28 ottobre 2009

RIFORMA DELLA SECONDARIA: LA GELMINI CONFERMA CHE NON SLITTERÀ

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, politica, riforma della scuola, riforma università, scuola tagged , , , , , , , a 11:23 pm di marisamoles

Maria Stella GelminiCome riportato dal quotidiano La stampa , giovedì il testo di riforma dovrebbe finalmente approdare in conferenza Stato-Regioni che darà il suo parere. Presto lo faranno anche le commissioni parlamentari che stanno esaminando il testo: sì, la riforma partirà nel 2010. Parola di Gelmini.

Sembra convinta, il ministro, anche se è cosciente del divario esistente fra i diversi istituti scolastici nazionali. Durante la registrazione di una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Gelmini ha affermato che alcune regioni risultano del tutto carenti rispetto a questo tipo di istituti (quelli che saranno determinati dalla riforma ndr). La scuola è stata per troppo tempo autoreferenziale; è tempo di introdurre delle novità che superino il centralismo burocratico che la penalizza. E la pochezza delle risorse non può essere un alibi.
Chi nella scuola vive e lavora potrebbe sollevare delle obiezioni. A quanto ne so io, le risorse scarseggiano davvero, e non credo solo in alcune regioni, dato che i soldi promessi dal ministero alle scuole non arrivano. Ci sono degli istituti che, grazie alla razionalizzazione delle risorse tanto caldeggiata dallo stesso ministro, hanno potuto garantire il pagamento delle attività extra (quelle del fondo incentivante), altri, meno oculati, non hanno nemmeno i soldi per pagare le supplenze.

A proposito di supplenti, il ministro, che spesso ha affermato che la scuola italiana per troppo tempo è stata uno stipendificio e che i precari sono davvero troppi, colpa anche dei concorsi indetti in passato senza tener conto delle reali disponibilità di posti, ritiene che il ruolo dell’insegnante non sia per tutti. Su questo possiamo anche essere d’accordo con lei, così io personalmente mi sento di condividere il suo pensiero quando, facendo riferimento a delle recenti dichiarazioni del presidente USA, osserva: Il presidente Obama ha detto di recente che gli insegnanti devono essere dei coach e per fare questo devono sentire la professione come una missione, quindi meglio averne qualcuno in meno ma più preparato. Certo, per tanti anni l’insegnamento è stata considerata una “missione”, al pari di altre professioni in cui si ha a che fare con una particolare utenza (i medici e gli infermieri, per esempio); tuttavia, non bisogna confondere il termine “missione” (che deriva dal verbo latino mittere, mandare, e presume una sorta di molla interna che ci fa propendere per un determinato lavoro) con “volontariato”. Io credo che per troppi anni gli insegnanti abbiano lavorato sodo, profondendo molte energie, al di fuori del lavoro curricolare in classe, ma senza che venisse riconosciuto in termini monetari questo sforzo. Non vorrei, però, essere fraintesa: l’autoaggiornamento è un dovere per qualsiasi docente, così come la preparazione delle lezioni, la ricerca di nuove metodologie ecc. per migliorare le proprie prestazioni. Ma la scuola si migliora anche grazie ai progetti educativi e didattici che costano fatica a chi li cura e li realizza, ma che non sempre sono adeguatamente ricompensati attraverso i fondi incentivanti. Non certo per colpa dei docenti stessi che si accontentano e lavorano anche gratis, se è necessario, per realizzare ciò in cui credono, né per colpa dei capi di istituto che devono pur sempre far quadrare i conti e quindi sono costretti, in sede di contrattazione decentrata, a proporre delle somme modeste da destinare ai progetti, sperando che gli insegnanti le accettino con la rassegnazione di chi è ormai abituato a credere che “poco sia meglio che niente”. Diciamo che le risorse destinate alla scuola da parte del governo sono sempre più misere e arrivano a destinazione in forte ritardo.

Il “problema” dei precari, comunque, sta particolarmente a cuore al ministro Gelmini che si ritiene soddisfatta dei risultati raggiunti, anche con il consenso dell’opposizione, visto che è stato approvato alla Camera un decreto, ora al Senato che servirà a gestire meglio i 150mila supplenti, un’enormità, presenti nella scuola italiana. Se vogliamo evitare l’insorgere di altro precariato dobbiamo cambiare le regole: è bene che all’insegnamento si dedichino persone che hanno questa inclinazione. La scuola non può essere un ammortizzatore sociale. Ecco che il discorso ritorna sulla “predisposizione”, ma come si fa ad essere certi che davvero nella scuola sia utilizzato personale adatto ad un compito così delicato come l’educazione dei bambini e degli adolescenti? Dico educazione perché la scuola non serve solo a trasmettere il sapere, anche se è ovvio che dei docenti preparati nelle proprie materie sono una garanzia di qualità per l’apprendimento stesso. Io credo che nelle sue parole la Gelmini faccia riferimento ai tanti docenti che nel passato, più o meno prossimo, hanno considerato l’insegnamento come una sorta di dopolavoro: parlo dei professionisti che, terminata la mattinata in classe, si trasferiscono direttamente nello studio, trascurando, inevitabilmente, tutti quegli obblighi connessi alla funzione docente per cui si è, a tutti gli effetti, pagati.

Secondo il ministro, la scuola italiana è il bene più prezioso che il Paese ha. Ma io mi chiedo: come pensa di poter mantenere siffatta “preziosità”? Aumentando il numero di studenti per classe e diminuendo le ore di lezione? La riforma dei licei, ad esempio, è passabile, ma c’è da dire che in alcune discipline ci sarà una forte riduzione di ore e, conseguentemente, di cattedre. Forse il ministro è convinta che la “preziosità” della scuola si fondi sul detto popolare “pochi ma buoni”. E non avrebbe tutti i torti se poi non dovessimo fare i conti con lo svolgimento dei programmi che, in meno ore, potrà essere solo approssimativo. Ecco che le conoscenze dei futuri allievi saranno minori (sempre ammesso che ciò sia possibile: meno di così …) e sicuramente non qualitativamente superiori.
E poi, sempre nella puntata del Maurizio Costanzo show” che è stata registrata, la Gelmini ha osservato che Troppe volte il diploma e una laurea sono pezzi di carta che risultano poi poco spendibili. Ora io mi chiedo: per colpa della scarsa preparazione degli allievi o perché quello che imparano nel corso degli studi non sempre serve per svolgere un lavoro o una professione? Forse lo scrupolo del ministro è che la scuola italiana, così come l’università, non siano adeguatamente in contatto con il mondo del lavoro. Infatti, il ministro rassicura che è stato predisposto un progetto di integrazione della scuola con il mondo del lavoro attraverso un accordo con il ministro Sacconi.

Sentite queste dichiarazioni e ottenuta la rassicurazione che attendevamo riguardo l’avvio della riforma della Scuola secondaria di II grado nel 2010, ora non ci resta che incrociare le dita e sperare che la Conferenza Stato- Regioni si occupi davvero della scuola. Dobbiamo aspettare solo fino a giovedì, a quanto pare.

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4 commenti »

  1. Andrea said,

    Sullo svolgimento dei programmi in meno ore di lezione bisognerebbe interrogare qualche bravo insegnante “gelminiano”, perfettamente in linea con la politica del regime. Chissà che non abbia lui la soluzione! Probabilmente risponderebbe che non contano più le competenze disciplinari, ma quelle trasversali, e che quindi i programmi sono carta straccia. Mah!

    Tempo fa ho letto su una pagina di giornale che troppe ore di lezione sono la rovina degli alunni. Quando entrerà in vigore l’agognata riforma, gli allievi staranno meno tempo sui banchi di scuola e potranno dedicarsi di più allo studio a casa, perché avranno più energie a disposizione. Dunque, la scuola, fino ad ora, ha sottratto troppe energie agli studenti. Quando finalmente li avremo con noi per meno tempo, diventeranno più bravi. Paradosso dei paradossi…

    Un’ultima osservazione: per pura curiosità ho dato uno sguardo ai quadri orario dei licei attuali e li ho messi a confronto con quelli delle bozze in circolazione in rete. Altro che potenziamento del Latino, della Matematica e della Lingua inglese! Le ore di Matematica, ad esempio, aumentano solo allo Scientifico, ma altrove…

    Ciao! Andrea

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  2. marisamoles said,

    “Sullo svolgimento dei programmi in meno ore di lezione bisognerebbe interrogare qualche bravo insegnante “gelminiano”, perfettamente in linea con la politica del regime. Chissà che non abbia lui la soluzione! ”

    Io non sarei così drastica! Certo, una riflessione è doverosa, ma la mia posizione è un po’ meno rigida della tua.

    Io insegno al Liceo Scientifico dal lontano 1993. La prima cosa che ho notato, alla mia prima esperienza didattica liceale, è stata la varietà dei curricoli, con le sperimentazioni più disparate che imponevano la presenza dei ragazzi a scuola dalle 29 fino alle 36 ore settimanali. Fin da subito ho pensato che un corso base ben fatto sia meglio di qualsiasi corso sperimentale (l’unico che salverei è il bilinguismo e mi pare che nel riordino sia previsto). Insomma, sono dell’idea che il liceo si differenzi da altri istituti per il minor numero di ore da passare a scuola che impone uno studio più approfondito a casa. Ma frequentare un corso sperimentale di 36 ore non può garantire un lavoro domestico ben fatto. Negli istituti tecnici e professionali, infatti, ci sono molte ore di laboratorio che non impongono lo studio domestico ed è questa la differenza con i licei. Per me, dunque, nulla di paradossale: il liceo scientifico torna ad essere tale, con un maggior numero di ore di matematica e di scienze e con un numero di ore complessivo che può garantire uno studio domestico adeguato. Quanto ai programmi, vedremo ma è evidente che la didattica delle materie come il Latino dovrà essere rivista. Può tornare utile, a questo punto, la “didattica breve” di Stupazzini e Piazzi, che prevede una distillazione dei programmi e una riflessione centrata più che sulla grammatica, sul lessico e gli aspetti di civiltà. Insomma, dobbiamo arrenderci al fatto che gli studenti, arrivati in quinta, non sappiano più tradurre. Tanto vale non sprecare troppe energie fin dalla prima!

    A presto. 🙂

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  3. Andrea said,

    Cara Marisa,

    come di certo immagini, non sono d’accordo con te! Procedo punto per punto con le mie obiezioni. Spero di riuscire ad essere chiaro!

    1) La seconda lingua straniera non è prevista fra le discipline obbligatorie del nuovo Liceo Scientifico. Di certo potranno attivarla le singole scuole, ma con quali risorse? Le ore di inglese allo Scientifico diminuiscono: da 3 4 3 3 4 passano a 3 3 3 3 3, ma, al termine del quinquennio, i ragazzi sapranno meglio l’inglese, perché sarà valorizzata la qualità degli apprendimenti, piuttosto che la quantità. In altre parole, se lo studieranno a casa e meglio che a scuola!

    2) Secondo quanto da te affermato, il liceo si differenzia da altri istituti per il minor numero di ore da passare a scuola, che impone uno studio più approfondito a casa. Questa affermazione mi fa sorridere (senza offesa, sia chiaro!): quando i ragazzi frequenteranno la scuola per meno ore, solo qualcuno (credo 1 o 2 per classe) passerà più tempo sui libri, ma la maggior parte farà tutt’altro! E i risultati saranno ancora peggiori! Se potessimo stare con i ragazzi più tempo guidandoli nello svolgimento del lavoro scolastico, avremmo degli alunni più bravi e più motivati. Sarò un ingenuo, ma molti di loro non vanno bene non tanto per mancanza di interesse, ma perché non sanno come fare, perché si scoraggiano quando devono procedere da soli, e io li capisco, perché ho vissuto sulla mia pelle esperienze di questo genere. Quindi, altro che stare meno tempo a scuola! Magari potessimo seguirli per più ore, anche il pomeriggio, e aiutarli nel lavoro domestico!

    3) Nel Liceo Scientifico aumenteranno le ore di matematica e di scienze: questo è vero, ma io non mi riferivo a un liceo in particolare, ma a tutti i licei. Sul sito del MIUR si legge che la riforma dei licei (di tutti i licei, non di uno solo):
    – valorizzerà la lingua latina (ma scherziamo? fare meno latino equivale a farlo meglio?);
    – incrementerà l’orario della matematica, della fisica e delle scienze (peccato che, al di là del Liceo Scientifico, non mi sembra di poter constatare alcun incremento nelle altre scuole, anzi al Pedagogico e al Linguistico le ore di Matematica diminuscono nettamente! Ma, anche in questo caso, gli studenti fra cinque anni sapranno la Matematica meglio di ora, perché ne avranno fatta di meno a scuola, ma di più a casa!);
    – potenzierà le lingue straniere (forse al Classico, anche se io ho già studiato l’inglese per cinque anni, e con più ore settimanali di quelle previste dalla riforma; forse al Linguistico, ma di certo non altrove).

    4) Quanto alla “didattica breve” del Latino, devo confessarti di non conoscerla se non per sentito dire. Io procedo con la grammatica tradizionale (il Flocchini, per intenderci), anche se di recente mi sto avvicinando al metodo Orberg, divulgato da Luigi Miraglia.
    Mi scrivi che in futuro si dovrà riflettere di più sul lessico e sugli aspetti di civilità: ma il latino avrà ancora un senso? Lo studio del lessico e della civiltà favoriscono, come la grammatica, l’agilità e il controllo mentale, la capacità di ragionare in multitasking e di gestire operazioni mentali complesse, il rigore metodologico, la riflessione sui meccanismi che regolano un sistema linguistico e tante altre cose, fondamentali per la mente di un adolescente?

    5) Infine, una critica a tanti insegnanti di latino del Liceo Scientifico (sia ben chiaro che non mi riferisco a te, anche perché non ti conosco personalmente!): siamo sicuri che la disaffezione dei ragazzi nei confronti di questa disciplina dipenda proprio da loro? Quando insegniamo questa materia, la proponiamo come qualcosa di curioso, di interessante, di appassionante, oppure come uno strumento di selezione all’interno di un liceo?
    Ho sentito tante volte ripetermi da qualche collega di corso: “Questo ragazzo non è portato per il Liceo, di Latino non capisce niente, non è all’altezza!”. Se oggi qualcuno me lo ripetesse, io gli risponderei con un’altra domanda, anzi con una serie di domande: “Ma tu come insegni il latino? Con amore o con distacco? Dai a tutti la possibilità di intervenire in classe o ti limiti a interrogare due o tre persone, lasciando gli altri ad annoiarsi al proprio posto? Educhi i tuoi ragazzi al dialogo e al confronto democratico proprio attraverso la traduzione? Quando spieghi o correggi i compiti lo fai col sorriso sulle labbra, oppure non vedi l’ora che il ragazzo cada? Vuoi davvero insegnare questa materia o te ne servi per dire chi vale e chi non vale, chi è intelligente e chi non lo è, chi può rimanere in una scuola e chi invece deve andarsene?”.
    Forse nella mia carriera avrò incontrato le persone sbagliate, ma posso dirti che quest’anno sono riuscito a far innamorare del Latino una classe unanimemente definita “scarsa” (e che forse tale resterà), ma questi ragazzi partecipano alle lezioni che è una meraviglia: studiano più il Latino dell’Italiano, che invece li annoia (ma probabilmente dipende da me! La mia formazione è più classica che moderna!).
    Dunque, a mio parere, vale la pena di sprecare tante energie fin dalla prima classe, purché poi al triennio non si faccia percepire che lo studio della lingua è un elemento accessorio rispetto alla letteratura e alla lettura dei classici e, soprattutto, che il latino stesso è un elemento accessorio!

    Con affetto! Andrea

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  4. marisamoles said,

    Caro Andrea,

    non avevo dubbi sul fatto che tu non fossi d’accordo con me su alcuni punti, ma in misura minore di quanto tu possa pensare. Quindi, cercherò di controbattere anch’io punto per punto alle tue osservazioni.

    1. “La seconda lingua straniera non è prevista fra le discipline obbligatorie del nuovo Liceo Scientifico. Di certo potranno attivarla le singole scuole, ma con quali risorse?”. Una cosa dev’essere chiara: nessuno dei docenti di ruolo perderà il posto. Di conseguenza, gli insegnanti di Inglese che non avranno una cattedra, ma manterranno la titolarità, saranno utilizzati per le ore opzionali. Tieni conto, inoltre, che già ora un gran numero di studenti frequentano le scuole private d’Inglese (io stessa l’ho fatto per nove anni!) oppure seguono i corsi a scuola per le certificazioni linguistiche. In ogni caso, l’impegno domestico è sempre richiesto (io, ad esempio, dovevo svolgere i compiti scolastici e anche quelli che mi venivano assegnati alla scuola privata).
    2. Quello che ho affermato vale in teoria, ma è ovvio che almeno il 70% degli studenti che frequentano i licei non l’hanno capito. Sono d’accordo con te sul fatto che avrebbero bisogno di essere seguiti di più; a questo proposito qualche mese fa ho scritto il post La generazione del né né cui ti rimando, se non l’hai letto: lì ho detto tutto e vedrai che, almeno su questo punto, siamo perfettamente d’accordo.
    3. Tra il dire e il fare … Aspettiamo, ora è troppo presto per fare congetture.
    4. Se usi il Flocchini (io ne ho adottate diverse edizioni negli ultimi 16 anni e non mi sono trovata bene con tutte) stai già utilizzando un testo che, seppur con dei limiti, si muove all’interno della didattica breve. Io, ad esempio, non trovo funzionale il manuale di Piazzi che è il padre della didattica breve. Mi trovo meglio con Flocchini che, negli anni, ha operato una distillazione dei contenuti e approfondito il discorso sul lessico e la civiltà. Quanto alle conoscenze linguistiche, io credo sia sufficiente il biennio per costruirne le fondamenta. Tuttavia, per esperienza, ti confermo che alla fine dei cinque anni i ragazzi non sanno tradurre perché perdono di vista il lavoro prettamente grammaticale fatto al biennio e soprattutto perché sanno bene che le traduzioni le possono trovare su Internet già bell’e pronte. È Internet che rovina gli studenti, non l’incapacità dei professori!
    5. Certamente ci sono molti insegnanti demotivati ma ce ne sono anche moltissimi bravi che cercano di rendere la materia accattivante. Io stessa ho avuto un riconoscimento da parte dell’INDIRE per un lavoro su Catullo (LINK). Non ci vuole molto, se c’è la passione. Ma si deve riconoscere anche che il lavoro extra che certe attività impongono spesso non è riconosciuto a livello economico e quindi di per sé scoraggia i docenti. Insomma, insisto col dire che la professionalità vada riconosciuta, e non soltanto vincendo dei premi. Negli ultimi anni propongo dei moduli CLIL interdisciplinari (Latino e Storia) per interessare maggiormente gli allievi. Devo riconoscere, però, che i più “sensibili” a questo tipo di sperimentazioni didattiche sono i bravi; quelli meno bravi esternano una certa insofferenza, ritenendo che l’impegno sia doppio e che sia ingiusto che poi ci siano delle verifiche in cui vengono valutati non solo per le conoscenze nell’ambito delle discipline CLIL ma anche per quelle relative all’Inglese. Ne potrai dedurre che alle volte sono proprio gli allievi refrattari, al di là della bravura e della passione del docente.
    Gli insegnanti che dicono “questo ragazzo non è portato per il liceo” non hanno altri argomenti e non sono disposti a profondere delle energie supplementari per venire incontro alle difficoltà degli allievi. Hai letto “Diario di scuola” di Pennac? Lo ritengo un libro da leggere obbligatoriamente da parte degli insegnanti, tutti!!!

    Contraccambio il saluto affettuoso … alla prossima! 🙂

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