JOHARA E FATIMA: VIVERE IN ITALIA DA IMMIGRATE ANCHE CON IL VELO

sacro CoranoPubblico un articolo apparso sul numero di oggi del Messaggero Veneto. Due ragazze di origine marocchina esprimono il loro parere sull’uccisione di Sanaa e sull’integrazione, diffcile ma possibile. Mi pare che queste voci meritino di essere ascoltate, sulla scia delle polemiche sorte dopo il dibattito tenutosi domenica scorsa su Canale 5 e il “successo” del mio post “A domenica 5 Santanchè si scontra con imam

Chiacchierata con due studentesse di origine marocchina di 19 e 16 anni: «Per migliorare la convivenza dev’esserci uno sforzo da entrambe le parti»

«Sbaglia chi dà la colpa al credo musulmano»

Tra velo e integrazione Johara e Fatima raccontano il loro Friuli

IL DELITTO DI SANAA

di PAOLA LENARDUZZI

Sono diverse, molto diverse; una porta il velo, lo hijab, e l’altra no tanto per cominciare, ma almeno due cose le accomunano: grinta da vendere e poi la rabbia «per il pregiudizio di chi dà opinioni senza conoscere». Johara e Fatima sono due studentesse musulmane che vivono a Udine, cugine tra di loro. Johara Ciccarello, quasi 19 anni, è figlia di una coppia mista, papà italiano, mamma marocchina, ma entrambi di religione islamica. Fatima Ezzahra Badaoui è nata invece in Marocco, a Rabat, di anni ne ha 16 (per la pubblicazione della sua intervista e delle foto abbiamo avuto il consenso dei genitori, El Mokhtar e Saadia) e vive in Friuli da non più di cinque. Ascoltare il loro punto di vista su diffidenza, integrazione e dintorni forse non è inutile in un momento in cui, qui da noi, resta forte lo choc per l’uccisione, a Montereale, della giovane Sanaa per mano del padre.

Una chiacchierata con Fatima e Johara apre a orizzonti per nulla scontati, aiuta a capire approccio, ostacoli, attese e pensiero di chi approda in una cultura lontana da quella in cui è cresciuto e desidera inserirsi nella nuova realtà, ma senza rinnegare le proprie tradizioni e convinzioni. E può aiutare anche a stemperare quel filo di tensione tra locali e immigrati di fede islamica dopo l’orribile morte della diciottenne marocchina che aveva lasciato casa per andare a vivere col fidanzato italiano.
Al riguardo la posizione delle due ragazze è inequivocabile: «Sbaglia chi attribuisce a quel delitto un significato religioso». Dice Johara: «È brutto che quanto accaduto sia classificato non come “padre che uccide la figlia”, ma “musulmano che uccide”: non sarà mai il Corano a suggerire questo. Quello era un pazzo, non c’entra nulla che il fidanzato sia stato di religione diversa».
Dice Fatima: «La famiglia è stata disonorata dalla fuga di Sanaa, è venuta a mancare l’obbedienza al genitore, per noi è una cosa importantissima, ma non si tratta di sottomissione. Né tantomeno di motivi religiosi». Poi, sul perdono della madre al marito omicida: «Bisogna capire il contesto: lei non ha mai accettato il fatto, ma doveva dire che lo perdonava perché adesso si trova da sola con due bambine e l’unico sostegno lo potrà avere dai fratelli del marito», aggiunge.
Johara e Fatima, pur con una punta di critica per un clima «ancora troppo viziato dai pregiudizi, specie da parte della gente anziana», dicono di stare bene in Italia. E fanno pure una sorta di autocritica: «Anche noi musulmani dovremmo essere più aperti. Invece molti di noi sono diffidenti verso chi è di usi, costumi e religione diversi».
La strada per il reciproco rispetto la indica Majda Badaoui, mamma di Johara e zia di Fatima, che lavora come mediatrice culturale e linguistica in diverse scuole di Udine e che nei giorni scorsi, a Pordenone, è stata chiamata a sostenere la madre di Sanaa durante le sue testimonianze. «Servono buona volontà da entrambe le parti – il parere di Majda –. Sarebbe importante creare momenti di incontro, feste, iniziative multiculturali, stare assieme con quei musulmani, che a dir la verità non sono molti, che hanno voglia di integrarsi. Tutto deve partire dall’educazione e dalla famiglia. Se questa seconda generazione di ragazzi immigrati dai paesi arabi è ben istruita tra le mura di casa, se c’è il giusto dialogo, ognuno può essere in grado di fare le proprie scelte tra due realtà diverse, ma non per questo contrapposte. La buona convivenza non è impossibile se è la gente a volerla».

[FONTE: Rassegna Stampa de Il Giornale del Friuli]

6 pensieri riguardo “JOHARA E FATIMA: VIVERE IN ITALIA DA IMMIGRATE ANCHE CON IL VELO

  1. Signora Marisa, per dare un quadro preciso bisogna anche dire che il padre di una delle due figlie e zio dell’altra si chiama Sante Ciccarello ed è stato un dirigente dell’Ucoii, la stessa associazione di cui fa parte l’imam di Segrate/Milano visto domenica scorsa su Canale 5. Adesso pare sia dirigente di un’istituzione caritatevole islamica. E’ tutto in internet, basta fa re come ho fatto io che ho utlizzato un motore di ricerca. Venendo al contenuto un punto secondo me è importante, quello in cui Johara dice: «È brutto che quanto accaduto sia classificato non come “padre che uccide la figlia”, ma “musulmano che uccide”: non sarà mai il Corano a suggerire questo. Quello era un pazzo, non c’entra nulla che il fidanzato sia stato di religione diversa». Avendo osservato e a volte anche partecipato direttamente a diversi forum gestiti da giovani di associazioni islamiche ho notato una profonda ignoranza, anche se si tratta in genere di studenti che parlano bene l’italiano. Intendo dire che affermano come le due ragazze intervistate che “il Corano dice o non dice questo” quando conoscono al massimo 10 versetti del Corano e 5 detti del profeta, chiamati hadith che compongono la seconda fonte dell’Islam, almeno per i musulmani sunniti, chiamata Sunna. Quando dicono che il padre non poteva uccidere la figlia secondo me vogliono dire che il padre non poteva farsi giustizia da solo. Se una cosa del genere fosse accaduto ad esempio nella striscia di Gaza dove governa Hamas, un movimento che fa riferimento come l’Ucoii in Italia alla principale organizzazione islamista (per islamista non si intende ciè che riguarda l’Islam ma ciè che riguarda l’utilizzo dell’Islam come ideologia politica), i Fratelli Musulmani, la relazione sarebbe stata impedita non dai genitori ma dal tribunale islamico perchè una relazione di questo tipo è contraria alla Sharia, la legge islamica. Il divieto per una donna musulmana di sposare un uomo non musulmano è indicato nel Corano, e in questo contesto la legge divina islamica è legge terrena dello Stato. Dato che i musulmani sono adesso minoranza in Italia e non potendo per ora l’Italia essere uno stato islamico, molti musulmani potrebbero dire che adesso si deve applicare la legge italiana purchè non sia in contrasto con la pratica della religione islamica oppure che si istituiscano dei tribunali islamici competenti per dirimere le questioni patrimoniali e familiari relative ai musulmani. Come noto i tribunali islamici sono già molto attivi in Gran Bretagna limitatamente a questioni di questo tipo.. Domenica scorsa la convertita italiana che sedeva di fianco all’imam di Millano/Segrate ha accennato alla fine esplicitamente all’istiuzione di tribunali islamci in Italia, anche se l’Imam ha cercato di smentirla sommerso dalla disapprovazione dei presenti perchè affermare queste cose adesso pubblicamente non è tatticamente conveniente. Meglio aspettare di aumentare di numero. Un’ultima osservazione. Perchè quando un giornalista deve intervistare un musulmano deve sempre rivolgersi a persone che gestiscono centri islamici o vengono segnalati da chi gestisce centri islamici ? Alla fine da molti anni gira e rigira sono sempre quelle 4 facce e i loro figli , nipoti, generi e discepoli vari. Dico questo perchè ci sono anche tanti musulmani che non sono così ed hanno un approccio in generale molto più laico.

    "Mi piace"

  2. Aggiungo signora una brevissima considerazione che deriva dalla lettura dell’articolo. Probabilmente gli enti pubblici ed i comuni dovrebbe stare attenti alla scelta delle mediatrici culturali musulmane, anche se dubito ci sia la capacità di farlo. Perchè una giovane donna velata che si propone con un sorriso, una buona padronanza della lingua e una laurea in Italia in sociologia o in lingua e letteratura araba potrebbe utilizzare l’incarico ricevuto per attuare una subdola attività di indottrinamento verso una determinata ideologia.

    "Mi piace"

  3. Marisa, ho trovato questa intervista della signora che l’articolo indica come la madre e zia delle due ragazze. Risale al 2002 e qui risulta essere già divorziata dal signor Ciccarello, circostanza che l’articolo non indica. E’una bella intervista. Le propongo il link, io ho salvato in una cartella in cui raccolgo gli articoli e la documentazione che trovo più interessante: LINK

    "Mi piace"

  4. @ Fred

    La ringrazio ancora per le notizie che di post in post mi fornisce e per l’ultimo link che potà essere d’interesse per i miei lettori. A me, francamente, che la signora in questione sia divorziata o meno, non interessa. Certo per un musulmano è già da solo un fatto disonorevole ma, come si suol dire, saranno solo fatti suoi (della signora,intendo)! Se, poi, con quel riferimento che “l’articolo non indica”, Lei vuol sottolineare che le parole di tale persona non sono da prendere in considerazione, allora è libero di pensarlo così come i miei lettori sono liberi di condividere o meno le parole della signora Majda Badaoui. Io, personalmente, non mi faccio condizionare da questi pregiudizi.

    Quanto al Suo timore che una mediatrice culturale, scelta in modo poco accurato, ovvero senza l’approvazione della comunità islamica (mi pare di aver interpretato il senso delle Sue parole), possa “utilizzare l’incarico ricevuto per attuare una subdola attività di indottrinamento verso una determinata ideologia”, le posso assicurare che, per la mia esperienza, gli/le esperti/e vengono a scuola, tengono una “lezione” di un paio d’ore e non fanno assolutamente “catechismo”. Nessun subdolo intento, mi creda.

    Infine,ho pubblicato l’articolo solo per dar spazio ad una voce forse un po’ “fuori dal coro” e non l’ho deliberatamente commentato perché la mia intenzione era quella di informare non di dare valutazioni che, oggettivamente, non posso dare. Lei ha espresso la Sua, con maggior cognizione di causa, e mi fa piacere. Attendo, quindi, altri interventi affinché ne possa nascere un dibattito.

    Grazie per l’attenzione che così assiduamente presta al mio blog.

    "Mi piace"

  5. Mi levi una curiosità. Quali sono esattamente le attività che fanno i mediatori culturali ? Ci sono mediatori culturali solo per i gruppi più numerosi? Glielo chiedo perchè ci sono tantissime etnie molte delle quali in un centro di medie dimensioni possono avere pochissimi studenti , anche uno solo.

    "Mi piace"

  6. Ci sono due tipi di mediatori: culturali e linguistici. Questi ultimi seguono i bambini e ragazzi (fino alla scuola dell’obbligo) che non conoscono la lingua e li aiutano a studiare. Il loro intervento, mirato e individualizzato, è spesso breve perché i fondi mancano e per le scuole è difficile affrontare la spesa, considerando che talvolta, come ben dice anche Lei, in una stessa scuola convivono più etnie.

    I mediatori culturali sono, invece, quelli che vanno nelle scuole a parlare dei loro Paesi, usanze e religioni. Possono anche affrontare dei “temi” che vengono proposti dai docenti. Di solito lavorano per le associazioni come Acli e CeVi, in genere i loro interventi durano poche ore, 2 o 4 al massimo.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...