APERTURA DELLA CHIESA AI DIVORZIATI

Riporto dal corriere.it questo bell’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista, che collabora da anni con Il Corriere della Sera.

Liberiamo i divorziati dall’ultima catena

Il cardinale Martini, don Verzé e l’accoglienza nella Chiesa dei risposati

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

fedrigottiFa bene al cuore legge­re le parole del cardi­nal Carlo Maria Martini e di don Luigi Verzé tratte dal libro che hanno scrit­to insieme, «Siamo tutti nella stessa barca»: paro­le di comprensione, di apertura e di carità cri­stiana di cui da tempo si sentiva un grande biso­gno.

E il pensiero che sono entrambi anzianissimi e uno dei due anche molto malato dovrebbe in un certo senso rassicurare i fedeli più tradi­zionalisti e, perciò, magari, turbati se non proprio scandalizzati dalle lo­ro teorie: tra tutti gli uomini di chie­sa non sono ormai forse quelli più vicini a Dio e dunque in grado, chis­sà, di intenderne meglio la voce?

Doppiamente possono essere ras­sicurati questi fedeli, in quanto, sia pure forse più nell’immaginario co­mune un po’ stereotipato che non nella realtà dei loro cuori, uno è sem­pre stato considerato piuttosto di si­nistra e l’altro piuttosto di destra: due uomini, perciò, che si sarebbero ritenuti di idee contrastanti su tutto o quasi tutto.

L’avesse detto soltanto il cardinal Martini, qualcuno avrebbe pensato: il solito prete comunista; l’avesse in­vece detto soltanto don Verzè, qual­che altro avrebbe ragionato: cosa non si fa pur di venire incontro al Presidente del Consiglio. Invece si sono trovati entrambi d’accordo nel­l’auspicare che la Chiesa si decida in­fine a concedere i sacramenti anche ai divorziati risposati. Ecco, è tutta qui la pietra dello scandalo, la picco­la grande rivoluzione che numerosis­simi in tutto il mondo si aspettano da tempo, spesso anche nella soffe­renza più profonda e quel che è peg­gio, irrisolvibile. Abituati ad ascolta­re confessori che, come condizione per accostarsi all’eucaristia, propon­go loro di vivere in castità se non, addirittura, di tornare con il primo marito o la prima moglie, magari a loro volta ampiamente risposati, è con comprensibile sollievo e gratitu­dine che accoglieranno le parole dei due illustri, anziani sacerdoti.

Il pensiero va in particolare a quei credenti che, abbandonati dal part­ner malgrado loro, per poter conti­nuare a ricevere i sacramenti — una consolazione, si sa, nello sconforto del fallimento sentimentale — si ve­dono costretti a una prospettiva di perenne solitudine, esclusi dalla fe­sta e condannati per un divorzio su­bito, per una colpa, cioè, che non hanno commesso, secondo una giu­stizia che si fa fatica a riconoscere co­me divina.

Don Verzé e il cardinale Martini hanno, con questo loro pronuncia­mento, affrontato una questione de­licata sulla quale in genere le gerar­chie ecclesiastiche non si mostrano molto possibiliste: semplificando al massimo, se, cioè, l’uomo è fatto per la religione oppure la religione per l’uomo; e hanno optato, così sem­bra, per la seconda ipotesi.

Visto il gran numero di abbando­ni della pratica ecclesiastica e viste anche, per esempio in Brasile, le mol­te conversioni ad altre fedi con rego­le meno rigide della nostra cattolica, la si potrebbe a prima vista conside­rare una scelta suggerita da una nu­da e cruda realpolitik. Tuttavia, pen­sando alla storia dei due uomini, leg­gendo i brani della loro conversazio­ne e ascoltando il tono accorato del­le loro voci, si ha piuttosto l’impres­sione che l’istanza comune sia il frut­to di una riflessione basata sulla ne­cessità urgente che la Chiesa, non soltanto in teoria ma anche nella pra­tica, sia davvero vicina ai bisogni dei fedeli.

Una scelta di umana comprensio­ne, di indulgenza e di carità, dun­que: non l’uomo per la religione, ma la religione per l’uomo. Con un’at­tenzione intelligente all’evoluzione della storia e al mutare dei tempi e del costume: da non considerare ne­cessariamente — come a volte si ha l’impressione che la Chiesa conside­ri — opera del diavolo.

20 maggio 2009

L’annosa questione della chiusura della Chiesa nei confronti dei divorziati, e risposati, pare avviarsi verso una felice conclusione. Leggere le parole di Isabella Bossi Fedrigotti rincuora me, che non ho questo tipo di problema, e sicuramente molte persone che, pur avendo “peccato” divorziando e magari risposandosi, ha la fede e vorrebbe essere liberato dall’ingiusta “scomunica” che grava su tale categoria di peccatori.

Tuttavia, nella mia esperienza, ho visto sia un’eccessiva chiusura sia un’inspiegabile apertura nei confronti dei divorziati.
Inizio dalla chiusura: mio fratello, sposato con una divorziata, si è visto negare il battesimo alla figlia in quanto frutto dell’amore nato nell’ambito del “concubinaggio”. Inutile dire, infatti, che per il Vaticano un matrimonio civile, fosse anche il primo per entrambi gli sposi, non ha nessun valore. Ricordo che allora il rifiuto del parroco di celebrare il battesimo aveva fatto infuriare mio fratello ma anche mio padre. Quest’ultimo, giusto per capirne il carattere e la considerazione che ha nei confronti di preti, chiesa e vaticano (li scrivo minuscolo per ribadire il suo pensiero), è sposato in Chiesa pur non essendo cresimato. Il motivo? Il giorno della Cresima, concordato con il vescovo, quest’ultimo non si è presentato. Quindi niente sacramento. Ma mio padre, ritenendo di essere dalla parte della ragione -lui c’era, è stato il vescovo ad ignorare l’appuntamento- si è presentato in chiesa per le nozze nel giorno e all’ora stabilita … ma ha trovato la porta, anzi il portone principale, per la cui apertura aveva pagato un bel po’, chiuso. Tralascio tutti i risvolti della vicenda ma vi assicuro che a nulla sono valse le proteste del parroco … il matrimonio “s’aveva da fare” ed è stato celebrato! Altro che bravi di don Rodrigo.
Tornando al battesimo di mia nipote, inutile dire, fatte le dovute premesse, che la coalizione tra mio padre e mio fratello ha portato alla soluzione sperata: il vescovo in persona ha redarguito il parroco insolvente -più o meno come don Abbondio!- e il battesimo s’è fatto.

L’altro caso che la lettura dell’articolo della Fedrigotti mi ha fatto tornare alla mente è quello della catechista di mio figlio: sposata, divorziata ma responsabile dell’educazione religiosa dei comunicandi e ammessa alla comunione! Beh, la cosa non poteva che farmi piacere soprattutto considerata la stima che avevo nei confronti della “povera” donna che, sposata ad un uomo indegno, era stata abbandonata dal vile e lasciata praticamente con due figli a carico. La pietà nei confronti dell’infelice mi era sembrato il minimo che, considerata la sua devozione, la Chiesa le potesse attribuire. Rimase per me sempre un mistero che fosse ammessa ai sacramenti: come, mia cognata, anch’essa abbandonata dal marito con due figlie piccole da crescere, era scomunicata e a momenti le veniva impedito di metter piede in chiesa, e la catechista godeva di tali privilegi. Insomma, i due casi simili nella sostanza, tranne il fatto che la catechista non aveva un altro marito o altri figli, mi sembrava avessero avuto due trattamenti diversi da parte delle istutzioni religiose. Ma dove sono allora le tanto proclamate “fratellanza” e “uguaglianza“?

Un altro fatto riguarda il battesimo di mio figlio. Ho fortemente voluto che mio fratello fosse il padrino e mia cognata la madrina. Allora non mi aveva sfiorato il dubbio che per la Chiesa due “concubini” non potessero rappresentare una buona guida per un neo battezzato. Ma nessuno mi aveva chiesto nulla e quindi tutto è filato liscio. Da ciò si evince che ci sono preti e preti … per fortuna. Recentemente, però un fatto simile è accaduto ad una mia amica. Essendo convivente, in un primo tempo le era stato negato il ruolo di madrina per la nipotina. Ma attenzione: non a lei in particolare, ma alla coppia “peccatrice” perché lei avrebbe potuto essere la madrina ma non in coppia con il suo compagno. Per farla breve, alla fine l’hanno spuntata ma c’è voluta una pazienza infinita per convincere che, al di là della convivenza, i due erano proprio dei buoni “diavoli“.

Sperando che l’apertura nei confronti dei divorziati sia davvero tale, non ci resta che attendere di conoscere il parere del Papa. Conoscendolo come un conservatore trovo difficile immaginare una sua approvazione. Tuttavia c’è da dire che la Chiesa, in quanto a credenti e praticanti, se la passa maluccio, quindi è plausibile che l’apertura ci sia davvero in futuro. D’altra parte se i matrimoni finiscono sempre più presto, ci si sposa più volte, nascono bambini al di fuori del matrimonio … mi sembra che per ripopolare le chiese ci sia bisogno anche dei divorziati!

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2 thoughts on “APERTURA DELLA CHIESA AI DIVORZIATI

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