Tutta colpa di quel prof che quando parla è incomprensibile e che pretende che le interrogazioni e i compiti si facciano in lingua!

I due erano arrivati al prof di Storia dell’Arte, ma io, purtroppo, ero giunta alla mia fermata. Sono scesa chiedendomi che cosa mai dicano i miei allievi sull’autobus. Forse è meglio non saperlo, anzi è decisamente meglio che io prenda la macchina o che comunque eviti le linee frequentate dagli studenti, soprattutto dai miei!

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