CHE CI FA NOEMI LETIZIA A VENEZIA?

FILM-VENICE/Ci facesse la turista, non ci sarebbe nulla di male. Ma vederla sfilare sul red carpet del Lido, lo stesso calcato da famosi personaggi che al cinema danno lustro, pare davvero un’eresia.
C’eravamo appena dimenticati dell’entrée trionfale della coppia del momento, George Clooney ed Elisabetta Canalis, e avevamo storto il naso. Ma almeno lui, l’inquilino di Villa Olenadra, attore lo è davvero. Ma Noemi?

Sul Corriere leggo che era accompagnata, oltre che dall’immancabile mammà, dal produttore Massimo Gobbi che avrebbe in serbo per lei addirittura un film. D’altra parte lei ha dichiarato: Amo il cinema ed è il mestiere che voglio fare da grande. Da anni studio recitazione. Da anni? A be’, certo, avrà iniziato con le recite all’asilo.

Massimo riserbo sul titolo della sua prossima “fatica” cinematografica. Azzardo un’ipotesi: che sia “Colazione da papi”?

RICOMINCIO DA TRE

back2school_copy[1] Finita l’era delle cattedre di Lettere con due sole classi, eccomi qua pronta a ricominciare. Ricomincio da tre, tre classi, cinque materie, un totale di 84 allievi. 84 facce e 84 nomi da memorizzare e da abbinare. Non ce la farò mai! Dopo sole tre ore stamattina sono tornata a casa fusa. Mal di testa da impazzire, inizio di dermatite allergica –stessa reazione avuta lo scorso anno all’inizio della scuola- e tosse da irritazione a causa del gesso. Conciata così, mi chiedo se non sia il caso di cambiar mestiere. Eppure ho sempre voluto fare l’insegnante. L’ho deciso quand’ero in quinta elementare. Mi rendo conto che non saprei fare altro nella mia vita, non alla mia età, almeno. Quindi mi faccio forza, so che sarà dura ma sopravvivrò.

Alle otto, puntuale, stamattina è suonata la campanella. Io non c’ero, però, perché sono stata fortunata con l’orario –provvisorio, naturalmente- e sono entrata alla seconda ora. Ma come al solito, visto che ho il terrore di fare tardi e in particolare stamattina ero terrorizzata dal pensiero di trovare ingorghi stradali visto che qui ci prepariamo ad accogliere migliaia di alpini della Julia, alle otto e mezza ero già a scuola. Giusto in tempo per vedere i “piccolini” delle prime in trepida attesa. La procedura, in questi casi, è sempre la stessa: si chiama una classe alla volta e la si consegna al docente in servizio a quell’ora che provvede a portarla nell’aula assegnata. Un gruppo informe di ragazzini, stranamente silenziosi, varca il portone dell’edificio che li ospiterà per cinque anni –se tutto va bene- e si prepara alla nuova avventura.

Entro in classe alle nove, si alzano tutti in piedi, dico buongiorno, rispondono buongiorno –poi spiegherò loro che l’alzarsi in piedi rappresenta il loro saluto, quindi non è necessario che intonino quei cori-, si siedono facendo stridere le sedie sul pavimento –spiegherò anche che si cerca di alzare un po’ le sedie altrimenti faccio portare i feltrini da casa-, mi guardano con aria indagatrice, in attesa del mio personale discorso di inizio anno. Lo fanno tutti i docenti e m’immagino che i poveretti sentano le stesse cose un bel po’ di volte. Nulla di male, come si dice: repetita iuvant.
Faccio l’appello, li osservo uno ad uno, chiedo chiarimenti sull’accento dei cognomi –non avete idea di quanti cognomi facciano venir dei dubbi a pronunciarli-, con la certezza assoluta che non me li ricorderò. I casi di omonimia, poi, mi spaventano. Li chiamo per nome e quando chiamo, per fare un esempio, un “Luca”, mi dimentico che ce ne sono tre. Allora mi appello alla loro perspicacia: se guardo da una parte è ovvio che mi rivolgo al “Luca” che sta proprio lì. Ma passerà un po’ di tempo prima che io li sappia localizzare tutti, figuriamoci quanto ne deve passare per localizzare il “Luca” cui voglio rivolgermi.
Mentre parlo, ascoltano attenti. Io mi guardo attorno e una cosa mi colpisce subito: quanti maschi! Eh già, dimenticavo che siamo in una sezione PNI, una di quelle con tanta matematica e informatica; le femmine raramente dimostrano un amore sviscerato per quelle materie, a loro piacciono di più le lingue, quindi le sezioni con il bilinguismo sono più “femminili”. Peccato che dal prossimo anno la Gelmini stravolgerà tutto con il riordino dei licei: niente più sperimentazioni, tutti faranno le stesse materie e lo stesso numero di ore. Tutti, non solo quelli di prima, anche quelli che saranno in seconda. Li informo di ciò, usando il condizionale perché non si sa mai, e qualcuno mi guarda allibito. Possibile che nessuno gliel’abbia detto? Poco importa, comunque, perché la scuola in questo non c’entra, c’entra solo il MIUR.

Quando inizio a parlare del Latino, metto subito i puntini sulle i: si studia con costanza, si eseguono regolarmente i compiti, si sta attenti a scuola, devono dimenticare quello che hanno imparato nei corsi che alcune scuole medie organizzano per agevolare lo studio della materia. Non sanno, i poveri e volenterosi docenti delle medie, che oltre a fare una cosa inutile –tanto con il latino al liceo si comincia da zero, non come una volta, quando eravamo obbligati a fare pure l’esame in terza media-, possono anche fare “danni”, perché i docenti delle medie adottano una metodologia ormai superata, pur conoscendo i contenuti. Ci fosse una comunicazione migliore tra le scuole medie e i licei, sarebbe tanto meglio.
Gli sguardi sono attoniti, ma io sono pronta a sdrammatizzare. Non importa quello che avete fatto prima, l’importante è quello che farete nei prossimi mesi ed anni. Il latino è anche affascinante, è espressione di una civiltà, quella romana, di cui siamo eredi. Il latino può dare grosse soddisfazioni, perché si possono ottenere ottimi risultati: i miei voti vanno dal 2 al 10. Il 10 li consola, ma è il 2 che li preoccupa. Io pronta, anche perché le reazioni ormai le conosco a memoria, li avverto: se c’è anche una sola persona che arriva al 10 in un compito, tutti possono ottenere quel risultato. La chiave sta nell’impegno. Mi guardano un po’ sollevati, ma è chiaro che non li ho convinti: chissà cosa han detto loro i compagni più grandi o i fratelli maggiori!

L’ora se ne va, anzi vola. Non mi par vero di aver ottenuto la loro attenzione e prego perché sia così fino alla fine dell’anno. Anche se so che così non sarà, ma all’inizio bisogna pur farsi delle illusioni. Chissà quante se ne sono fatte loro su di me. Le sorprese, però, prima o poi arrivano sempre. Già quando ho detto che non assegno molti compiti per casa, allo sguardo sollevato di molti di loro, ho aggiunto che non per questo sono “buona”. E poi, che vuol dire “un’insegnante buona”? Assolutamente nulla. È questione di punti di vista.
All’inizio della terza ora li accompagno in aula magna –non senza aver sottolineato che anche quello è latino, vuol dire “grande aula”, infatti ci possono stare quattro classi- per assistere al discorso di benvenuto del Dirigente Scolastico (cioè del “preside”, ma ad ogni cosa e persona bisogna dare il giusto nome).
Anche lui fa la “predica” di rito e ripete in parte, com’è ovvio, quello che avevo detto io. La collega che aveva fatto lezione la prima ora, seduta vicino a me, mi confessa che anche lei aveva fatto un discorso simile. Come ho detto prima, repetita iuvant, o almeno speriamo.

In aula magna non vola una mosca. Ma il Dirigente ogni tanto fa delle battute e strappa dalle loro bocche qualche risata. Tutti pronti, però, a ridiventare seri un secondo dopo. Certo, la scuola in sé non è divertente ma qualche volta si può sorridere, basta rispettare le regole, onorare gli impegni, non “marinare”, salutare tutti quelli che s’incontrano nei corridoi … sorrido perché questo è il mio quinto anno in questa scuola e c’è ancora qualcuno dei colleghi –MASCHI!!!- che non mi saluta. Poi penso che nemmeno alcuni dei miei allievi dell’anno scorso mi salutano. Una ragazza, poco prima, mi aveva incrociato in corridoio e, con il solito piglio aggressivo, mi aveva chiesto: “prof, ma i bagni per le femmine dove sono?”. Naturalmente le ho risposto, suggerendo una domanda meglio formulata. “Avresti dovuto dire ‘buongiorno prof, sa dove si trovano i bagni delle femmine?’, comunque non lo so, io uso i sevizi per i docenti”. Stendiamo un velo pietoso, va’.

Alla quarta ora ho lezione in terza. Qui è tutto diverso, loro sono nuovi per me ma non sono “matricole”, quindi tanti discorsi non servono. Almeno, questo è ciò che credevo prima di entrare in classe. Naturalmente mezza scolaresca è fuori dalla porta, nonostante sappiano che devono attendere l’arrivo del docente ognuno al proprio posto. Comunque, dopo aver fatto entrare il gruppo in attesa, faccio il mio ingresso in aula e vado verso la cattedra. Non tutti si alzano in piedi, non tutti salutano, qualcuno non c’è. Cominciamo bene. Solerte una ragazza mi avvisa che le ragazze che mancano arrivano subito perché sono dalla ***, e fanno il nome dell’insegnante in questione. Mi affretto a correggerla: “Si dice professoressa ***”. Odio sentirli parlare dei miei colleghi chiamandoli per cognome come si trattasse di compagni di scuola. Mi sto accingendo a segnare sul registro i nomi delle assenti –sempre che me li dicano-, quando sento delle urla isteriche provenire dal corridoio. Sono loro, le ragazze che non c’erano. Le riprendo, meravigliandomi che siano arrivate n terza senza sapere che si entra puntuali in classe e senza urlare nei corridoi. Ammutolite mi guardano come se fossi un extraterrestre, ma non replicano. Fosse successo con una mia “vecchia” classe ne sarebbe nata una discussione di mezzora. Mi rallegro per essere un’insegnante nuova per loro.

La “lezione” in terza è decisamente più dialogata: ho bisogno di alcune informazioni e tutti si affrettano a darmele, peccato che si parlino addosso e che io sia costretta a dettare delle regole che credevo fossero conosciute. In effetti, le conoscono perfettamente ma l’euforia del primo giorno di scuola gliele fa dimenticare. Beati loro! Io tanto euforica non sono. Stavo decisamente meglio a casa. Ma non lo posso dire, altrimenti che esempio di dedizione e laboriosità sarei. Va be’, dai, prima o poi la loro euforia mi contagerà, speriamo.

Alla fine della mattinata mi fermo a parlare con qualche collega. Di solito fuggo il prima possibile, ma oggi il tempo è volato. Nonostante il mal di testa e le reazioni allergiche di vario tipo, la prima giornata di scuola è passata tranquillamente. Sono perfino di buon umore. Anche una bidella mi dice che oggi mi vede meglio, non con la faccia dei giorni scorsi. Meno male, penso, che c’è qualcuno che mi tira su il morale.
La mia terza classe, che è un’altra prima –quella in cui insegnerò l’ormai famosa geografia tappabuchi o saturaorario che dir si voglia- non l’ho ancora conosciuta. Altre trenta facce da ricordare, altri trenta nomi da memorizzare, ognuno al suo posto. Per oggi mi fermo a 54, è più che sufficiente. Domani è un altro giorno e si vedrà. Anche se il primo è sempre il primo. Peccato non averli incontrati tutti i miei allievi, ma ho davanti a me tanti di quei mesi che questa “lacuna” del primo giorno sarà solo un ricordo e non me ne rammaricherò più.

[Ringrazio frz40 per avermi fornito la graziosa immagine, se poi è coperta da copyright, sono affari suoi! :)]