E IO PER IL FIGLIO DI PIER LUIGI CELLI “RISPOLVERO” UN’ALTRA LETTERA, QUELLA DI UNA MADRE

Fa notizia da due giorni la lettera che Pier Luigi Celli ha pubblicato su Repubblica. Una lettera che sarebbe stata molto privata se questo padre non avesse scelto un mezzo pubblico per farla pervenire al figlio. Una dimostrazione in più di quanto difficili siano diventati i rapporti familiari se lettere affettuose, piene di moniti e consigli, vengono affidate alle pagine dei quotidiani. Ci sono, poi, anche quelle donne che chiedono il divorzio ai mariti mezzo stampa; ma questa è un’altra storia.

Io preferisco non entrare nel merito della questione. Di Pier Luigi Celli so ben poco, lo ammetto, so quello che leggo sui giornali. Capisco, però, che tipo d’uomo dev’essere questo Celli: uno di quelli che sputa nel piatto dove mangia. In quel piatto, però, non vuole ci mangi il figlio perché, come dice, questo Paese non lo merita. Ebbene, si è chiesto Celli se questo Paese meriti lui? Perché magari se ne potrebbe andare via portandosi appresso il figlio. Perché no? Perché in questo Paese lui ci sguazza benissimo e mi meraviglio che non trovi anche al figlio un luogo, in questa povera Itala, in cui sguazzare.

Anch’io ogni tanto penso che potrei consigliare ai miei figli di andarsene. Certo, non per sempre, per un po’. Perché è giusto fare nuove esperienze, aprirsi al mondo e forse anche perché io stessa ho rinunciato, venticinque anni fa, ad andarmene in Canada con i sogni sottobraccio. Alla fine ho scelto la mia Patria e i miei affetti, abbandonando per sempre i sogni. Però alle volte le rinunce non pagano. Bisognerebbe saperlo prima.

Ecco che, leggendo la lettera di Celli al figlio, mi è venuta in mente un’altra lettera che Lidia Ravera ha scritto, qualche anno fa, al suo pargolo. Una lettera bellissima, scritta con il cuore di mamma, certo, ma anche con la mente lucida di chi sa che i figli si devono educare a migliorarsi, spronandoli ad osare anche quando tutti i pareri sono contrari. L’educazione alla fuga, quella di Celli, non è mai la migliore.

LIDIA RAVERA

Primo: non rinunciare

Caro figlio, che a ventun anni entrerai nel nuovo millennio, non permettere a nessuno di impedirti di vivere per la prima volta quello che, prima, qualcun altro ha vissuto.
“Anch’io ai miei tempi” è una frase sopportabile soltanto se è l’inizio di una fiaba. Ascolta con pazienza. Con interesse se è interessante. Oppure non ascoltare. Cambia stanza.
Sappi per certo che niente è replicabile.
Nessuno passa per lo stesso punto, nello stesso modo, o con gli stessi occhi. Nessuno guarda mai lo stesso quadro.
Ascolta, fa’ attenzione. Voglio farti finalmente un sermone. Come le prediche di chi sul pulpito non sarebbe mai ammessa a salire, avrà la forma di una supplica focosa, una preghiera armata di ragioni.
Ti prego, ma ti prego veramente, di non rinunciare ad esperire, a provare, a giudicare, a schierarti, a dannarti per quello che, secondo te, non va bene, non funziona, non è giusto, non è nel senso d’un tendenziale armonico sviluppo del pianeta.
Non credere, ti prego, a chi ti dice che non sari tu, a mutare gli equilibri del mondo, che non sei tu nella stanza dei bottoni.
La stanza dei bottoni ce l’hai dentro.
È al tuo io, che devi rendere conto, innanzitutto.
Non avere paura di essere “in pochi”.
Non avere paura di essere massimalista, di occuparti di cose più grandi di te: ogni cosa grande ha evidenze piccine, riscontrabili da chiunque abbia gli occhi. Le cose grandi sono le più importanti: non c’è bisogno di diventare grandi per occuparsene.
Anzi, ad aspettare si rischia che sia troppo tardi.
Io li vedo, perché ci vivo in mezzo: gli adulti che non erano massimalisti ragazzini, sono rimasti minimi, non hanno sogni, solo prospettive.
Niente è vecchio di quello che puoi fare.
Dato che tu sei nuovo.
Non avere paura di pretendere un silenzio rispettoso, da parte di chi dichiara di sapere come vanno a finire le cose.
Se non lo sai, non è perché sei piccolo, è perché sei più attento, meno passivo, più intelligente.
Non partecipare, ti prego, al coro di sfiducia. È pigra, è noiosa, è facile la sfiducia.
E ce n’è in giro troppa.
Se posso darti un consiglio, e intendo dartelo anche se non posso, una sfida alla sfiducia potrebbe essere un bel banco di prova, per mettere a punto i vostri strumenti adolescenti, per uscire dal tempio a fronte alta e andare a misurarvi con il mondo.

(Da L. Ravera, In quale nascondiglio del cuore, Mondatori, 1993)