TEST SUI DIALETTI AI PROF? TUTTE CHIACCHIERE

torre_di_babeleSmentita categorica da parte dell’onorevole Cota, della Lega nord, sugli eventuali test da somministrare ai futuri docenti e che riguarderebbero la conoscenza dei dialetti locali. Manco a dirlo, il dito è stato puntato proprio sulla Lega, che in effetti è promotrice di un emendamento che concerne la riforma della scuola, e sulla sua nota avversione nei confronti del sud d’Italia. Un esame del genere avrebbe, in effetti, sbarrato le porte delle scuole, è il caso di dirlo, a molti docenti che, non trovando un’occupazione al sud, si trasferiscono al nord. Ma un test sui dialetti, o parlate locali che dir si voglia, sarebbe ostico anche per molte persone che, pur vivendo da sempre in una regione, non parlano l’idioma locale e spesso lo conoscono in modo approssimativo. I linguisti definiscono i “dialetti” lingue regionali, anche se poi in effetti in una stessa regione le parlate locali sono molto differenti tra una parte e l’altra del territorio. Quindi, diventa davvero impossibile conoscere i “dialetti” in uso nelle varie zone di una stessa regione

Insomma, passato il pericolo, non ci resta che vedere in che cosa consiste il famoso emendamento:

Il testo dell’emendamento leghista si compone di un articolo aggiuntivo in 6 commi (l’articolo 12 bis) alla proposta di riforma delle istituzioni scolastiche in discussione in commissione Cultura alla Camera.
1 L’iscrizione all’Albo di cui all’articolo 12 prevede il superamento di un test d`ingresso a carattere culturale e professionale
2 Il Ministro dell’istruzione, università e ricerca affida al Comitato di valutazione regionale, di cui all’articolo 12 ter la somministrazione di cinque moduli a risposta aperta finalizzati all’accertamento della conoscenza e consapevolezza dei valori, degli scopi, degli obiettivi e dei requisiti generali dell`insegnamento
3 Il Comitato di valutazione regionale valuta in particolare:
a) le aspettative e gli obiettivi che i docenti si pongono, al fine di garantire il raggiungimento degli standard previsti e il possesso delle qualità personali e intellettuali adatte per diventare insegnanti;
b) la conoscenza delle proprie responsabilità future all’interno del sistema d’istruzione e sui metodi da attuare riguardo i bisogni educativi speciali meno diffusi, relativi agli alunni portatori di handicap;
c) la conoscenza di una vasta gamma di strategie per promuovere l’educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla salute e il rispetto delle proprie radici culturali;
d) l’influenza che il sistema valoriale può avere sull’apprendimento degli studenti, influenzando il loro sviluppo fisico, intellettuale, linguistico, culturale ed emotivo;
e) la buona conoscenza delle tecnologie didattiche, sia nell`insegnamento della loro materia sia come supporto del ruolo professionale
4 Il test d’ingresso si valuta in centesimi e si intende superata se il candidato consegue un punteggio non inferiore a 80/100
5 L’esito del test concorre alla formazione del voto finale nella graduatoria di merito, ai sensi del comma 3 dell’articolo 12 octies
6 La prova si svolge nelle sedi individuate dagli uffici scolastici regionali
(Il testo originale su questo sito)

Anche se l’eventuale test non mi avrebbe comunque riguardato, sono contenta che si sia rivelato una “bufala”. Anche perché, se non lo fosse stato, avrei consigliato un test d’ammissione per i parlamentari sulla Costituzione Italiana. In quel caso, ne avremmo viste, e sentite, delle belle.

QUANDO IL SENO AL VENTO È QUELLO DI UNA MAMMA

allattamento al senoDi questi tempi, anche se non gradiamo, siamo costretti a vedere corpi di donna nudi ovunque: sui giornali, sia cartacei sia online, nella pubblicità, anche quando si tratta di uno jogurt che poche attinenze ha con il nudo femminile, non solo nella pubblicità televisiva, anche sui cartelloni pubblicitari ben in vista nelle vie cittadine. Questi ultimi,talvolta, causano incidenti perché gli uomini, si sa, si distraggono facilmente quando vedono delle belle donne, in carne ed ossa o su dei maxi schermi poco importa.

Quando, poi, i nudi sono di personaggi famosi, allora il gossip si scatena. Centinaia di foto, per lo più rubate ma il dubbio che il personaggio in questione sia d’accordo con il paparazzo c’è sempre, facilmente accessibili su internet nelle varie photogallery. Incuriositi, uomini e donne, smanettano con il mouse e cliccano all’impazzata, i primi alla ricerca di qualche seno al vento o un bel lato B, come si usa dire oggi, le seconde per invidiare le belle “veline” o per consolarsi quando le foto mettono a nudo, è il caso di dirlo, i difetti di cui anche le donne famose –e formose- sono affette, tipo cellulite e cuscinetti adiposi.

Ma quando il seno viene scoperto non per esibizionismo e ricerca di visibilità, bensì per il gesto più naturale del mondo, l’allattamento di un neonato, allora quel “nudo” può anche dare fastidio. Pare incredibile ma è così. Una mammina in vacanza a Madonna di Campiglio, ospite in un Family Hotel, per giunta, trovandosi costretta ad attaccare al seno la bimba di cinque mesi sbraitante in sala da pranzo, è stata invitata a spostarsi in un altro ambiente perché lo “spettacolo” era poco gradito a qualche cliente.
La donna in questione, una cardiologa trentaseienne di Bergamo, ha scritto una lettera al Corriere che poi l’ha contattata per farsi spiegare meglio l’accaduto. La signora, intervistata al telefono, dice di essere convinta che la protesta non sia arrivata da qualche cliente ma dallo stesso direttore dell’albergo. “La seconda sera che ho allattato Bianca, accanto al nostro tavolo c’era soltanto lui, il direttore”, spiega la mammina e aggiunge: “Oggi gli hotel aprono sempre di più le porte a cani e gatti. Segno, sia chiaro, di grande civiltà. Ma non si capisce perché l’atto di allattare al seno di una madre venga considerato disdicevole”. Ecco, appunto, nulla di disdicevole nel vedere una madre con il suo bimbo attaccato al seno, soprattutto di questi tempi. Ricordo che io, vent’anni fa, al mare mi nascondevo dietro alla cabina, lontano da occhi indiscreti. Ma non perché temessi di essere presa di mira dalle occhiate degli uomini presenti, quanto per non creare imbarazzo nelle persone che potevano vedermi. Questo è il punto della questione: vent’anni fa poteva fare un certo effetto vedere un “seno al vento”, ma ora? Se una mamma che allatta non prova lei imbarazzo nel farsi vedere, che problema c’è per gli altri? Nel caso descritto, lo “spettacolo” avrebbe potuto provocare qualche disturbo digestivo? Non credo. E allora è soltanto una questione di intolleranza … del direttore, s’intende, e non alimentare.

LA GENERAZIONE DEI NÉ NÉ

scansafaticheHo letto qualche giorno fa un interessante articolo su business online. in cui si parla di 270 mila giovani che in Italia non studiano e non lavorano. Questi giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, la cui percentuale non è affatto trascurabile (il 9%) appartengono alla cosiddetta “generazione dei né né”.

Invece di parlare di una scuola che non insegna e che, quindi, è da bocciare, di una scuola in cui docenti incompetenti fanno dei danni notevoli ai giovani che poi affrontano l’università impreparati, invece di attribuire la sconfitta alla scuola anche quando un ragazzo viene bocciato all’esame di maturità, dovremmo riflettere su questa “generazione del né né” che alla fine della scuola superiore nemmeno ci arriva. Per colpa di chi? Davvero non lo so.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione, non dico cultura perché questi della cultura si fanno un baffo. Sarebbe semplice puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale dire che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”! A parte il fatto che la disoccupazione è un problema attuale e serio, visto che anche persone adulte, madri e padri, con famiglia a carico e mutuo da pagare, si possono trovare senza lavoro da un momento all’altro, ma per i giovani che non hanno “né arte né parte” che lavoro c’è? A parte, s’intende, i classici lavoretti del tipo volantinaggio e i mini contratti a termine per lo più estivi. Ma quelli di solito sono appannaggio degli studenti che, non stanchi di studiare tutto l’anno, pensano bene di ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, per togliersi qualche sfizio e per non pesare troppo sul bilancio familiare. Altro che “generazione dei né né”!

Affrontando il problema seriamente, con i mezzi a mia disposizione, cioè l’esperienza di docente nonché di operatrice dello sportello d’ascolto, i numerosi corsi di psicologia frequentati e la passione personale coltivata attraverso la lettura di testi specifici, cercherò di far comprendere che chiamare questi giovani semplicemente “fannulloni”, come se con questa caratteristica ci nascessero, è sbagliato.

Vorrei partire dalla cause che portano all’insuccesso scolastico, perché è da questo che prende le mosse una sorta di reazione a catena.
Dire che uno studente, arrivato alle superiori senza grosse difficoltà pur non ammazzandosi di fatica, non ha “voglia di fare” è il modo più semplice per evitare il problema, anziché affrontarlo. Di solito gli insegnanti, di fronte a casi problematici, se ne lavano le mani. Certo, uno se la voglia non ce l’ha, non se la può far venire da solo, quindi ha bisogno di un aiutino. Purtroppo, però, le cause e le concause sono tante e molteplici che arriviamo alla classica situazione del gatto che si morde la coda, situazione alla quale pare non ci sia via d’uscita.

L’insuccesso scolastico, quindi, è determinato da fattori diversi: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti. I ragazzi che studiano, s’impegnano, guardano al futuro con aspettative che gratifichino i loro sforzi sono per lo più derisi e catalogati come “secchioni”. Alla fine, o rimangono da soli, isolati ed evitati come la peste, o si aggregano con quelle quattro persone con cui hanno più affinità o con quelle due che, aspirando a migliorarsi, li seguono per farsi aiutare. In quest’ultimo caso, però, gioca un ruolo fondamentale il non voler essere “inferiore” agli altri e questo è tipico di chi è perfettamente cosciente tanto delle sue potenzialità quanto delle sue debolezze e, quindi, nulla a che vedere con gli studenti che non vogliono affrontare l’insuccesso scolastico e lo accettano come inevitabile e immodificabile.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, che  «la scuola non fa per me». Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma spesso si rivela un’utopia. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.
Quello di cui si tiene poco conto, sia in ambito familiare che scolastico, è l’autostima del ragazzo. Al di là di un atteggiamento strafottente, tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la sfiducia che ha dentro di sé e, non accettando per orgoglio nessun consiglio, non riesce ad uscire da questo impasse. È ovvio che compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Quali sono, dunque, gli ostacoli ad un percorso di crescita? Prima di tutto il fatto che gli adolescenti sono poco disposti ad ascoltare i genitori e ritengono, in modo scontato e rassegnato, di non essere ascoltati all’interno del nucleo familiare. Poniamo il caso che si convincano ad accettare il supporto della scuola (lo sportello d’ascolto che, per legge, dev’esserci in ogni istituto): nel momento in cui viene loro consigliata una maggior collaborazione con la famiglia, escludono a priori questa eventualità. Spesso accade, infatti, che le famiglie si rivolgano allo sportello per cercare aiuto e non di rado chiedono degli strumenti per affrontare la situazione problematica, partendo dal presupposto che «i figli mai e poi mai usufruiranno del servizio». Qualche volta, però, si sbagliano e, inaspettatamente, alla fine i ragazzi allo sportello arrivano, parlano, ascoltano, si lasciano consigliare ma poi continuano a comportarsi come prima. Insomma, la scuola ha gli strumenti per venire incontro a questi ragazzi in difficoltà, ma sono loro a non mettere in pratica i suggerimenti e i consigli.

Un altro ostacolo è costituito dalla convinzione di aver scelto la scuola sbagliata. Spesso, però, questa convinzione si basa su presupposti errati: l’essere disposti ad impegnarsi il minimo e credere di poter ottenere risultati migliori in una scuola più “facile”. Ogni tentativo per convincerli che non ci sono scuole facili e difficili per chi non si impegna nello studio, perché anche in un istituto professionale, pur ammettendo che le richieste siano differenti a livello di curriculum, l’impegno e la buona volontà sono prerequisiti indispensabili, si rivela un fallimento. Succede, quindi, che anche cambiando scuola la situazione rimanga tale con un’alta probabilità di abbandono degli studi.

La convinzione che il mondo del lavoro si possa affrontare con meno impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe- è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi si rendono conto che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere, l’impegno e la volontà sono imprescindibili e il rispetto delle regole, che saranno pure diverse rispetto a quelle che vengono imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta, che passino mesi prima di trovare un altro impiego e che, se non si cambia atteggiamento, ci si ritrova punto e a capo. Da qui nasce la frustrazione personale e l’avvilimento delle famiglie che di figli del genere non “sanno cosa fare”. Anche il tentativo di farli ritornare a scuola, consigliando loro la frequenza di un corso serale, si rivela spesso inutile.

Così vanno le cose, più o meno. C’è un rimedio a tutto ciò? La situazione descritta pare non avere sbocchi. Bisognerebbe prima di tutto che la scelta della scuola superiore sia ben ponderata, poi che l’istituzione abbia i mezzi per affrontarla efficacemente, infine che la famiglia serva da sprone e non si arrenda.

A proposito di mezzi, che purtroppo dal MIUR arrivano sempre in minor quantità a livello pecuniario, mi viene in mente il sistema scolastico finlandese, che l’Ocse qualche anno fa ha decretato il migliore in Europa. Ricordo che quando lessi su Panorama un articolo su questo tema, fui colpita soprattutto da un fatto: gli insegnanti, pagati profumatamente, sono altamente specializzati. Proprio perché a nessuno è concesso di rimanere indietro nel rendimento, dei docenti specialisti, formati all’interno dei master postuniversitari, sono utilizzati in veste di tutor per seguire da vicino i ragazzi più fragili, svogliati o meno dotati.

Dati alla mano (relativi, però, al 2006), si spiega facilmente il successo della Finlandia in ambito scolastico. Prima di tutto oltre l’11 per cento del bilancio statale è destinato alla scuola, cioè 3 miliardi 360 milioni di euro. Gli insegnanti, che sono circa 43 mila, hanno uno stipendio base di 2.500 euro all’inizio della carriera, però sono obbligati a frequentare, dopo la laurea, un master di pedagogia e hanno un orario di servizio di 37 ore settimanali.
A questo punto saltano all’occhio le differenze con l’Italia, a partire dallo scarso investimento che lo Stato è disposto a fare sulla scuola; la legge 133, infatti, con l’articolo 64, ha legittimato dei“tagli” che dovrebbero servire anche, come più volte ribadito dal ministro Gelmini, alla valorizzazione di una scuola di qualità. Ma non è ancora stato stabilito chi premiare e perché.
Un’altra differenza con i colleghi finlandesi riguarda l’orario: i docenti italiani della scuola secondaria di I e II grado hanno un orario di cattedra di 18 ore (nella secondaria di I e II grado) e solo in alcuni casi può essere aumentato fino ad un massimo di 24 ore settimanali. Ovviamente il dato si riferisce alla funzione docente che, però, al di là della didattica in classe, ha altri oneri: la partecipazione alle riunioni di vario tipo e tutto quel lavoro “sommerso” che consiste nella preparazione delle lezioni, nell’elaborazione e correzione dei compiti, sia scolastici sia domestici, e tutte le altre attività connesse all’insegnamento che ognuno svolge liberamente, seguendo la propria coscienza.

Chiedere al docente italiano di passare a scuola 37 ore alla settimana credo sia improponibile. Io stessa sarei spaventata da un orario che rappresenta più del doppio del mio attuale. Ma se mi fermo a pensare al lavoro che svolgo a casa e al tempo “perso” tra le mura domestiche, mi rendo conto che a conti fatti io lavoro di già 37 ore a settimana, pur passandone “solo” 18 a scuola, però immagino che nessuno ci creda, tranne i miei familiari. Tuttavia, a fronte di un impegno quasi identico in termini di “ore lavorate”, io percepisco uno stipendio che è la metà del collega finlandese e sarebbe onesto se poi a casa non perdessi nemmeno un minuto dedicandomi al lavoro. Quindi, sarei ben lieta di lavorare a scuola per 37 ore piuttosto che impegnare le 19 residue a casa senza poterlo dimostrare.

Mi sento, quindi, di dire che se lo Stato investisse di più nella scuola, aumentando anche il monte ore delle cattedre, e di conseguenza gli stipendi, nonché creando delle figure altamente specializzate che, proprio perché ben formate, ben pagate e ben selezionate, siano in grado di combattere efficacemente la dispersione e l’abbandono degli studi, probabilmente la scuola sarebbe meno bistrattata e gli insegnanti godrebbero nuovamente di un po’ di considerazione, come avveniva qualche decennio fa. Forse così i vari Veronesi e Ricolfi non avrebbero nulla da ridire. Forse la “generazione dei né né” non esisterebbe più.

Infine, il mio motto è: DOCENTI MEGLIO PAGATI E PIÙ EFFICIENTI
STUDENTI MEGLIO SEGUITI E PIÙ COMPETENTI

E ho fatto pure la rima.

UNA PALPATINA, SENZA MALIZIA, NON È REATO

palpeggiamento sedereÈ di poche ore fa la notizia che la Cassazione ha stabilito che il palpeggiamento del sedere di una donna, da parte di un uomo “buontempone” che non ha, cioè, cattive intenzioni ma solo un irrefrenabile vizio di scherzare, non costituisce reato.

La notizia, riportata da Tgcom , ha dell’incredibile, almeno per me. Significa che qualsiasi uomo non colto da “ebbrezza sessuale”, ma soltanto con il vizio di avere le mani un po’ troppo lunghe, può permettersi una palpatina qua e là, così, solo per scherzare, e rimanere impunito. La cosa ancora più incredibile, sempre secondo il mio parere, è che la Camera ha appena approvato la Proposta di Legge per punire con maggiore severità il reato di violenza sessuale. Certo, una palpatina non è paragonabile ad uno stupro, ma non si capisce perché, nonostante questo impiegato fosse già stato condannato a un anno e due mesi di reclusione per violenza sessuale –con la sospensione della pena, ovviamente- dal Tribunale di Ferrara, sia arrivata l’assoluzione prima dalla Corte d’Assise e d’Appello di Bologna e, in ultimo, dalla Cassazione.
La motivazione di quest’ultima e definitiva sentenza è la seguente: la parte offesa ha riconosciuto che l’impiegato era solito praticare degli scherzi, anche se di cattivo gusto, toccando le colleghe di lavoro. Un comportamento che, sempre secondo la Suprema Corte, è di certo poco raffinato e caratterizzato da abitualità, ma non dettato, evidentemente, dalla volontà di molestare le vittime prescelte.

A me pare semplicemente disgustoso, così come mi sembrano inaccettabili i commenti che, purtroppo, spesso si sentono, riferiti a belle ragazze magari un po’ troppo svestite, del tipo “se vanno in giro così, se la cercano”. A parte il fatto che ogni donna è libera di vestirsi, pettinarsi e muoversi come vuole, senza dover per forza correre il rischio di essere violentata per strada. Tutt’al più è un senso di decenza che una deve sentire dentro di sé. Così come il “buontempone” deve avere l’accortezza di frenare l’istinto giocherellone perché lo scherzo è bello se dura poco. E comunque, in questo caso, a me lo scherzo non sembra bello per nulla. Ma ancora più “brutta” è, sempre secondo il mio punto di vista, una sentenza della magistratura che umilia le donne e le rende legittimamente preda di scherzi idioti che rimangono impuniti. M’immagino già quanti altri “impiegati” approfitteranno di questa sentenza per sfogare i bassi istinti. Mi chiedo perché non abbiamo noi donne il coraggio di scherzare in questo modo con gli uomini. Sarà mica una questione di maggiore educazione o, perché no, di un quoziente intellettivo più alto?

BERLUSCONI NON E’ UN SANTO MA …

BREBEMI INAGURAZIONE AUTOSTRADA

L’ultima battuta del premier: “Non sono un santo, lo sapete”. Eccome se lo sappiamo! Peccato, però, che non lo sia.
Si dice che l’Italia è il Paese dei santi, poeti e navigatori. Beh, il premier un poeta lo è, visto che scrive i testi per Apicella. Che sia un navigatore, lo si può supporre: avrà fatto qualche crocieretta nel Mediterraneo con uno dei suoi yacht, o no?
Se fosse stato anche un “santo”, sarebbe stato, come dice Toto Cutugno, un ITALIANO VERO. Peccato, davvero.

LA SCUOLA HA SMESSO DI INSEGNARE?

LUCA_RICOLFIPubblico interamente un articolo di Luca Ricolfi apparso oggi su La Stampa. Mi limito ad evidenziare le parti in cui l’espressione del pensiero dell’autore trova coincidenza con il mio. Da quarantenne, laureata negli anni Ottanta, nonché da madre sono completamente d’accordo. Da insegnante che ha vissuto gli ultimi 25 anni dietro ad una cattedra assistendo inerme all’involuzione delle generazioni di studenti, no. Non sono d’accordo, non condivido. L’articolo va benissimo, intendiamoci. Ma Ricolfi, secondo me, ha sbagliato titolo (sempre che l’abbia deciso lui); io avrei intitolato il pezzo “GLI STUDENTI HANNO SMESSO DI IMPARARE”. Mi dispiace, non voglio autoassolvermi come insegnante, ma non posso assistere impotente alla dequalificazione del mio lavoro. E quando dico “io” intendo una moltitudine di docenti responsabili, coscienziosi, scrupolosi, attenti alle varie problematiche che si danno da fare profondendo tempo e energie –non voglio dire “sprecando” perché non posso pensare di aver davvero buttato via tutti questi anni, rubando anche i soldi allo Stato, visto che, secondo Ricolfi, non ho insegnato- per trasmettere il sapere e formare i giovani.

Alle critiche dei docenti universitari ci sono abituata. Questa, sinceramente, mi sembra più una riflessione che una critica. Tuttavia, vorrei che i docenti universitari si chiedessero come mai si è arrivati a questo punto, a questo baratro cognitivo, senza giungere alla fin troppo semplice conclusione che la scuola è inefficiente ed inadeguata. Forse è solo una questione di mezzi: se gli strumenti che la scuola offre ai docenti sono inadeguati, allora il dito bisognerebbe puntarlo sull’istituzione, non su chi lavora onestamente e, detto in soldoni, fa quello che può.

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove – nonostante alcune voci fuori dal coro – la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.

Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati”.
(Luca Ricolfi, La Stampa, 23 luglio 2009)

UMBERTO VERONESI BOCCIA LA “SCUOLA CHE BOCCIA”

umbertoveronesiUmberto Veronesi, classe 1925, scienziato di fama mondiale, eletto nelle file del Pd alle ultime elezioni, oltre ad essere senatore della Repubblica riveste il ruolo di membro nella 7^ commissione permanente nel settore Pubblica Istruzione e beni culturali. Dall’alto del suo scranno, attraverso il quotidiano La stampa,tuona contro questa “scuola che boccia”, fiore all’occhiello, si fa per dire, del ministro Gelmini. Perché lei ne va fiera di questa scuola che, dati alla mano, ha rivelato di essere quella “del rigore e delle severità”, una scuola in cui l’aumento delle bocciature (ma le percentuali sono ancora tutte da vedere perché pare che poi quest’aumento non sia così significativo) è indice di una maggior serietà dei docenti. Accanto a questo indice inconfutabile ve n’è però un altro, a parer mio: quello che attesta un aumento di studenti poco impegnati che, abituati a sprecare ben poche energie sui libri di testo, pensavano di cavarsela anche all’esame. Ma così non è stato.

Chiarisco subito una cosa: anch’io sono dell’idea che una scuola che boccia di più non sia la soluzione ai problemi, fin troppo evidenti, della pubblica istruzione. Nel momento in cui si grida un no deciso alla dispersione e all’abbandono, si finanziano progetti ad hoc per prevenire la fuga dalle aule scolastiche, bisognerebbe chiedersi se l’aiutare gli studenti nei primi anni di scuola superiore –ricordiamoci che il biennio è a tutti gli effetti scuola dell’obbligo- significhi davvero fare il loro bene. Perché una scuola che boccia è da denigrare, certamente, ma ancor più degna di biasimo è la scuola che aiuta, che fa passare tutti, chiudendo un occhio, anzi tutti e due. A volte fra i docenti s’insinua una malattia subdola: la cecità. Una malattia da cui si guarisce non appena si lascia l’aula scolastica, però. Capita spesso, seppur con la convinzione di aver fatto bene ad essere così ciechi. E quando capita tutto ciò? Ad esempio dopo aver dato un 6 ad un allievo che non se lo meritava, mettendosi in pace la coscienza con la solita frase: “va be’, diamogli una possibilità, poverino”, oppure pensando che un 6 regalato sia una sorta di premio incentivante, e allora la coscienza la si mette a posto pensando “se lo gratifico un po’, questo mezzo somaro, la prossima volta s’impegnerà di più”.

Pensieri errati quelli che corrono nella mente dei prof, a volte troppo stanchi e demotivati per comprendere che il bene degli allievi non lo si ottiene in questo modo. A volte bisognerebbe pensare che la scuola deve cambiare, le prove di valutazione devono essere diverse, la valutazione stessa dovrebbe essere più oggettiva. Altre volte sarebbe necessario interrogarsi sul percorso didattico: se faccio questo, sarò interessante? Se la lezione la propongo in modo meno frontale, coinvolgendo gli allievi, sarò meno noioso? Se il recupero lo organizzo “a piccoli passi”, invitando gli allievi in difficoltà ad organizzare lo studio per argomenti e, invece di chiederglieli tutti in una volta, sondo la loro preparazione in momenti diversi, i risultati saranno migliori e permanenti?. Sì, si può fare anche così e l’insegnante ce la mette tutta, ma poi pensa che di allievi ne ha 28 o anche 30 per classe, che quelli veramente in difficoltà sono pochi, che possono organizzarsi da soli lo studio, che hanno la possibilità di frequentare i corsi di recupero o di affidarsi allo sportello IDEI. Certo, ce la possono fare anche da soli gli studenti insufficienti. Peccato, però, che si pensi in questo modo solo durante l’anno, per poi arrivare alla conclusione che se uno non ce la fa, non ce la fa. Che non si può cavare il classico ragno dal ben noto buco, che se uno ha sbagliato scuola, perché magari ne ha scelta una troppo impegnativa per la sua volontà o troppo difficile per le sue capacità, allora quello stesso docente che fa? Si autoassolve. E quando lo fa? Allo scrutinio finale.

Sempre allo scrutinio finale di giugno si decide, poi, di ammettere all’esame chi zoppica da anni. “Diamogli una possibilità”, si pensa sempre con l’intento di far del bene. Ma quanto male si faccia all’allievo in questione non si perde tempo a valutarlo. Certo, una volta ammesso all’esame, se la vedrà la commissione, caso mai saranno i commissari interni a prendere le sue difese. C’è da giurarci che questi Ponzio Pilato esistano e che si comportino così per il bene dell’allievo. Senza contare che loro passano l’estate in tutta tranquillità, con la coscienza pulita perché tanto, quello che si poteva fare è stato fatto. Dall’altra parte, però, l’allievo bocciato se la rovina l’estate e con lui tutta la sua famiglia. E nessuno penserà che quella bocciatura se la sia meritata: come si fa a bocciare uno dopo averlo ammesso all’esame? Mah, come si fa proprio non lo so. Non sarebbe nemmeno tanto giusto avere la matematica certezza che una volta ammessi all’esame si venga promossi, ma questo ragionamento non sfiora nemmeno la mente degli studenti. Per forza, se li hanno sempre “mandati avanti”, perché mai fermarli all’esame? Diamogli un bel calcio nel sedere, il ben poco meritato 60 e via …

Dopo aver fatto questi ragionamenti, quasi un flusso di coscienza, sarei anche disposta a dar ragione a Veronesi quando afferma:

Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

Oppure quando rincara la dose addossando la responsabilità del fallimento degli allievi agli insegnanti che non tengono conto della capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet.
Eh già, come si fa a competere con la tecnologia, con Internet, ad esempio. È una battaglia persa in partenza se pensiamo agli stimoli che provengono ai giovani dalla rete, Peccato, però, che molti dei nostri studenti alla rete si affidino per “svolgere i compiti”, che sul web, da disperati quali sono di fronte ad una traduzione di latino o di greco, trovino la soluzione ai loro problemi, scaricando la versione bell’ e pronta. Peccato che non si consideri che i programmi stessi delle nostre scuole siano vastissimi e, diciamolo, noiosissimi se confrontati con la vivacità di certe trasmissioni televisive –naturalmente non culturali- e di certi programmi informatici. Peccato, però, che i programmi scolastici, noiosi o meno, li si debba svolgere, soprattutto in quinta quando c’è l’esame, altrimenti il commissario esterno crederà che il collega interno non abbia fatto nulla o gli studenti stessi addosseranno la responsabilità della loro impreparazione al docente che non ha fatto bene il suo lavoro. (A questo proposito, leggi qui )

La scuola non è malata, signori miei, è solo vecchia e pure io, nonostante gli innumerevoli corsi frequentati per diventare un’insegnante efficace, non mi sento più tanto giovane. E il ministro Brunetta ha appena deciso di mandarmi in pensione a 65 anni. Una condanna senza possibilità di appello, non ci sono attenuanti che tengano.
Proprio perché anch’io, come Veronesi, amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità, non vorrei scoraggiarli, ma se Brunetta non cambia idea, povera me … e poveri i miei futuri allievi!