31 agosto 2009

LE MIGRAZIONI DEI PROF: ECCO IL PERCHÉ

Posted in attualità, lavoro, politica, scuola tagged , , , , , , , , , , , a 9:00 pm di marisamoles

valigieMe ne sono occupata anche in un recente articolo che riguardava la mia regione. Ora, dopo aver raccolto altre informazioni, ho voglia di riparlarne.

Nell’ultimo periodo, specie con l’approssimarsi della riapertura delle scuole, non si fa altro che parlare dei precari che rischiano di non avere l’incarico annuale come supplenti, nonostante abbiano alle spalle anni e anni d’insegnamento. Aspirare ad un “posto fisso” nella scuola è ormai un’utopia. Ma il problema investe tutti gli ambiti lavorativi e per i giovani, nonché per i meno giovani, non c’è altro modo per “campare” se non accettare dei contratti a termine. Ciò vale, dunque, anche per il mondo della scuola dove cambia la terminologia ma la sostanza rimane quella: “supplenza annuale” equivale a “contratto a termine”. E quando parliamo di precari della scuola, non dobbiamo tener presente solo i docenti, ma anche il cosiddetto personale ATA, ovvero ausiliare (gli ex bidelli, insomma), tecnico (cioè coloro che si occupano in prevalenza dei laboratori) e amministrativo (ovvero il personale di segreteria).

È di ieri la notizia che due coniugi casertani, entrambi precari della scuola (alcune fonti li definiscono “insegnanti”, altre facenti parte del personale ATA), nella triste se non disperata prospettiva dì trovarsi entrambi senza lavoro, si sono rinchiusi nell’Ufficio Scolastico della loro città e hanno minacciato di suicidarsi buttandosi dalla finestra. La perdita del lavoro, però, l’avrebbero potuta evitare: avevano, infatti, rinunciato ad un incarico in una scuola di Brescia, rassicurati da alcuni sindacalisti sulla possibilità di entrare in graduatoria a Caserta. Le cose, però, sono andate diversamente: avendo rinunciato all’incarico, sono stati esclusi dalla graduatoria di Brescia, senza riuscire ad entrare in quella di Caserta. Attualmente la protesta è terminata ed è stato annunciato un incontro tra il Prefetto e i rappresentanti sindacali.

Certo, la questione della “transumanza” degli insegnanti è alquanto spinosa. Ma è un problema che, secondo il ministro del MIUR Mariastella Gelmini, deve avere una soluzione. In un’intervista a Il Giornale del 30 luglio, il ministro afferma: Basta con il viavai dei professori che cambiano scuola ogni anno, facendo la spola da una regione all’altra, da una città all’altra. Voglio rivedere questi meccanismi. Ovvio che faremo attente verifiche ma il mio obiettivo è quello di sostenere la continuità didattica, voglio chiudere l’epoca degli insegnanti stagionali.
Eh già, perché se per i docenti costretti a migrare da settembre a giugno la situazione diventa insostenibile anche a causa dei costi che una supplenza fuori sede e così lontano comporta, senza parlare delle complicazioni a livello familiare, anche per gli allievi non è il massimo. Spesso, infatti, i prof cambiano scuola ogni anno e la cosiddetta continuità didattica va a farsi friggere, come si suol dire. È un disagio non da poco per bambini e adolescenti, perché il “via vai” dei docenti si verifica ad ogni livello d’istruzione, dalla scuola per l’infanzia a quella secondaria di I e II grado.

Tuttavia, non sono solo i prof a spostarsi in continuazione, un anno qua un anno là. Anche molti presidi che prestano servizio al nord provengono dal sud. Ciò comporta un aggravarsi della situazione perché la gestione della scuola, specie degli istituti grandi, è complessa e sono necessarie delle sinergie tra le varie componenti che, non appena raggiunte, vengono meno e ogni anno si deve ricominciare. Il ministro, in un’altra intervista (del 18 agosto), dichiara: La scuola non può essere un parcheggio temporaneo dove si aspetta di andare da qualche altra parte. I dirigenti dovrebbero restare un periodo di tempo sufficiente a gestire una programmazione organica.
Per arrivare a ciò, sempre secondo la Gelmini, bisogna legare la presenza sia dei dirigenti sia dei professori a un numero maggiore di anni, non meno di due o ancor meglio tre. Certo, sembra facile ma in effetti non lo è: nell’ambito della mobilità del personale della scuola, i trasferimenti sono annuali. Quindi, a buon diritto i dirigenti scolastici meridionali entrati di ruolo al nord, non appena seduti alla scrivania della nuova presidenza, hanno bell’e pronta la domanda di trasferimento per avvicinarsi a casa. Chi non lo farebbe? Ciò vale anche per i docenti, prevalentemente supplenti.

I dati riportati da Il Giornale stimano l’arrivo a settembre, nella sola Lombardia, di un centinaio di dirigenti scolastici, vincitori di concorso al sud che, in mancanza di sedi disponibili nelle loro regioni, devono fare il “trasloco”. Se consideriamo che molti hanno alle spalle una lunga carriera nell’ambito dell’insegnamento e con grandi sacrifici sono riusciti a raggiungere una sede comoda, vicina a casa, in questo modo è come se iniziassero tutto da capo con la sola, non trascurabile, differenza che lo stipendio di un preside è molto più alto di quello di un docente, quindi possono affrontare la migrazione con più serenità, almeno dal punto di vista economico.

Ma, al di là delle parole del ministro –sono i fatti che contano e tra il dire e il fare …- è legittimo chiedersi come mai ci sia questo continuo spostamento del personale della scuola, a tutti i livelli, dal sud al nord. Nel meridione non ci sono scuole? Oppure le cattedre sono poche rispetto agli insegnanti abilitati? Oppure che cosa? Ecco che, incuriosita da questo strano fenomeno, per caso mi sono imbattuta in un articolo de Il Corriere, non recente in verità, ma sicuramente emblematico. Ho così scoperto che al sud c’è una strana solidarietà nei confronti dei giovani docenti che non hanno possibilità di entrare in graduatoria nelle loro regioni, specie in Campania, né hanno piacere di sottostare alle regole della “transumanza” sopradescritta: scuole private altamente caritatevoli offrono loro un posto, delle cattedre di 18 ore teoricamente ma in pratica si arrogano il diritto di farli lavorare anche più di 30 ore a settimana. Quest’apparente opera di beneficenza, però, fa del bene solo alla scuola perché i docenti prestano servizio gratuito o sono pagati due o trecento euro al mese. Ma allora, vi chiederete, dove sta il vantaggio dei docenti? Perché se è vero che l’insegnamento è anche una missione, i docenti non sono del tutto scemi né sono Madre Teresa di Calcutta. In sintesi: in cambio di questa sorta di attività servile (da servus latino = schiavo), i mal o ben capitati, a seconda dei punti di vista, ottengono la possibilità di avere dei punti preziosi per entrare in graduatoria e sperare, un giorno, in un contratto a tempo indeterminato (ex ruolo). Shoccante, è vero, ma reale. Ci sono delle testimonianze. Ve ne riporto parzialmente alcune.

M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell’agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Ha iniziato ad insegnare grazie alla “solita raccomandazione”. Della sua esperienza racconta: Già il primo giorno è stata chiara [la preside]: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l’attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria.

Molto simile la storia di S. che dice: Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l’istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni. […] Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. […] Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico.

Poi c’è G. che fa il resoconto della sua esperienza: L’anno scorso ho lavorato l’intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola. G. non è ancora abilitato e ricevere questo nuovo incarico gli sembra una benedizione. [… ] Mi rendo conto – dice –che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all’abilitazione.

Il bello è, si fa per dire, che i Sindacati conoscono la situazione, sanno che molti piuttosto che trasferirsi al nord acconsentono di essere sfruttati e di firmare documenti falsi. Ma, come afferma il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, in oltre vent’anni al sindacato sono pervenute solo due denunce da parte d’insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. Solo di fronte a delle regolari denunce il sindacato riesce a far rispettare le regole e i contratti; ma se nessuno parla, ovviamente, non si può far nulla. In pratica si tratta di connivenza e non è solo la scuola a dover pagare per l’illegalità. Quindi, meglio stare zitti.

Dopo aver letto tali racconti, sono rimasta senza parole anch’io. Però ho capito il motivo per cui a settembre molti docenti, e non solo, fanno i bagagli e si trasferiscono quassù. Credevo fosse un atto di coraggio, quasi d’eroismo. Ora mi sono convinta che i veri eroi si fermano laggiù.

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29 agosto 2009

PASSIONI CONDIVISE

Posted in affari miei, amore, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:21 pm di marisamoles

rally alpi orientali Agli inizi di una storia d’amore si cerca di condividere tutto, anche le passioni. Certo, un minimo di opportunismo lo si può leggere in un atteggiamento che tende ad assecondare i desideri reciproci. Così si fa bella figura e ci si convince di essere fatti l’uno per l’altra. Poi, con il passare del tempo, le cose cambiano e, inevitabilmente, quelle passioni che una volta avevamo apprezzato, anche senza troppa convinzione, nella nostra dolce metà, pian piano le abbandoniamo e non ci stupiamo che la cessazione di un tale stato di perpetua condivisione di tutto, anche dell’aria che si respira, se possibile, venga meno. Insomma, tutto accade in maniera indolore, senza che nessuno dei due abbia nulla da eccepire, anzi forse senza che nessuno dei due ne prenda piena coscienza. Come se tutto rientrasse nel corso naturale delle cose. Cos’è successo? Non ci si ama più? Niente affatto. Semplicemente ognuno si riappropria degli spazi che gli appartengono e in cui si trova più a suo agio, senza pretendere la condivisione forzata e lasciando all’altro/altra la libertà di scegliere. Pur senza averne una lucida percezione, in fondo ci si ama ancora di più.

Il preambolo era doveroso. Riassume il ragionamento che ho fatto stamattina quando mio figlio, il maggiore, è partito da casa, zaino in spalla e borsa termica in mano, per andare a vedere alcune prove del 45° Rally delle Alpi Orientali di cui si corre, nei dintorni di Cividale de Friuli, proprio oggi la seconda e ultima giornata di gara.
E le passioni condivise che c’entrano, direte voi. C’entrano perché mio figlio a vedere il Rally ci è andato con la sua ragazza. Un’unione recente, a quanto sembra. Io nemmeno la conosco, so pochissimo di lei ma so che anche lei, come una ex di qualche anno fa, l’ha seguito. Allo stesso modo in cui, trent’anni fa, io seguivo mio marito, allora fidanzato, quando andava in giro per il Friuli ad assistere a varie gare di Rally o corse in salita, prove speciali ecc. ecc. Io lo seguivo perché volevo, a quei tempi, condividere la sua passione.
Lui, appassionato di motori –se non si era capito- mi ha fatto conoscere anche la Formula 1, da spettatrice televisiva. Io sapevo che esisteva ma non avevo mai visto un gran premio in vita mia. Per appassionarmi almeno un po’ mi sono pure trovata un “idolo” per cui tifare: Nelson Piquet, naturalmente il padre dell’omonimo che oggi corre in F1 (corre ancora? Boh!), bellissimo e bravissimo, visto che di mondiali ne ha vinti tre, se non sbaglio. Almeno non mi addormentavo perché ora, sinceramente, non riuscirei a vedere nemmeno dieci minuti di gara: veder girare di continuo le monoposto attorno ai circuiti avrebbe di sicuro un effetto soporifero. I tempi cambiano … anche per mio marito che, se non ha smesso di seguire la F1, dorme beatamente ad ogni gran premio. Poi si giustifica dicendo che l’automobilismo non è più appassionante come una volta; ora si sa già chi vince, chi è in pole position continua ad esserlo e, se non rompe qualcosa o rimane senza benzina, ha la vittoria in pugno.

I motori, diciamolo chiaramente, non erano mai stati, prima di allora, una mia passione. Ho preso la patente a vent’anni, e non a diciotto appena compiuti come fanno adesso i nostri figli, solo perché mio marito mi ha minacciata: non sto con una che non guida. E già, come avrebbe potuto frequentare una ragazza priva di patente, che non sapeva distinguere tra il pedale del freno e quello dell’acceleratore, che alla prima lezione di guida –naturalmente lui era il mio istruttore- gli ha chiesto di accendere la luce sopra lo specchietto perché era già buio e non riusciva a vedere i pedali. No, non avrebbe potuto, il mancato possesso della patente di guida sarebbe stato motivo sufficiente per rompere il fidanzamento.

E lui? Beh, anche lui ha fatto la sua bella figura. Io amo il teatro, quindi l’ho trascinato a vedere opere, operette e spettacoli di prosa. Non molti, non con insistenza, diciamo un po’ con il contagocce, ma lui c’è venuto, senza fiatare. Anche questa passione condivisa è durata un po’, poi ognuno si è tenuto le sue. Per essere onesti, ho resistito più a lungo io nel seguirlo ai rally e nell’assistere ai gran premi di F1. Non ricordo quando ho mollato la F1, ma credo alla nascita dei figli perché probabilmente non mi potevo permettere di passare due ore davanti alla Tv senza muovermi, e guardare una gara a singhiozzo non è certo appassionante,
Ricordo benissimo, però, l’ultima gara di rally a cui ho assistito da sola con lui: a Piancavallo, più di ventiquattro anni fa, dato che non eravamo ancora sposati. Ci ha colti un temporale, ero terrorizzata dai fulmini visto che stavamo proprio sotto gli alberi, siamo fuggiti a metà gara e abbiamo fatto tappa nel primo paesino per acquistare asciugamani e pantaloncini, giusto per non rimanere con le chiappe bagnate. Decisamente troppo per me.
L’ho seguito ancora qualche volta quando i bimbi erano piccoli, perché non si trovasse in difficoltà e potesse scattare le foto. Poi ho detto basta, definitivamente, lasciando che condividesse la sua passione con i figli.

Stamattina, dopo che è partito il primogenito, anche mio marito, solo soletto, con lo zaino e la borsa termica contente il pranzo, è andato a vedere il rally. Il secondogenito si è mosso solo nel pomeriggio –ma ieri c’è stato l’intera giornata- con un amico. Presumo si siano incontrati tutti e tre a vedere la stessa prova speciale.
Rimasta da sola, ho riflettuto e ho capito che lui è stato capace di trasmettere la sua passione ai figli che, magari partendo da casa ognuno per conto proprio e con la compagnia più gradita, non hanno perso l’annuale appuntamento con il Rally delle Alpi Orientali. Ne sono felice anche se so che questa passione condivisa non sarà per sempre. Ma forse i ragazzi a loro volta continueranno a trascinare le ragazze, e poi le mogli e i figli, se li avranno (ogni tanto ho dei dubbi in proposito!). E le ragazze si lasceranno entusiasmare dalle corse automobilistiche per un po’, ma poi diranno basta anche loro e, magari, resteranno a casa lasciando che i figli condividano questa passione con il padre.

Questa è la vita, questi sono i corsi e ricorsi della storia. Peccato che i miei ragazzi non ne vogliano sapere del teatro. Forse se avessi avuto delle femmine … Ma nutro la speranza che prima o poi qualche ragazza li trascini a vedere le opere o la prosa. Così i corsi e ricorsi rispetterebbero gli equilibri tra le parti. Con buona pace della madre, nonché aspirante suocera.

28 agosto 2009

CLOONEY-CANALIS: LA STORIA DELL’ESTATE, ANZI DI DUE ESTATI FA

Posted in amore, attualità, Satyricon, spettacolo tagged , , , , , , , a 4:32 pm di marisamoles

clooney-canalisLeggo la notizia su ilgiornale.it e rimango di stucco. Non pensavo che un quotidiano serio, almeno rispetto a tanti altri anche se le sue pecche le ha, si occupasse di gossip, non scendendo ad un livello così basso. Infatti non avrei mai immaginato che dedicasse un articolo alla storia, vera o presunta, tra George Clooney ed Elisabetta Canalis, attraverso la “testimonianza” di un amico di lei, noto attore campano(?), tale Alessandro Siani. Costui afferma: la storia c’è. Non solo, i due si conoscono da ben due anni! Altro che invenzioni o trucchetti per rilanciare la popolarità dell’ex velina che da un po’ non dava notizie di sé e della sua Arte (?). Accantonati i calciatori lei ora pensa al cinema e alla sua carriera. Il calcio, infatti, non le avrebbe dato da vivere.

Confesso che ho dovuto ricorrere a Google per capire chi fosse questo Alessandro Siani. Ma anche dopo aver trovato il suo sito e aver visto le sue foto, il nome e la faccia di costui continuano a non dirmi nulla, tanto meno le sue battute comiche, si fa per dire, contenute nel sito. Poi ho letto sull’articolo de Il Giornale che ha recitato, sempre si fa per dire, nel film “Natale a New York”, naturalmente con la Canalis, e ho capito perché né il nome né la faccia mi dicessero qualcosa: è il genere di film che rifuggo, di certo non lo vado a vedere al cinema e anche se lo danno in TV, preferisco vedermi l’ennesima replica del commissario Montalbano.

Dice, il Siani, che Clooney lo seguiva per le strade di New York, presumo, mentre accompagnava la collega in albergo. E questo basta per azzardarsi a dire che i due avevano già una storia due anni fa? Poi, sempre il supertestimone afferma che secondo lui “si sono baciati”. Ah, se lo dice Siani, allora come facciamo a non crederci. Comunque una bella costanza quella di George se ha dovuto aspettare quest’estate per avere un bacio da Elisabetta. Credo che molti avrebbero avuto molto di più in meno tempo.

La cosa tragica, secondo me, è che il noto quotidiano pubblicizza la prossima comparsa di un articolo, contenente amenità del genere, sul settimanale Ecco in uscita il 1 settembre. Avranno lo stesso editore?
Ad ogni modo sono contenta che il gossip Clooney-Canalis abbia distolto l’attenzione dalle vacanze di altri personaggi, chessò parlamentari o ministri, e dalle spiagge della Sardegna si sia spostata sulle rive del manzoniano lago di Como. Ma una storia come quella di Lucia Mondella e Renzo Tramaglino sarebbe meglio. E riprendiamoci in mano ‘sti Promessi Sposi, va’: sempre meglio dei settimanali trash come Chi ed Ecco!

PUBBLICATE DAL MIUR LE NUOVE REGOLE PER DIVENTARE INSEGNANTI

Posted in Mariastella Gelmini, MIUR, scuola tagged , , a 12:58 pm di marisamoles

È uscito oggi il comunicato del Ministero della Pubblica Istruzione in cui vengono descritte le nuove regole per diventare insegnanti, corredato anche da un RIEPILOGO delle NOVITA’ INTRODOTTE nell’ANNO SCOLASTICO 2009/2010

Per consultare i testi, cliccate QUI.

[ARTICOLO AGGIORNATO IL 21 LUGLIO 2010]

27 agosto 2009

CIAO MAGRE!!! IL SUCCESSO DI UNA MODELLA OVERSIZE

Posted in attualità, donne tagged , , , , , , , , a 11:22 am di marisamoles

modella oversizeDiciamo che guardando lei, la ventenne Lizzi Miller (nella foto), un metro e ottanta di altezza per 80 kg, ci si consola. Certo chi, come me, di anni ne ha più del doppio vorrebbe avere i suoi, ma guardando la sua foto si rende conto che non è proprio il caso di far drammi per la “pancetta” e nemmeno per le “cosciotte”. Finalmente, dico io, un messaggio positivo, alla faccia delle top model anoressiche e, siamo sinceri, tristi, forse anche a causa delle tante privazioni culinarie.

La ragazza in questione, americana, ha avuto un improvviso e inaspettato successo grazie alla pubblicazione di una foto in cui è ritratta nuda, ma senza volgarità, nella rivista di moda “Glamour”. La sua spontaneità e l’armoniosità delle sue forme, per cui sarebbe ingiusto chiamarla “grassa” , ha conquistato i lettori, anzi sarebbe meglio dire le lettrici che, evidentemente, apprezzano la silouette per nulla filiforme in cui, forse, riconoscono la propria.

La modella si dichiara stupita dal successo ottenuto: «Non capisco tutto questo clamore, mi presento in modo naturale, senza trucchi». È proprio questa, secondo me, la chiave interpretativa: l’essere un po’ sovrappeso e ritratta senza trucchi ma, soprattutto, senza ritocchi fotografici, le rende giustizia. Mica come le bellocce nostrane che, se hanno rughe e cellulite, si fanno ritoccare le “foto artistiche”. Eh già, l’arte sta proprio in questo: la mano del fotografo non nello scatto ma nelle fasi successive. Poi, però, le stesse divine fanciulle così tanto perfette danno mostra di tutte le loro umane imperfezioni quando vengono fotografate a loro insaputa in spiaggia e in bikini, quando non addirittura in topless. È recente la diffusione delle foto di Sabrina Ferilli stesa al sole senza reggiseno (il settimanale Chi le dedica addirittura quaranta pagine se non ho capito male!). La forza di gravità non risparmia il suo “splendido” decolté, ma è sicuramente apprezzabile il fatto che il suo seno sia naturale: quelli rifatti stanno su dritti anche quando le proprietarie sono distese a prendere il sole. Che bruttura! Meglio che cadano un po’ …

[l’articolo originale è leggibile qui ]

“GUARIRE DALLA CURA. ITALO SVEVO E LA MEDICINA”. UNA MOSTRA A TRIESTE

Posted in Italo Svevo, Letteratura Italiana, Trieste tagged , , , a 10:18 am di marisamoles

lmostra svevo triesteMi rendo conto che questo mio post giunge tardivo. La mostra su Svevo e la medicina, infatti, sta per concludersi. Ancora due giorni utili per una visita presso il Museo Sveviano di Trieste in via Madonna del Mare, 13 al II piano. Un appuntamento che non si può perdere, sempre che ci sia la possibilità di recarsi nel capoluogo giuliano entro il 29 agosto.
La mostra è davvero bella e interessante, fuori dal comune. Testi di Italo Svevo meno noti del suo romanzo La coscienza di Zeno, corredati da fotografie d’epoca e ritratti di personaggi contemporanei allo scrittore triestino che si occuparono prevalentemente di psicanalisi e della cura delle nevrosi.

Chi non facesse in tempo a farci un salto, può accontentarsi di una visita virtuale tra l’altro fatta molto bene.
Allego anche il video preparato per la mostra. Molto bello.

25 agosto 2009

BUFALE VIA WEB

Posted in affari miei, web tagged , , , a 10:58 pm di marisamoles

bufaleOra sono proprio stufa! Alle bufale ci siamo ormai abituati, anche a quelle che corrono sul web, ma quando cercano insistentemente di farti passare per un cretino, c’è da perdere la pazienza.

Io scarico settimanalmente le previsioni del tempo da un sito meteo piuttosto noto. È da tempo che ogni volta che apro la homepage, mi compare di fronte, nella parte alta della pagina, ben in vista, con tanto di linea tratteggiata rossa che corre in perpetuo movimento tutt’attorno, una scritta che recita:

SEI IL NOSTRO 999.999ESIMO VISITATORE!
ONLINE PROPRIO IN QUESTO ISTANTE!
CONGRATULAZIONI! SEI UN POTENZIALE VINCITORE DI UNA AUDI A3 DEL VALORE DI 23.000 EURO.
SE SEI STATO SELEZIONATO, CLICCA QUI ….

Lo spettacolo si ripete da mesi, ogni settimana. Allora io mi chiedo: è mai possibile che tutte le volte io sia il 999.999esimo visitatore? E poi, che vuol dire “se sei stato selezionato clicca qui …”? Se me lo stanno dicendo che sono un potenziale vincitore ecc. ecc. è ovvio che sono stata selezionata. Molto meno ovvio è che in tempi diversi io sia sempre il visitatore numero 999.999.

Ma mi prendono per scema?!? Eppure, chissà perché, avrei voglia di cliccare proprio lì …

AGGIORNAMENTO del 27 agosto: VARIAZIONI SUL TEMA

In un altro sito, che non frequento abitualmente, oggi stesso ho scoperto una variante della bufala descritta nel post. In questa, però, gli “autori” non si sbilanciano nel conteggio dei visitatori. L’avviso, che ha la stessa tipologia grafica, recita:

NON E’ UNO SCHERZO! SEI STATO SELEZIONATO PER ESSERE ONLINE IL … ALLE ORE … SEI STATO SELEZIONATO COME POSSIBILE VINCITORE DI UNA AUDI A5. SE SEI ARRIVATO IN TEMPO CLICCA QUI …

Meno male che avvisano che non si tratta di uno scherzo. Ma chi ci crede? Insomma, cambia il modello dell’automobile ma lo “sponsor” rimane invariato. Un dubbio: dicono “sei stato selezionato”, ripetendolo due volte, e poi aggiungono “se sei arrivato in tempo”. In tempo per cosa?

Agli eventuali malcapitati auguro davvero un certo tempismo, sì, ma per chiudere velocemente la pagina web e non ricapitarci mai più! I siti che ospitano questo genere di avvisi non meritano di essere consultati.

AGGIORNAMENTO del 28 agosto 2009: NON CREDO AI MIEI OCCHI

Ebbene sì, lo ammetto, sono troppo curiosa: non ho resistito alla tentazione e ho visitato nuovamente il sito “incriminato”, ovvero quello meteo, nonostante abbia dichiarato nel precedente aggiornamento che certi siti non meritino di essere consultati.
Ebbene, ho fatto una scoperta sconcertante: l’avviso non c’è più! Ho cliccato e ricliccato, ho fatto il login e il logout e la scritta non è apparsa. Non credevo che la mia protesta sortisse l’effetto desiderato. Tuttavia, visto che non ho citato il sito in questione, si tratta evidentemente di una coincidenza. Ma va bene lo stesso, anzi benissimo! 😀

UMANITÀ SOTTO L’OMBRELLONE

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , , , a 8:37 pm di marisamoles

OmbrelloniDiciamolo chiaramente: in spiaggia, sotto l’ombrellone, in pace non si può stare. A meno che non si scelga qualche spiaggia semideserta, sconosciuta ai più. Ma se ci si trova in una località turistica nota, meta ogni anno, specie in agosto, di migliaia di turisti, allora in pace non si può proprio stare. Ma, tant’è, alla fine un po’ di chiasso ce lo andiamo pure a cercare.

Mancavo da Lignano da dodici anni (l’ho già detto ) e sotto l’ombrellone non ho notato tante novità. Contrariamente agli anni passati, però, non ho letto nemmeno due righe del romanzo che mi portavo quotidianamente in spiaggia e non mi sono dedicata neppure alle parole crociate che, dopo molti anni, quest’estate ho riscoperto come passatempo rilassante. Mi sono dedicata, invece, all’osservazione dell’umanità che mi stava attorno e mi piace rendere partecipi anche i miei lettori di queste mie osservazioni balneari.

Conversazioni. Le chiacchiere da spiaggia, si sa, sono sempre state il passatempo preferito dei bagnanti. Tuttavia quest’anno ho notato una maggiore indifferenza nei confronti del vicino d’ombrellone. Sarà che l’individualismo sta sempre più prendendo piede –in altre parole, ognuno si fa i fatti suoi- ma ho potuto notare che spesso i nemici delle chiacchiere da spiaggia sono principalmente due: il cellulare e l’i-pod.
Nell’ombrellone di fronte al mio una signora piuttosto petulante ha speso metà del suo tempo a parlare al cellulare. Così ho potuto sapere che in famiglia ci sono degli ammalati, anche piuttosto gravi –che dispiacere!- e che è in corso una lite con il fratello a causa di un’eredità, cosa di cui si occuperà un notaio che, per giunta, pretende un onorario piuttosto costoso.
Nell’ombrellone a fianco, una coppia di fidanzati si sono scambiati pochissime parole, forse a tutela della propria privacy, ma in compenso, muniti di i-Pod e cuffie, si sono goduti della buona musica, scelta ognuno secondo i propri gusti. A parte l’azzeramento della comunicazione interpersonale, sono grata ai ragazzi per aver risparmiato alle mie orecchie la musica a tutto volume che fino a qualche anno fa mi faceva temere il rischio di una sordità precoce.

Giochi di bimbi. Giocare con la sabbia è stato per generazioni la cosa più straordinaria e deliziosa da fare sotto l’ombrellone. In questo i bambini d’oggi non sono per nulla diversi da quelli di un tempo. Armati di palette e secchielli, creano i loro giochi divertendosi un mondo e lasciando in pace, almeno per un po’, i genitori.
Fin qui nulla da dire, a parte il fatto che la sabbia smossa dai bambini dell’ombrellone a fianco ti arriva nel naso, negli occhi e nelle orecchie. Solo che una volta i genitori, sempre presenti, sorvegliavano i giochi, pronti a richiamare i figli qualora creassero disturbo agli altri bagnanti. I miei vicini, però, lasciavano costantemente soli i bambini, propri e degli amici, quindi non ho potuto fare a meno, mio malgrado, della razione quotidiana di sabbia.
Quello che mi ha stupita realmente è stata la varietà di giochi che i bimbi moderni sanno inventarsi, influenzati, purtroppo, anche da ciò che vedono in TV. All’inizio tutto sembrava rientrare nella consuetudine: chi, giocando con la sabbia, non ha mai preparato minestre, polpette e caffè da offrire ai compagni di gioco? Tutti noi abbiamo sfogato in questo modo la creatività balneare. I miei vicini d’ombrellone, tuttavia, dopo un inizio per così dire canonico, si sono lasciati andare a giochi meno tradizionali: ecco che con la sabbia potevano plasmare esseri umani, secondo la loro fantasia, ovviamente, a cui amputare un braccio per fare chissà quale esperimento, o prelevare il sangue per avere un campione da cui isolare il DNA, o sezionare un cadavere alla ricerca della causa della morte, ritenuta evidentemente non naturale. Insomma, mi sembrava un misto tra ER, RIS e CSI, con qualche divagazione verso Cold Case, visto che in un’occasione ho sentito parlare di riesumazione di cadaveri brulicanti di vermi.
Certo, i bimbi sono cambiati, ma che orrore i loro giochi!

Plurilinguismo. Fin da piccola a Lignano mi sono abituata a sentir parlare lingue diverse, soprattutto il tedesco, anche se non sono mai riuscita a distinguere tra il tedesco che si parla in Germania e l’austriaco. Poi, dovendo comunicare con gli stranieri, era d’obbligo l’uso dell’inglese che, però, non si parlava mai con i britannici anche perché a quel tempo migravano verso altri lidi.
Accanto alle lingue nazionali, la spiaggia risuonava delle più svariate parlate locali: il più gettonato era il veneto, anche se non ho mai capito perché tanti veneti dovessero venire in Friuli nonostante le loro bellissime spiagge, il lombardo e, naturalmente, il friulano. Pochi erano e sono tuttora i triestini che preferiscono Grado a Lignano.
Ora la situazione è un po’ cambiata: accanto alle lingue e i dialetti che ho già menzionato, ho potuto sentire anche svariate lingue dell’est, che non saprei distinguere ma che ho potuto ricondurre a orecchio al ceppo slavo, e il romeno. Ciò mi fa supporre che ci siano degli immigrati, meno sfortunati di tanti altri, che si sono ben inseriti nel contesto italiano e si possono permettere le vacanze a Lignano che, specie in agosto, sono tutt’altro che a buon mercato.
Sotto l’ombrellone due file più avanti del mio stazionava, però, una famigliola un po’ speciale: mamma italiana, anzi triestina, papà americano e figli piccoli perfettamente bilingui. Per me stare ad ascoltarli, senza sentirmi impicciona come potrebbe sembrare, è stato un passatempo delizioso. Ero affascinata da quel menage particolare che si era creato tra i componenti del gruppo familiare: marito e moglie parlavano a tratti in inglese a tratti in italiano, anzi era lei che parlava entrambe le lingue perché il marito usava sempre e solo l’inglese, mentre i figli, che tra loro comunicavano in inglese, usavano quest’idioma per rivolgersi al padre e l’italiano quando dovevano dire qualcosa alla madre. La comunicazione linguistica è stata resa ancora più variegata dall’arrivo della zia materna: con lei i bimbi parlavano in italiano, tra l’altro perfetto a parte qualche lieve inflessione americaneggiante, la sorella le si rivolgeva metà in italiano e metà in triestino, mentre con il cognato la nuova arrivata tentava di comunicare in inglese ma essendo, a suo dire, arrugginita, ha accettato ben volentieri qualche lezione veloce d’inglese in cambio di un corso accelerato di triestino per stranieri.
Per una volta, sentire i fatti altrui non mi è per nulla dispiaciuto.

Bikini e linea. Nelle due file successive alla mia, sdraiate sul lettino decisamente deformato c’erano due ragazze, ognuna sotto il proprio ombrellone, un po’ sovrappeso, diciamo così. Per una volta ho potuto consolarmi e considerare la mia una silouette niente male, nonostante le due fanciulle in questione avessero qualche decina d’anni in meno di me.
Il diritto di indossare il bikini è, indubbiamente, sacrosanto ma dovrebbe, secondo me, sottostare al buonsenso dell’interessata. Insomma, pazienza la cellulite che, grazie al cielo, ho potuto notare anche sulle ragazze giovani e per nulla grasse (è evidentemente un problema diffuso e moderno), pazienza la sesta di reggiseno che faceva sembrare, nella fantasia del tessuto, un timido e minuto fiore una specie di girasole dai colori innaturali, ma ciò che secondo me ha contribuito a creare una nota quasi disgustosa nel già sconcertante spettacolo era il perizoma. di cui entrambe facevano uso. Per un istante mi è apparso come un flash il fondoschiena della Senicar, nuova testimonial dell’Intimo Roberta. Ho pensato che forse qualche ragazza non capisce che il perizoma non è di per sé uno strumento magico che, indossato da chiunque, fa apparire qualsiasi sedere perfetto come quello della Senicar. E poi mi chiedo: a cosa serve abbronzarsi le chiappe quando nessuno poi esce con il sedere di fuori?
Osservando una delle due leggiadre fanciulle, ho notato che mentre camminava le due cosce strusciavano tra loro e ho immaginato il fastidioso arrossamento che lo sfregamento deve creare, specie dopo aver fatto il bagno. Allora mi è venuta in mente un’altra pubblicità, quella di una crema che dovrebbe evitare gli arrossamenti, formando una sorta di pellicola. Ecco, quella era la reclame certamente più adatta alle mie “vicine” d’ombrellone.

Topless per neonati. Una volta la spiaggia di Lignano pullulava di topless, ora non più. A parte qualche ragazza che prendeva il sole sul bagnasciuga e qualche donna in età un po’ esibizionista, tutte le donne usavano il bikini. Unica eccezione: il topless momentaneo di due mamme che avevano l’ombrellone dall’altra parte della passerella. Una di fronte all’altra, come se i due neonati si mettessero d’accordo per strillare affamati in un perfetto sincronismo, si scoprivano il seno e allattavano i loro bimbi continuando a conversare tra loro, mentre i mariti facevano una partita a carte. Quello di una mamma che allatta è lo spettacolo più tenero del mondo e se penso a quella povera turista che è stata allontanata dalla sala da pranzo dell’hotel perché infastidiva i clienti, mi rendo conto che c’è gente sciocca che non capisce nulla della bellezza della natura, tanto meno di quella umana.

Carrozzine e carrozzelle. Mai visti a Lignano tanti bambini, soprattutto mai viste tante famiglie numerose: genitori, per di più giovani, con tre o quattro figli, sono ormai cosa rara. Ma c’è da scommetterci che la maggior parte di queste coppie così prolifiche sia straniera. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in Italia la natalità sia a quota 0.
Andare in spiaggia con carrozzine e passeggini è un’impresa ardua. Chi ha fortuna, però, riesce a guadagnarsi l’ombrellone a fianco della passerella, non importa in quale fila tanto sul bagnasciuga il bimbo lo si può portare pure in braccio. I meno fortunati, invece, devono trascinare le quattro ruote (talvolta anche tre, vista la nuova tipologia di passeggini) sulla sabbia, formando le classiche scie che dalla passerella arrivano esattamente all’ombrellone, segnando una sorta di corsia preferenziale.
Fin qui, tutto normale. Quello che sinceramente mi ha stupito maggiormente è stata la gran quantità di carrozzelle per disabili, spesso molto giovani. Su una cosa ho riflettuto in particolare: gli invalidi ci sono sempre stati, solo che non si facevano vedere, anche perché vivere su una carrozzella non era considerata vita vera, con tanto di sacrosanto diritto di vedere il mondo. Ora le carrozzelle sono aumentate e, purtroppo, l’età media dei loro possessori si è abbassata. Questo la dice lunga sul rischio sempre in agguato di incidenti automobilistici che se non sono letali, riducono molte giovani vite sulle quattro ruote, ma non più quelle dell’auto.
Una scena fra tutte mi ha particolarmente impressionata: nell’ombrellone dietro a quello di una delle mamme che allattavano i loro bimbi, un’altra mamma, con infinta pazienza e un sorriso sempre stampato sulla bocca, dedicava tutto il suo tempo, ogni gesto e tutte le parole che fluivano dolcemente dalle sue labbra ad un figlio un po’ speciale: non piccolissimo, forse sui cinque – sei anni d’età, lo portava tutti i giorni in spiaggia su un passeggino diverso da tutti gli altri, se non altro per le dimensioni, e da qui lo spostava sul lettino da mare, adagiandolo con delicatezza. Un bambino diverso, senza dubbio, quasi immobile, con gli occhi sbarrati e le braccine rattrappite, così come le gambette. La sua mamma lo coccolava, lo accarezzava, lo spostava dall’ombra al sole, non prima di avergli spalmato su tutto il corpo la crema protettiva, lo portava in braccio sul bagnasciuga e gli faceva fare il bagno, sotto lo sguardo a volte disgustato delle mammine che sorvegliavano i giochi dei loro bimbi in riva al mare. Certo, quello spettacolo strideva se paragonato a quello dei bimbetti con i costumini colorati e berrettini in testa, intenti a scavare buche e a costruire castelli. Strideva pure in confronto ai ragazzini sgambettanti che rincorrevano la palla o che si tuffavano nell’acqua troppo bassa, impantanandosi nella sabbia melmosa.
Ma per me quella mamma è stata lo spettacolo più bello che potessi godermi sotto l’ombrellone, soprattutto perché mi ha fatto comprendere come l’amore materno non abbia confini né limiti né ostacoli. Ho pensato anche che tante volte noi mamme, sempre pronte a rimproverare e criticare, mai contente dei nostri figli “normali”, non siamo capaci di amarli così tanto. O perlomeno non lo facciamo vedere così bene.

IN FRIULI METÀ CATTEDRE AI SUPPLENTI MERIDIONALI

Posted in scuola tagged , , , , , , , , a 5:42 pm di marisamoles

pastoriLa notizia è fresca fresca. Il sottotitolo che avrei scelto per questo post è Settembre, andiamo. È tempo di migrare, prendendo spunto dalla lirica dannunziana I pastori dedicata alla transumanza. Nei versi del poeta pescarese si fa riferimento ai pastori che, passata l’estate, dalla montagna riportano le mandrie sulle rive dell’Adriatico dove il clima è più mite. In Friuli, invece, sono i docenti del sud a migrare, alla ricerca di una cattedra annuale che, pare, i friulani doc non vogliono. E perché mai? Perché se in pianura ci stanno benissimo, in montagna, invece, sembra non trovino il clima favorevole e poi, cosa da non sottovalutare, spenderebbero troppo per la trasferta e quindi il gioco non varrebbe la candela. Ma i meridionali che migrano al nord non hanno forse delle spese da sostenere? E i docenti aspiranti supplenti che vivono in Sicilia, in Puglia e in Campania come fanno, abituati al sole e agli inverni miti per cui non serve nemmeno indossare il cappotto, a trovarsi a loro agio con sei o sette gradi sottozero imbacuccati con berretti di lana grossa e piumini?

Il mistero viene spiegato da Mauro Scopa, docente di sostegno che ha accettato una cattedra in Friuli provenendo da Pescara (bizzarra coincidenza, proprio la città natale di D’Annunzio!): in provincia di Udine ci sono tante rinunce e quindi la graduatoria scorre più velocemente. Tesi confermata anche da Franca Gallo, segretaria provinciale della FLC-CGIL, secondo la quale per chi arriva dal meridione, inoltre, alloggiare in un comune montano può risultare più conveniente rispetto alla città. Insomma, circa il 50% dei docenti convocati ieri all’ITI Malignani di Udine per i posti di sostegno sono meridionali ma la Gallo sottolinea che molti supplenti arrivati dal sud che da anni insegnano nelle nostre scuole sono residenti in Friuli. Non c’è che dire: la terra friulana è decisamente accogliente e chi arriva non se ne va più. Forse qualche campano o pugliese o siciliano ha imparato pure qualche parola di friulano e, chissà, sarebbe pronto anche per il test sui dialetti proposto dalla Lega, con buona pace di Bossi e compagni.

Insomma, questi docenti meridionali (con cui non ce l’ho affatto, sia chiaro, visto che anche il mio albero genealogico affonda le sue radici tra la Campania e la Sicilia) fanno il viaggio a ritroso rispetto ai pastori di D’Annunzio: dalle calde spiagge tirreniche alle Alpi Carniche. Quanto alle mandrie, non se le portano dietro ma di certo se le trovano dentro alle aule scolastiche.
Chissà se a Taormina c’è una cattedra per me!

24 agosto 2009

LA “MIA” LIGNANO IERI E OGGI

Posted in affari miei, figli, vacanze tagged , , , , , , a 3:54 pm di marisamoles

la spiaggia vista dal "mio" terrazzo

Ho iniziato a passare le mie vacanze a Lignano Sabbiadoro quando ero ancora nella pancia di mia mamma. Con la graziosa cittadina balneare ho avuto, nel tempo, un rapporto di amore ed odio, come capita spesso negli affari di cuore. Amare un luogo non è, infatti, molto diverso dall’amare un uomo o una donna.
Le mie vacanze a Lignano sono durate ininterrottamente per 24 anni: ogni anno vi ho trascorso un mese della mia estate con la famiglia. Lì ho scoperto la sabbia, così diversa dalle spiagge triestine fatte di cemento e ciottoli, lì ho intrecciato le prime amicizie d’infanzia che non dimenticherò mai, lì ho incrociato per la prima volta gli sguardi maschili che hanno fatto battere forte il mio cuore di bambina e di adolescente. Lì ho vissuto grandi amori e cocenti delusioni amorose. Detto questo, apparirà chiaro che il mio legame con questa cittadina balneare, che si adagia con i suoi otto chilometri di spiaggia sulle rive dell’alto Adriatico, è particolarmente stretto.

Eppure, anche se la compagnia degli amici (eravamo molti, anche più di venti) allietava le mie giornate e le mie nottate a Lignano, alla fine il posto ha iniziato ad annoiarmi. Devo ammettere, però, che tutte le volte –poche, in verità- in cui ho cambiato spiaggia, mi sono convinta che l’arenile di Lignano con la sua sabbia dorata è davvero unico.
In viaggio di nozze, ad esempio, eravamo alle Baleari, a Palma de Mallorca. Giungemmo di notte all’hotel che si trovava a pochi metri dalla spiaggia. Non riuscimmo a vedere nulla e attendemmo la mattina successiva per goderci il panorama dal balcone della stanza. Fu una delusione. Ricordo che mi rivolsi a mio marito e gli dissi: era meglio andare a Lignano. Ovviamente l’isola in sé è meravigliosa e l’abbiamo girata tutta, ma la spiaggia di Cala Mayor non è poi un granché.

L’anno dopo, decisi a snobbare Lignano che conoscevamo come le nostre tasche, scegliemmo come meta per le vacanze l’Isola del Giglio, nell’incantevole arcipelago toscano. Devo ammettere che il posto è stupendo e che lo stesso Tirreno è assai diverso dall’Adriatico, principalmente perché, nonostante le spiagge sabbiose, per fare un tuffo non si deve camminare dieci minuti con l’acqua che a malapena ti arriva alle ginocchia (come accade, invece, sull’Adriatico) e l’acqua è limpidissima e non torbida come quella di Lignano. Eppure, anche quella volta rimpiansi Lignano, soprattutto quando alla sera, tornando dalla spiaggia del Campese, trasformavamo il pavimento del bungalow in una specie di campo da tennis: la sabbia, infatti, in quella baia è particolarmente rossa.

Dopo una pausa di qualche anno, a Lignano ci sono tornata con i bimbi. Inutile dire che l’esperienza è stata molto diversa da quella avuta in passato quando, ancora libera da impegni, facevo un po’ quello che volevo. Andavo in spiaggia in tarda mattinata, non tornavo a pranzo, preferendo rientrare alle cinque di pomeriggio per farmi una doccia in santa pace visto che lavarsi alle sette di sera era un’impresa quasi impossibile: l’acqua scarseggiava perché tutti si facevano la doccia contemporaneamente. Per non parlare della sera: alle nove, vestita in modo impeccabile, scendevo al mitico “muretto” sotto casa dove la compagnia si ritrovava, ce ne stavamo là due ore a decidere cosa fare e rientravamo alle due di mattina, se andava bene.
Tornare a Lignano con marito e figli fu un’esperienza alquanto deludente, se confrontata al passato, naturalmente, e per questo cominciai ad odiare quel posto che avevo in passato amato così tanto.

La mia giornata di madre in vacanza, si fa per dire, iniziava quando il piccolo (un anno e mezzo di età) si svegliava, cioè alle sei di mattina. Dopo avergli dato il biberon, mi dedicavo al bucato quotidiano, naturalmente a mano perché a quei tempi la lavatrice negli appartamenti in affitto non c’era. Lui dormiva ancora un’oretta, nel frattempo si svegliava l’altro, faceva la colazione, poi li vestivo tutti e due, mettevo su uno straccio qualsiasi, tanto la città era ancora deserta e non c’era pericolo d’incontrare qualcuno di mia conoscenza, e si usciva per comprare pane, latte e giornale. Questo accadeva più o meno alle sette e mezza. Il giro in “centro” durava una mezzoretta, poi si rientrava e ci si preparava per la spiaggia. Uscire con passeggino, borsone gigante pieno di giochi di tutti i tipi, salvagente, canotto, materassino e borsa termica –per la merenda- mi faceva sentire una profuga. In più, il primo anno non avevamo trovato una appartamento vicino alla spiaggia, quindi mi facevo più di un chilometro fra l’andata e il ritorno, due volte al giorno e anche tre se malauguratamente mi dimentcavo qualcosa a casa. Al mare non riuscivo a stare un momento seduta, tranne quando arrivava mio marito, ma succedeva, almeno al mattino, quando per me e i bimbi era già l’ora di rientrare, verso le undici, massimo undici e mezza.

Al pomeriggio andava un po’ meglio perché mio marito si fermava a casa a dormire insieme ai bambini e mi raggiungeva più tardi con loro e tutto l’armamentario. Così anche lui poteva provare l’ebbrezza di sentirsi un po’ profugo.
Quando si rientrava alla sera l’incubo era quello della doccia, non solo per la scarsità d’acqua –il problema non è mai stato risolto in verità- ma soprattutto perché in assenza di una vasca da bagno, lavare un bimbo di diciotto mesi era davvero un’impresa. Quindi, mio marito cercava di lavare lui e se stesso contemporaneamente, tenendo il piccolo in braccio, poi, visto che ormai era bagnato e insaponato a metà, lavava anche l’altro mentre io avevo l’incarico dell’asciugatura. Quando finiva questa sorta di catena di montaggio, il tempo per la mia doccia non c’era quasi mai perché dovevo preparare la cena, quindi la rimandavo e dovevo sopportare la sabbia dappertutto, cosa che, sinceramente, ho sempre odiato.

Le uscite dopo cena erano, a quei tempi, rarissime. Almeno per il primo anno la passeggiata serale fu un’impresa ardua. Il piccolo, infatti, appena finita la cena si addormentava e se provavamo a spostarlo dal seggiolone al passeggino, iniziava a sbraitare finché non lo mettevamo nel lettino con sua massima soddisfazione e nostra disperazione perché alla fine non si usciva e a me non rimaneva altro che stirare il bucato della mattina.
Più avanti negli anni, però, la situazione migliorò. Meno ingombri, come il passeggino, meno cacche nel costumino, perché nel frattempo entrambi avevano imparato ad usare la toilette, meno levatacce al mattino perché si dormiva almeno fino alle otto. La cosa tragica, però, fu il “riposino pomeridiano” cui cercavo di sottoporre i miei figli, seguendo l’infausto esempio di mia madre che costringeva me e mio fratello ad andare a letto –naturalmente pieni di sabbia perché la doccia si faceva solo la sera- e ci imponeva un rigoroso silenzio perché, almeno fino alle quattro (!), non si poteva fare rumore per rispettare il riposo degli altri . Io ero una bambina ubbidiente quindi sottostavo a questa regola ingiusta –almeno finché non ebbi dodici o tredici anni-, mentre mio fratello se ne fregava altamente delle regole e con la mazza da minigolf, la cui comparsa in casa resterà sempre un mistero, si dilettava ad imbucare la pallina non so dove, procurando un fastidioso rumore per l’inquilino del piano di sotto. I miei figli, evidentemente, devono aver preso da mio fratello perché, pur chiusi per due ore in camera loro, non se ne stavano zitti un momento, continuavano a fare un casino infernale e di dormire non avevano la benché minima intenzione. Di fronte alla minaccia “allora fate i compiti per le vacanze”, preferivano la seconda alternativa ma non si impegnarono mai seriamente nell’esecuzione delle attività “rovina vacanze” che le maestre si ostinavano a raccomandare caldamente, quindi io mi disperavo ugualmente.

L’ultima vacanza passata a Lignano con i figli fu quella del 1997. A parte i prezzi esorbitanti –e da questo punto di vista nulla è cambiato, purtroppo-, che ci costringevano a dar fondo a tutti i risparmi di un anno, con la speranza che non capitasse qualche imprevisto durante l’inverno, quei quindici giorni da incubo ci convinsero che a Lignano, almeno per un po’, non ci avremmo più messo piede.
I bambini erano cresciuti quindi loro non costituivano alcun problema. Purtroppo, però, i problemi ce li hanno creati i figli degli altri, per l’esattezza quelli che, appena maggiorenni o anche senza esserlo ancora, vanno in vacanza da soli. I nostri vicini di appartamento erano appunto una combriccola di adolescenti scatenati e maleducati che facevano casino giorno e notte.
Forte dell’esperienza di genitore energico, mio marito provò a protestare facendo leva sull’educazione che sicuramente i loro padri e le loro madri avevano correttamente impartito, quindi la sua richiesta fu semplice: ricordatevi degli insegnamenti ricevuti. Risultato: spallucce e ripicca. Il casino si moltiplicò e quando l’orda barbarica usciva la sera, immagino per rendere infelici anche i turisti che alloggiavano nei condomini del centro e del lungomare, per allietare le nostre serate e nottate lasciava accesa la radio a tutto volume. Naturalmente i premurosi fanciulli posizionavano l’infernale apparecchio nella stanza attigua alla nostra camera da letto e, ritornando alle cinque di mattina, la spegnevano per godersi, evidentemente, il meritato sonno. Ricordo che, contravvenendo a tutte le regole, pregai vivamente i bambini di fare quanto più casino possibile. I pargoli, increduli, ubbidirono immediatamente ma d’altra parte a loro non costava alcuno sforzo, anzi, liberi di sfogarsi, si lasciavano andare ad urla selvagge a lungo represse, chiedendosi come mai avessi cambiato idea sulla questione del rispetto della quiete altrui. Il problema fu, però, che durante la mattinata noi stavamo in spiaggia e al nostro ritorno i simpatici vicini si svegliavano, quindi per loro la mezzora di strilli mattutini dei miei bambini costituì solo un piccolo fastidio mentre noi continuavamo a passare le nottate in bianco.

Tornare a Lignano quest’anno, senza i figli che, ormai grandi, snobbano le vacanze con i genitori, è stato alquanto rilassante. Le cose non sono cambiate un granché: in spiaggia c’è il solito vociare, con la differenza che oggi la gente parla al telefonino invece di conversare con i vicini di ombrellone, e la sera nelle vie del centro si cammina a malapena, sgomitando per trovare un passaggio, specie se non si ha alcuna intenzione di passeggiare ma solo l’esigenza di trovare qualche negozio in cui vendano ciò che ci si è, immancabilmente, dimenticati a casa. Uscire con l’automobile è un’impresa perché se nel cortile del condominio hai il posto macchina, trovare un posteggio in città è praticamente impossibile, a meno che non ci si arrenda al pagamento del ticket che però si paga fino alle undici di sera, o si decida di lasciare l’auto a due chilometri dal luogo in cui ci si deve recare, sperando di ricordarsi l’esatta ubicazione del posteggio. Ma per questo devo ammettere che mio marito ha un eccellente senso dell’orientamento nonostante conosca Lignano molto meno di me.

Un’altra differenza rispetto al passato riguarda i supermercati. Una volta si era costretti a fare la spesa nel negozietto di alimentari sotto casa che aveva i prezzi da boutique. Ora i discount si trovano dappertutto, forniti di ampi parcheggi, e almeno per mangiare a casa si spende quanto in città. Andare al ristorante è, invece, molto diverso: oltre ai prezzi triplicati rispetto alla città, anche quando le insegne pubblicizzano menù a prezzo fisso con scelta di pietanze in grado di soddisfare tutti i palati, alla fine, con l’aggiunta di coperto e bevande, si paga molto di più e le portate sono davvero misere. Se poi per risparmiare ci si accontenta di una pizza, allora il salasso non c’è ma, chissà perché, ci si alza dalla sedia con la convinzione che la pizza la sappiano fare bene solo i pizzaioli della propria città.

Insomma, il ritorno nell’amato-odiato luogo delle vacanze è stato piacevole. Ancora una volta, come mi accadeva molti anni fa, ho ripensato al sogno di avere una casa tutta mia. Così mio marito ed io abbiamo pensato che se avessimo centrato il 6 al Superenalotto avremmo potuto comperare un appartamento lì e passarci quasi tutta l’estate, almeno ogni week end e l’intero mese d’agosto. Purtroppo non abbiamo vinto quindi il sogno resterà tale almeno fino alla pensione. Allora, però, ci sarà il rischio di essere decrepiti e poveri -è bene non farsi tante illusioni con i tempi che corrono- o comunque di passare l’estate a Lignano non ne avremo più alcuna voglia. O forse, ci potrebbe accadere ciò che capita a chi l’appartamento ce l’ha e lo lascia disabitato perché di Lignano ne ha piene le tasche. È un po’ come desiderare un frutto proibito: una volta che l’hai conquistato, non c’è più gusto ad assaporarlo. In altre parole, preferisco tenermi il sogno senza correre il rischio di non farmi piacere una realtà tanto agognata.

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