GARLASCO: ROMPE IL SILENZIO IL PADRE DI ALBERTO STASI

garlasco_stasi Vedevo Chiara come la madre dei miei nipoti. La futura nuora che ogni genitore vorrebbe: bella, intelligente, buona. L’ho accompagnata io all’aeroporto, quando è andata a Londra a trovare Alberto, un mese prima di morire. Gli occhi azzurri radiosi, non vedeva l’ora di stare con lui. Come si può credere che l’abbia uccisa?. Queste le parole con cui inizia l’intervista che Nicola Stasi, padre di Alberto, ha rilasciato al quotidiano “La provincia pavese”, rompendo un lungo silenzio fatto di dolore e angoscia. Dolore e angoscia per la morte di Chiara Poggi, una ragazza che non conosceva l’inganno o la malizia, la dolcezza in persona.

Di Alberto si è detto di tutto: pedofilo, perverso, omicida, simulatore … fa fatica a credere, il padre, che si siano soltanto pensate cose così orribili del figlio ed è certo che Chiara, forte del suo amore, non avrebbe mai sopportato di stare accanto ad un mostro. Nicola Stasi l’aveva accompagnata all’aeroporto quando la ragazza aveva deciso di raggiungere Alberto a Londra. Si dice che la loro storia fosse torbida e piena di segreti ma allora, si chiede il padre di Alberto, come poteva stare con lui da 4 anni, volerlo raggiungere a Londra? Certe emozioni non si fingono.

Di una cosa si rammarica il signor Stasi: i signori Poggi non hanno mai voluto parlare con lui. Alberto è un presunto colpevole per l’opinione pubblica, un innocente per la sua famiglia che gli dà la forza di andare avanti. Spesso ci si dimentica che nessuno può essere considerato colpevole finché non ne viene dimostrata la colpevolezza. Ma nella vicenda di Garlasco ci sono tanti dubbi, interrogativi, perizie che conducono a risultati contrapposti, supposizione avvalorate da indizi a loro volta smontati e rimontati. Una storia senza fine, una storia senza prove, un processo indiziario affidato ai pareri dei periti che non giungono ad una conclusione univoca. Un delitto senza movente certo: anche la presunta scoperta da parte di Chiara dei filmini pornografici e del materiale pedopornografico sembra ormai destinata a dissolversi come la nebbia che d’inverno avvolge la cittadina del pavese in cui è avvenuto, due anni fa, l’orribile delitto.

Ha una sua teoria il padre di Alberto: L’assassino è fra chi le era più vicino, nella cerchia di amici e parenti, e magari fingeva di volerle bene. Ma bisogna aver voglia di cercare, non aver paura della verità. E capire che forse è l’invidia il vero movente di questo delitto. L’invidia per due ragazzi che si amano, senza problemi nello studio e sul lavoro, sani dentro e fuori. Con due famiglie solide e perbene, che hanno sempre dato affetto e protezione ai figli. Non tutti i ragazzi sono così, e non tutti i genitori. Già, bisogna aver voglia di cercare la verità e di trovare il colpevole. Ma spesso la soluzione ottimale è quella più vicina, più economica. Si fa meno fatica ad additare la persona che stava accanto a Chiara, che ne conosceva l’animo e i segreti più intimi. Un presunto innocente cui addossare la colpa, piuttosto che indagare nella cerchia di amicizie.
Errori madornali compiuti nelle indagini, secondo Nicola Stasi, hanno portato gli inquirenti sempre più lontani dalla verità e ostinatamente vicini ad Alberto. Un esempio fra mille: i Ris non hanno trovato tracce del lavoro sul computer che è l’alibi di Alberto. Le scoprono solo adesso i periti del giudice. La procura ha lavorato sempre con approssimazione e superficialità.. Difficile dare torto a quest’uomo che da due anni soffre e che crede nell’innocenza del figlio, un’innocenza che è anche la forza di entrambi.

Le perizie, di cui abbiamo avuto notizie fin troppo dettagliate in tutti i telegiornali e nelle trasmissioni giornalistiche dedicate, di cui abbiamo letto sui giornali, si sono sempre soffermate su quelle scarpe di Alberto che non avrebbero potuto evitare di calpestare il sangue di Chiara, avrebbero dovuto trattenerlo nelle suole. Ma quelle suole sono pulite, niente sangue, niente DNA della ragazza. E allora io mi chiedo: sarebbe stato così stupido Alberto da consegnare delle scarpe diverse da quelle indossate “per l’omicidio”, facendo sparire chissà dove le calzature che realmente portava ai piedi? Me lo chiedo soprattutto perché, visto che siamo sempre informati sul modo in cui vengono condotte le indagini e i rilievi, Alberto non sarebbe stato così sprovveduto da non capire che quelle scarpe sarebbero state analizzate. Sarebbe stato, inoltre, abbastanza intelligente da pensare che non avrebbe potuto entrare in casa senza macchiarsi le scarpe, nel momento in cui ha trovato il cadavere della fidanzata. Se è stato lui stesso a chiamare la polizia, dopo la macabra scoperta, è evidente che in quella villetta c’era entrato. E allora, come avrebbe potuto non pensare alle macchie di sangue sulle suole? È evidente che non gli sarebbe convenuto cancellarle o cambiare scarpe facendo sparire quelle che aveva addosso in quel momento. Mi chiedo, quindi, come mai nessuno sia arrivato a una conclusione così facile, ad un ragionamento così semplice. L’ho fatto io che di mestiere non faccio la criminologa!

Io credo nell’innocenza di Alberto e posso comprendere il dolore del padre che è un doppio dolore: quello che ha dovuto subire nel vedere un figlio dipinto come un mostro e quello provato per la perdita di Chiara alla quale voleva bene come a una figlia.
L’ultima domanda dell’intervista riguarda un eventuale risarcimento che Alberto potrebbe chiedere nel momento in cui verrà prosciolto dalle accuse: Sarebbe inutile. Niente potrà restituirci la vita di prima, la gioia e la vera serenità. E soprattutto, nulla potrà ridarci la nostra Chiara.
Parole dettate dall’umana comprensione, quella stessa che i genitori di Chiara non hanno mai dimostrato nei confronti del fidanzato della figlia. Dal momento in cui le indagini hanno preso quella direzione, hanno classificato Alberto come un colpevole, anzi IL colpevole, senza possibilità d’appello.