CARA GELMINI, I SOLDI IN PIÙ NON LI VOGLIO PIÙ

Il titolo del post sembra un po’ cacofonico, quasi in rima, una brutta rima … non so, m’è venuto così. M’è venuta l’idea di scrivere queste quattro righe ( che poi, nonostante le buone intenzioni e il poco, pochissimo tempo, diventano otto, magari sedici o forse trentadue …, insomma diciamo che mi dilungo, non ho la dote della sintesi, nemmeno quando metto gli incisi tra parentesi, così chi mi legge deve tornare indietro e poi i miei allievi si possono risentire quando a margine delle loro belle colonne di foglio protocollo scrivo a grandi lettere NON USARE PERIODI TROPPO LUNGHI DI DIFFICILE LETTURA .. speriamo che, impegnati nello studio, non mi leggano!) …. Oddio, ho perso il filo! Dicevo, m’è venuta l’idea di scrivere queste tot righe (non mi sbilancio) perché ho letto l’intervista che il ministro Mariastella Gelmini ha rilasciato il 19 aprile al Giornale di Vicenza.

Sorvolo sulla questione della riforma delle superiori che partirà nel 2010 e non c’è ragione, dice lei, di fare sperimentazioni o anticipi; non parlerò della questione del maestro unico e della riforma della primaria che non porterà ad esuberi, dice sempre lei, perché parte dalla prima e il modulo resta per gli altri quattro anni; non mi va nemmeno di parlare dei tagli, veri o presunti, di cui ho trattato a sufficienza in altri post; non riaffronto l’argomento dell’inglese alle medie e della seconda lingua che, se uno non ha voglia d’imparare, può anche non studiare e così potenzia l’inglese. No, non ci penso neanche di parlare di tutto questo, visto che i giornali e i blog sono pieni di parole parole parole sul tema… e dire che la Gelmini non è nemmeno una ex show girl, come la Carfagna, penso però che nel ruolo di prima donna ci sguazzi, eccome!

Ho deciso, dunque, di trattare l’unico argomento che per ora ha suscitato il mio interesse: il “premio” promesso ai docenti meritevoli. Ne parla, la Mariastella nazionale, da quando ha posato il suo grazioso (?) sedere sulla sedia di ministro. È stato uno dei primi argomenti affrontati dalla gentile signora, anzi signorina, che dai monitor televisivi, con la messa in piega appena fatta e gli occhialini colorati da snob, ammiccava ai docenti promettendo soldi a palate perché è davvero scandaloso, diceva, che gli insegnanti guadagnino così poco. Finalmente s’è capito, ho intimamente esultato. Quando poi ho udito che i soldi promessi, perché il premio è costituito chiaramente dal vile denaro, mica bruscolini, erano una bella cifra, 7000 euro, ho esultato non più tanto intimamente, non solo per i soldi, ma per una pura e semplice questione di principio: ci sono una sacco di insegnanti che hanno meno titoli di me e lavorano molto meno di me – non parlo dei cosiddetti “fannulloni”, parlo di gente normale che si guadagna lo stipendio senza ammazzarsi di fatica – e che godono, a parità di anzianità, dello stesso stipendio mio che per quel che fanno è già tanto. Io, invece, sempre solerte nell’affrontare gli impegni, pronta ad autoaggiornarmi, a leggere e a scrivere cartelle su cartelle, io che passo interi week end a correggere i compiti, che accetto di ricevere i genitori fuori orario, il sabato perché è la giornata migliore per chi lavora, io che sono pronta ad ascoltare tutti e prolungo quasi giornalmente il mio orario di servizio o non usufruisco delle mie ore libere facendo quello che mi pare, io che, sentendo nostalgia delle riunioni, quando per un mese non ne ho, me le invento … Ma tutto questo Mariastella non lo sa; come posso fare per dirglielo? Beh, non è nemmeno necessario che mi scervelli perché tanto, in un modo o nell’altro, sarà lei, il ministro in persona, probabilmente attraverso moduli complicatissimi, a chiedermi che cosa faccio oltre a passare le mie diciotto ore settimanali nelle aule scolastiche e come lo faccio. Magari interrogherà i miei allievi per assicurarsi che siano ben preparati, o magari chiederà loro se in classe spiego o leggo il libro di testo, o se forse mi aggiorno su ciò che accade nel mondo leggendo il quotidiano. Non è dato sapere ancora quali saranno “le modalità per attribuire queste risorse premianti secondo criteri che riconoscano, appunto, professionalità e qualità delle prestazioni, in linea con quanto accade in quasi tutti i Paesi d’Europa”, dice il ministro. Non resta che attendere, sì, ma fino al 2012 … peggio che un miraggio nel deserto!

Ma mentre attendo pazientemente di conoscere queste modalità, mi ronza per la testa un triste sospetto: non è che grazie a questi soldi in più, scattando l’aliquota, quella malefica aliquota che uno ha il terrore di superare perché la successiva si abbatte come una scure sul già misero stipendio, alla fine prenderò meno soldi di prima? Il fatto è che il sospetto è più che legittimo, soprattutto alla luce di fatti recenti e sconcertanti che hanno riguardato la mia retribuzione che nel bonifico bancario prende il nome di “emolumenti”. Già, perché a febbraio, mentre attendevo l’annunciato aumento, cioè ad occhio e croce quelle misere ottanta euro in più lorde, nella busta paga ho avuto un’amara sorpresa: trecento euro in meno. O almeno questo era il calcolo che potevo fare sulla base del totale degli “emolumenti” recitato dal triste estratto conto bancario … veramente, quella triste ero io, lui, l’estratto conto, non c’entrava per nulla.

Il mistero ebbe una spiegazione all’arrivo del cedolino dello stipendio: una riga sulla colonna denominata “ritenute fiscali” mi rendeva partecipe di un conguaglio, a debito naturalmente, di trecento euro. Chieste le opportune spiegazioni all’ufficio contabilità della scuola, mi è stato risposto che nello scorso anno avevo guadagnato un bel po’ di soldi in più. Detto così, può sembrare che mi sia arricchita con gli straordinari; in realtà avevo tenuto un corso di recupero e ottenuto dei compensi accessori per progetti vari. Non dico il totale, più per pudore che per altro, o per vergogna perché ci sono quelli che l’importo in questione lo guadagnano con gli straordinari di un mese, due al massimo; tuttavia posso garantire che la cifra non si allontanava molto da quella che mi viene attribuita ogni anno sempre a fronte degli stessi impegni. Già, ma allora perché gli anni scorsi non avevo mai pagato un debito fiscale? Perché, mi è stato spiegato, nel frattempo mi è scattato l’aumento per l’anzianità … ah, dico io, è scattato l’aumento, è scattata l’aliquota, a momenti mi scattano anche i nervi, ne avrei ben donde.

La storia, però, non finisce qua. A dimostrazione del fatto che in fin dei conti quello che guadagno non m’interessa poi tanto, nel senso che l’impegno profuso non tiene conto dell’equa retribuzione, altrimenti lavorerei molto meno, un piccolo particolare mi era sfuggito guardando il cedolino dello stipendio: il fatto che accanto alla somma relativa al conguaglio era visibile una data di scadenza: marzo 2009. Così, il mese dopo un’altra mazzata, altre trecento euro! In pratica dovrei ringraziare il generosissimo e solidale ministero dell’Economia e delle Finanze per avermi concesso di pagare il mio “debito” in ben due rate. Mi sono sentita davvero commossa, quasi alle lacrime … o forse quelle erano lacrime di disperazione, magari di rabbia. Boh.

Ma con il mese di aprile potevo finalmente godere del mio integro stipendio con tanto di aumento, o almeno così pensavo. E invece no. Un’altra volta l’estratto conto sputato così gentilmente dal bancomat mi ha riservato una bella sorpresa: rispetto allo stipendio di gennaio, un euro e 34 centesimi in meno. Ma l’aumento dov’è? Io a questa domanda non ho risposta; ma nonostante la mia allergia per i numeri e i calcoli matematici, i conti proprio non tornano. Una cosa, però, l’ho capita: più soldi lo Stato ti dà, più te ne toglie, quindi, cara Gelmini, io quel premio non lo voglio, sempre che me lo meriti, s’intende, perché si rivelerebbe un’arma a doppio taglio.

Concludo con un’altra brutta e cacofonica rima: CARA GELMINI, QUEI SOLDI IN PIÙ TIENITELI PURE TU!