NO VILLA NO PARTY

villa revoltellaNoi li chiamavamo “festini” e se si tenevano in una villa era meglio. Ora non so se si chiamano più così, forse solo “feste” o party che fa più chic, sulla scia dello spot del noto aperitivo. Insomma, alla fine lo scopo è sempre quello: si sta insieme fra gente conosciuta, si fanno nuovo incontri, si balla, si beve –noi, però, eravamo adolescenti ragionevoli e bevevamo solo coca-cola, al massimo un whisky & coca, più coca che whisky- ci si diverte. Una cosa, però, era diversa allora: di solito ai “festini” l’invito era di rigore, anche se poi finiva che qualcuno portava un amico, ma sempre con il permesso del/della padrone/a di casa. Oggi, invece, ci sono quelli che s’infiltrano, fanno finta di conoscere questo o quello e la fanno franca perché poi nessuno controlla. In aggiunta, anche quando le feste si tengono nelle ville degli snob straricchi, chissà perché ti fanno pagare pure l’ingresso.

A meno che l’ospite, intendendo chi organizza la festa, non sia Berlusconi; in quel caso, si sa, lui ti paga anche il viaggio. Di polemiche in questi giorni e in quelli passati ne ho sentite fin troppe, quindi io non mi accoderò alle malelingue. Lui ha detto che i party a Villa Certosa sono fatti suoi, anche quando gli invitati sono illustri, capi di Stato e di governo compresi; perché non gli si deve credere? E quando spiega, riguardo il passaggio in aereo fino ai lidi della Sardegna, che non si tratta di voli a spese dello Stato ma di voli privati denominati “di Stato” nel momento in cui lui mette piede sull’aereo, perché dobbiamo dubitarne? In fondo negli USA quando il presidente mette piede sull’aereo, qualsiasi esso sia, immediatamente diventa “Air Force One”. Non ne sono sicura al 100% però l’ho visto in un film.

Poi non capisco il motivo per cui ci si debba scandalizzare se tra gli invitati c’erano pure delle “veline”: da che mondo è mondo, delle amicizie, anche quando si tratta di amicizie di seconda o terza mano, ovvero amici di amici di amici, ci si approfitta anche per farsi invitare ad un party. E non importa se il padrone di casa sia bello o brutto, alto o basso, giovane o vecchio, celibe o sposato, basta sia “potente”. Già, perché il potere ha sempre avuto un effetto calamita ed è perfettamente inutile fare del moralismo, proprio ora che, diciamolo, i costumi sono molto più liberi. Insomma, non fa molto onore ammetterlo, ma soldi e potere sono un binomio inscindibile e molto accattivante per donne o uomini in cerca di visibilità. Ma anche quando non si ricerca la celebrità –come Noemi, giusto per fare un nome- basta solo potersi vantare di “esserci stati”. A chi dispiacerebbe poter dire: “io a Villa Certosa c’ero!” e non importa nemmeno se il padrone di casa si è accorto di te. Anch’io nel mio piccolo ho tratto dei vantaggi dall’amicizia con una persona “che conta”, ho partecipato ai party in villa, nemmeno privata come quella del premier, e nessuno si è mai scandalizzato.

Ho passato otto anni di scuola nella stessa classe del figlio del sindaco della mia città. Tre alle medie e cinque al liceo. Le scuole, comprese entrambe nello stesso edificio, si trovano nel centro della città e, come vuole la tradizione, sono frequentate dai figli di “quelli che contano”. Io, personalmente, appartengo ad una famiglia normale ma avevo, allora, il raro privilegio di abitare proprio dietro all’edificio scolastico. Quindi la mia scelta non fu affatto dettata dalla volontà di ritrovarmi in classe il fior fiore della società triestina del tempo; ciò, in effetti accadde, ma solo per pura combinazione.
Il figlio del sindaco era, tuttavia, una persona normale. Nemmeno tanto affascinante, se devo essere onesta, ma molto simpatico. Credo che facesse ogni sforzo per mettere in luce i suoi lati positivi perché, a quell’età, del potere e delle amicizie influenti a nessuno importa molto. Almeno, allora era così. Certo, un po’ d’invidia la si provava nel sapere che “paulieto” era l’unico ad avere permanentemente nel portafoglio un “manzoni”, vale a dire le 100 mila lire di allora. E stiamo parlando degli anni Settanta, quindi valevano quasi un patrimonio per un ragazzo. Non credo, tuttavia, che la famiglia gli imbottisse il portafoglio per ostentare la sua indiscussa opulenza; da madre, ora so che ci si preoccupa sempre che i figli non si trovino sprovvisti di denaro … non si sa mai quel che può succedere.

Un’altra cosa che non faceva piacere a noi compagni di scuola, ma nemmeno a lui, era il passaggio che alla mattina il sindaco dava al figlio con l’ “auto blu”. Ricordo ancora lo sguardo triste e l’imbarazzo che non sapeva celare ogni volta che scendeva da quell’auto. Poi, evidentemente, arrivò il momento dell’emancipazione: arrivava a scuola o in autobus o tutt’al più sulla Cinquecento scassata della madre. Forse, però, non si trattò effettivamente di emancipazione. Erano gli anni Settanta, come dicevo, gli stessi dell’austerity; anni in cui la crisi del petrolio ci costringeva a lasciare la macchina in garage ogni domenica, un po’ quello che succede ora a causa dell’inquinamento. Allora a scuola non si parlava quasi mai di quello che accadeva nel mondo, tanto meno di ciò che riguardava una piccola città come la mia. Però un giorno il mio professore di Greco se ne uscì con un’osservazione che lasciò tutti di stucco, specie perché non riguardava né Euripide né Omero: disse che per risolvere la crisi energetica, almeno per il nostro Paese, sarebbe bastato fermare per un giorno tutte le “auto blu” che circolavano in Italia. Fu da quel giorno che “paulieto” non si fece più accompagnare da papà.

Uno dei vantaggi di essere sindaco di Trieste è quello di poter risiedere in una villa e non una qualunque: la Villa Revoltella (nella foto in alto) che si trova immersa in un meraviglioso parco pubblico. Non si tratta certo di una magione, ma di una bella villa, un po’ vetusta e malandata in verità, che appartiene al Comune di Trieste e che, come dicevo, è a disposizione del sindaco, sempre che lui ci voglia vivere. Non credo che oggi, con tutte le splendide ville che ci sono e che certi sindaci si possono permettere, qualcuno abbia voglia di viverci: già allora cadeva a pezzi e se non l’hanno nel frattempo ristrutturata, credo possa essere definita fatiscente. Ma la villa allora aveva il suo fascino e, arrivata l’adolescenza e quindi l’età dei “festini”, tutti noi compagni non ci perdevamo le feste di “paulieto”. Essere invitati a Villa Revoltella era, infatti, un’occasione mondana imperdibile. È ovvio, quindi, che tutti se ne approfittassero e che la partecipazione ai party non fosse solo un gesto carino nei confronti della simpatia e dell’ospitalità del padrone di casa. Quello che contava, soprattutto, era poter dire “io c’ero”. Né più né meno di ciò che capita a Villa Certosa, anche se il paragone è alquanto azzardato sia per quanto riguarda la villa sia per quanto riguarda il padrone di casa. Allora, però, nessuno pensava che le bollette di acqua, luce e gas erano a carico del Comune, che il custode, che ci apriva il cancello in ore in cui il parco era chiuso per il pubblico, era stipendiato dal Comune e che la famiglia del sindaco alloggiava gratis nella villa. E nemmeno si disdegnava un passaggio verso casa in “auto blu” che faceva la spola da Villa Revoltella alle varie parti della città, più o meno periferiche. O noi adolescenti eravamo privi di malizia o le malelingue allora tacevano.

I tempi sono cambiati, è vero. Ma c’è da aggiungere che ora chi è potente ha l’effetto calamita non solo per gli amici ma anche, e soprattutto, per i nemici. Se è brutto ammettere che si sfruttino le amicizie o le semplici conoscenze per un proprio tornaconto personale, è altrettanto disdicevole attaccare chi organizza dei party nella propria villa … e a proprie spese.