IL MINISTRO BRUNETTA E LA PROPOSTA INDECENTE

brunettaAlla fine il ministro Renato Brunetta ce l’ha fatta: è stata inviata, infatti, alla Commissione Europea una bozza di proposta concernente l’elevazione dell’età pensionabile per le donne. Con la scusa che la Corte di Giustizia Europea aveva, qualche mese fa, condannato l’Italia per la discriminazione tra uomini e donne nella Pubblica Amministrazione, il ministro della Funzione Pubblica ha ordito il suo progetto ai danni del gentil sesso, senza lasciarsi condizionare dalle proteste che, fin da subito, erano state avanzate proprio dalle dirette interessate. Non poteva, evidentemente, tollerare che i giudici lussemburghesi ritenessero ingiusto ai danni degli uomini concedere alle donne la facoltà di andare in pensione cinque anni prima. E il maschilismo, per una volta, s’è fatto da parte; mentre in mille modi gli uomini tentano di ostacolare la carriera delle donne, considerandole a volte indegne dei ruoli che rivestono, con questa proposta indecente Brunetta vuol far credere alle italiane che stia agendo per il loro bene, perché non siano ancora una volta discriminate. Se parlare di par condicio e quote rosa non è mai servito a screditare il maschilismo imperante in Italia, ora che vogliono mandare le donne in pensione più tardi, i maschi italiani si puliscono un po’ la coscienza. Non solo, in un gesto di puro altruismo, vogliono gratificare le madri e le mogli d’Italia, che spesso devono rinunciare alla carriera per accudire i figli e mostrarsi sempre partner affettuose, con un bel periodo di lavoro in più. Come se quello che attualmente svolgono non bastasse! Ma di questo ho già parlato in un precedente articolo che vi invito a rileggere.

Spesso ci si dimentica che in Italia le donne non sono poi così tanto “casalinghe disperate” – eccezion fatta per il sud dove ancora stanno a casa o perché non trovano lavoro o per l’atavica tendenza a fare un figlio dietro l’altro come se la contraccezione non esistesse – e che per la maggior parte sono costrette a trovarsi un impiego per contribuire a far quadrare il bilancio familiare. Insomma, non stiamo parlando di semplici arriviste con in mente solo la carriera che, con l’uniforme costituita da tailleur e tacchi a spillo, cercano di accelerare il più possibile; stiamo parlando di madri di famiglia che si barcamenano fra l’impiego fuori casa e l’immensa mole di lavoro domestico che nessuno svolge per loro. Senza contare che, talvolta, la pensione viene vista come un miraggio non per fare finalmente la bella vita – con le pensioni degli statali non c’è nemmeno la speranza di darsi alla pazza gioia – ma per dare assistenza ai genitori anziani visto che mancano strutture adeguate a basso costo e che le mamme italiane sono portate all’estremo sacrificio e non abbandonerebbero mai i propri genitori in un ospizio. Certo, ci sono le dovute eccezioni ma è un dato di fatto che le donne, una volta allevati i figli, si prendono cura della propria famiglia di origine, Anzi, visto che ormai i figli, spesso destinati ad essere unici, si fanno in età “avanzata”, non capita di rado che le donne si prendano cura contemporaneamente di poppanti e anziani.

Per una volta sono d’accordo con i sindacati quando dicono che in questo modo si discriminano le lavoratrici pubbliche da quelle impiegate nel settore privato e che, in ogni caso, un progetto di tal genere doveva essere portato avanti previa consultazione delle parti sociali. O quanto meno, lasciare un margine di flessibilità o volontarietà che non è previsto dal ministro Brunetta.

In sintesi, cosa prevede l’unico articolo della bozza che sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria che sarà discussa in Aula al Senato tra martedì 10 e mercoledì 11 marzo?
Cito da Repubblica. it:

“L’articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell’8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2010, per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (…) e il requisito anagrafico (…) sono incrementati di un anno”.
Tale età – prosegue il testo – è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonché di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell’età di 65 anni“. La norma prevede comunque che “restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165”.

“Le lavoratrici di cui al presente comma – prevede inoltre l’articolo – che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto”.

Che altro c’è da dire? Nulla, ma si può forse sperare in un tempestivo ravvedimento. In fondo lo stesso premier aveva espresso le sue perplessità a riguardo lo scorso novembre. Ora pare che ci siano divergenze all’interno della stessa maggioranza. Ma questa più che una speranza mi sembra un’illusione. Se è vero che spes ultima dea, non pare che le illusioni abbiano sembianze divine, anzi, non sono nemmeno immortali visto che più volte le illusioni ce le hanno proprio ammazzate.

2 pensieri riguardo “IL MINISTRO BRUNETTA E LA PROPOSTA INDECENTE

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