A “DOMENICA 5” SANTANCHÈ SI SCONTRA CON IMAM

santanchèPrimo pomeriggio acceso oggi su Canale 5. Ospiti di Barbara D’Urso, nel salotto di Domenica 5, Daniela Santanchè e un imam (di cui non ricordo il nome né la provenienza) sul tema: quale integrazione culturale? Inutile dire che i due, assieme ad altri ospiti che spalleggiavano l’uno e l’altra, non sono arrivati a nessun risultato. Ognuno è rimasto, infatti, della stessa opinione di prima: la Santanché, reduce da un pestaggio avvenuto a Milano ad opera di musulmani che non gradivano la sua interferenza nelle usanze delle donne islamiche (leggi burqa e simili), continua ad essere dell’idea che verso le donne l’islam, e le sue “incivili” usanze, non ha alcun rispetto, che esse sono sottomesse all’uomo che le obbliga ad indossare il velo e il burqa e che, talvolta, le uccide perché non si adeguano alla rigida disciplina dettata dalla fede. Dalla parte opposta l’imam, udite udite, ritiene che nessuno fa violenza alle donne, nemmeno psicologica, che esse sono libere di decidere e se vogliono portare il velo o il burqa, lo fanno spontaneamente e senza costrizione alcuna perché è una pura e semplice questione culturale. In riferimento agli omicidi di cui si è parlato in trasmissione –quello di Hina risalente a due anni fa e quello di Sanaa di pochi giorni fa – l’imam ha sottolineato che non esiste religione al mondo –e per fortuna!- che impone all’uomo, padre o marito o fratello, di uccidere una donna “indisciplinata”. No, la religione non c’entra, perché la violenza, in questi casi, riguarda gente che non va in moschea a pregare e non ha legami con la comunità musulmana. Ne consegue che questi padri sono dei violenti perché non osservanti e che sono integrati a tal punto da trarre spunto dall’esempio degli italiani, badate bene, della violenza tutta italiana.

Questi, in sintesi, gli argomenti addotti a sostegno della tesi che l’islam non può essere violento perché nessuna religione lo è, in quanto Dio è buono e non può indurre alla violenza. D’altra parte, i miscredenti, di qualsiasi fede e cultura, sono violenti perché non hanno quello che si suole chiamare “timor di Dio”. Tale ragionamento, a rigor di logica, non farebbe una piega. Tuttavia, mi permetto di osservare che nessun esempio di violenza può condizionare le scelte di uomini sani di mente, oltre che timorosi di dio e delle sue punizioni eventuali. Se così fosse, dovremmo essere tutti violentatori ed omicidi. Se il signor imam chenonsocomesichiama la pensa in questi termini, ha evidentemente dimenticato le stragi che l’islam ha compiuto durante tutto l’arco della sua storia, sia attraverso la jiad sia attraverso gli atti terroristici.

È vero che la Santanchè un po’ se l’è andata a cercare. Un’italiana convertita all’islam presente al dibattito, Sonia Martini, ha preso le difese dell’imam -manco a dirlo- e ha attaccato la Santanchè attribuendole l’atto oltraggioso di aver interrotto una cerimonia islamica solo per far politica e dimostrando un totale menefreghismo nei confronti delle usanze delle donne musulmane. Al che la replica della Santanchè è stata: loro hanno dimostrato insensibilità nei confronti della nostra cultura e religione andando a pregare proprio davanti al duomo di Milano, simbolo della cristianità. La replica mi è parsa scontata: gli islamici hanno l’obbligo delle cinque preghiere quotidiane e, ovunque si trovino, si rivolgono alla Mecca e pregano. Ok, si può anche essere d’accordo, così come sono convinta che la Santanchè potrebbe occupare il suo tempo in modo diverso, senza andare a rompere i cosiddetti alle donne che indossano il burqa, invocando il rispetto della legalità. Tant’è che la stessa Maritini, supportata dall’imam, ha sottolineato che lei non ha alcun ruolo nel controllo degli eventuali comportamenti illegali, in quanto non è un poliziotto né un magistrato. Anche su questo, niente da eccepire.

Il motivo del contendere, l’indossare il burqa e la palese sottomissione delle donne islamiche ai loro uomini, ha avuto un appoggio anche da Vittorio Sgarbi, in collegamento da Bologna. Meraviglia delle meraviglie, all’inizio del discorso ha usato un tono pacato, facendo dei ragionamenti accettabili, sembrava, quasi, stare dalla parte della Santanchè, poi ha iniziato ad urlare riprendendo il suo solito atteggiamento assai sgradevole. Comunque mi è parso appoggiare la causa delle donne islamiche che sono libere di assecondare come vogliono i loro uomini, a patto, però, che quest’ultimi non le uccidano ad ogni trasgressione. Mi pare sensato ma anche molto scontato.

Parlare di integrazione culturale è assai difficile. Io ho tentato più volte (ad esempio qui ) ma ho concluso che non ci sarà mai un’integrazione completa, soprattutto da parte degli emigrati di una certa età. Ma i loro figli e poi i loro nipoti, se rimarranno qui, potranno veramente integrarsi perché considereranno questa la loro patria. Ciò non toglie che il loro essere “occidentali” disturberà sempre i “vecchi” più legati alle tradizioni e ci saranno sempre delle scelte fatte dai figli e forse anche dai nipoti che non verranno comprese e condivise. Spero comunque non si arrivi ancora ad uccidere.
Una cosa giusta, però, la Santanchè l’ha detta a Domenica 5: spesso questi immigrati non conoscono la lingua e senza questo presupposto, senza la volontà vera di apprendere l’idioma usato nei Paesi d’arrivo, non solo in Italia, non ci può essere integrazione. Intervistate, le madri delle ragazze uccise hanno avuto bisogno di un interprete che, forse, ha tradotto i testi in modo da far dire loro parole mai pronunciate. Io, personalmente, sono rimasta scioccata nel sentire le parole di perdono e di approvazione nei confronti del gesto del marito da parte della madre di Sanaa. Come dice la Santanchè, può anche darsi che queste donne appoggino in tutto e per tutto i loro uomini perché sono abituate ad essere sottomesse e non hanno il coraggio di opporsi al volere dei maschi, temendo chissà quali punizioni.

Infine, parlare di integrazione è possibile e sono sicura che il dialogo ci sarà con le prossime generazioni. Per il momento, però, i tempi non sono maturi. Proprio per questo personalmente non appoggerei la proposta di Gianfranco Fini che vorrebbe concedere la cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni. Prima bsogna abbattere i pregiudizi da entrambe le parti. Un punto d’incontro è auspicabile, ma a me viene in mente ciò che qualche anno fa una mediatrice culturale disse in classe durante un intervento sull’islam: noi nasciamo tutti musulmani. Chi non segue questa strada cade nell’errore.. Allora sono rimasta senza parole e ho incrociato gli sguardi perplessi dei miei allievi a cui ho intimato il silenzio. Come si fa a discutere una cosa del genere detta in tono così perentorio?

INTEGRAZIONE del 16 OTTOBRE 2009
Per chi si è perso la puntata … ecco il video. Per le altre parti, questo è il LINK.

E DOPO UN ANNO, DO I NUMERI

torta 1 candelina
Un anno fa, un sabato pomeriggio, approfittando di una visita di mia nipote Sabrina –che ringrazio-, ho aperto il mio blog. Non avrei mai pensato di scrivere questo post un anno dopo. Non avrei nemmeno immaginato di potermi rivolgere ai miei numerosi lettori che, più o meno fedelmente, mi hanno seguita in questi 12 mesi. Infine, ero ben lungi dal credere che avrei continuato a scrivere su queste pagine per così tanto tempo, con una passione così grande e una dedizione tale da non farmi rimpiangere nulla di ciò che un tempo facevo nei pochi momenti liberi. Forse avrò bevuto meno caffè in compagnia delle mie amiche –ma in fondo è un bene per la salute!-, avrò fatto meno passeggiate –e il mio sederotto ne è la prova, ahimè-, avrò fatto a meno di guardare, sonnecchiando, qualche scemenza in TV, ma ne ho tratto una gioia così grande e così tante soddisfazioni da chiedermi come abbia potuto vivere così a lungo senza che minimamente mi sfiorasse l’idea di tenere un blog.

Come mai in un umido e freddo sabato di settembre ho cambiato idea? Sembrerà strano, ma l’ho fatto principalmente per i miei allievi di quinta. Era da un po’ che pensavo ad un modo per evitare di fare tante fotocopie per approfondimenti vari, con la consapevolezza che, in qualche caso, venivano gettate nel cestino alla mia uscita dall’aula. Ma sapevo che qualcun altro avrebbe gradito saperne un po’ di più su determinati argomenti e che sarebbe stato lieto di leggere dei saggi di letteratura che fino a quel momento non avevo avuto il coraggio di divulgare. Ecco che un blog faceva al caso mio e dei miei allievi volenterosi. A loro ho dedicato molti post protetti da una password che, nonostante essi si stiano apprestando a frequentare l’università, non ho ancora avuto il coraggio di rimuovere. Forse in futuro mi serviranno per altre classi, sperando che questa mia passione non si esaurisca.

Ben presto, però, anzi subito mi resi conto che pubblicare qualcosa ai fini didattici non mi sarebbe bastato. Io amo scrivere, da sempre, da quando appena quindicenne ho scritto il mio primo romanzo. Quella del blog era l’occasione giusta per condividere la mia passione fino ad allora coltivata nel segreto dei files contenuti nel mio p.c. Al primo post non didattico ne sono seguiti molti altri, sempre più numerosi, vertenti principalmente sulla scuola ma anche su argomenti di attualità, cronaca, spettacolo, televisione … insomma, le categorie sono tante e ben visibili sulla mia homepage. Da quel 27 settembre di un anno fa non ho mai smesso di scrivere e anche se il lavoro m’impegna molto, cerco di trovare il tempo per riempire queste pagine. Non solo, di tanto in tanto rileggo i post più vecchi, li modifico, li abbellisco con le immagini che in un primo momento non avevo aggiunto –anche perché, onestamente, non sapevo come si facesse!-, curo anche le pagine che sono sempre un po’ trascurate e su cui avrei mille idee ma poco tempo per realizzarle. Un lavoro a volte certosino –non sapete quanto io sia pignola!- che richiede tempo ed energie che non voglio sottrarre alla mia famiglia e al mio lavoro e che quindi si accontenta di qualche scampolo delle mie giornate superimpegnate. Ma ne vale sicuramente la pena.

Arrivata, dunque, al primo compleanno di questo mio blog, mi piace dare un po’ di numeri, sperando di trasmettere almeno un po’ della gioia che provo nel ripercorrere questi 12 mesi e scusandomi anticipatamente per il tono autocelebrativo del post. Ogni tanto ci vuole!

Ad oggi mi hanno letto in 45027

RECORD di visite in un GIORNO: giovedì 26 giugno 2009 (598)

Il MESE in cui mi hanno letto di più: GIUGNO 2009 (8979 visitatori)

Fino ad ora ho riempito il mio blog con 148134 parole (esclusi i commenti e i post protetti da password!)

MENZIONI SUL “BLOGS of the DAY” di WordPress: 2, il 12/12/2008 (43° posto nella classifica internazionale) e il 13/06/2009 (44° posto), entrambi nella catgoria GROWING BLOGS.

I POST PUBBLICATI: 153 (esclusi quelli protetti da password)

La TOP TEN dei miei post:

1. Dalla legge 137 alla riforma Gelmini: il trucco c’è l’inganno pure (pubblicato il 10/12/2008, 3134 lettori LINK)
2. Analisi e commento della poesia “Gelsomino notturno” di G. Pascoli (12/01/09, in un primo tempo protetto da password, 2443 LINK)
3. Gelmini: riordino dei licei (05/06/09, 2104 LINK)
4. Amici 8: televoto truccato? (31/03/09, 1275 LINK)
5. La “signorina” di Marco Carta … conquista il mio cuore (13/05/09, 1243 LINK)
6. “Caso Eluana Englaro”: la parola ai miei studenti (28/01/09, 981 LINK)
7. Latino: un metodo per tradurre (06/01/09, 823 LINK)
8. Latino allo scientifico si può fare …e fa bene (07/10/08, 815 LINK)
9. Approvato il Regolamento sulla valutazione degli studenti (29/05/08, 647 LINK)
10. “Tema di maturità”: possibili tracce e spunti per lo svolgimento (23/06/09, 629 LINK )

Una riflessione sulla Top Ten: fino ad oggi non avevo mai stilato una classifica e solo ora mi sono resa conto dell’eterogeneità dei post che hanno avuto il maggior numero di visite. Si va dai post di servizio, sulla Gelmini e le sue innovazioni nell’ambito della scuola, agli scritti esclusivamente didattici, passando attraverso lo spettacolo e la cronaca. Devo dire che sono soddisfatta di questi piccoli “successi” che mi incoraggiano a continuare a scrivere di tutto e di più, senza fossilizzarmi su un unico genere e argomento.

Il numero totale dei COMMENTI: 747 (una buona metà, comunque, sono costituiti dalla mie repliche!)

Il post che ha avuto il maggior numero di COMMENTI: Amici 8: televoto truccato? (83) …
e quello che ne ha avuti di meno: ce ne sono molti che ne hanno 0 😦

Il post che preferisco. Veramente sono due, a pari merito, e per ovvi motivi: quello che ho scritto per il compleanno del mio Matteo (25 aprile: l’anniversario della mia liberazione LINK ) e quello che ho dedicato al mio Maurizio (L’uomo della mia vita LINK)

Il post che, ripensandoci, non riscriverei: Lapsus freudiano del TG1 su Marco Carta” [LINK]: veramente trash!

Il post che mi è piaciuto scrivere e rileggere più volte, ma solo a me visto lo scarso numero di visitatori: Veronica, povero soldatino sotto assedio [LINK]

Il commento più tenero. Quello di “gullo” che mi immagino essere un giovane studente visto che, a proposito del post Infanzia rubata: e le stelle stanno a guardare? [LINK] scrive: e [sic] bellissimo questo scritto..mi ha colpito mi ha fatto capire molte cose e mi ha aiutato tanto a fare la mia ricerca!

Il commento più simpatico. La replica che “frz40” ha scritto a “lupo solitario” che, in un precedente commento, aveva detto che si deve lavorare con il cuore e non con il c*lo: Mi piace che sia orgoglioso del suo mestiere, pur se, anche questa volta, le virgole non son state il suo forte; a lui comunque servono poco in quel mestiere. E’ bello sentire che lo fa col cuore e con tanto entusiasmo. Bravo. Gli raccomando però di farlo anche col c…o, che per un autista è strumento indispensabile per saper guidare bene. (il post è Ricomincio da tre LINK )

Il commento più antipatico. Quello di una sedicente “collega”; non l’ho pubblicato, ma ne ho scritto il post Questione di punti (e virgola) di vista [LINK]

Lo scambio di commenti che mi ha maggiormente coinvolta: quello sul post Le accuse di Crisafulli a papà Englaro (LINK )

Il lettore e commentatore più assiduo. Non ho dubbi: è frz40 che, tra l’altro, deve sopportare anche i miei commenti sul suo blog!

Il lettore più assiduo ma “silenzioso”, nel senso che so che mi legge, ma non commenta mai: Alessandro B. Spero che un giorno prenda coraggio e mi scriva qualcosa … e non solo sms!

Per ora basta. Spero di aggiornare i dati il prossimo anno …

Lo so che quello che considero il successo del mio blog è ben poca cosa se paragonato ai blogger che vengono letti anche in un solo giorno dal numero di visitatori che ho collezionato in un anno. Ma a me basta così, anzi va al di là delle mie più rosee aspettative. Ho iniziato confidando nell’assiduità dei “miei 25 lettori” (esattamente il numero di allievi frequentanti la mia classe lo scorso anno); contarne più di 45mila in 12 mesi è davvero una grande soddisfazione.

Ai miei lettori, dunque, chiedo di continuare a seguirmi e, a quelli più assidui, di inserirmi nell’elenco dei Preferiti, possibilmente, per avermi sempre a portata di … mouse!

A tutti dico: GRAZIE DI CUORE! 🙂 🙂 🙂

L’IMPROBABILE SEXY PROF DI LATINO BELEN E L’ANCOR PIÙ IMPROBABILE PADRE GALLETTO DE SICA

telefonoLa pubblicità è l’anima del commercio, lo sappiamo. Uno spot dovrebbe, in teoria, presentare il prodotto in modo accattivante per indurre il consumatore ad acquistarlo. In gergo si chiama, anche, “persuasione occulta”. Infatti, quando andiamo al supermercato, ad esempio, mentre con il carrello percorriamo i corridoi immersi tra le scaffalature che contengono ogni ben di dio, è inevitabile che ci frulli nella mente il jingle o la scenetta che rimandano alla pubblicità di un dato prodotto. Fin qui, nulla di nuovo. Ma stiamo parlando di prodotti di consumo, quelli di cui potremmo fare benissimo a meno, che, tuttavia, acquistiamo con la certezza che poi il conto sarà più salato ma nello stesso tempo avremo approfittato delle “superofferte” che altro non sono che un’altra “persuasione” molto meno occulta della pubblicità stessa.

Ma nella vita di tutti i giorni non andiamo solo a fare la spesa. Oltre che lo stomaco, riempiamo la casa di oggetti “tecnologicamente avanzati” di cui potremmo fare benissimo a meno perché, in quel caso, lo stomaco non li reclamerebbe. Quelli sì che son soldi spesi inutilmente.
Cellulari, p.c. e internet fanno parte della nostra vita anche se non ce li mangiamo. Anche se non sono indispensabili -o quanto meno, non è indispensabile cambiarli spesso- si dà il caso che in Italia l’acquisto dei prodotti elencati sia spropositato: nella mia famiglia, solo per fare un esempio, ognuno ha il suo cellulare e il suo pc, non solo, nel cassetto giacciono almeno otto cellulari vecchi, perfettamente funzionanti, che sono stati messi in pensione solo perché non più tanto di moda (almeno quelli dei miei figli). Per ogni telefonino “funzionante” c’è un contratto con il gestore telefonico che ciascuno di noi preferisce. Ma si dà il caso, ancora una volta, che non appena uno sceglie la tariffa più conveniente, ne esce fuori subito un’altra ancora più economica. Che fare? Io personalmente mi tengo la tariffa che ho scelto nel lontano 1998… mai cambiata. Sono scema? Forse sì, ma sono soprattutto pigra e poi, onestamente, sono una che dalla pubblicità non si fa proprio prendere. Per me gli spot televisivi hanno solo un effetto soporifero: infatti, mentre sto guardando un film o una fiction alla TV, regolarmente mi addormento durante le interruzioni pubblicitarie.

Detto questo, se gli spot non influenzano più che tanto i miei acquisti, li osservo attentamente –sempre che rimanga sveglia- e li analizzo, anche perché immagini e testi sono a tutti gli effetti dei messaggi che vanno studiati. Alla fine dell’analisi, mi convinco che, al di là della bravura dei copywriter, quasi tutti sono molto ma molto scemi.
Ed eccomi arrivata all’argomento principale del mio post: l’ultimo spot della Tim che, pubblicizzando una delle tante tariffe superconvenienti, mette in scena un improbabile quadretto “scolastico” con protagonisti una sexy prof di Latino, Belen Rodriguez e un papà galletto, tanto per non smentire la fama degli uomini italiani, Christian De Sica. Bene, la scenetta, per me che sono una prof, per giunta di Latino, e ho a che fare quasi quotidianamente con i genitori dei miei allievi, è a dir poco idiota. Vi spiego perché.

In primo luogo, se esistono, com’è ovvio, delle giovani insegnanti di Latino anche avvenenti, il cliché rimane, nell’immaginario collettivo, quello di una docente di mezza età, un po’ appesantita dalla menopausa, con gli occhialini da presbite perennemente attaccati alla catenella che poggia sul seno a volte un po’ cadente, quando non stanno sul naso, e la matita a due colori, rosso e blu, pronta a deturpare le “splendide” prove degli allievi. Sarei un po’ troppo severa con me stessa se mi identificassi totalmente nel ritratto appena fatto, ma devo dire che alcune delle caratteristiche descritte già ce l’ho, ahimè! Però anch’io sono stata una giovane, anzi giovanissima, insegnante e anche un po’ avvenente. Il fatto è che mentre ora cerco in tutti i modi di allontanarmi dal cliché sopradescritto, cosciente del fatto che mi ci sto tuffando dentro anche se involontariamente, allora mi sforzavo di apparire meno giovane e carina perché mi pareva che fosse l’unico modo per essere “credibile”. Non potete immaginare quante volte ho sentito, pronunciata dal solito genitore ipercritico e un po’ diffidente anche senza motivo, la frase “Lei è così giovane …”. E devo dire che tale frase l’ho sentita fino a pochi anni fa, fortunatamente. Evidentemente m sto avviando irrimediabilmente verso il cliché di cui sopra oppure sono i genitori ad essere un po’ cambiati. Spero sia valida la seconda ipotesi.

Quando avevo l’età di Belen, se un papà mi si fosse presentato dicendo “pater istruitus filius purem” non mi sarei sottratta al colloquio, in quanto i rapporti con le famiglie rientrano nella funzione docente quindi non se ne può fare a meno, ma se poi mi avesse chiesto il numero di telefono (allora il cellulare non esisteva!) probabilmente l’avrei mandato dal preside (allora si chiamava così, non Dirigente Scolastico come adesso). Credo che ciò valga tuttoggi per le giovani prof, di Latino e non.
Ciò non toglie che a volte anch’io ho avuto l’impressione che qualche papà fosse più interessato alla mia persona piuttosto che a ciò che avevo da comunicare sul profitto del figlio. Ma mai nessuno mi ha, come si suol dire, spogliato con gli occhi. A parte, forse, un padre che, avendo per una volta mandato al colloquio la moglie, non s’è più fatto vivo. La signora, infatti, quando mi ha vista si è affrettata a dirmi: “Adesso capisco perché mio marito, che di solito manda me ai colloqui, si è sempre preso dei permessi dal lavoro per venire a parlare con Lei!”. Non l’ha detto, ma di sicuro l’ha pensato: “non lo mando più”. E così è stato. Insomma, anch’io ho avuto, per una volta, la mia bella soddisfazione, e che soddisfazione! Non c’è cosa più gratificante, per una donna, del suscitare la gelosia in un’altra donna. Altro che Belen e la sua … perifrastica!

GEMELLI? NO, SOLO FRATELLI

gemelli Una curiosa notizia arriva dagli Stati Uniti. La riporta Tgcom.it

Una donna dell’Arkansas, Julia Grovenburg di 31 anni, voleva realizzare il suo sogno di avere un bambino. Alla fine, nonostante le difficoltà e il rifiuto di sottoporsi a terapie per combattere l’infertilità e di ricorrere all’inseminazione in vitro, anche perché non voleva correre il rischio di avere dei gemelli, ce l’ha fatta. Un bimbo è finalmente in arrivo, anzi una femminuccia. Vedrà la luce presumibilmente prima di Natale. Fin qui tutto normale. Che c’è di strano? La stranezza è che, nonostante la gestazione fosse già iniziata, la giovane signora è rimasta incinta di nuovo. Caso eccezionale, davvero, che conta solo una decina di casi in letteratura medica.

Insomma, durante un’ecografia Julia scopre che, due settimane dopo aver concepito il tanto atteso figlio, da un rapporto ne è stato concepito un altro. Data presunta di quest’altro parto: 10 gennaio 2010. I bimbi, concepiti, com’è ovvio, da due ovuli differenti (in termini tecnici il fenomeno viene chiamato “superfetazione”), saranno due fratelli e, almeno biologicamente parlando, non gemelli. La nascita a due riprese sarebbe, oltre che faticosa e probabilmente improponibile, assai curiosa. Perciò i medici hanno deciso che i due bimbi, Jillian e Hudson, nasceranno entrambi ai primi di dicembre con un parto cesareo. Così, forzando la mano alla natura, i due fratelli sarebbero a tutti gli effetti dei gemelli.

Come ben osserva la mammina in attesa, stupita quanto mai, riferendosi al fatto di non essersi sottoposta ad inseminazione artificiale: Non volevamo gravidanze multiple. Ma evidentemente Dio ha voluto dire l’ultima parola… E già, le vie del Signore sono proprio infinite … che ci si creda o no!

[nell’immagine: “I Gemelli”, dal sito dell’autore ]

FIORELLO E GLI SPOT POSTUMI DI MIKE BONGIORNO

Da quando, il 20 settembre, è iniziata la messa in onda degli spot di un noto gestore di telefonia girati da Mike Bongiorno prima della scomparsa, sul web impazzano articoli pro e contro quella che viene a volte definita una pubblicità di cattivo gusto, macabra e dettata esclusivamente da interessi economici.

Da parte mia, non ritengo che questa sia stata una scelta di cattivo gusto ed è risaputo che è stata condivisa dalla famiglia. Ho già espresso il mio parere commentando un post dell’amico frz40 cui vi rimando. (Link)
Dello stesso parere sembra essere anche Fiorello che, in virtù dell’amicizia che lo lega alla famiglia Bongiorno, si è sentito in obbligo di scrivere una lettera al Corriere della Sera.
Lo showman afferma di aver preso questa iniziativa per lui inusuale per proteggere, in memoria del mio amico Mike, la sua famiglia da sospetti maliziosi che serpeggiano in alcuni commenti letti in questi ultimi giorni sui giornali. Una polemica che sembra non placarsi e che mette in discussione il fatto che la famiglia di Mike fosse d’accordo sulla scelta fatta dal gestore di telefonia. Alle malelingue Fiorello risponde con un tono deciso: La famiglia Bongiorno non trae alcun vantaggio ulteriore, oggi, dalla messa in onda di quegli spot, se non la serenità di aver interpretato la volontà di Mike. Poi c’è persino chi ha voluto leggere in questa decisione un tentativo di sfruttare un’occasione per una presunta carriera di Leonardo nello spettacolo, altra insinuazione banale e priva di fondamento.

Di una cosa Fiorello è convinto, come me del resto: gli spot postumi non possono far altro che destare in chi ha amato il popolare presentatore un affettuoso rimpianto che va ben al di là delle polemiche, a volte gratuite, che si scatenano per ogni cosa, specie se c’è di mezzo qualche presunto interesse economico. Le parole dell’amico di Mike, nonché compagno di spot, toccano il cuore, nel momento in cui esprime il suo parere e si augura che sia rispettato. Quello che non è rispettabile –conclude Fiorello- sono le ricostruzioni infondate e maliziose che, comunque, non riusciranno a sporcare l’emozione autentica che ci regala vedere Mike ancora una volta in tv.

GRAZIE MIKE E GRAZIE FIORELLO!

PIÙ DI 800MILA AMANTI E NON LO SAPEVO

Magritte-Gli amanti
“Sfogliando” Il Giornale.It mi sono imbattuta in un articolo assai curioso secondo il quale ogni adulto ha 2,8 milioni di amanti … senza saperlo. Eh già, perché se uno/una ha un amante (non necessariamente un’avventura extraconiugale, anche il partner abituale è considerato “amante”, basta “dormirci” insieme) è evidente che lo sappia; ma non sa, e qui arriva il bello, di avere anche un bel numero di “amanti indiretti”.

Secondo un’indagine condotta in Gran Bretagna abbiamo più amanti di quello che pensiamo. Agli amanti effettivi bisogna infatti sommare anche quelli indiretti, cioè i più o meno numerosi partner collezionati dalle persone che abbiamo accolto nel nostro letto. Parte da questo concetto, e dalla famosa teoria dei sei gradi di separazione (secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualsiasi altra attraverso una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari), il “calcolatore degli amanti indiretti” lanciato dalla catena britannica Lloydspharmacy.

Tutti possono fare il calcolo attraverso un cervellone online che, sulla base dei dati forniti, stima il numero di “relazioni indirette” che ognuno ha avuto nella vita, considerando che, come spiega su The Independent Clare Kerr, responsabile della salute sessuale per Lloydspharmacy, quando dormiamo con qualcuno in effetti non lo stiamo facendo solo con lui o lei, ma anche con tutti i suoi partner precedenti, e i loro rispettivi compagni, e così via. Il link attraverso cui si può calcolare il numero di amanti indiretti è questo. Io, che sono una curiosona, ci sono andata e mi sono fatta calcolare il numero di amanti indiretti: 826,397. Una bella cifra, non c’è dubbio, ma il calcolatore mi informa che la gente della mia età che si è fatta calcolare il numero di indirect sexual partners ne ha collezionati ben 3,091,370 rispetto alla media mondiale di 2,8 milioni.

La ricerca, a parte l’apparente superficialità, è condotta seriamente dalla Lloydspharmacy per dimostrare, qualora ce ne fosse bisogno, i rischi di contrarre delle malattie trasmissibili sessualmente. Un monito per le giovani generazioni che farebbero bene ad imporsi severamente la monogamia e a rinunciare alle relazioni fugaci, da una botta e via, per intenderci. Mi chiedo quanti amanti, diretti e indiretti, abbiano collezionato di già le tante veline, showgirl, troniste ecc. ecc. … Io, con i miei 800mila e passa amanti posso essere considerata una persona seria. E meno male!

DICIOTTENNE MAROCCHINA AMA UN ITALIANO: UCCISA DAL PADRE

donna arabaÈ successo di nuovo e ancora accadrà. Figlie di immigrati, cresciute in Italia, a volte nate nel nostro Paese, destinate a soggiacere alla dura legge dell’islam. Quella legge che non prevede nel destino di giovani donne una vita felice, un amore sincero, un legame con un uomo che non appartenga alla stessa cultura. Per ragazze come Hina , 20 anni, pachistana, uccisa dal padre due anni fa perché amava un italiano e come Sanaa Dafani, diciottenne appena, la libertà è stata una falsa illusione, una conquista effimera, pagata con il sangue. Le mani armate dei padri hanno “fatto giustizia”, appellandosi al diritto di punire la trasgressione delle figlie, invocando la “legge dell’onore”. Dura lex, sed lex, dicevano i Romani; mai legge più dura e più ingiusta potrebbe esistere. Una legge che fa parte di una cultura che non sa aprirsi al mondo e che ritiene legittimo un omicidio per salvare l’onore. E poi si parla di integrazione. Ma l’integrazione sono prima di tutto loro a non volerla. Almeno persone come il padre di Sanaa che ieri ha ucciso la figlia. È accaduto in provincia di Pordenone, una provincia tranquilla.

La gente è incredula. Nelle interviste si sente solo parlare di “una brava persona”, riferendosi all’omicida. E sì, chi l’avrebbe mai detto? Un tipo un po’ chiuso, è vero, molto riservato. Si faceva i fatti suoi ma sul lavoro era socievole, rideva e scherzava con i colleghi. Chi avrebbe potuto immaginare che arrivasse ad uccidere la propria figlia, sangue del suo sangue. E in questo tipo di vicende, così tristi, così sconvolgenti, io mi chiedo che ruolo abbiano le madri. Nessuno. Le donne, mogli, figlie, sorelle, devono solo ubbidire alla “dura legge”, coprirsi il capo, non indossare i pantaloni, non lavorare o studiare, possibilmente. Qualcuna riesce ad opporsi, dimostrando un coraggio quasi da “uomo”, svincolandosi da questo integralismo che non è fede, non è religione, è solo crudeltà e ignoranza. Cosa possiamo avere noi in comune con gente come questa? Nulla. E non vuol dire essere razzisti, significa solo prendere le distanze da un mondo che non è solo diverso, ma è atrocemente ingiusto.

Omicidio premeditato, quello di El Ketaoui Dafani, 45 anni, residente dal 2001 in provincia di Pordenone. Forse le ha teso una trappola; la figlia non avrebbe avuto motivo di trovarsi sul luogo dell’omicidio, un luogo boschivo sulle montagne delle Valcellina. Forse la figlia e il fidanzato, da pochi mesi suo convivente, avevano sperato in una chiarificazione. Non una mano tesa pronta per il perdono, ma almeno uno sforzo per capire, se non condividere, le scelte di Sanaa.
E invece, all’arrivo dei soccorsi, il tragico epilogo di quell’incontro non fortuito si è materializzato davanti agli occhi di tutti: la ragazza agonizzante, sgozzata senza pietà, il giovane Massimo De Biasio, 31 anni, ferito gravemente accanto al suo amore ormai perduto per sempre. Un amore pagato a caro prezzo, da tutti e due: lei non c’è più, lui si salverà ma per tutta la vita porterà in sé il ricordo di questa atrocità di cui, involontariamente, è stato causa. Il senso di colpa non lo abbandonerà e potrà solo sentire un po’ di sollevo quando giustizia sarà fatta, quando El Ketaoui sarà punito. Ma spesso la Legge, quella degli uomini, non è così severa e qualsiasi punizione sembrerà insufficiente a fargli scontare la propria colpa.

Il presidente degli Intellettuali Musulmani Ahmad Gianpiero Vincenzo ha preso le distanze dal gesto efferato del “fratello musulmano”, dichiarando: Né L’Islam, né alcuna religione sulla terra possono giustificare l’omicidio tanto meno quello dei propri figli. Non possono esserci motivi religiosi dietro gesti così efferati, ma solo violenza e ignoranza. Assurdo però, che per la follia di pochi sconsiderati, si cerchi di colpevolizzare interi popoli e civiltà. No, non stiamo condannando un intero popolo, una civiltà riconosciuta tale; stiamo puntando il dito proprio contro quella “ignoranza” che rende ciechi, che porta a gesti estremi perché chi ne è afflitto non ha il potere di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Il “delitto d’onore” non esiste, non è scritto nella Legge di Allah e su questo siamo d’accordo. L’omicida, in ogni caso, merita una punizione esemplare. Forse quella di Ahmad Gianpiero Vincenzo è la testimonianza che maggiormente rende l’idea dell’integrazione possibile: seguire le leggi della fede ma rispettare il codice, quello degli uomini che condannano i reati, al di là di qualsiasi fede religiosa. E qui l’onore macchiato non ha alcuna importanza, non può essere un pretesto per uccidere. Questa si chiama giustizia umana. Poi sarà Dio o Allah a concedere il perdono, se verrà richiesto. La bontà di Dio è infinita, quella degli uomini no.

[fonti: Messaggero veneto e Gazzettino]

CHE CI FA NOEMI LETIZIA A VENEZIA?

FILM-VENICE/Ci facesse la turista, non ci sarebbe nulla di male. Ma vederla sfilare sul red carpet del Lido, lo stesso calcato da famosi personaggi che al cinema danno lustro, pare davvero un’eresia.
C’eravamo appena dimenticati dell’entrée trionfale della coppia del momento, George Clooney ed Elisabetta Canalis, e avevamo storto il naso. Ma almeno lui, l’inquilino di Villa Olenadra, attore lo è davvero. Ma Noemi?

Sul Corriere leggo che era accompagnata, oltre che dall’immancabile mammà, dal produttore Massimo Gobbi che avrebbe in serbo per lei addirittura un film. D’altra parte lei ha dichiarato: Amo il cinema ed è il mestiere che voglio fare da grande. Da anni studio recitazione. Da anni? A be’, certo, avrà iniziato con le recite all’asilo.

Massimo riserbo sul titolo della sua prossima “fatica” cinematografica. Azzardo un’ipotesi: che sia “Colazione da papi”?

RICOMINCIO DA TRE

back2school_copy[1] Finita l’era delle cattedre di Lettere con due sole classi, eccomi qua pronta a ricominciare. Ricomincio da tre, tre classi, cinque materie, un totale di 84 allievi. 84 facce e 84 nomi da memorizzare e da abbinare. Non ce la farò mai! Dopo sole tre ore stamattina sono tornata a casa fusa. Mal di testa da impazzire, inizio di dermatite allergica –stessa reazione avuta lo scorso anno all’inizio della scuola- e tosse da irritazione a causa del gesso. Conciata così, mi chiedo se non sia il caso di cambiar mestiere. Eppure ho sempre voluto fare l’insegnante. L’ho deciso quand’ero in quinta elementare. Mi rendo conto che non saprei fare altro nella mia vita, non alla mia età, almeno. Quindi mi faccio forza, so che sarà dura ma sopravvivrò.

Alle otto, puntuale, stamattina è suonata la campanella. Io non c’ero, però, perché sono stata fortunata con l’orario –provvisorio, naturalmente- e sono entrata alla seconda ora. Ma come al solito, visto che ho il terrore di fare tardi e in particolare stamattina ero terrorizzata dal pensiero di trovare ingorghi stradali visto che qui ci prepariamo ad accogliere migliaia di alpini della Julia, alle otto e mezza ero già a scuola. Giusto in tempo per vedere i “piccolini” delle prime in trepida attesa. La procedura, in questi casi, è sempre la stessa: si chiama una classe alla volta e la si consegna al docente in servizio a quell’ora che provvede a portarla nell’aula assegnata. Un gruppo informe di ragazzini, stranamente silenziosi, varca il portone dell’edificio che li ospiterà per cinque anni –se tutto va bene- e si prepara alla nuova avventura.

Entro in classe alle nove, si alzano tutti in piedi, dico buongiorno, rispondono buongiorno –poi spiegherò loro che l’alzarsi in piedi rappresenta il loro saluto, quindi non è necessario che intonino quei cori-, si siedono facendo stridere le sedie sul pavimento –spiegherò anche che si cerca di alzare un po’ le sedie altrimenti faccio portare i feltrini da casa-, mi guardano con aria indagatrice, in attesa del mio personale discorso di inizio anno. Lo fanno tutti i docenti e m’immagino che i poveretti sentano le stesse cose un bel po’ di volte. Nulla di male, come si dice: repetita iuvant.
Faccio l’appello, li osservo uno ad uno, chiedo chiarimenti sull’accento dei cognomi –non avete idea di quanti cognomi facciano venir dei dubbi a pronunciarli-, con la certezza assoluta che non me li ricorderò. I casi di omonimia, poi, mi spaventano. Li chiamo per nome e quando chiamo, per fare un esempio, un “Luca”, mi dimentico che ce ne sono tre. Allora mi appello alla loro perspicacia: se guardo da una parte è ovvio che mi rivolgo al “Luca” che sta proprio lì. Ma passerà un po’ di tempo prima che io li sappia localizzare tutti, figuriamoci quanto ne deve passare per localizzare il “Luca” cui voglio rivolgermi.
Mentre parlo, ascoltano attenti. Io mi guardo attorno e una cosa mi colpisce subito: quanti maschi! Eh già, dimenticavo che siamo in una sezione PNI, una di quelle con tanta matematica e informatica; le femmine raramente dimostrano un amore sviscerato per quelle materie, a loro piacciono di più le lingue, quindi le sezioni con il bilinguismo sono più “femminili”. Peccato che dal prossimo anno la Gelmini stravolgerà tutto con il riordino dei licei: niente più sperimentazioni, tutti faranno le stesse materie e lo stesso numero di ore. Tutti, non solo quelli di prima, anche quelli che saranno in seconda. Li informo di ciò, usando il condizionale perché non si sa mai, e qualcuno mi guarda allibito. Possibile che nessuno gliel’abbia detto? Poco importa, comunque, perché la scuola in questo non c’entra, c’entra solo il MIUR.

Quando inizio a parlare del Latino, metto subito i puntini sulle i: si studia con costanza, si eseguono regolarmente i compiti, si sta attenti a scuola, devono dimenticare quello che hanno imparato nei corsi che alcune scuole medie organizzano per agevolare lo studio della materia. Non sanno, i poveri e volenterosi docenti delle medie, che oltre a fare una cosa inutile –tanto con il latino al liceo si comincia da zero, non come una volta, quando eravamo obbligati a fare pure l’esame in terza media-, possono anche fare “danni”, perché i docenti delle medie adottano una metodologia ormai superata, pur conoscendo i contenuti. Ci fosse una comunicazione migliore tra le scuole medie e i licei, sarebbe tanto meglio.
Gli sguardi sono attoniti, ma io sono pronta a sdrammatizzare. Non importa quello che avete fatto prima, l’importante è quello che farete nei prossimi mesi ed anni. Il latino è anche affascinante, è espressione di una civiltà, quella romana, di cui siamo eredi. Il latino può dare grosse soddisfazioni, perché si possono ottenere ottimi risultati: i miei voti vanno dal 2 al 10. Il 10 li consola, ma è il 2 che li preoccupa. Io pronta, anche perché le reazioni ormai le conosco a memoria, li avverto: se c’è anche una sola persona che arriva al 10 in un compito, tutti possono ottenere quel risultato. La chiave sta nell’impegno. Mi guardano un po’ sollevati, ma è chiaro che non li ho convinti: chissà cosa han detto loro i compagni più grandi o i fratelli maggiori!

L’ora se ne va, anzi vola. Non mi par vero di aver ottenuto la loro attenzione e prego perché sia così fino alla fine dell’anno. Anche se so che così non sarà, ma all’inizio bisogna pur farsi delle illusioni. Chissà quante se ne sono fatte loro su di me. Le sorprese, però, prima o poi arrivano sempre. Già quando ho detto che non assegno molti compiti per casa, allo sguardo sollevato di molti di loro, ho aggiunto che non per questo sono “buona”. E poi, che vuol dire “un’insegnante buona”? Assolutamente nulla. È questione di punti di vista.
All’inizio della terza ora li accompagno in aula magna –non senza aver sottolineato che anche quello è latino, vuol dire “grande aula”, infatti ci possono stare quattro classi- per assistere al discorso di benvenuto del Dirigente Scolastico (cioè del “preside”, ma ad ogni cosa e persona bisogna dare il giusto nome).
Anche lui fa la “predica” di rito e ripete in parte, com’è ovvio, quello che avevo detto io. La collega che aveva fatto lezione la prima ora, seduta vicino a me, mi confessa che anche lei aveva fatto un discorso simile. Come ho detto prima, repetita iuvant, o almeno speriamo.

In aula magna non vola una mosca. Ma il Dirigente ogni tanto fa delle battute e strappa dalle loro bocche qualche risata. Tutti pronti, però, a ridiventare seri un secondo dopo. Certo, la scuola in sé non è divertente ma qualche volta si può sorridere, basta rispettare le regole, onorare gli impegni, non “marinare”, salutare tutti quelli che s’incontrano nei corridoi … sorrido perché questo è il mio quinto anno in questa scuola e c’è ancora qualcuno dei colleghi –MASCHI!!!- che non mi saluta. Poi penso che nemmeno alcuni dei miei allievi dell’anno scorso mi salutano. Una ragazza, poco prima, mi aveva incrociato in corridoio e, con il solito piglio aggressivo, mi aveva chiesto: “prof, ma i bagni per le femmine dove sono?”. Naturalmente le ho risposto, suggerendo una domanda meglio formulata. “Avresti dovuto dire ‘buongiorno prof, sa dove si trovano i bagni delle femmine?’, comunque non lo so, io uso i sevizi per i docenti”. Stendiamo un velo pietoso, va’.

Alla quarta ora ho lezione in terza. Qui è tutto diverso, loro sono nuovi per me ma non sono “matricole”, quindi tanti discorsi non servono. Almeno, questo è ciò che credevo prima di entrare in classe. Naturalmente mezza scolaresca è fuori dalla porta, nonostante sappiano che devono attendere l’arrivo del docente ognuno al proprio posto. Comunque, dopo aver fatto entrare il gruppo in attesa, faccio il mio ingresso in aula e vado verso la cattedra. Non tutti si alzano in piedi, non tutti salutano, qualcuno non c’è. Cominciamo bene. Solerte una ragazza mi avvisa che le ragazze che mancano arrivano subito perché sono dalla ***, e fanno il nome dell’insegnante in questione. Mi affretto a correggerla: “Si dice professoressa ***”. Odio sentirli parlare dei miei colleghi chiamandoli per cognome come si trattasse di compagni di scuola. Mi sto accingendo a segnare sul registro i nomi delle assenti –sempre che me li dicano-, quando sento delle urla isteriche provenire dal corridoio. Sono loro, le ragazze che non c’erano. Le riprendo, meravigliandomi che siano arrivate n terza senza sapere che si entra puntuali in classe e senza urlare nei corridoi. Ammutolite mi guardano come se fossi un extraterrestre, ma non replicano. Fosse successo con una mia “vecchia” classe ne sarebbe nata una discussione di mezzora. Mi rallegro per essere un’insegnante nuova per loro.

La “lezione” in terza è decisamente più dialogata: ho bisogno di alcune informazioni e tutti si affrettano a darmele, peccato che si parlino addosso e che io sia costretta a dettare delle regole che credevo fossero conosciute. In effetti, le conoscono perfettamente ma l’euforia del primo giorno di scuola gliele fa dimenticare. Beati loro! Io tanto euforica non sono. Stavo decisamente meglio a casa. Ma non lo posso dire, altrimenti che esempio di dedizione e laboriosità sarei. Va be’, dai, prima o poi la loro euforia mi contagerà, speriamo.

Alla fine della mattinata mi fermo a parlare con qualche collega. Di solito fuggo il prima possibile, ma oggi il tempo è volato. Nonostante il mal di testa e le reazioni allergiche di vario tipo, la prima giornata di scuola è passata tranquillamente. Sono perfino di buon umore. Anche una bidella mi dice che oggi mi vede meglio, non con la faccia dei giorni scorsi. Meno male, penso, che c’è qualcuno che mi tira su il morale.
La mia terza classe, che è un’altra prima –quella in cui insegnerò l’ormai famosa geografia tappabuchi o saturaorario che dir si voglia- non l’ho ancora conosciuta. Altre trenta facce da ricordare, altri trenta nomi da memorizzare, ognuno al suo posto. Per oggi mi fermo a 54, è più che sufficiente. Domani è un altro giorno e si vedrà. Anche se il primo è sempre il primo. Peccato non averli incontrati tutti i miei allievi, ma ho davanti a me tanti di quei mesi che questa “lacuna” del primo giorno sarà solo un ricordo e non me ne rammaricherò più.

[Ringrazio frz40 per avermi fornito la graziosa immagine, se poi è coperta da copyright, sono affari suoi! :)]

MA DOVE STANNO I PIRENEI?

MappamondoSi prevede un inizio d’anno da disperazione per i professori di Lettere. Con la normativa che prevede la saturazione delle cattedre a 18 ore, è facilmente intuibile il verificarsi di situazioni drammatiche nelle classi in cui potranno insegnare anche tre docenti di Lettere, sparpagliando qua e là le materie affini spesso in mano ad un solo insegnante, al massimo due. Certo la situazione non è così tragica ovunque, ma lo è in particolare al liceo scientifico dove, fino all’anno scorso, le Materie Letterarie prevedevano cattedre anche di 14, 15, 16 e 17 ore. Non solo, potrà succedere che al triennio l’insegnamento dell’Italiano e del Latino sia in mano a due docenti distinti senza la possibilità di giostrarsi con l’orario, in modo da non penalizzare la Letteratura Italiana che, per fare un esempio, in quarta ha meno ore del Latino. Tutto ciò a scapito degli allievi a cui non è più garantita la continuità didattica e che devono abituarsi al metodo d’insegnamento di due docenti anziché uno solo.

Certo, lamentarsi è inutile. La Gelmini l’aveva detto: tutte le cattedre avranno 18 ore. Con l’unica concessione che per quest’anno potranno sussistere anche delle cattedre con un minor numero di ore di insegnamento. In ogni caso la situazione più tragica si riscontra soprattutto al biennio: le ore di Italiano, Latino Storia e Geografia erano generalmente appannaggio di uno o due insegnanti. Ora, di fronte ai tabulati ministeriali in cui vengono riportati i numeri delle cattedre e delle classi, l’unica cosa che conta è che … i conti tornino. Ma spesso accade che, fatti i conti, i docenti arrivino a 16 ore su due classi (nella migliore delle ipotesi, comunque); e allora che gli diamo? Diamogli Geografia in prima, sono 2 ore, 16 + 2 = 18, ecco che la cattedra è saturata!

Chi non insegna Lettere non può capire dove stia la tragedia. Quindi cercherò di spiegarlo nel modo più semplice possibile.
La Geografia è un po’ la Cenerentola delle materie letterarie, lo è sempre stata ma se quest’anno le sue 2 ore servono a pareggiare i conti, oltre ad essere la più derelitta delle materie è anche una specie di tappabuchi. Lo stesso discorso vale, ovviamente, anche per i docenti. Fatte le dovute eccezioni, chi è laureato in Lettere della Geografia ne sa poco o niente. Basta un esame all’università per insegnarla. Considerando che quell’unico esame può vertere su argomenti svariati nell’ambito del mare magnum della Geografia, è comprensibile che uno, anche se quell’esame l’ha superato con 30 e lode, la geografia in tutta la sua complessità non la conosce. E allora che fa? La impara, esattamente come fanno i suoi allievi: si prende il libro di testo, rispolvera un po’ di conoscenze, assai limitate ma è meglio che niente, spulcia un po’ qua e un po’ là tra libri vecchi e Internet – per fortuna c’è l’assistenza multimediale alla portata di tutti – e fa quello che può.

Qualcuno potrà chiedersi, a questo punto: ma se un docente l’abilitazione ce l’ha, com’è che la geografia non la conosce? Domanda legittima che merita un’onesta risposta: lo sapete che quando ho fatto il concorso a cattedre (ordinario, eh, non riservato!) un commissario mi ha candidamente confessato che la geografia non l’aveva mai insegnata e mi ha invitata a riproporre una lezione fatta in classe, visto che io ero già di ruolo alle medie e la geografia la insegnavo? Incredibile ma vero. Ma come se ciò non bastasse, quando ho superato l’orale per insegnare alle medie, mi hanno rotto l’anima con Latino, che non è tra le materie di insegnamento obbligatorie, e rotto nel vero senso della parola visto che il commissario voleva aver ragione su un carme di Catullo che io conoscevo benissimo e lui ignorava, ma poi non mi hanno fatto nemmeno una domanda di geografia. E dire che avevo studiato sul Mezzetti, che è una specie di bibbia della geografia! E dire che all’università ero stata fortunata ad avere come “maestro” il professore Barbina in persona, che era uno dei massimi esperti della geografia antropica e le cui lezioni ho ancora scolpite nella memoria. Insomma, io la geografia la sapevo ma nessuno me l’ha chiesta!

Ora qualcuno si chiederà se mi è toccata o no la Geografia tappabuchi. Ebbene sì e me ne dispiaccio fino ad un certo punto. Voglio dire: non sono disperata perché non la conosco e non la so insegnare, ma avrei certamente preferito non avere questa zonta de pan de fighi (aggiunta di pane di fichi), come si dice in triestino quando una cosa è in più e ne potremmo fare a meno.
Ma se la mia situazione è abbastanza fortunata, nel senso che almeno la materia la conosco anche se non la insegno da cinque anni, mi chiedo come faranno quei docenti che per anni hanno insegnato al triennio esclusivamente Italiano e Latino e che della Geografia hanno solo il lontano ricordo di quell’unico esame fatto all’università. Anche se ho molta stima dei colleghi e so che noi docenti abbiamo mille risorse, credo che il loro sarà un arduo lavoro. E poi non lamentiamoci dell’ignoranza in ambito geografico di cui i nostri giovani –e non solo quelli- danno mostra anche ai quiz televisivi: come si fa ad erudire i discepoli se mancano le basi nei docenti? Mi viene in mente quella nota filastrocca che dice:

“Signorina Maccabei
venga fuori dica lei
dove sono i Pirenei?”
“Professore non saprei”
“Vada al posto e prenda 6

Mi sa che il magnanimo professore che all’ignorante signorina Maccabei dà il 6, sarà l’unico esempio da seguire quest’anno per i malcapitati.