23 luglio 2009

LA SCUOLA HA SMESSO DI INSEGNARE?

Posted in adolescenti, attualità, Esame di Stato, famiglia, scuola tagged , , , , a 12:54 pm di marisamoles

LUCA_RICOLFIPubblico interamente un articolo di Luca Ricolfi apparso oggi su La Stampa. Mi limito ad evidenziare le parti in cui l’espressione del pensiero dell’autore trova coincidenza con il mio. Da quarantenne, laureata negli anni Ottanta, nonché da madre sono completamente d’accordo. Da insegnante che ha vissuto gli ultimi 25 anni dietro ad una cattedra assistendo inerme all’involuzione delle generazioni di studenti, no. Non sono d’accordo, non condivido. L’articolo va benissimo, intendiamoci. Ma Ricolfi, secondo me, ha sbagliato titolo (sempre che l’abbia deciso lui); io avrei intitolato il pezzo “GLI STUDENTI HANNO SMESSO DI IMPARARE”. Mi dispiace, non voglio autoassolvermi come insegnante, ma non posso assistere impotente alla dequalificazione del mio lavoro. E quando dico “io” intendo una moltitudine di docenti responsabili, coscienziosi, scrupolosi, attenti alle varie problematiche che si danno da fare profondendo tempo e energie –non voglio dire “sprecando” perché non posso pensare di aver davvero buttato via tutti questi anni, rubando anche i soldi allo Stato, visto che, secondo Ricolfi, non ho insegnato- per trasmettere il sapere e formare i giovani.

Alle critiche dei docenti universitari ci sono abituata. Questa, sinceramente, mi sembra più una riflessione che una critica. Tuttavia, vorrei che i docenti universitari si chiedessero come mai si è arrivati a questo punto, a questo baratro cognitivo, senza giungere alla fin troppo semplice conclusione che la scuola è inefficiente ed inadeguata. Forse è solo una questione di mezzi: se gli strumenti che la scuola offre ai docenti sono inadeguati, allora il dito bisognerebbe puntarlo sull’istituzione, non su chi lavora onestamente e, detto in soldoni, fa quello che può.

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.

Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati”.
(Luca Ricolfi, La Stampa, 23 luglio 2009)

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3 commenti »

  1. chiara said,

    caro Ricolfi lei è una di quelle persone che mi risolleva il morale da sempre , con i suoi scritti onesti. Credo si renda conto che in questo articolo è descritto, e finalmente lei sembra aver messo gli occhiali, tutto un processo ideologico e una costruzione moraleggiante che da decenni sta facendo soffrire orribilmente chi gli occhiali se li è da sempre tenuti sul naso. Lei sembra aver finalmente capito come sia fatto REALMENTE e non ideologicamente, l’essere umano, che ha bisogno di stimoli, di limiti, di frustrazioni giuste, di critiche e di apprezzamento vero e soprattutto, soprattutto!!! che non gli si tolga più il GUSTO della conquista, del merito.
    Le assicuro che tante depressioni derivano da un livellamento ingiusto per tutti, sopra e sotto. Questo serpeggiare del “siamo tutti uguali” e che “tutto debba essere accettato, giustificato, mai limitato”!!Quando si capirà che l’essere umano, in quanto ESSERE è uguale a tutti gli altri e gli spettano i diritti della famosa dichiarazione; ma ognuno è diverso su tutti gli altri piani e la felicità a cui ognuno ha diritto è la SUA felicità….diversa per ognuno.
    Sembra impossibile ma lei ha scritto una dichiarazione d’amore per l’uomo così com’è, libero, unico, diverso, intelligente o stupido e che ha diritto di sbagliare,e di essere punito e di poter ricominciare, di provarsi, di raggiungere il proprio personalissimo limite; senza obbligarlo a credere che la felicità risieda in un mestiere o in una vita che non è la sua ma è quella che la società dei fintissimi “siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi diritti” gli ha fatto ingoiare: Si può essere felici mungendo le mucche e non felici facendo il notaio. Benvenuto e grazie!!

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  2. frz40 said,

    Rispondo a questo tuo post, commentando l’articolo di Ricolfi ed altri apparsi su La Stampa con un mio pezzo dal titolo “E io, invece, ai ragazzi dico:”Bravi!” Questo il link

    Un abbraccio

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  3. marisamoles said,

    Ho letto il post ma mentre tu preparavi il tuo, io scrivevo questo, esaurendo tutte le energie e … le idee. Ormai comincio ad essere in vacanza con la testa, finalmente! Comunque se leggi il mio articolo, troverai anche delle risposte implicite al tuo.
    A presto.:D

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