L’UOMO DELLA MIA VITA

Maurizio ed io ... com'eravamo
Maurizio ed io ... com'eravamo

Caro Maurizio,

dicono che il 17 non sia un numero fortunato, anzi, a detta di molti, porta proprio sfiga. Ma noi, a dispetto delle ottuse credenze popolari, abbiamo creduto in questo numero e l’abbiamo scelto, forse inconsapevolmente, per iniziare il nostro cammino insieme nella vita. Il 17 giugno di trent’anni fa, infatti, ci siamo fatti una promessa: stare insieme per sempre.

A quell’età “per sempre” e “per tutta la vita” sono concetti astratti. I giovani, infatti, sono tutti concentrati nel presente e quando pensano al futuro, hanno l’idea di qualcosa che è ancora lontano nel tempo e nello spazio, qualcosa che ha le stesse caratteristiche del presente, che sia concretamente e oggettivamente programmabile. Non è così. Non sempre le cose vanno come si vorrebbe, non sempre tutto è “rosa”, così come gli occhi della giovinezza e dell’inesperienza sono portati a vedere ciò che ancora non è ma che deve ancora avvenire. Quello che, però, ha caratterizzato il nostro percorso fin da subito è stata la determinazione e la coerenza. Questa è stata e dev’essere per sempre la nostra forza. E sono certa che lo sarà.

Ricordo il nostro primo incontro nella sala di registrazione della radio dove tu già lavoravi e dove io tentavo di inserirmi, alla ricerca, forse, di una nuova esperienza che mi facesse dimenticare quelle passate, non proprio edificanti. Non pensavo, però, che da quel primo incontro, avvenuto circa due mesi prima del fatidico 17 giugno, sarebbe dipeso il mio futuro. Allora, ricordo, ero talmente tesa per il “provino” che non riuscivo a concentrarmi su nient’altro che non fossero i “pezzi” da leggere sotto la guida esperta e sicura della maestra di dizione. Sarà per questo che ho realizzato solo più tardi, dopo averti veramente conosciuto, che eri proprio tu il tecnico che aveva registrato il mio “provino”. Ricordo, però, quando qualche tempo dopo la mia ufficiale “assunzione” alla radio, esprimesti il tuo apprezzamento nei confronti della mia maglia color rosa pesco. Era un complimento come tanti, eppure fin da subito significò per me qualcosa di speciale. Non pensai, infatti, come spesso mi accadeva, “questo ci prova”; il complimento fu il primo indizio tra tanti che poi mi convinsero che tu eri davvero diverso da tanti altri. Quasi un ragazzo “d’altri tempi”; forse per questo ebbi fin da subito la certezza che saresti piaciuto a mia madre: lei sempre critica nei confronti di chiunque portassi a casa –perché allora era un obbligo “presentare” ai genitori i ragazzi con cui si usciva- avrebbe approvato la mia scelta. Tuttavia ciò, seppur rappresentasse una buona, anzi ottima premessa, non poteva essere l’unico motivo della mia scelta.

Quello che per te fu, probabilmente, un colpo di fulmine, per me non lo fu affatto. Allora, dopo l’amara esperienza precedente che tu ben sai, nei rapporti con l’altro sesso andavo con i piedi di piombo. Anzi, avevo iniziato l’avventura alla radio proprio per distogliere l’attenzione dalle relazioni amorose che volevo evitare accuratamente. Per questo non fui fin da subito lieta del tuo indefesso corteggiamento. Sarà stato anche perché dovevo studiare per l’esame di maturità e mi sentivo in obbligo di riscattarmi da un anno scolastico che era andato com’era andato, al di sotto delle aspettative di tutti: mie, dei docenti e dei genitori. Quindi, il vederti appostato davanti al mio portone ogni giorno, soprattutto sapendo che anche tu avevi i tuoi impegni di studio, mi faceva innervosire. Per quanto d’istinto volessi scendere e convincerti ad andartene, che tanto il tuo era solo tempo perso, qualcosa mi tratteneva. Alla fine io, che ho sempre avuto un carattere forte e determinato, ho ceduto. Insomma, mi hai preso per stanchezza, se vogliamo dir così. Ma in fondo la cosa non mi appariva disdicevole: ogni volta che avevo seguito il mio cuore, fidandomi del classico “colpo di fulmine”, ne era seguito un fallimento totale. Forse con una maggior riflessività le cose sarebbero andate meglio.

Quel pomeriggio del 17 giugno 1979, all’uscita dalla radio dopo tre ore di trasmissione in diretta, ci siamo scambiati il primo bacio. Abbiamo cominciato, così, la nostra avventura. Ma mentre tu apparivi deciso e convinto del passo che stavi compiendo, altrettanto non si può dire di me. Solo dopo l’esame di maturità, con la mente sgombra dai problemi di studio, mi fermai a riflettere. La riflessione mi portò ad una considerazione: non volevo illudermi nuovamente, nonostante il tuo atteggiamento non lasciasse adito a dubbi sulla tua serietà e la sincerità dei tuoi sentimenti, quindi avrei sottoposto il nostro rapporto ad una prova di resistenza. All’inizio di settembre, come sai, ho preso l’aereo per l’Inghilterra e, durante il volo, ho pensato che quella sarebbe stata un’ottima occasione per sciogliere i dubbi residui. Sarei stata via per un mese, quindi se avessi davvero sentito la tua mancanza, sarebbe stata la prova che andavo cercando: avrei avuto bisogno di te.

Il viaggio a Londra fu la prima ma non ultima prova. Quando l’anno successivo partisti per il servizio militare, mi chiesi tra le lacrime, mentre sul marciapiede del binario vedevo il treno portarti via, lontano da me, se anche quella lontananza avrebbe rafforzato il nostro rapporto. Così fu e da allora il viaggio, iniziato insieme quel 17 giugno di un anno e mezzo prima, sarebbe stato sempre in salita. Io mi tuffai nello studio, tu nel lavoro, con l’unico obiettivo comune che fin dall’inizio ci ponemmo: sposarci. Ricordo ancora quando la domenica precedente al nostro primo bacio, mentre mi accompagnavi a casa in macchina, parlammo dei nostri progetti. Mi dicesti che dopo il diploma avresti cercato un lavoro e … una ragazza da sposare. Ecco, pensai, questo è il ragazzo “da sposare”. E così fu.

Il nostro matrimonio fu, per certi versi, affrettato. Io senza lavoro, il trasferimento a Udine, abbandonare le certezze per un futuro pieno d’interrogativi. La nostra relazione durava ormai da sei anni e volevamo stare assieme sempre, non vederci solo durante gli scampoli di tempo. Tu la sera, stanco del pendolarismo e delle ore di lavoro, ti addormentavi sul divano a casa mia. Io, presa dai preparativi della tesi, ero sempre più segregata in casa. Fu per questo che ci sposammo a soli sei mesi dalla mia laurea, con molti dubbi e poche certezze sul futuro. Ma avevamo davvero imparato il significato dell’espressione “per sempre”. Eravamo cresciuti e pronti, forse non proprio in pratica ma senz’altro in teoria, ad affrontare anche gli ostacoli che la vita ti pone davanti.

Abbiamo imparato presto che non tutto va come vorresti che andasse. Ma con l’amore e pensando sempre alla promessa che trent’anni fa ci siamo fatti, abbiamo superato diversi ostacoli. I nostri progetti si sono realizzati: volevamo dei figli e li abbiamo avuti ma, anche in questo caso, l’idea che avevamo dell’esperienza genatoriale era un po’ diversa dall’esperienza concreta. Se i figli sono il frutto dell’amore, quegli stessi figli che con tutto il cuore abbiamo voluto e con tutto l’impegno abbiamo cresciuto, non sono stati e non sono tuttora degli elementi di coesione. I figli nascono da un’unione, è vero, ma è altrettanto vero, anche se può apparire paradossale, che dividano, anzi, sembra proprio che inconsapevolmente ci mettano tutto l’impegno possibile per separare i genitori. Anche in questo caso, la nostra forza ci ha aiutato e sono certa che continuerà a supportarci nei tanti momenti difficili che dovremo ancora affrontare. Perché se la vita non è complicata, che vita è?

Confesso che nei momenti di crisi, soprattutto quando mi sono sentita sola ad affrontarli, avrei voluto gettare la spugna. Certo è molto più facile ammettere di non farcela più, piuttosto che rimboccarsi le maniche per superare le difficoltà. Ho spesso pensato che per separarsi bisogna essere molto coraggiosi; ora sono convinta che il coraggio, quello vero e che, etimologicamente parlando, deriva dal “cuore”, si manifesta nel voler stare insieme e condividere le gioie e i dolori. La nostra vita di coppia, infatti, è stata costellata da molti momenti felici: i figli, la “nostra” casa, la realizzazione dei progetti di vita comune, la solidarietà dimostrata nei confronti di chi aveva bisogno di aiuto … Ma anche da molti dolori e ogni volta che abbiamo dovuto affrontare i momenti difficili, ci siamo chiesti “perché proprio a noi?”. Non lo so il perché, ma so che tante cose succedono a tutti. La differenza è che qualcuno non “vede” o fa finta di non vedere o semplicemente non ne parla; se vuoi chiamala ipocrisia, finzione, maschera, chiamala come vuoi. Ma stanne lontano, così come abbiamo fatto insieme in tutti questi anni.

L’esperienza serve anche ad osservare le cose che capitano in una prospettiva diversa. Non sto parlando di ottimismo, non c’è persona più pessimista di me, come potrei? Ma se mi guardo indietro, vedo la disperazione da cui pensavamo di non poter uscire mai, eppure ce la siamo lasciata alle spalle. Ho imparato a considerare che quando passa una tempesta, si devono recuperare i frammenti di felicità che rimangono per ricostruire una felicità nuova, forse fatta di cose diverse, ma in grado di allontanare la sofferenza e il dolore sempre in agguato. La storia dei nostri trent’anni assieme mi ha fatto capire una cosa: noi siamo un palazzo che ha solo bisogno di una ristrutturazione, un palazzo che ha dei muri portanti e delle fondamenta ancora solide. Non demoliamolo, questo palazzo, ma facciamo in modo che rinasca ancora più bello. E anche se ora ci sembra di non avere i mezzi per poter intervenire, pensiamo solo che il nostro amore, che ogni tanto si nasconde dietro al muro dell’incomprensione e dell’incomunicabilità, è ancora vivo. Siamo noi che vogliamo talvolta soffocarlo, ma lui resiste e fa capolino tra una nuvola e l’altra. Mi viene in mente il quadretto, regalo di nozze, raffigurante due colombi, che i miei hanno in corridoio: c’è scritto “Molto sole, poche nuvole, nessuna tempesta”. Un buon augurio per degli sposi novelli, un messaggio di speranza per noi che “novelli” non siamo ma che ancora dalla tempesta non ci siamo fatti travolgere.

Ricorda solo quest’ultima cosa, ti prego: ogni volta che la crisi ha tentato di schiacciarmi, ogni volta che mi è sembrato di non potercela fare, mi sono chiesta chi è che ora mi sta accanto e ho risposto: l’uomo della mia vita. Perché se provo a guardare avanti e mi immagino vecchia, con le rughe e i capelli bianchi, l’unica persona che vedo accanto a me sei tu. Nessun altro.

Tua per sempre

Marisa

P.S.
Mi rendo conto che ci sei rimasto male quando, domenica scorsa, ho confessato di aver dimenticato la “nostra canzone”. Rimedio adesso … la potremo ascoltare insieme tutte le volte che vorremo.

2 pensieri riguardo “L’UOMO DELLA MIA VITA

  1. Cara Marisa, così è finalmente arrivato il 17 giugno 2009, e con questo sono 30 anni esatti di vita assieme; non è per niente facile scrivere alcune righe per ricordare i nostri 30 anni vissuti in simbiosi, mi affiderò pertanto alla memoria, quella visiva, e chiedo che tu faccia altrettanto.
    Mi vedo giovane, ad incrociare per la prima volta il tuo sguardo, quegli occhi azzurri, incredibili: Dio, che tempesta c’è stata in me, che sensazione piacevole e devastante mi hai creato, quale enorme cambiamento ormonale mi avevi causato, che palpitazione, insomma tutto bello e positivo.
    Un vero colpo al cuore, un’emozione unica ogni volta che ti vedevo o ti sentivo; qualcuno aveva scagliato la freccia che ci ha trafitto i nostri cuori e li ha fatti unire per sempre.
    Uniti lo siamo anche oggi, dopo 10958 giorni durante i quali in nessuno sei uscita dai miei pensieri o dal mio campo visivo:credimi, o per un motivo o per un altro ci sei sempre stata e ci sarai fino alla fine dei miei giorni.
    Grazie di cuore e buon 17 giugno.
    P.S.: questo non è un commento a quello che hai scritto sul tuo blog, perchè di fatto queste righe le avevo preparate alcune settimane fa con la speranza di consegnartele in un bigliettino assieme al regalo che ti ho fatto, ma non sono riuscito a scrivertele; sappi comunque che l’abbraccio ed i baci che ti ho dato, per me, valgono più di mille parole.

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  2. Caro Maurizio,

    anche per me i baci e gli abbracci valgono più di mille parole … e anche più dei regali. 🙂
    Grazie di tutto, amore mio.

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