27 luglio 2009

LA GENERAZIONE DEI NÉ NÉ

Posted in adolescenti, lavoro, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:53 pm di marisamoles

scansafaticheHo letto qualche giorno fa un interessante articolo su business online. in cui si parla di 270 mila giovani che in Italia non studiano e non lavorano. Questi giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, la cui percentuale non è affatto trascurabile (il 9%) appartengono alla cosiddetta “generazione dei né né”.

Invece di parlare di una scuola che non insegna e che, quindi, è da bocciare, di una scuola in cui docenti incompetenti fanno dei danni notevoli ai giovani che poi affrontano l’università impreparati, invece di attribuire la sconfitta alla scuola anche quando un ragazzo viene bocciato all’esame di maturità, dovremmo riflettere su questa “generazione del né né” che alla fine della scuola superiore nemmeno ci arriva. Per colpa di chi? Davvero non lo so.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione, non dico cultura perché questi della cultura si fanno un baffo. Sarebbe semplice puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale dire che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”! A parte il fatto che la disoccupazione è un problema attuale e serio, visto che anche persone adulte, madri e padri, con famiglia a carico e mutuo da pagare, si possono trovare senza lavoro da un momento all’altro, ma per i giovani che non hanno “né arte né parte” che lavoro c’è? A parte, s’intende, i classici lavoretti del tipo volantinaggio e i mini contratti a termine per lo più estivi. Ma quelli di solito sono appannaggio degli studenti che, non stanchi di studiare tutto l’anno, pensano bene di ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, per togliersi qualche sfizio e per non pesare troppo sul bilancio familiare. Altro che “generazione dei né né”!

Affrontando il problema seriamente, con i mezzi a mia disposizione, cioè l’esperienza di docente nonché di operatrice dello sportello d’ascolto, i numerosi corsi di psicologia frequentati e la passione personale coltivata attraverso la lettura di testi specifici, cercherò di far comprendere che chiamare questi giovani semplicemente “fannulloni”, come se con questa caratteristica ci nascessero, è sbagliato.

Vorrei partire dalla cause che portano all’insuccesso scolastico, perché è da questo che prende le mosse una sorta di reazione a catena.
Dire che uno studente, arrivato alle superiori senza grosse difficoltà pur non ammazzandosi di fatica, non ha “voglia di fare” è il modo più semplice per evitare il problema, anziché affrontarlo. Di solito gli insegnanti, di fronte a casi problematici, se ne lavano le mani. Certo, uno se la voglia non ce l’ha, non se la può far venire da solo, quindi ha bisogno di un aiutino. Purtroppo, però, le cause e le concause sono tante e molteplici che arriviamo alla classica situazione del gatto che si morde la coda, situazione alla quale pare non ci sia via d’uscita.

L’insuccesso scolastico, quindi, è determinato da fattori diversi: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti. I ragazzi che studiano, s’impegnano, guardano al futuro con aspettative che gratifichino i loro sforzi sono per lo più derisi e catalogati come “secchioni”. Alla fine, o rimangono da soli, isolati ed evitati come la peste, o si aggregano con quelle quattro persone con cui hanno più affinità o con quelle due che, aspirando a migliorarsi, li seguono per farsi aiutare. In quest’ultimo caso, però, gioca un ruolo fondamentale il non voler essere “inferiore” agli altri e questo è tipico di chi è perfettamente cosciente tanto delle sue potenzialità quanto delle sue debolezze e, quindi, nulla a che vedere con gli studenti che non vogliono affrontare l’insuccesso scolastico e lo accettano come inevitabile e immodificabile.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, che  «la scuola non fa per me». Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma spesso si rivela un’utopia. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.
Quello di cui si tiene poco conto, sia in ambito familiare che scolastico, è l’autostima del ragazzo. Al di là di un atteggiamento strafottente, tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la sfiducia che ha dentro di sé e, non accettando per orgoglio nessun consiglio, non riesce ad uscire da questo impasse. È ovvio che compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Quali sono, dunque, gli ostacoli ad un percorso di crescita? Prima di tutto il fatto che gli adolescenti sono poco disposti ad ascoltare i genitori e ritengono, in modo scontato e rassegnato, di non essere ascoltati all’interno del nucleo familiare. Poniamo il caso che si convincano ad accettare il supporto della scuola (lo sportello d’ascolto che, per legge, dev’esserci in ogni istituto): nel momento in cui viene loro consigliata una maggior collaborazione con la famiglia, escludono a priori questa eventualità. Spesso accade, infatti, che le famiglie si rivolgano allo sportello per cercare aiuto e non di rado chiedono degli strumenti per affrontare la situazione problematica, partendo dal presupposto che «i figli mai e poi mai usufruiranno del servizio». Qualche volta, però, si sbagliano e, inaspettatamente, alla fine i ragazzi allo sportello arrivano, parlano, ascoltano, si lasciano consigliare ma poi continuano a comportarsi come prima. Insomma, la scuola ha gli strumenti per venire incontro a questi ragazzi in difficoltà, ma sono loro a non mettere in pratica i suggerimenti e i consigli.

Un altro ostacolo è costituito dalla convinzione di aver scelto la scuola sbagliata. Spesso, però, questa convinzione si basa su presupposti errati: l’essere disposti ad impegnarsi il minimo e credere di poter ottenere risultati migliori in una scuola più “facile”. Ogni tentativo per convincerli che non ci sono scuole facili e difficili per chi non si impegna nello studio, perché anche in un istituto professionale, pur ammettendo che le richieste siano differenti a livello di curriculum, l’impegno e la buona volontà sono prerequisiti indispensabili, si rivela un fallimento. Succede, quindi, che anche cambiando scuola la situazione rimanga tale con un’alta probabilità di abbandono degli studi.

La convinzione che il mondo del lavoro si possa affrontare con meno impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe- è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi si rendono conto che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere, l’impegno e la volontà sono imprescindibili e il rispetto delle regole, che saranno pure diverse rispetto a quelle che vengono imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta, che passino mesi prima di trovare un altro impiego e che, se non si cambia atteggiamento, ci si ritrova punto e a capo. Da qui nasce la frustrazione personale e l’avvilimento delle famiglie che di figli del genere non “sanno cosa fare”. Anche il tentativo di farli ritornare a scuola, consigliando loro la frequenza di un corso serale, si rivela spesso inutile.

Così vanno le cose, più o meno. C’è un rimedio a tutto ciò? La situazione descritta pare non avere sbocchi. Bisognerebbe prima di tutto che la scelta della scuola superiore sia ben ponderata, poi che l’istituzione abbia i mezzi per affrontarla efficacemente, infine che la famiglia serva da sprone e non si arrenda.

A proposito di mezzi, che purtroppo dal MIUR arrivano sempre in minor quantità a livello pecuniario, mi viene in mente il sistema scolastico finlandese, che l’Ocse qualche anno fa ha decretato il migliore in Europa. Ricordo che quando lessi su Panorama un articolo su questo tema, fui colpita soprattutto da un fatto: gli insegnanti, pagati profumatamente, sono altamente specializzati. Proprio perché a nessuno è concesso di rimanere indietro nel rendimento, dei docenti specialisti, formati all’interno dei master postuniversitari, sono utilizzati in veste di tutor per seguire da vicino i ragazzi più fragili, svogliati o meno dotati.

Dati alla mano (relativi, però, al 2006), si spiega facilmente il successo della Finlandia in ambito scolastico. Prima di tutto oltre l’11 per cento del bilancio statale è destinato alla scuola, cioè 3 miliardi 360 milioni di euro. Gli insegnanti, che sono circa 43 mila, hanno uno stipendio base di 2.500 euro all’inizio della carriera, però sono obbligati a frequentare, dopo la laurea, un master di pedagogia e hanno un orario di servizio di 37 ore settimanali.
A questo punto saltano all’occhio le differenze con l’Italia, a partire dallo scarso investimento che lo Stato è disposto a fare sulla scuola; la legge 133, infatti, con l’articolo 64, ha legittimato dei“tagli” che dovrebbero servire anche, come più volte ribadito dal ministro Gelmini, alla valorizzazione di una scuola di qualità. Ma non è ancora stato stabilito chi premiare e perché.
Un’altra differenza con i colleghi finlandesi riguarda l’orario: i docenti italiani della scuola secondaria di I e II grado hanno un orario di cattedra di 18 ore (nella secondaria di I e II grado) e solo in alcuni casi può essere aumentato fino ad un massimo di 24 ore settimanali. Ovviamente il dato si riferisce alla funzione docente che, però, al di là della didattica in classe, ha altri oneri: la partecipazione alle riunioni di vario tipo e tutto quel lavoro “sommerso” che consiste nella preparazione delle lezioni, nell’elaborazione e correzione dei compiti, sia scolastici sia domestici, e tutte le altre attività connesse all’insegnamento che ognuno svolge liberamente, seguendo la propria coscienza.

Chiedere al docente italiano di passare a scuola 37 ore alla settimana credo sia improponibile. Io stessa sarei spaventata da un orario che rappresenta più del doppio del mio attuale. Ma se mi fermo a pensare al lavoro che svolgo a casa e al tempo “perso” tra le mura domestiche, mi rendo conto che a conti fatti io lavoro di già 37 ore a settimana, pur passandone “solo” 18 a scuola, però immagino che nessuno ci creda, tranne i miei familiari. Tuttavia, a fronte di un impegno quasi identico in termini di “ore lavorate”, io percepisco uno stipendio che è la metà del collega finlandese e sarebbe onesto se poi a casa non perdessi nemmeno un minuto dedicandomi al lavoro. Quindi, sarei ben lieta di lavorare a scuola per 37 ore piuttosto che impegnare le 19 residue a casa senza poterlo dimostrare.

Mi sento, quindi, di dire che se lo Stato investisse di più nella scuola, aumentando anche il monte ore delle cattedre, e di conseguenza gli stipendi, nonché creando delle figure altamente specializzate che, proprio perché ben formate, ben pagate e ben selezionate, siano in grado di combattere efficacemente la dispersione e l’abbandono degli studi, probabilmente la scuola sarebbe meno bistrattata e gli insegnanti godrebbero nuovamente di un po’ di considerazione, come avveniva qualche decennio fa. Forse così i vari Veronesi e Ricolfi non avrebbero nulla da ridire. Forse la “generazione dei né né” non esisterebbe più.

Infine, il mio motto è: DOCENTI MEGLIO PAGATI E PIÙ EFFICIENTI
STUDENTI MEGLIO SEGUITI E PIÙ COMPETENTI

E ho fatto pure la rima.

18 commenti »

  1. Laura said,

    Ho letto con interesse “La generazione del né né”, che consigli può dare alla mamma di un ragazzino di 16 anni e mezzo che – nonostante un Q.I. 145 – ha collezionato la sua terza bocciatura ed è sempre andato male a scuola fin dalla prima elementare ?

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  2. marisamoles said,

    Cara Laura,

    vorrei consigliarla ma avrei bisogno di una descrizione più dettagliata della situazione. Ad esempio, a che punto del suo corso di studi è arrivato il ragazzo? Presumo sia alle superiori, e allora dovrei sapere se gli anni li ha persi tutti qui o anche prima, alle medie per esempio. Inoltre è indispensabile che io sappia che scuola sta attualmente frequentando e quali sono le sue intenzioni, se continuare gli studi iniziati o cambiare scuola, o addirittura abbandonare gli studi. Insomma, quello che Lei mi scrive è un po’ poco e credo, comunque, che del problema abbia parlato con gli insegnanti che sono le persone che meglio conoscono la situazione, assieme alla famiglia naturalmente.

    Se Le fa piacere, mi riscriva e Le risponderò volentieri. In linea di massima, i consigli possono essere questi:
    parlare con i docenti del ragazzo per prendere una decisione ponderata; rivolgersi al Centro di Orientamento Regionale se c’è nella Sua regione (qui in Friuli Venezia-Giulia c’è, ma è una regione autonoma quindi è possibile che sia un ente locale e non diffuso a livello nazionale), ma anche in questo caso dovrebbe essere la scuola a dare delle indicazioni in merito; provare a capire se il ragazzo vuole cercare un lavoro e responsabilizzarlo in tal senso (accettando, quindi, la sua decisione ma ponendo dei paletti, come ad esempio trovare un lavoro entro tot mesi).

    Non mi stupisco che Lei mi dica che il ragazzo è intelligente. La maggior parte delle volte quelli che “si perdono per strada” sono più intelligenti di tanti altri che supportano le loro debolezze a livello intellettivo con una forza di volontà eccezionale. È una sorta di riscatto morale, mentre i ragazzi intelligenti credono di poter far fronte alle difficoltà proprio perché coscienti delle loro capacità, ma anche quando decidono di impegnarsi, di solito non ce la fanno perché hanno delle lacune difficili da colmare in poco tempo e non hanno la forza di volontà per farlo.

    Infine, mi dispiace sentire che questo ragazzo sia “andato male a scuola” fin dalle elementari. Ciò dimostra quanto scarso sia, a volte, l’impegno degli insegnanti della primaria per risolvere delle situazioni difficili in assenza di problemi oggettivi (come può essere, ad esempio un handicap certificato) e quanto la scuola e le famiglie ripongano una grande fiducia nel bambino che, se è intelligente, ce la farà da solo, capirà, migliorerà crescendo ecc. ecc. Niente di più sbagliato ma, come si dice, errare è tipicamente umano.

    A presto.

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  3. Laura said,

    Gentilissima Signora,
    noi viviamo in provincia di Pordenone …Comunque, come può immaginare a questo punto il supporto è necessario a noi genitori… alle prese con questo problema da 11 anni e amando molto nostro figlio che, aldilà del rendimento scolastico, è un ragazzino simpatico, piacevole beneducato e molto ben inserito nel suo gruppo…credo di poter affermare senza paura di smentite che le abbiamo provate proprio tutte … Nostro figlio si è da poco iscritto, per sua scelta, alla prima classe di una nuova scuola, i suoi coetanei nel frattempo andranno in quarta… Dopo quest’ultima bocciatura si è iscritto all’agenzia del lavoro e anche noi saremmo stati a questo punto contenti che “andasse a lavorare” … senonché la ricerca di lavoro è stata infruttuosa ed ha deciso di continuare la scuola… Personalmente ho paura di non avere la forza di affrontare questo nuovo anno scolastico che, come sempre, ci vedrà fiduciosi e in attesa della famosa svolta, ma poi probabilmente si concluderà con esito negativo … Cerchiamo di non farci coinvolgere troppo e stiamo un po’ a vedere oppure … ??? Grazie mille !
    P.S.: Noi genitori siamo comunque sostanzialmente fiduciosi che un domani nella vita “riuscirà” perché sono indubbie le sue tante qualità…

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  4. marisamoles said,

    Cara Laura,

    nella nostra regione il tipo di servizi di cui avete bisogno funziona piuttosto bene. Ecco gli indirizzi che vi occorrono:

    CONSULTORIO FAMILIARE “NONCELLO” F.LLI BANDIERA 40 tel. 0434-328027
    Centro regionale di orientamento di PORDENONE Piazza Ospedale Vecchio, 11/A – 33170 PORDENONE
    tel. 0434 529033 – fax 0434 529025

    Sono d’accordo anch’io sul fatto che siate voi genitori ad avere bisogno di un supporto. Spesso non si ha coraggio di ammetterlo ma l’evidenza non si può negare.
    Se Suo figlio è determinato a frequentare la prima, non pensi che a quell’età i ragazzi si accingono ad iniziare la quarta, pensi piuttosto a come si sentirà lui in una classe che, a suo vedere, assomiglierà ad un asilo infantile. Comunque è indispensabile che ne sia convinto e che trovi un ambiente stimolante perché spesso è proprio la mancanza di stimoli che azzera la motivazione degli studenti.

    Sono convinta che le abbiate provate tutte (lo comprendo dal Suo tono) e mi fa piacere che Lei guardi comunque al futuro di Suo figlio con ottimismo. Al di là del titolo di studio, troverà la sua strada e, forse, un modo per esprimere al meglio le sue potenzialità. A volte nella vita servono di più l’intraprendenza, la spigliatezza, la capacità di affrontare le situazioni piuttosto che la “cultura” acquisita sui banchi di scuola. Se poi, come Lei dice, Suo figlio è anche simpatico, questa è di sicuro una qualità aggiunta che non guasta.

    Buona fortuna.😀

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  5. Laura said,

    Grazie mille ! Come avrà intuito ci siamo già avvalsi dell’aiuto pubblico e privato… non sono una mamma che si arrende tanto facilmente … Il suo articolo mi ha colpito perché Lei parla di autostima e, a quanto pare, il problema di nostro figlio a ciò è riconducibile … Grazie dei suoi preziosi consigli che mi spronano a vedere (nonostante tutto) il bicchiere mezzo pieno … Devo ammettere che, in generale, ho notato più voglia di capire e d’essere d’aiuto tra gli insegnanti delle superiori che tra quelli delle elementari e medie… ricordo ancora con frustrazione ed umiliazione le note sul suo diario alle elementari rivolte a noi genitori, scritte in rosso… si sarebbe detto che l’atteggiamneto punitivo non era solo nei confronti di nostro figlio ma anche di noi genitori…
    Grazie di nuovo e cordiali saluti

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  6. marisamoles said,

    Ho avuto esperienza anch’io, mi creda, di insegnanti delle elementari scriteriate che, dopo quindici anni, sono ancora al loro posto a far danni. Io, se fossi il ministro dell’Istruzione, sottoporrei i docenti -tutti, indistintamente- a dei test psicoattitudinali ogni cinque anni. Il nostro lavoro è altamente logorante e non posso nemmeno immaginare cosa sarà dei bambini e degli adolescenti alle prese con insegnanti ultrasessantenni, visto che Brunetta ci vuole mandare in pensione a 65 anni. Non sarà stato un caso se molti insegnanti in passato sono andati in pensione a quarant’anni.

    Se Le va, legga anche gli altri miei articoli sulla scuola qui

    Cordiali saluti anche a Lei.

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  7. Laura said,

    Domanda semiseria… in quale scuola insegna a ud ? A questo punto vi iscriverei volentieri mio figlio … è cmq iscritto in una scuola superiore del ns bel capoluogo friulano… Adesso che ci penso le volte in cui abbiamo notato in lui un barlume di interesse … di motivazione anche a sprazzi di entusiasmo (beh non esageriamo) è stato qnd ha avuto degli insegnanti che dimostravano interesse per lui …Non oso chiederlo… è possibile continuare privatamente questo scambio di opinioni ?
    Se sarà possibile ne sarò felice … in caso contrario capirò …
    Di nuovo grazie di cuore
    Laura

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  8. marisamoles said,

    Io insegno in un liceo scientifico … ce ne sono due, non è difficile “trovarmi”!
    Di insegnanti bravi e coscienziosi ce ne sono molti, ma tanti sono anche quelli che cercano di ostacolare il buon lavoro di chi si prende a cuore una situazione difficile. Insomma, certe volte sembra di combattere contro i mulini a vento.

    Ho la Sua e-mail, Le scriverò. Ma lasciamo passare l’estate. Se vuole, però, può lasciare i Suoi commenti quando Le fa piacere. Fra pochi giorni staccherò la spina, ma riprenderò a seguire il blog dopo ferragosto.
    Buone vacanze.😉

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  9. Laura said,

    Grazie e buone vacanze !

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  10. frz40 said,

    Qualche commento a questo tuo post, che riprendo nel mio blog:

    I) La generazione Né-né

    Il termine è stato coniato per tutta la fascia di giovani dai 15 ai 35 anni e leggo, dal Corriere, i dati del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma

    Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270.000 ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%): la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50.000 perché della loro inattività ne fanno una vera e propria scelta

    Questi dati sono ancor più gravi per i giovani dai 25 ai 35 anni: 1.900.000 non studiano e non lavorano. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 25%). Di questi 1.200.000 gravitano nella disoccupazione e 700.000 sono invece gli «inattivi convinti, quelli cioè che non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo.

    Mi pare dunque che più passa il tempo e più la situazione si aggravi: i 50.000 “né-né” tra i 15 e i 19 anni, fatte le debite proporzioni, dovrebbero diventare 100.000 tra i 25 e i 35 anni e, invece salgono a 700.000!! Del pari il totale di 270.000 dovrebbe diventare 550.000, non 1.900.000.

    Per completare il quadro teniamo presente che, secondo le rilevazioni Istat, nel quarto trimestre 2008 il numero di occupati era di 23.349.000 unità segnalando ancora una piccola crescita su base annua: +0,1 per cento, pari a 24.000 unità, con una dinamica ancora positiva nel Nord e nel Centro, dove è stato determinante il contributo fornito dai lavoratori stranieri, e fortemente negativa nel Mezzogiorno con una discesa tendenziale dell’1,9 per cento, pari a -126.000 unità.

    Che dire?

    Due considerazioni:
    La prima: I giovani né-né che potrebbero ancora andare a scuola e non ci vanno sono, di fatto, molti meno dei giovani né-né di età superiore.
    La seconda: A che servirebbe se ci andassero quando la maggior scolarità parrebbe creare solo delle aspettative che il sistema Paese non assorbe?

    I) La qualità dei programmi. Paragoniamoci con la Finlandia.

    Leggendo Panorama vedo che Il Programme for international students assessment (Pisa), promosso dall’Ocse in 41 paesi, ha sottoposto 250.000 studenti ad un test fatto apposta per misurare il livello di preparazione degli alunni della scuola dell’obbligo: per la seconda volta hanno trionfato i giovani finnici. Gli italiani si sono piazzati mestamente al 26esimo posto.

    Domanda: Nonostante i voti alti delle maturità non è che la nostra scuola è ferma su un tipo di istruzione che è ormai fuori dal mondo?

    Leggo ancora:

    L’accesso al liceo, facoltativo, ma sempre a spese dello stato, avviene a 16 anni e dura altri tre anni che si concludono con un esame simile alla nostra maturità. «La forza della nostra scuola è che è gratuita, paritaria, flessibile… e inflessibile» spiega Heikki Kotilainen, insegnante di lingue alla Lauttasaaren Ytheiskoulu, istituto dotato di sauna e piscina. «Dai 13 ai 16 anni i ragazzi seguono tante materie obbligatorie, ma hanno anche tante opzioni facoltative: musica, arti visuali, danza, attività manuali». I ragazzini a scuola insomma si divertono.anche se tendono ad aumentare le materie obbligatorie: «meglio darci dentro con le materie scientifiche, la vera scommessa del futuro». La matematica rimane al centro della scena e basta seguire una lezione per rendersene conto.Spiega Kimmo Jorasmaa, professore di matematica e fisica da più di vent’anni. «Io in classe faccio dei veri show, coinvolgo i ragazzi, voglio che capiscano davvero l’utilità quotidiana, reale, del calcolo matematico».
    Aule con i computer collegati a internet, videoproiettori e schermi televisivi in ogni classe, biblioteche ed emeroteche, giochi educativi per imparare la geografia o la matematica, laboratori per lavorare il legno, i tessuti o la ceramica, stirerie e cucine perfettamente attrezzate per imparare l’economia domestica e aule di musica con tanto di sintetizzatore elettronico, basso, batteria, microfoni e poster dei Beatles.

    Domanda: e da noi?

    II) La qualità degii insegnanti.

    Leggo che In Finlandia intraprendono la carriera dell’insegnamento i neolaureati, evidentemente di questa eccellente scuola finlandese che tanto apprezziamo, dopo un ulteriore master di pedagogia

    Domanda: da che scuola provengono i nostri insegnanti?

    III) Retribuzioni e carichi di lavoro

    Leggo: Lo stipendio base di un neolaureato è di circa 2.500 euro mensili lordi (con una tassazione intorno al 23 per cento – 1.900 netti, dunque) per un totale di 37 ore settimanali di insegnamento. Ogni due anni il contratto nazionale prevede degli scatti di aumento e, per esempio, chi supera i dieci anni di anzianità, o arriva a fare il preside, può raggiungere i 4.500 euro lordi mensili, con una tassazione maggiore in quanto in Finlandia le imposte sono progressive rispetto al reddito (diciamo 2.800 netti?) Ogni ora in più passata in classe viene pagata a parte. Ogni anno sono previste 13 settimane di vacanza.

    Aggiungo: In Italia un “quadro Fiat”, tanto per non far nomi ( e, attenzione, non ancora un dirigente ma uno di quelli che già hanno la responsabilità di condurre un ufficio) non arriva a 2.000 euro netti al mese e lavora 10-11 ore al giorno più molti sabati e qualche festività. Diciamo mediamente 55-60 ore settimanali e ha 6-7 settimane di vacanza, Natale e Pasqua compresi, delle quali, spesso, non riesce a usufruire.

    Considero, infine, che gli insegnanti seri che alle 18 ore contrattuali in classe ne aggiungono altre 18-20 a casa non mi risulta che siano la maggioranza.

    E provocatoriamente mi domando:
    – Gli insegnanti Finladesi a casa non fanno nulla?
    – Se anche gli insegnanti italiani facessero 37 ore settimanali di insegnamento, non ne basterebbero più o meno la metà e non potrebbero essere quindi pagati il doppio? Già ! E degli altri che ne facciamo?

    IV) Concludo
    Davvero docenti meglio pagati, cosa che peraltro auspico per chi se lo merita, significherebbe studenti più preparati?
    Mi sembra che la strada sia moooooooooooooolto più lunga.

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  11. […] } Marisa Moles riprende con uno suo post, al quale rimando per una completa lettura, il tema della scuola e, indirettamente, alcune delle […]

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  12. marisamoles said,

    Caro frz,

    grazie per le integrazioni al mio post, anche se hai in parte ripetuto quanto da me scritto. Comunque, quando metto il link all’articolo originale è perché rimando alla lettura autonoma. Quello che mi premeva sottolineare, l’ho sottolineato e si allontanava dai dati riportati negli articoli di business online e di Panorama

    Per quanto riguarda la scuola finlandese, oltre a quello che correttamente riporti tu, è interessante il fatto che gli studenti lì hanno la possibilità di costruirsi il curriculum, cosa che di certo li rende partecipi in prima persona del percorso formativo, quindi meno passivi ed annoiati. E’ anche per questo che gli insegnanti sono tanti in proporzione alla popolazione scolastica. Un modello del genere in Italia, credimi, non porterebbe via molti posti anche perché bisogna tener conto del fatto che parte del monte orario è utilizzato, in Finlandia, per il tutoraggio che, secondo me, è la risposta più seria che si potrebbe trovare alla dispersione e all’abbandono degli studi. Anche a costo di frequentare un master … a patto che sia a spese dello Stato.😉

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  13. frz40 said,

    E allora diciamola tutta:”E le sfide future? Molti ragazzini chiedono di parlare di sesso in classe. E verranno accontentati con libere discussioni e corsi di educazione sanitaria. Obbligatori, come la matematica, e forse altrettanto utili per crescere bene.”
    Buone vacanze!

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  14. marisamoles said,

    Nelle scuole superiori sono previsti degli interventi da parte di psicologi che “parlano di sesso” ai ragazzi. Tuttavia, nel caso di minorenni, i genitori devono dare il loro assenso. L’argomento, come potrai capire, è ancora un tabù qua da noi, nonostante io sia convinta che i genitori di oggi affrontino l’argomento con i propri figli; io l’ho fatto -e non ti dico che esperienza!-, mio marito un po’ meno. Alla fine i ruoli si sono rovesciati: una volta i papà erudivano i figli maschi mentre le mamme stavano ben zitte con le femmine -tranne il discorso relativo al menarca, ma lo affrontavano tardi e solo perché dovevano-, ora sono le madri a parlare sia con i figli sia con le figlie. In ogni caso, gradiscono poco l’intervento della scuola e anch’io, sinceramente, ho le mie riserve. Perché? Perché gli psicologi vogliono avere il campo libero e allontanano gli insegnanti dalle classi in cui sono in servizio durante la “lezione” e capita che i ragazzi, troppo liberi di esprimersi, anche per iscritto, suscitino le rimostranze dei docenti e delle famiglie. Se l’educazione sessuale fosse a tutti gli effetti materia di studio, gestita da docenti competenti, non solo nella disciplina ma anche e soprattutto nella didattica, sarebbe meglio. Ma mi sa che la strada è ancora molto lunga.

    Riprendo un attimo la replica al tuo precedente commento, poiché andavo di fretta e non ho risposto ad una tua domanda.
    Mi chiedevi “Davvero docenti meglio pagati, cosa che peraltro auspico per chi se lo merita, significherebbe studenti più preparati?”. Io credo di sì, ma non perché un docente è più bravo solo se guadagna di più -se così fosse, con gli stipendi che abbiamo, ci sarebbero solo docenti mediocri- ma perché una maggior “permanenza” a scuola e, soprattutto, la possibilità di seguire individualmente gli studenti in difficoltà, significherebbe offrire un servizio migliore. Ovviamente, per fare questo, gli stipendi dovrebbero aumentare dal momento che il servizio, nella sua interezza, sarebbe certificato. Ora quello che è certo è il solo fatto che un docente passi in classe le sue 18 ore, più le attività aggiuntive che, però, non sono obbligatorie e che, a tutt’oggi, sono pagate senza, però, avere dei riscontri a livello di efficienza. Insomma, il discorso torna sempre sullo stesso problema: la valutazione degli insegnanti.

    Ciao ciao e buone vacanze anche a te 😀

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  15. frz40 said,

    In tema di educazione sessuale ne sapevamo così poco…..

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  16. marisamoles said,

    Anche la mia generazione ne sapeva poco e non osava chiedere niente.😦

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  17. […] Il merito va premiato, sì, ma non solo quello dei docenti. Al MIUR stanno pensando anche agli studenti. La Gelmini informa che in primo luogo occorre premiare gli studenti che raggiungono i risultati migliori. Premiare il loro talento soprattutto in termini di opportunità per il loro futuro. Penso ad esempio a forme che consentano loro di iscriversi in futuro alle università e ai corsi migliori. Questa mi sembra, onestamente, una proposta saggia. Agevolare in tutti i modi, anche con il sostegno economico, gli studenti più meritevoli è doveroso; dall’altra parte, però, è necessario anche arginare il fenomeno della dispersione e dell’abbandono, agevolando il percorso di quelli che, per scarsa autostima o per sfiducia nell’istituzione, si perdono per strada. Non dimentichiamo che tutti hanno diritto allo studio e chi non ce la fa non sempre sceglie di rinunciare a questo diritto (art. 34 della Costituzione Italiana). Ma di questo ho parlato in un altro post. […]

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  18. […] 270 mila, esclusivamente nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 19 anni (ne ho parlato QUI), ora ad ingrossare le fila dei nullafacenti ci pensano i “meno giovani”, quelli che […]

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