IL SILENZIO DELLE AMICHE


“Gli amici si vedono nel momento del bisogno.”. Così vuole la saggezza popolare. Io, però, ho un detto tutto mio che recita: “Le amiche si sentono nel giorno del compleanno”. Se non le sento, vuol dire che tanto amiche non sono.

Io non vado pazza per gli auguri, intendiamoci. Posso fare a meno di quelli “tradizionali”, Natale e Pasqua, perché si sa che in quelle occasioni te li fanno tutti. Ciò che si fa per “dovere” non è detto sia anche un piacere. Ma gli auguri del compleanno sono speciali: se te li fanno, significa che stanno pensando a te, che hanno ricordato il tuo “natale”, che anche se qualcuno non si fa vivo per gli altri 364 giorni dell’anno, quel giorno si è ricordato di te. Tu esisti per lui/lei. Questa è la cosa più importante.
L’amicizia, è vero, ha bisogno di essere coltivata, necessita anche della frequentazione, non dico quotidiana ma almeno sporadica, si esprime pure attraverso quattro parole dette in fretta al telefono, si nutre anche dei moderni mezzi tecnologici come gli sms e le e-mail. Ma la vita frenetica, i mille impegni, la lontananza talvolta fanno sì che i rapporti si inaridiscano, che quello che sembrava un bellissimo fiore diventi uno sterpo rinsecchito. Ma quel ramo secco, poi, riprende vita quando il giorno del compleanno l’amico/a si ricorda di te. Così l’amicizia non morirà mai, avrà solo bisogno, forse, di una cura ricostituente.

Ieri era il mio compleanno. Un po’ sottotono, per la verità; nessuna voglia di festeggiare. Diciamo che in questo periodo fisicamente non sono al top. Ad ogni modo, tradizione vuole che il compleanno si festeggi in qualche modo, anche solo entro le quattro mura domestiche, nel “nido” che ciascuno ha più caro, con le persone che si amano di più. Gli altri, però, anche se non ci sono, si fanno sentire. Ho ricevuto, infatti, molte telefonate, degli sms e delle e-mail. Non avrei potuto chiedere altro, nemmeno i regali che, tuttavia, ho ricevuto. Anche quelli, però, li considero un po’ un “dovere”: meglio ricevere un dono, anche piccolo e insignificante, in qualsiasi momento dell’anno. Quello sarà di certo un gesto spontaneo e provocherà un piacere immenso proprio perché inaspettato. Oddio, sono strafelice dei regali ricevuti, ma sarei stata ugualmente contenta anche senza di essi.

Alla fine della giornata è inevitabile che si facciano due conti: allora, si sono ricordati di me Tizio, Caio … insomma, nella mente scorrono tutti i nomi di quelli, amici e parenti, che hanno ricordato la data. Conclusa l’operazione, ci si accorge anche di chi non ha dato alcun segnale. Magari durante la giornata si pensa a qualcuno che non ha chiamato ancora, sperando che i suoi siano auguri tardivi, ma che prima o poi arrivino. Succede, infatti, che squilli il telefono anche alle undici di sera … tanto fino a mezzanotte la data rimane quella, no? Capita anche che arrivi una telefonata il giorno dopo: qualcuno, mortificato, ti dice che non si è dimenticato, che se l’è pure scritto di farti gli auguri, ma che poi con tutto il caos della domenica, è arrivata mezzanotte e non ti poteva mica chiamare a quell’ora. Certo, succede anche a me, qualche volta. Nulla di male. Tardi, ma quel qualcuno ha pensato a te e così puoi star sicuro che al prossimo compleanno i suoi auguri arriveranno, forse in tempo, forse no. Non importa.

Ieri sera, quando ripercorrevo mentalmente la famosa lista, ho sentito una grande amarezza nel rendermi conto che le mie due “vecchie” amiche non si sono ricordate di me.
Quando incontri delle persone speciali a vent’anni, ai tempi dell’università, credi che quelle amicizie non potranno mai finire. Al liceo ho perso per strada molte “amiche”: vuoi per rivalità in amore o per incompatibilità di carattere, perché crescendo si cambia e l’altra non cambia mai come vorresti tu e tu stessa sei troppo diversa da come l’amica ti vorrebbe. Percorri insieme una strada che, passo dopo passo, sembra andare verso la vita futura, pur comprendendo che i progetti di ognuno causeranno inevitabilmente dei cambiamenti, ma poi arrivi ad un bivio, la strada non è più una e ciascuno prende quella che preferisce e in cui incontrerà altre persone, farà nuove amicizie.

Io sono sempre stata legata all’amicizia come valore unico nel percorso formativo. Tuttavia, sono cosciente che le amicizie finiscono, come se fosse un processo naturale di fronte al quale si è spettatori inerti. Io, però, sono spesso stata sfortunata con le amiche, nel senso che la maggior parte delle volte è stato il silenzio a decretare la fine dell’amicizia. Avrei preferito una litigata, con tanto di insulti e capelli strappati reciprocamente. Almeno avrei capito il perché della fine. E invece niente, solo silenzio e per quanto quel silenzio mi ferisse più di un pugno in piena faccia, non l’ho mai rotto. La mia tattica è sempre stata l’attesa: prima o poi si farà sentire, mi dicevo. Ma probabilmente l’amica aveva adottato la stessa strategia e attendeva da me il primo passo. In questi casi l’orgoglio è l’arma che uccide un’amicizia. Per orgoglio non si fa la prima mossa, né dall’una né dall’altra parte. E così passa il tempo e, come un colpo di spugna, cancella quello che è stato.

Io non so se questa volta l’orgoglio c’entri o meno. Per quanto riguarda una delle due amiche credo di no. Forse si è semplicemente dimenticata del mio compleanno anche se ciò inevitabilmente implica che non sono così importante per lei. Con lei c’eravamo perse già una volta di vista per un paio d’anni, finché il giorno del mio compleanno è arrivata la sua telefonata ormai inattesa e tutto è ricominciato. Abbiamo parlato al telefono per un’ora come se ci fossimo sentite il giorno prima; mai una parola sul lungo silenzio, mai una richiesta di chiarimento, perché se l’amicizia è vera non importa sapere. Quel che conta è realizzare che non siamo scomparsi nel nulla, che un minuscolo spazio nella vita dell’amica l’abbiamo comunque sempre occupato, anche nel silenzio.
L’altra amica, invece, è sicuramente offesa e immagino anche il perché. Ma io, ahimè, mi ritengo più offesa di lei. Alla fine si cade nell’inestricabile rete dell’incomunicabilità. Il silenzio non porta a nulla, è solo silenzio, è ciò che si contrappone all’essere. Impedisce che qualcosa che non ci piace diventi altro, che possa avvenire una trasformazione. L’orgoglio, anche in questo caso, gioca un ruolo fondamentale: non può essere, di per se stesso, un presupposto perché l’amicizia continui. Allora si accetta la realtà dei fatti: io non esisto più per la mia amica, anche se lei continua ad esistere per me nei miei pensieri. Quando ricordo, ad esempio, la nostra vita di giovani donne, di mogli e di madri, quando ripenso ai nostri figli cresciuti assieme, alle vacanze condivise, ai compleanni, capodanni, anniversari e battesimi festeggiati assieme, senza il sospetto che poi tutto questo sarebbe finito, terminato. Ho assistito, è vero, all’inaridirsi della nostra amicizia: quel fiore non era più così splendido perché la vita e i suoi casi l’aveva segnato per sempre. Ma, come ho già detto, le cose possono anche trasformarsi, non devono necessariamente terminare. Quante volte, voltandoci indietro, ci rendiamo conto di com’eravamo e di come siamo cambiati! Però, rimane l’effetto consolatorio che quel qualcosa sopravviva e speriamo sia per sempre. Come un amore che non vorremmo abbandonare mai e ci aggrappiamo ad esso sperando che continui ad esistere, forse non sempre con lo stesso grado di passione, forse il fuoco non sarò sempre così acceso, sentiremo solo un tepore ma continueremo a percepirlo ugualmente.

La fine di un amore è dolorosa quanto la fine di un’amicizia. Non può essere diversamente perché quando si fanno i conti con i sentimenti è così, indipendentemente dalla volontà di voltare pagina. Io so che potrò e saprò continuare a percorrere la mia strada popolata di tanti altri affetti, anche se è una strada che mi separa per sempre, forse, dalle mie “vecchie” amiche. Il silenzio di ieri, però, si porterà sempre appresso quelle parole non dette, quell’orgoglio che ha impedito di ammettere la propria responsabilità nella fine di quelle amicizie. Ricordo il motto del celebre libro di Erich Segal “Love story”: amare significa non dover mai dire mi dispiace. Ecco, questo stesso motto per me può essere riferito all’amicizia. Quando sopraggiunge qualsiasi motivo che impone di chiedere scusa, significa che l’amicizia è morta, per sempre.

[nell’immagine: “Due amiche sul muretto”, olio 40×60 – 2004, di Luigi Rossetto, dal sito dell’autore]