DICIOTTENNE MAROCCHINA AMA UN ITALIANO: UCCISA DAL PADRE

donna arabaÈ successo di nuovo e ancora accadrà. Figlie di immigrati, cresciute in Italia, a volte nate nel nostro Paese, destinate a soggiacere alla dura legge dell’islam. Quella legge che non prevede nel destino di giovani donne una vita felice, un amore sincero, un legame con un uomo che non appartenga alla stessa cultura. Per ragazze come Hina , 20 anni, pachistana, uccisa dal padre due anni fa perché amava un italiano e come Sanaa Dafani, diciottenne appena, la libertà è stata una falsa illusione, una conquista effimera, pagata con il sangue. Le mani armate dei padri hanno “fatto giustizia”, appellandosi al diritto di punire la trasgressione delle figlie, invocando la “legge dell’onore”. Dura lex, sed lex, dicevano i Romani; mai legge più dura e più ingiusta potrebbe esistere. Una legge che fa parte di una cultura che non sa aprirsi al mondo e che ritiene legittimo un omicidio per salvare l’onore. E poi si parla di integrazione. Ma l’integrazione sono prima di tutto loro a non volerla. Almeno persone come il padre di Sanaa che ieri ha ucciso la figlia. È accaduto in provincia di Pordenone, una provincia tranquilla.

La gente è incredula. Nelle interviste si sente solo parlare di “una brava persona”, riferendosi all’omicida. E sì, chi l’avrebbe mai detto? Un tipo un po’ chiuso, è vero, molto riservato. Si faceva i fatti suoi ma sul lavoro era socievole, rideva e scherzava con i colleghi. Chi avrebbe potuto immaginare che arrivasse ad uccidere la propria figlia, sangue del suo sangue. E in questo tipo di vicende, così tristi, così sconvolgenti, io mi chiedo che ruolo abbiano le madri. Nessuno. Le donne, mogli, figlie, sorelle, devono solo ubbidire alla “dura legge”, coprirsi il capo, non indossare i pantaloni, non lavorare o studiare, possibilmente. Qualcuna riesce ad opporsi, dimostrando un coraggio quasi da “uomo”, svincolandosi da questo integralismo che non è fede, non è religione, è solo crudeltà e ignoranza. Cosa possiamo avere noi in comune con gente come questa? Nulla. E non vuol dire essere razzisti, significa solo prendere le distanze da un mondo che non è solo diverso, ma è atrocemente ingiusto.

Omicidio premeditato, quello di El Ketaoui Dafani, 45 anni, residente dal 2001 in provincia di Pordenone. Forse le ha teso una trappola; la figlia non avrebbe avuto motivo di trovarsi sul luogo dell’omicidio, un luogo boschivo sulle montagne delle Valcellina. Forse la figlia e il fidanzato, da pochi mesi suo convivente, avevano sperato in una chiarificazione. Non una mano tesa pronta per il perdono, ma almeno uno sforzo per capire, se non condividere, le scelte di Sanaa.
E invece, all’arrivo dei soccorsi, il tragico epilogo di quell’incontro non fortuito si è materializzato davanti agli occhi di tutti: la ragazza agonizzante, sgozzata senza pietà, il giovane Massimo De Biasio, 31 anni, ferito gravemente accanto al suo amore ormai perduto per sempre. Un amore pagato a caro prezzo, da tutti e due: lei non c’è più, lui si salverà ma per tutta la vita porterà in sé il ricordo di questa atrocità di cui, involontariamente, è stato causa. Il senso di colpa non lo abbandonerà e potrà solo sentire un po’ di sollevo quando giustizia sarà fatta, quando El Ketaoui sarà punito. Ma spesso la Legge, quella degli uomini, non è così severa e qualsiasi punizione sembrerà insufficiente a fargli scontare la propria colpa.

Il presidente degli Intellettuali Musulmani Ahmad Gianpiero Vincenzo ha preso le distanze dal gesto efferato del “fratello musulmano”, dichiarando: Né L’Islam, né alcuna religione sulla terra possono giustificare l’omicidio tanto meno quello dei propri figli. Non possono esserci motivi religiosi dietro gesti così efferati, ma solo violenza e ignoranza. Assurdo però, che per la follia di pochi sconsiderati, si cerchi di colpevolizzare interi popoli e civiltà. No, non stiamo condannando un intero popolo, una civiltà riconosciuta tale; stiamo puntando il dito proprio contro quella “ignoranza” che rende ciechi, che porta a gesti estremi perché chi ne è afflitto non ha il potere di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Il “delitto d’onore” non esiste, non è scritto nella Legge di Allah e su questo siamo d’accordo. L’omicida, in ogni caso, merita una punizione esemplare. Forse quella di Ahmad Gianpiero Vincenzo è la testimonianza che maggiormente rende l’idea dell’integrazione possibile: seguire le leggi della fede ma rispettare il codice, quello degli uomini che condannano i reati, al di là di qualsiasi fede religiosa. E qui l’onore macchiato non ha alcuna importanza, non può essere un pretesto per uccidere. Questa si chiama giustizia umana. Poi sarà Dio o Allah a concedere il perdono, se verrà richiesto. La bontà di Dio è infinita, quella degli uomini no.

[fonti: Messaggero veneto e Gazzettino]

2 pensieri riguardo “DICIOTTENNE MAROCCHINA AMA UN ITALIANO: UCCISA DAL PADRE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...