29 aprile 2009

Protetto: La VITA NUOVA di DANTE e il suo NOVISSIMO AMORE per BEATRICE

Posted in Dante, Letteratura Italiana, scuola tagged , , , a 5:02 pm di marisamoles

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TRA MOGLIE E MARITO, CIOÈ TRA VERONICA E SILVIO, C’E’ DI MEZZO IL DIVORZIO

Posted in attualità, politica, Silvio Berlusconi, spettacolo tagged , , , , , , , a 3:52 pm di marisamoles

Nonostante di questi tempi ci siano problemi ben più importanti cui prestare attenzione, da parte della stampa e del giornalismo televisivo, pare che le faccende di casa Berlusconi siano degne della “prima pagina”. E già, come in tutte le famiglie, anche in quella del premier, ci sono delle croci da portare. Succede che tra coniugi ci siano delle divergenze, nascano delle discussioni, per motivi che vanno dall’educazione dei figli alla gelosia, più o meno fondata. Il fatto è che nelle famiglie “normali” i panni sporchi, per così dire, si lavano in casa, mentre la dolce metà del Presidente del Consiglio non riesce proprio a starsene zitta e, forse a causa del continuo “vagabondare” del marito che a casa sua pare con ci stia mai, sfoga i suoi rancori sulla pubblica piazza.

Ma che cosa avrà mai da recriminare questa volta la Veronica più famosa d’Italia? C’eravamo appena dimenticati della lettera inviata tempo fa a “Repubblica” in cui la signora si lamentava delle avances che il marito aveva rivolto alla showgirl Aida Yespica durante una cena “pubblica”, quella che si tenne a Roma nel 2007 dopo la serata dei Telgatti. Ma quella volta si poteva supporre che la gentil donzella fosse rosa dal tarlo della gelosia perché, ammettiamolo, a nessuna piacerebbe sapere che il consorte corteggi altre donne, tanto meno pubblicamente e in nostra assenza. L’ultimo sfogo di madama Lario, invece, riguarda la candidatura alle elezioni europee di alcune “veline”, naturalmente nella lista del PdL. Tutto ciò viene definito dalla signora Berlusconi “ciarpame senza pudore”. Ovvero, la signora non gradisce il mezzo, non specificatamente i soggetti, attraverso il quale si strumentalizza la candidatura in rosa alle elezioni europee. In altre parole, secondo lei le donne sono brave e possono essere anche belle, meritevoli in ogni caso di far politica, ma lo scandalo è l’uso delle candidature di donne, quali le “veline”, termine con il quale, da un po’ di tempo, si tende a definire ogni ragazza bella, senza arte né parte, che ha ottenuto, in qualche modo, un posticino nel mondo dello spettacolo. La Lario sostiene, infatti, che “quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti”.

Insomma, la mail che la signora Lario ha inviato a Farefuturo, fondazione voluta dal presidente della Camera Gianfranco Fini, in risposta ad un dibattito aperto sul tema delle candidature in rosa alle prossime europee, ha sollevato un gran polverone. Non c’è da stupirsene. Quello che non capisco è il motivo che spinge la signora in questione ad esternare la sua contrarietà riguardo alle decisioni politiche del marito. Non fa altro che incrementare la “furia giornalistica” che, naturalmente, coglie l’occasione per mettere il coltello nella piaga. Già, perché qualora non fosse sufficiente il clamore sorto attorno a questa notizia, alla signora Berlusconi è stato chiesto pure cosa ne pensasse riguardo alla partecipazione del marito ad una festa, tenutasi a Napoli, per il diciottesimo compleanno di un’avvenente fanciulla cui, parrebbe, l’illustre invitato avrebbe regalato un prezioso gioiello in oro e diamanti. Non solo, la ragazzina, che di nome fa Noemi, lo chiama simpaticamente “papi” e ascolta – incredibile ma vero – il cantautore preferito del premier: Mariano Apicella! Insomma, Veronica, alla domanda rivoltale dai giornalisti, avrebbe risposto manifestando il suo stupore per la partecipazione alla festa da parte del marito – “papi”, visto che, nonostante fosse stato invitato (ma un padre ha bisogno dell’invito?), non si è mai presentato ad alcun diciottesimo dei figli. Mah, sarà, ma a me pare strano che Berlusconi snobbi così le sue creature, visto che di loro dice: «Mi vogliono un bene dell’anima e credo di essere il più amato dei genitori». Beh, se l’amore dei figli si misura sulle somme elargite ad ogni compleanno, magari solo tramite un bonifico bancario, vista l’impossibilità di esserci, non mi stupirei se fosse vero e se l’assenza del “papi”, stavolta vero, passasse inosservata.

Dopo il gran clamore, arriva puntuale la risposta di Berlusconi che si stupisce che la consorte sia così ben disposta a credere a tutte le fandonie che i giornali, di sinistra ovviamente, pubblicano. “Mi sembra che la situazione sia molto chiara, c’è una manovra montata dalla stampa di sinistra e dell’opposizione sulle nostre liste con notizie assolutamente infondate”. Detto questo, però, si dichiara pronto ad andare avanti: “Farò campagna elettorale con le cosiddette veline – dice il premier – e loro parleranno insieme a me” per dire quali sono i loro titoli di studio e che cosa hanno fatto fino adesso. E già, perché non si deve fare di tutta l’erba un fascio: ci sono ragazzotte belle e sgambettanti in TV che sono pure istruite … e possono fare carriera. Carfagna docet. Peccato che del loro mentore non possano proprio fare a meno.
Ma, allora, Veronica, perché non lo lasci lavorare in pace il tuo Berlusca? Tanto anche senza i tuoi pubblici interventi la stampa ne trova di materiale interessante sul maritino, non temere.

[fonte: corriere.it, articoli pubblicati il 28 e 29 aprile 2008, uno a firma Fulvio Bufi]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 3 MAGGIO 2009

”Dopo 30 anni chiudo il sipario sulla mia vita coniugale, ma voglio farlo da persona comune e perbene, senza clamore. Vorrei evitare lo scontro”.
Con queste lapidarie parole Veronica Lario rende nota la sua decisione di divorziare da Silvio Berlusconi. C’era da aspettarselo, o no? E mentre qualcuno -l’opposizione- ha colto la palla al balzo per affermare che il divorzio di Berlusconi è una questione politica, la signora Lario, da canto suo, tiene a precisare che nella decisione un ruolo fondamentale ha giocato la presenza del marito, ancora per poco, alla festicciola della neomaggiorenne Noemi. Dopo aver colto tale notizia con una leggera stizza, poiché papà Silvio non si era mai recato alle feste per i diciottesimi dei figli, Veronica ha mal digerito che la pulzella in questione lo chiami “papi” senza trovare, a quanto sembra, opposizione da parte della famiglia di lei.
A tale proposito la Lario si eprime così: “Leggere sui giornali che frequenta una ragazza minorenne, perché la conosceva anche prima che compisse 18 anni, leggere che lei lo chiama papi e racconta dei loro incontri a Roma o Milano, con i genitori che evidentemente non hanno da obiettare, è inaccettabile“. “Come si può restare con un uomo così?”, si chiede dunque la quasi ex signora Berlusconi. No, non si può. Altro che veline!

Un commento, però, lo voglio fare: come si fa ad essere così trash?

[fonte: swissinfo.ch)

25 aprile 2009

25 APRILE: L’ANNIVERSARIO DELLA “MIA” LIBERAZIONE

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , a 11:11 am di marisamoles

Matteo a nove ore di vita

Matteo a nove ore di vita

Fin dai tempi della scuola ho sempre saputo che il 25 aprile si fa festa. Il fatto è che quest’evento non l’ho saputo collocare storicamente fino al liceo; né alle elementari né alle medie credo di aver svolto il programma “recente” di storia, al massimo saremo arrivati alla prima guerra mondiale. A casa certamente i miei me ne avranno parlato ma, si sa, i figli non ascoltano mai i genitori, specie quando parlano di cultura. La storia, poi, non è mai stata la mia passione, almeno fino all’università, e da quando la devo insegnare (quella antica e medievale, però) me ne sono fatta una ragione: è importante e bisogna conoscerla.
Ventuno anni fa, però, questa data ha assunto un significato particolare per me: è nato mio figlio. Da quel giorno ho interpretato questa festa come la mia festa, la mia personale liberazione. Da che? Da una gravidanza tutto sommato serena ma che negli ultimi tempi mi aveva creato dei problemi: il peso sulla pancia, le gambe gonfie, la difficoltà nel trovare una posizione per dormire … insomma, i problemi di tutte, né più né meno. E poi c’era la voglia di vederlo, finalmente, il mio bambino, di stringerlo tra le braccia, baciarlo, parlargli guardandolo negli occhi ed osservare le espressioni del viso da cui avrei potuto indovinare i suoi pensieri o intuire che la mia voce, quella voce che per otto mesi e mezzo gli aveva parlato senza vederlo, lui l’avrebbe riconosciuta. Otto mesi e mezzo, non nove, perché il mio primogenito mi ha fatto un gran regalo, quello di nascere due settimane prima.

I miei ricordi tornano indietro di ventuno anni, esattamente al 24 aprile. Era domenica e mi trovavo già a Trieste, dove avevo deciso di farlo nascere. Avrebbe condiviso la mia stessa origine, anche se poi sarebbe vissuto ad Udine, mia città d’adozione. La scelta, tuttavia, nulla ebbe a che vedere con il campanilismo: i miei genitori, i miei suoceri, praticamente tutti i parenti e i miei amici più cari vivevano e vivono là, quindi mi sembrava logico spostarmi per evitare che tutti dovessero fare una trasferta per venirmi a trovare.
Quella domenica a mezzogiorno ero tranquillamente seduta al “Caffè degli Specchi”, in piazza Unità, e mi stavo godendo una splendida giornata di sole in compagnia dei miei genitori che allora non rinunciavano mai al caffè di mezzogiorno con tanto di vista sul mare. Mio marito doveva arrivare da Udine e lo aspettavo da un momento all’altro. Mio figlio, stranamente, era quieto ma non me ne preoccupai: forse il tenue calore che gli arrivava dalla mia pancia esposta al sole lo aveva fatto addormentare. Tutt’ad un tratto, però, sentii un dolore acuto, improvviso, inatteso: la prima contrazione di quello che sarebbe stato il mio travaglio. Nello stesso momento, da lontano, scorsi mio marito che stava arrivando. Curiosamente mi accarezzai la pancia, ormai nuovamente rilassata, e dissi al mio bambino: “ora puoi anche nascere, papà è arrivato”. Parole dette così, con un filo di voce, senza troppa convinzione. Ma lui, dimostrando già allora un carattere remissivo, mi prese sul serio, colse il significato delle mie parole alla lettera.

Tornata a casa, non mi preoccupai molto per le contrazioni che ogni tanto percepivo, mai così violente come la prima. Quella era stata una sorta di avvertimento che avevo deciso di ignorare. Nel corso del pomeriggio, però, le contrazioni avevano assunto un andamento regolare, seppur mantenendosi molto distanziate. Io avevo deciso di rimanere a casa il più possibile, anche perché al corso pre-parto mi avevano inculcato l’idea che il parto dev’essere naturale, spontaneo, un momento gioioso per mamma e bambino, non deve rispondere alle dure leggi dell’ospedalizzazione che prevedono, prima di tutto, una sorta di incatenamento della partoriente legata ai vari monitor da fili e piastre. Insomma, io non mi sarei lasciata imprigionare, volevo vivere le ultime ore della gravidanza in libertà, nel mio nido familiare, farmi un bagno caldo, mangiare qualcosa senza abbuffarmi perché mi avevano detto che non c’è nulla di peggio che una fase espulsiva con lo stomaco pieno e la digestione bloccata. Naturalmente le mie idee non furono condivise dalla famiglia e mio marito volle per forza portarmi in ospedale.

La visita fu veloce, sembrava che il medico di turno fosse alquanto contrariato di dover lavorare la domenica, quando fuori splendeva il sole. Mi rimandò a casa assicurandomi che il travaglio era appena iniziato e visto che non avevo dolori, potevo starmene tranquilla perché mio figlio non sarebbe nato prima dell’indomani. Quando uscii dall’ambulatorio realizzai di essere in procinto di partorire. Mancavano due settimane e non me l’aspettavo. Credevo che quelle contrazioni poi si sarebbero fermate: capitano spesso dei falsi allarmi a due settimane dal parto. E invece mio figlio stava per nascere e aveva scelto pure un giorno festivo.
All’uscita dal reparto, incontrai un’ostetrica che conoscevo: aveva fatto nascere il figlio di mia cugina e quello di una cara amica; sapevo che lei, come lavoro extra, seguiva le partorienti a casa e, a volte, le assisteva in sala parto anche se non era di turno. Allora non mi preoccupai che arrotondasse lo stipendio in nero, né che lavorando in una struttura ospedaliera al di fuori dell’orario di servizio, avrebbe potuto mettersi nei guai, qualora le cose non fossero filate lisce, e procurare grane anche all’ostetrica di turno. Quei pensieri proprio non mi sfiorarono: mi feci dare il numero di telefono e mi impegnai a chiamarla qualora le contrazioni fossero state più ravvicinate.

Fino alle undici di sera il resto della mia giornata trascorse tranquilla. Ma a quell’ora iniziai ad agitarmi perché il travaglio aveva cominciato a meritarsi davvero quella definizione – prima non riuscivo a rendermi conto veramente che stava succedendo – e chiamai l’ostetrica. Naturalmente a casa tutti erano ben svegli e quando l’ostetrica arrivò, verso mezzanotte, capirono che per quella notte di dormire proprio non se ne sarebbe parlato. Il fatto è che, nonostante l’invito ad andare a letto e cercare di dormire un po’ per arrivare al parto con tutte le energie necessarie, io non ne volevo sapere e continuavo imperterrita a stare in piedi mentre mio marito e i miei sonnecchiavano in salotto. Ogni tanto, fra una contrazione e l’altra, riuscivo a captare gli sguardi silenziosi ma perfettamente espressivi che si lanciavano mio marito e mio papà: ma questa (intendendo l’ostetrica) quando se ne va? Ma lei non dava segnali di volersene andare, anche perché aveva capito che io non sarei andata a letto, non avrei dormito, quindi non mi sarei riposata. Fu allora che prese una decisione, di cui non mi rese partecipe, e che mi avrebbe portata ad odiarla: con la scusa di controllare a che punto fosse la dilatazione del collo dell’utero, mi sottopose ad una manovra che spesso i medici condannano: non ricordo il termine scientifico, comunque si tratta di dilatare forzatamente il collo per affrettare i tempi del parto. Non dimenticherò mai il dolore che provai, in assoluto il più acuto e insopportabile di tutto il travaglio e del parto stesso. Tuttavia, la “pratica barbara” ebbe il suo effetto: alle cinque di mattina ero pronta ad uscire di casa. Sotto il soprabito mia mamma mi fece infilare la sua camicia da notte, la stessa con cui lei aveva partorito me. Ancor oggi, quando ci ripenso, mi vengono i brividi e sento la stessa emozione che provai allora. Mio marito, da parte sua, avrebbe fatto volentieri a meno di tali sentimentalismi che, secondo lui, erano una perdita di tempo: voleva andare in ospedale in fretta – come se alle cinque di mattina del 25 aprile potesse trovare traffico – e mi obbligò a portarmi una coperta da sistemare sul sedile perché aveva il terrore che potesse macchiarsi, qualora mi si fossero rotte le acque per strada. Beh, ognuno ha le sue preoccupazioni, ovviamente.

Mio figlio, però, decise di “nascere con la camicia”. Il detto ovviamente lo conoscevo e mi sembrò di buon auspicio: tuttavia seppi solo allora che la sua origine si doveva al fatto che il bambino in fase espulsiva rompesse con la sua testina il sacco amniotico, non precedentemente rotto in modo spontaneo o bucato dall’ostetrica prima del parto. Il risultato di questa “nascita con la camicia” fu un’inondazione che colpì in pieno l’ostetrica e la scena fu per me tanto comica che, nonostante gli sforzi silenziosi –mai gridare, mi fu detto- mi scappò pure una risata. Altri sentimenti agitavano mio marito, presente in sala parto, che con atto di puro eroismo se ne stava in piedi dietro di me dandomi istruzioni sulla respirazione – aveva seguito diligentemente il corso pre-parto – che puntualmente avevo dimenticato di applicare a dovere. Tra una spinta e l’altra, riuscì a vedere la faccia preoccupata dell’ostetrica che, lanciando uno sguardo fulminante sul quasi papà, il cui colore doveva essere più o meno lo stesso della mia camicia da notte candida, lo invitò ad allontanarsi dalla sala. Ma lui per nulla al mondo avrebbe rinunciato a veder per primo suo figlio e non si mosse. Fu coraggioso ma gli andò anche bene perché il mio parto fu tranquillo e il mio bimbo nacque con sole tre spinte, alle cinque e trentacinque del 25 aprile 1988: ero arrivata in reparto meno di mezzora prima. Appena lo vidi, ne fui conquistata nonostante l’aspetto non fosse dei migliori. Avete mai visto i neonati appena espulsi? Beh, sono proprio bruttini. Ma per ogni mamma il proprio figlio è il più bello. La mia impressione fu, tuttavia, condivisa anche dal neonatologo che si lasciò sfuggire un sincero “che bel bambino!” e non credo che gli apprezzamenti sui neonati facessero parte della sua routine.

Mio figlio era davvero il più bello del nido. Quando me lo riportarono in stanza, dove mi ero recata sulle mie gambe e senza troppi problemi, ammirata dai medici che probabilmente erano poco abituati a vedere tanto coraggio e determinazione, lo vidi ancora più bello grazie anche all’intervento delle puericultrici che avevano provveduto a pettinargli i folti capelli neri, formandogli con l’olio un’acconciatura stile punk.
Dopo sole tre ore dal parto mi ero già recata al telefono pubblico del reparto – allora non esistevano i cellulari! – per avvertire la mia amica, con la quale avevamo appuntamento nel pomeriggio per una camminata, che non ci sarei potuta essere perché era nato Matteo. Urla di stupore e gioia colpirono le mie orecchie e svegliarono il marito di lei che, poche ore dopo, arrivò in ospedale con un ramo fiorito. Giustificò l’atto vandalico operato su uno degli alberi piantati nel parco dell’istituto, con la chiusura dei fioristi dato il giorno di festa. Non mi dimenticherò mai quell’atto gentile e quella visita che fu la prima di tante che si susseguirono quel giorno. Un giorno di festa per tutti, ma soprattutto per me.

23 aprile 2009

CARA GELMINI, I SOLDI IN PIÙ NON LI VOGLIO PIÙ

Posted in affari miei, Mariastella Gelmini, politica, scuola tagged , , , , , , , a 9:51 pm di marisamoles

Il titolo del post sembra un po’ cacofonico, quasi in rima, una brutta rima … non so, m’è venuto così. M’è venuta l’idea di scrivere queste quattro righe ( che poi, nonostante le buone intenzioni e il poco, pochissimo tempo, diventano otto, magari sedici o forse trentadue …, insomma diciamo che mi dilungo, non ho la dote della sintesi, nemmeno quando metto gli incisi tra parentesi, così chi mi legge deve tornare indietro e poi i miei allievi si possono risentire quando a margine delle loro belle colonne di foglio protocollo scrivo a grandi lettere NON USARE PERIODI TROPPO LUNGHI DI DIFFICILE LETTURA .. speriamo che, impegnati nello studio, non mi leggano!) …. Oddio, ho perso il filo! Dicevo, m’è venuta l’idea di scrivere queste tot righe (non mi sbilancio) perché ho letto l’intervista che il ministro Mariastella Gelmini ha rilasciato il 19 aprile al Giornale di Vicenza.

Sorvolo sulla questione della riforma delle superiori che partirà nel 2010 e non c’è ragione, dice lei, di fare sperimentazioni o anticipi; non parlerò della questione del maestro unico e della riforma della primaria che non porterà ad esuberi, dice sempre lei, perché parte dalla prima e il modulo resta per gli altri quattro anni; non mi va nemmeno di parlare dei tagli, veri o presunti, di cui ho trattato a sufficienza in altri post; non riaffronto l’argomento dell’inglese alle medie e della seconda lingua che, se uno non ha voglia d’imparare, può anche non studiare e così potenzia l’inglese. No, non ci penso neanche di parlare di tutto questo, visto che i giornali e i blog sono pieni di parole parole parole sul tema… e dire che la Gelmini non è nemmeno una ex show girl, come la Carfagna, penso però che nel ruolo di prima donna ci sguazzi, eccome!

Ho deciso, dunque, di trattare l’unico argomento che per ora ha suscitato il mio interesse: il “premio” promesso ai docenti meritevoli. Ne parla, la Mariastella nazionale, da quando ha posato il suo grazioso (?) sedere sulla sedia di ministro. È stato uno dei primi argomenti affrontati dalla gentile signora, anzi signorina, che dai monitor televisivi, con la messa in piega appena fatta e gli occhialini colorati da snob, ammiccava ai docenti promettendo soldi a palate perché è davvero scandaloso, diceva, che gli insegnanti guadagnino così poco. Finalmente s’è capito, ho intimamente esultato. Quando poi ho udito che i soldi promessi, perché il premio è costituito chiaramente dal vile denaro, mica bruscolini, erano una bella cifra, 7000 euro, ho esultato non più tanto intimamente, non solo per i soldi, ma per una pura e semplice questione di principio: ci sono una sacco di insegnanti che hanno meno titoli di me e lavorano molto meno di me – non parlo dei cosiddetti “fannulloni”, parlo di gente normale che si guadagna lo stipendio senza ammazzarsi di fatica – e che godono, a parità di anzianità, dello stesso stipendio mio che per quel che fanno è già tanto. Io, invece, sempre solerte nell’affrontare gli impegni, pronta ad autoaggiornarmi, a leggere e a scrivere cartelle su cartelle, io che passo interi week end a correggere i compiti, che accetto di ricevere i genitori fuori orario, il sabato perché è la giornata migliore per chi lavora, io che sono pronta ad ascoltare tutti e prolungo quasi giornalmente il mio orario di servizio o non usufruisco delle mie ore libere facendo quello che mi pare, io che, sentendo nostalgia delle riunioni, quando per un mese non ne ho, me le invento … Ma tutto questo Mariastella non lo sa; come posso fare per dirglielo? Beh, non è nemmeno necessario che mi scervelli perché tanto, in un modo o nell’altro, sarà lei, il ministro in persona, probabilmente attraverso moduli complicatissimi, a chiedermi che cosa faccio oltre a passare le mie diciotto ore settimanali nelle aule scolastiche e come lo faccio. Magari interrogherà i miei allievi per assicurarsi che siano ben preparati, o magari chiederà loro se in classe spiego o leggo il libro di testo, o se forse mi aggiorno su ciò che accade nel mondo leggendo il quotidiano. Non è dato sapere ancora quali saranno “le modalità per attribuire queste risorse premianti secondo criteri che riconoscano, appunto, professionalità e qualità delle prestazioni, in linea con quanto accade in quasi tutti i Paesi d’Europa”, dice il ministro. Non resta che attendere, sì, ma fino al 2012 … peggio che un miraggio nel deserto!

Ma mentre attendo pazientemente di conoscere queste modalità, mi ronza per la testa un triste sospetto: non è che grazie a questi soldi in più, scattando l’aliquota, quella malefica aliquota che uno ha il terrore di superare perché la successiva si abbatte come una scure sul già misero stipendio, alla fine prenderò meno soldi di prima? Il fatto è che il sospetto è più che legittimo, soprattutto alla luce di fatti recenti e sconcertanti che hanno riguardato la mia retribuzione che nel bonifico bancario prende il nome di “emolumenti”. Già, perché a febbraio, mentre attendevo l’annunciato aumento, cioè ad occhio e croce quelle misere ottanta euro in più lorde, nella busta paga ho avuto un’amara sorpresa: trecento euro in meno. O almeno questo era il calcolo che potevo fare sulla base del totale degli “emolumenti” recitato dal triste estratto conto bancario … veramente, quella triste ero io, lui, l’estratto conto, non c’entrava per nulla.

Il mistero ebbe una spiegazione all’arrivo del cedolino dello stipendio: una riga sulla colonna denominata “ritenute fiscali” mi rendeva partecipe di un conguaglio, a debito naturalmente, di trecento euro. Chieste le opportune spiegazioni all’ufficio contabilità della scuola, mi è stato risposto che nello scorso anno avevo guadagnato un bel po’ di soldi in più. Detto così, può sembrare che mi sia arricchita con gli straordinari; in realtà avevo tenuto un corso di recupero e ottenuto dei compensi accessori per progetti vari. Non dico il totale, più per pudore che per altro, o per vergogna perché ci sono quelli che l’importo in questione lo guadagnano con gli straordinari di un mese, due al massimo; tuttavia posso garantire che la cifra non si allontanava molto da quella che mi viene attribuita ogni anno sempre a fronte degli stessi impegni. Già, ma allora perché gli anni scorsi non avevo mai pagato un debito fiscale? Perché, mi è stato spiegato, nel frattempo mi è scattato l’aumento per l’anzianità … ah, dico io, è scattato l’aumento, è scattata l’aliquota, a momenti mi scattano anche i nervi, ne avrei ben donde.

La storia, però, non finisce qua. A dimostrazione del fatto che in fin dei conti quello che guadagno non m’interessa poi tanto, nel senso che l’impegno profuso non tiene conto dell’equa retribuzione, altrimenti lavorerei molto meno, un piccolo particolare mi era sfuggito guardando il cedolino dello stipendio: il fatto che accanto alla somma relativa al conguaglio era visibile una data di scadenza: marzo 2009. Così, il mese dopo un’altra mazzata, altre trecento euro! In pratica dovrei ringraziare il generosissimo e solidale ministero dell’Economia e delle Finanze per avermi concesso di pagare il mio “debito” in ben due rate. Mi sono sentita davvero commossa, quasi alle lacrime … o forse quelle erano lacrime di disperazione, magari di rabbia. Boh.

Ma con il mese di aprile potevo finalmente godere del mio integro stipendio con tanto di aumento, o almeno così pensavo. E invece no. Un’altra volta l’estratto conto sputato così gentilmente dal bancomat mi ha riservato una bella sorpresa: rispetto allo stipendio di gennaio, un euro e 34 centesimi in meno. Ma l’aumento dov’è? Io a questa domanda non ho risposta; ma nonostante la mia allergia per i numeri e i calcoli matematici, i conti proprio non tornano. Una cosa, però, l’ho capita: più soldi lo Stato ti dà, più te ne toglie, quindi, cara Gelmini, io quel premio non lo voglio, sempre che me lo meriti, s’intende, perché si rivelerebbe un’arma a doppio taglio.

Concludo con un’altra brutta e cacofonica rima: CARA GELMINI, QUEI SOLDI IN PIÙ TIENITELI PURE TU!

19 aprile 2009

Protetto: DANTE ALIGHIERI: VITA E OPERE

Posted in Dante, Letteratura Italiana, scuola tagged , , a 8:58 pm di marisamoles

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16 aprile 2009

PROTOCOLLO RISPETTATO PER LA MORTE DI ELUANA ENGLARO

Posted in Cassazione, cronaca, Eluana Englaro, intervista TG3, Legge, testamento biologico tagged , , , , , , , , , a 4:10 pm di marisamoles

La perizia medico-legale, riguardante gli accertamenti sulle modalità con cui si è proceduto alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione ad Eluana, depositata alla Procura di Udine , non contiene né sorprese né novità di rilievo: la giovane donna, morta a Udine il 9 febbraio 2009 dopo aver vissuto per diciassette anni in uno stato di coma persistente, è stata accompagnata alla fine dei suoi giorni in modo regolare. In altre parole, il protocollo che il padre, Bebbino Englaro, aveva elaborato attraverso i suoi legali, avvocati Vittorio Angiolini e Giuseppe Campeis, è stato rigorosamente seguito dall’equipe medica, diretta dl professor Amato De Monte, che ha assistito fino all’ultimo la giovane ricoverata presso la casa di riposo “La quiete” di Udine.

Vale la pena ricordare che il comportamento professionale di De Monte era stato fin da subito oggetto d’indagine da parte dell’Ordine di Medici di Udine che, tuttavia, non aveva rilevato alcuna scorrettezza. In seguito, sempre il professor De Monte, la sua equipe e lo stesso Beppino Englaro erano stati indagati – e lo sono tuttora, in quanto le indagini non sono concluse – dalla Procura del capoluogo friulano per “omicidio volontario”. Ciò, a detta della Procura stessa, si configurerebbe come atto dovuto a seguito dei numerosi esposti giunti al magistrato competente da parte di singoli cittadini o associazioni che hanno interpretato il gesto dell’Englaro, quello di procurare la morte alla figlia in stato vegetativo, come un vero e proprio omicidio. Tutto ciò, nonostante la Corte d’Appello di Milano, in seguito alla sentenza della Corte di Cassazione depositata nell’ottobre 2008, abbia dato piena facoltà al papà di Eluana di procedere alla sospensione dell’alimentazione e idratazione alla giovane figlia.

La controrisposta di Englaro è stata la minaccia di querele nei confronti di quanti l’hanno ingiuriato attraverso tutti i mezzi informativi, web compreso. Una sorta di civil action, come l’hanno chiamata i legali della famiglia, sul modello americano che, se dovesse andare a buon fine, frutterebbe un bel po’ di milioni di euro da utilizzare per l’associazione “Per Eluana”, nel frattempo fondata da Beppino, e per finanziare la battaglia sul testamento biologico. Viste le proposte fatte a questo riguardo dal Parlamento, che escluderebbe la possibilità di interrompere la nutrizione al malato grave, la battaglia in effetti si prospetta alquanto dura.

Tornando alla perizia medico-legale, affidata dal procuratore di Udine Antonio Biancardi al dottor Gastone Zanette, ricercatore di Anestesiologia e Rianimazione dell’università di Padova e al professor Enrico Facco, essa non mette in dubbio la regolarità delle procedure attuate dall’equipe di De Monte ed esclude che la morte di Eluana sia stata in qualche modo accelerata. D’altra parte, le condizioni della giovane erano peggiorate già nella giornata di domenica 8 febbraio, lo stesso giorno in cui al suo capezzale era stata ammessa la giornalista del TG3 del Friuli Venezia – Giulia, Marinella Chirico, che aveva testimoniato quanto fossero penose le condizioni della paziente ormai in fin di vita.
Nella perizia si legge, inoltre, che la “somministrazione degli attuali farmaci sedativi non può essere ritenuta causa o concausa della incapacità di alimentazione naturale di Eluana Englaro”, come sostenuto in alcuni esposti. Al contrario, il trattamento farmacologico “rientra nei compiti del personale che assiste la paziente durante l’attuazione del processo di interruzione”. È stata, inoltre, fatta una prova sulla capacità di Eluana di deglutire, somministrando alla giovane mezzo cucchiaino di acqua naturale; la reazione, un forte accesso di tosse, ha confermato che la ragazza non era in grado di alimentarsi in modo naturale cosa che, tra l’altro, avrebbe evitato l’utilizzo del sondino nasogastrico.

Ogni dubbio, dunque, è stato fugato: la perizia scagiona De Monte poiché, come si legge nel documento, «non esiste alcun elemento che possa dare adito a dubbi relativi a ipotetiche inottemperanze nella condotta del personale che ha assistito Eluana Englaro negli ultimi giorni della vita, che si è spenta in modo silenzioso e senza apparenti segni di sofferenza».

Un capitolo chiuso, per ora. Rimane da attendere i risultati della lunga e minuziosa indagine che la Procura di Udine sta effettuando su Englaro e l’equipe medica, indagine che potrebbe concludersi con l’archiviazione del caso, visti anche gli esiti della perizia medico – legale. Almeno, questa è la speranza che personalmente nutro perché, qualunque sia il giudizio che su Englaro ognuno di noi possa avere, rimane il fatto che sia un uomo che ha sofferto e continua a soffrire e, soprattutto, dalla Legge ha sempre qualcosa da aspettarsi, visti gli anni di iter legale già passati per “rendere giustizia” alla sua Eluana.

[fonte principale: messaggeroveneto.it, articolo non firmato del 16 aprile 2009]

8 aprile 2009

BAMBINI IN FUGA … DALLA GELMINI!

Posted in bambini, maestro unico, Mariastella Gelmini, riforma della scuola, Trieste tagged , , , , , , a 9:20 pm di marisamoles

bambinic he corronoQuando ho letto l’articolo, su ilpiccolo.it (sito del quotidiano di Trieste), ammetto che non credevo ai miei occhi. La notizia mi sembra una revisione di una di quelle fiabe che hanno come protagonisti dei bambini e l’orco che se li mangia. In questo caso, trattandosi del ministro Mariastella Gelmini, l’orchessa …

In sintesi, la notizia è questa: la signora Cristina Canciani, che abita a Muggia, in provincia di Trieste, ha iscritto, per il prossimo anno scolastico, la propria figlia Stefania alla prima elementare in una scuola slovena, la “Pier Paolo Vergerio il Vecchio”. Si tratta di un istituto, con lingua d’insegnamento italiana, che si trova a Crevatini, distante solo sette chilometri dal centro di Muggia. Per la signora Canciani la distanza non è poi tanta, praticamente il percorso da casa a scuola sarebbe equivalente se la scelta fosse orientata verso la più vicina scuola primaria italiana.
Problemi logistici a parte, visto che poi non ci sono, perché questa decisione di mandare la bimba per un quinquennio oltre confine? La mamma di Stefania la giustifica in questi termini: “siamo stati convinti dalla disponibilità, dall’organizzazione e dalla chiarezza mostrataci da subito dal personale della scuola di Crevatini. È importante anche la possibilità di imparare una lingua in più come lo sloveno, un arricchimento ulteriore in un’ottica di un’Europa sempre più allargata.”. Niente da eccepire, il discorso fila liscio come l’olio. Ma è evidente che la molla è stata un’altra: l’incertezza legata ai provvedimenti firmati dal ministro Mariastella Gelmini e ai tagli del governo italiano, a confronto con l’efficienza riscontrata, almeno a parole, nella scuola d’oltre confine ha dissipato eventuali dubbi residui.

La fonte sostiene che la scuola “Vergerio” di Crevatini proponga un programma sostanzialmente di pari livello rispetto a quello delle vicine realtà del territorio muggesano. I libri di testo sono italiani, la lingua veicolare è sempre l’italiano. Accanto alle ore d’inglese, poi, s’impara, come già ha fatto notare la signora Canciani, lo sloveno, considerata “lingua dell’ambiente”. La responsabile della scuola in questione, una specie di succursale che ha la sede madre a Capodistria, spiega che solo queste materie presuppongono la presenza di docenti a parte, per il resto c’è «la maestra unica». Allora, mi chiedo, che cosa cambia rispetto all’offerta formativa della scuola italiana, se c’è la maestra unica? Posso solo ipotizzare che ci sia una presa di posizione nei confronti di un governo, o meglio del ministro Gelmini, “massacrato” ai tempi della mobilitazione studentesca dello scorso ottobre. Ciò dimostrerebbe che, a volte, quando si solleva un polverone su argomenti che non sono chiari – la “riforma”, infatti, è stata chiarita nei suoi molteplici aspetti solo a gennaio – si esercitano dei forti condizionamenti su persone che, trovandosi in una situazione di confusione, preferiscono non rischiare.

La mamma della bambina, tuttavia, tiene a precisare che già una nipotina sta vivendo quest’esperienza nella scuola slovena. Allora, nel 2007, era stata avanzata regolare richiesta di autorizzazione alla scuola di riferimento (generalmente la più vicina) e l’esito era stato positivo. Da parte sua, il Dirigente Scolastico della scuola di Muggia, l’Istituto comprensivo «Giovanni Lucio», conferma che una scelta del genere può essere fatta: “Ho sottoposto la questione della residenza e quindi della competenza territoriale scolastica sui bambini di queste famiglie ai miei superiori. Mi hanno risposto come la scelta di optare per la scuola di Crevatini sia equiparabile a quella dell’istruzione parentale”. Così si esprime la dottoressa Marisa Semeraro. Tuttavia in Slovenia l’istruzione primaria ha un’articolazione diversa: c’è un triplice triennio che si chiude dopo nove anni, quindi il percorso di studio prosegue nella scuola superiore. Sostanzialmente elementari e medie rappresentano un unicum che, continuando con il paragone, dura un anno in più del corso di studi italiano. Ma i bambini italiani, che per il prossimo anno saranno addirittura sette su un totale di quattordici iscritti, si fermano al quinquennio, cioè riescono a completare un triennio e un biennio, poi proseguono gli studi alle medie in Italia. Ma allora a me viene un dubbio: e i programmi? Nell’articolo non sono fornite indicazioni specifiche né sono riuscita a rintracciare sul web i programmi relativi. Della scuola “Vergerio” ho reperito un ottimo lavoro, pubblicato in Pdf, che riguarda varie attività legate al folklore locale, ma nulla di specificamente didattico. Ad ogni modo, si legge che i programmi sono analoghi. Resta il fatto che un bambino venga calato in un contesto culturale diverso, sicuramente stimolante per quanto riguarda il confronto tra “identità” e “alterità”, e che dopo cinque anni sia costretto a fare i conti con un’altra realtà e con una preparazione magari diversificata rispetto ai coetanei. L’arricchimento a livello linguistico è innegabile e, considerata la vicinanza dei due Stati, Italia e Slovenia, sicuramente utile. Tuttavia non si può dire che lo sloveno sia una lingua veicolare diffusa, se non all’interno del territorio nazionale. Stesso discorso vale, comunque, anche per l’italiano. Ma perché fare tanta fatica, anche se per i bambini l’apprendimento delle lingue non è affatto difficile, per poi disporre di uno strumento linguistico utilizzabile solo in un’area limitata?

Insomma, nonostante le lodi rivolte alla scuola istriana, sulla cui efficienza e validità a livello di offerta formativa non ho motivo di dubitare, non conoscendone la realtà, nonostante le famiglie triestine giustifichino la scelta fatta sulla base di due diverse opportunità di pari dignità – quindi, meglio scegliere la scuola slovena perché s’impara una lingua in più – a me i dubbi rimangono. Questi piccoli pendolari transfrontalieri a me sembrano proprio in fuga dall’Orchessa Gelmini. E come accade nelle fiabe, dove la mamma raccomanda ai pargoli di non fidarsi di nessuno e di star lontani dai lupi cattivi nonché dagli orchi, i bimbi ubbidiscono. D’altra parte un detto istriano recita: El fio che no scolta rason, rompe el timon (Il figlio che non ascolta, manda a male il governo della casa), quindi, bambini, conviene proprio ubbidire … per l’incolumità della famiglia intera!

[fonte: ilpiccolo.it, articoli pubblicati il 3 e 4 aprile, a firma di Matteo Unterweger)

AMMISSIONE ALL’ESAME DI STATO: VANNO BENE ANCHE I 5

Posted in Mariastella Gelmini, MIUR, politica, scuola, valutazione studenti, voto di condotta tagged , , , , a 8:30 pm di marisamoles

Passo indietro del ministro Gelmini riguardo alla non ammissione all’Esame di Stato degli studenti delle scuole secondarie di II grado che dovessero arrivare allo scrutinio finale di giugno con delle insufficienze. Un nuovo comunicato del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) informa che in data 7 aprile è stata emanata un’Ordinanza ministeriale relativa all’Esame di Stato che fissa le regole per l’ammissione agli esami di quest’anno scolastico.

Nel comunicato si legge: “In attesa del perfezionamento del regolamento sulla valutazione degli studenti, saranno ammessi all’esame gli studenti con una media non inferiore a 6.
Nel provvedimento viene confermato che con l’insufficienza nel voto di condotta lo studente non sarà ammesso alla maturità.
Viene reintrodotta la pubblicazione del punteggio finale nell’albo dell’istituto sede della commissione
.”

I “maturandi” possono tirare un sospiro di sollievo! In effetti le nuove disposizioni, la cui applicazione era data per certa a decorrere dall’anno scolastico in corso, aveva provocato un po’ di apprensione. Le proteste delle associazioni degli studenti evidentemente hanno convinto la Gelmini a ripensarci. In effetti le si contestava di attuare un provvedimento nel corso dell’anno senza che un eventuale preavviso potesse portare gli allievi a “regolarsi” di conseguenza. In altre parole, evidentemente gli studenti si applicano e si impegnano a seconda delle Ordinanze e non perché vogliono arrivare agli esami preparati, quindi senza insufficienze, magari aspirando ad un buon voto.

Va be’, per questa volta è andata bene (anche ai miei allievi di quinta che già si stavano disperando). Ma io vorrei lanciare un appello agli studenti di quarta: studiate sempre e comunque, studiate per voi stessi, per la vostra ambizione, con orgoglio e senza accontentarvi del minimo. Solo così, infatti, non solo allontanerete lo spauracchio delle insufficienze e, di conseguenza, la non ammissione all’esame, ma sarete anche più soddisfatti di voi stessi.

STUDIARE PER … CREDERE!

6 aprile 2009

UNA POESIA PER PASQUA: “GESU’” DI GIOVANNI PASCOLI

Posted in Buona Pasqua, Gesù, Giovanni Pascoli, poesia, Uncategorized tagged , , , a 9:17 pm di marisamoles

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GESU’

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise, all’ombra d’una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.
Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste;
Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio – Giuda bisbigliò veloce-
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:
Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi
-No-, mormorò con l’ombra nella voce,
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Non è una delle poesie di Pascoli più conosciute ma in essa si può riconoscere la religiosità del poeta che immagina il Salvatore nei giorni che precedono la Sua morte.
Fa da sfondo alla poesia quel mondo contadino assai caro a Pascoli, lo stesso di tante poesie in cui, attraverso l’umanità del pensiero più che lo sguardo dell’uomo, il poeta riesce ad esprimere la gioia e il dolore.

All’inizio della poesia, come spesso accade nelle sue liriche, una congiunzione, quella “e” che sembra voler continuare un discorso interrotto. Poi il protagonista del canto: Gesù, un Gesù che “rivede” il Suo Giordano, che riporta i suoi passi laddove aveva ricevuto il battesimo da Giovanni. Quando ormai il “suo giorno” è vicino, Gesù ritorna dal lungo peregrinare per portare la parola del Padre Suo al popolo, fatto di mietitori e di donne che lo accolgono con quel saluto romano che riporta l’attenzione del lettore alla provincia dell’impero che nel suo governatore, Pilato, vedrà l’iniquo giudice.
Le campagne cui vien tolta la vita dai mietitori, l’ombra prodotta dalle pile di grano accatastate dai contadini porta il Messia ad una considerazione: se il seme non viene sotterrato da alcuno, nessun lavoro verrà concesso ai mietitori. Ma ci sono anche dei granai speciali, quelli che non necessitano del lavoro dell’uomo e che fanno dono di se stessi a chi li merita: sono i granai dei Cieli. Gesù ne parla ai bimbi che si affollano intorno a Lui; uno di essi, Cefa, gli si rivolge esprimendo il timore che la Sua “inconsutile” veste possa rovinarsi sedendosi sull’arida terra. Ma quella veste è speciale; quella tunica senza cuciture che assurge a simbolo dell’indivisibilità della Chiesa, non teme nulla. Altri i timori di Gesù. E quando il piccolo Giuda lo mette in guardia dal figlio di un ladro, quel Barabba che morirà sulla croce, Gesù lo rassicura: no, non morirà. Conosce il Suo destino, il figlio di Dio, già sa che il popolo sceglierà di liberare Barabba, pur di non concedergli la grazia. Sa che la Sua morte è necessaria, così come la sentenza che verrà dal popolo miscredente. Il profeta alza lo sguardo al cielo come a voler la conferma dal Padre, mentre la voce si fa incerta. L’espressione “l’ombra nella voce” rende così umano il timore di Gesù che ancora non è Dio e che, da uomo, prende in braccio il bimbo, quasi in un gesto di protezione. Il “giorno” è vicino ma non incombe ancora. Ora è la vita che prende il sopravvento: quella dei suoi piccoli “eredi” cui Gesù non avrà predicato invano.

BUONA PASQUA A TUTTI

4 aprile 2009

A COLLOQUIO CON I GENITORI

Posted in adolescenti, affari miei, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 10:18 pm di marisamoles

Stasera sono stanchissima, e non solo perché è sabato e ho alle spalle una settimana di lavoro. Oggi è stato un sabato speciale, uno di quelli che capitano una volta all’anno ma che gli insegnanti vorrebbero non capitassero mai: il sabato del ricevimento generale. In pratica, quel massacrante pomeriggio in cui tutti i docenti della scuola ricevono tutti i genitori, ovvero quelli che hanno voglia di passare il sabato pomeriggio nelle tristi aule scolastiche che, in assenza degli allievi, sono spoglie e inanimate. Al posto della scolaresca, due insegnanti per aula e, fuori dalla porta, una fila immensa di genitori in trepidazione che attendono e, di tanto in tanto, guardano sconsolati l’orologio facendo i calcoli: con una media di venti minuti di attesa e più o meno cinque minuti per colloquio, considerando anche i trasferimenti da un’aula all’altra e, spesso, da un piano all’altro quando non addirittura da un’ala all’altra dell’edificio, in tre ore non possono parlare con più di sette insegnanti. Ma in realtà non fila mai così liscio quindi se sono fortunati, riescono a parlare con cinque docenti, ma spesso il consiglio di classe è costituito da 8 o più insegnanti.

Alcuni genitori, però, sono molto organizzati: per prima cosa arrivano entrambi e si dividono le file, comunicando anche il minimo spostamento – probabilmente anche la sosta al gabinetto o alla macchinetta del caffè – via sms. Così l’unica musica udibile, al di fuori del vociare concitato che anima i corridoi della scuola, è il bip dei messaggi che, come si sa, oggi come oggi è assai vario quindi la melodia a volte può essere gradevole, altre volte inascoltabile, dipende dai bip che si sovrappongono nello stesso momento o che si susseguono nell’arco di qualche frazione di secondo.
I genitori più fortunati sono, però, quelli che non solo non hanno divorziato e quindi si recano assieme ai colloqui, ma hanno anche dei figli consenzienti, di età varia, che vengono parcheggiati davanti alle aule e fanno la fila al loro posto. Quest’ultimi si dividono in due categorie: quelli timidi che, non vedendo all’orizzonte il genitore di turno, fanno passare avanti gli altri parenti; quelli che non si arrendono mai e che per nessun motivo al mondo rinuncerebbero alla posizione così pazientemente conquistata, la pole position insomma, che telefonano, presumibilmente con chiamata a carico perché, per un motivo misterioso, le ricariche loro sono sempre a secco nonostante i soldi i genitori glieli diano, e urlano: “Dove sei? Tocca a te, muoviti!”.

Questo è quello che accade fuori dalla porta ma che conosco bene perché, riguardo ai colloqui con gli insegnanti, di esperienza ne ho anch’io, anche se trascinare mio marito non è mai stato facile e non ho la fortuna di avere dei figli disposti ad essere parcheggiati … senza pagare il ticket!
Nell’aula l’atmosfera è diversa: dentro si vivono quelle storie i cui protagonisti in fila nel corridoio ci sembrano personaggi in attesa di entrare in scena. Ogni genitore una storia, qualcuna lieta, altre tristi. Da me si aspettano parole di ammirazione per i rampolli meritevoli, o di conforto per chi sa di non aver speranza. Alcuni chiedono consigli, altri si sfogano perché con il figlio o la figlia non sanno più che fare. Io cerco di dare delle risposte ma, molto più spesso, faccio delle domande per scoprire che quei ragazzi che io conosco bene sono diversi da quelli descritti da chi li ha messi al mondo A volte, di fronte a madri e padri reticenti, mi azzardo ad esprimere la mia opinione sul carattere del figlio o della figlia, con estrema umiltà, ripetendo più volte “se non mi sbaglio”, con la consapevolezza che i figli spesso non li conosciamo semplicemente perché non li osserviamo. Mi sento soddisfatta quando i genitori, quasi con gli occhi lucidi a metà fra la gioia e la tristezza, mi dicono di sì, che è proprio così come l’ho descritto quel figlio. E allora che si fa? Allora insieme cerchiamo di trovare una soluzione. Sembra impossibile, ma accade. Accade in questa scuola di cui si parla tanto male, accade ai docenti denigrati e considerati incompetenti quando non addirittura fannulloni. Accade più spesso di quanto si possa supporre. Accade non solo a me, ovviamente, ma anche a tanti altri docenti di buona volontà e, soprattutto, quando si hanno di fronte genitori intelligenti che si fidano della persona che sta loro davanti. E io di fronte ad ogni piccola o grande storia mi sento partecipe e soddisfatta di poter dare il mio contributo, modesto, sì, ma per qualcuno prezioso quanto tutto l’oro del mondo. Perché io una cosa ho capito, in tanti anni d’insegnamento: noi pensiamo che i giovani siano sempre più soli, ma i più soli davvero sono i genitori.

Al ricevimento generale di solito arrivano i genitori, qualche volta assieme ai figli, ma molto raramente. Quasi mai vengono i figli senza i genitori, cioè gli allievi stessi. In quinta, poi, i ragazzi spesso si vergognano di mandare la madre o il padre al colloquio, qualche volta addirittura glielo proibiscono. Però, dico io, benedetti ragazzi, se non volete mandare i genitori, venite voi. Con qualcuno bisognerebbe pur parlare, o no?
Il mio appello è stato a lungo inascoltato ma oggi è accaduto un piccolo miracolo: è arrivato da solo, il mio allievo maggiorenne, sorridente e felice di prendere, per una volta, il posto di mamma e papà. È stato uno dei più bei colloqui in assoluto: abbiamo parlato di quello che ha fatto finora, di quello che avrebbe potuto fare, di quello che è ancora in tempo per fare. Mi ha esposto i suoi progetti per il futuro, palesando i suoi dubbi, dicendo che si sta già preparando per gli esami di ammissione all’università. Mi sono permessa di osservare che forse farebbe meglio a dedicarsi alla preparazione dell’esame di stato, ma mi sono sentita molto docente rompiscatole e un po’ me ne sono pentita. Ma lui, sempre senza perdere il suo sorriso, mi ha risposto che sta facendo anche quello e che sta pure pensando alla tesina, insomma con un po’ di organizzazione si riesce a fare tutto, no? E certo, lo dico spesso anch’io in classe. Che bello, almeno per una volta qualcuno mi ascolta. Quando se n’è andato non mi ha stretto la mano, quello lo fanno i genitori, mica ci stringiamo la mano fra noi. Eppure mi ha reso così felice quel colloquio, dopo due ore interminabili e la stanchezza che cominciava a farsi sentire, che l’avrei abbracciato. Figuriamoci l’imbarazzo! Abbracciare un docente sarebbe quasi compromettente, sarebbe quasi come dire che si è creata una complicità … eppure, è proprio la complicità che potrebbe rafforzare i rapporti fra allievi e insegnanti, potrebbe renderli meno aridi.

Quando ho di fronte un genitore ne studio la tipologia e lo inserisco nella categoria più appropriata. Ci sono quelli che, ignorando il significato della parola “colloquio”, cioè “parlare insieme”, parlano solo loro. D’altra parte, prendono alla lettera il modo di dire: “andare a parlare con i professori”. Mica vanno ad ascoltarli!
I timidi generalmente tengono gli occhi bassi, quasi provano un senso di vergogna perché il loro figlio o figlia non è un genio.
I frettolosi sono poco interessati a quello che dico ma continuano a guardare sconsolati l’elenco dei docenti con cui devono parlare e intimamente imprecano perché lo sanno già che non riusciranno a vederli tutti.
Ci sono poi gli orgogliosi, quelli che hanno dei pargoli bravissimi, mai un’insufficienza, mai una nota disciplinare; ragazzi che non solo sono studenti modello, ma non hanno mai avuto bisogno del controllo dei genitori. Quando quest’ultimi mi dicono che non hanno mai aperto un quaderno dei loro figli, mai predicato per farli studiare, anzi devono spesso predicare per farli uscir di casa, che si limitano a firmare le comunicazioni e i voti – naturalmente ottimi – sul libretto … allora provo una sconfinata ammirazione e mi convinco che siano persone felici e che, in fondo, questa felicità se la meritino.
Un’altra categoria è quella degli ansiosi: non stanno fermi, continuano ad accavallare le gambe, dandomi involontariamente qualche calcio perché da una parte all’altra del banchetto lo spazio è esiguo, che si tormentano le mani, sfilandosi e rinfilandosi l’anello nuziale e stropicciano il foglio con l’elenco dei professori, tanto che alla fine delle tre ore sarà ridotto a brandelli; di fronte a questa tipologia di genitore non mi stupisco del fatto che il relativo figlio dia l’impressione di essere un condannato a morte ogni qualvolta debba affrontare una verifica scolastica.
Poi ci sono i precisini: ascoltano diligentemente e prendono appunti; mi aspetto che poi a casa facciano una relazione dettagliata al coniuge e che, ad ogni nuovo colloquio, prendano in considerazione il progresso o il regresso del figlio per poi agire di conseguenza con premi o punizioni.
Ma non dimentichiamo le coppie: quando arrivano entrambi i genitori dal modo in cui si siedono capisco già se a parlare di più sarà la madre o il padre. Qui devo fare una precisazione: normalmente dall’altra parte del banchetto c’è una sola sedia. Se ci sono entrambi i genitori, sarà la donna a prendere in mano la situazione nel momento in cui si siede lasciando in piedi il consorte. Ma se la signora, rivolgendosi gentilmente al marito, lo invita a prendere una sedia e ad accomodarsi vicino a lei, allora il padre avrà modo di esprimere il suo parere in percentuale quasi uguale rispetto alla madre. Difficilmente è l’uomo a sedersi per primo lasciando la moglie in piedi, quindi altrettanto difficile appare che la facoltà di parlare possa averla solo lui, una volta zittita la moglie.

Io sono fortunata perché, avendo solo due classi, difficilmente devo parlare con un centinaio di genitori. E poi io non riesco ad essere sbrigativa, nemmeno quando vedo la fila e sento dei mormorii là fuori, da cui comprendo che forse mi sto attardando troppo a parlare di un solo allievo. Quindi, sono doppiamente fortunata perché anche se parlo per tre ore ininterrottamente e alla fine sono comunque sfinita, riesco a dire tutto quello che ho da dire e ad ascoltare quello che le famiglie hanno piacere di comunicarmi. Ma oggi, per un momento, ho tremato: quando mancavano quindici minuti al termine stabilito, si è affacciata alla porta, quasi timidamente, una mamma che, ai colloqui mattutini, riesce a tenermi inchiodata per un’ora intera nel caso sfortunato che sia l’unica ad avere l’appuntamento per quel giorno. Nel vederla procedere verso il “mio” banchetto, ho sfoderato un sorriso che malcelava la stanchezza e metteva in tutta evidenza le borse che mi si sono nel frattempo formate sotto gli occhi.
Abbiamo iniziato a parlare, come sempre, sottolineando la svogliatezza del figlio e la sua incapacità di prendere una decisione: mettersi a studiare seriamente, cambiare scuola, trasferirsi in un’altra sezione senza sperimentazioni … Sembrava un colloquio come tanti altri e siccome precedentemente avevo messo in evidenza gli aspetti negativi del percorso scolastico del ragazzo, mi sono prodigata nel lodare la maggior socievolezza acquisita, il miglioramento dei rapporti con i compagni e gli insegnanti, specie considerando che negli anni passati c’erano stati dei problemi. La signora mi ascoltava e mentre parlavo riuscivo ad intravedere un velo di tristezza nello sguardo, il sorriso si era spento e una muta invocazione d’aiuto era uscita dalla bocca semiaperta, quasi fissa in una smorfia di dolore. Allora ho capito che dovevo ascoltare e basta. Così ho fatto e ho continuato a fare anche quando il suono della campanella ha segnalato la fine del tempo concesso ai colloqui, incurante della bidella che già si affrettava a togliere il cartellino con il mio nome affisso sulla porta dell’aula.
Quella donna che sedeva di fronte a me aveva smesso di essere una madre, mi stava aprendo il suo cuore costringendomi a rinunciare, per una volta, ad essere una professoressa. Frammenti di vita e di dolore si sono rovesciati su di me, una vita e un dolore non miei ma che mi costringevano a dimenticare i miei problemi e i miei guai. Più volte quella madre si è fermata, nella sua narrazione convulsa e quasi disorganizzata, per chiedermi scusa di questo sfogo, per dirmi che lei capisce subito quando una persona sa ascoltare e capire, che quella persona ero io. Lei non voleva risposte che non potevo dare, ma mi ha ritenuto ugualmente degna di raccogliere una confessione che ad un docente qualsiasi non avrebbe mai affidato. Quando il colloquio è finito, me ne sono andata sentendo sul mio corpo un’infinita stanchezza ma percependo una certa leggerezza nell’anima, come poche volte mi accade.

Il pomeriggio dedicato ai genitori era finito; facendo un riepilogo, avevo dato tanto e ricevuto altrettanto. Ma gli ultimi venti minuti mi avevano dato di più: la consapevolezza che quelle parole che a volte sembrano vuote, sempre uguali perché i problemi sono sempre gli stessi, quelle poche parole che ero riuscita a trovare per sollevare quella mamma affranta, erano le uniche che mi erano uscite davvero dal cuore.
Fuori di scuola un raggio di sole ha squarciato le nuvole. Dopo tanta pioggia, un po’ di sole per scaldarci e consolarci. Un pomeriggio non è trascorso invano.

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