VOLEVO ANDARE A PARIGI E INVECE SONO RIMASTA A CASA

parigi La mia quinta, intendo dire i miei allievi di quinta, è andata a Parigi in viaggio d’istruzione o, come dicono loro, in “gita scolastica”. Volevo andarci anch’io e invece sono rimasta a casa. Per una serie di contingenze o, per meglio dire, perché evidentemente il fato anche questa volta mi è stato avverso.

All’inizio dovevano andare in Grecia. Per me che ho fatto il classico e non ho mai visto la patria di Aristotele, Sofocle o Euripide e tanti altri che hanno animato i miei studi di liceale, sarebbe stata un’occasione irripetibile. Ma poiché il viaggio si sarebbe fatto in traghetto, avevo detto no. Io ho la fobia del mare, a stento riesco a prendere il vaporetto quando vado a Venezia – ma per lo più faccio chilometri su chilometri, anche perché mi perdo, pur di non prenderlo – e di sicuro non riuscirei a stare ventiquattro ore in balia delle onde. Riesco a farmi venire il mal di mare anche quando prendo il pedalò …

Quando è stato deciso che la mia quinta non sarebbe andata in Grecia ma a Parigi, mi sono subito candidata in veste di accompagnatrice, assieme ad un collega. Poi, però, è stato deciso che ci sarebbe stato un solo accompagnatore e, non so perché, il mio ruolo è stato declassato a quello di “supplente”. Poco male, mi sono detta, ci sarà un’altra occasione. Forse ho delle doti profetiche di cui ignoravo l’esistenza: qualche giorno dopo due allievi dell’altra quinta che sarebbe andata a Parigi con la mia mi hanno contattato chiedendomi la disponibilità ad accompagnarli in quanto nessuno dei loro docenti si sarebbe offerto di accompagnarli. Confesso che mi è venuto subito un sospetto: che avranno mai questi che nessuno li vuole portare a Parigi? E dire che sono solo in quindici, non venticinque come i miei. Ma poi ho pensato che sarei sopravvissuta anche con quindici sconosciuti che nessuno voleva portare a Parigi. Che sarà mai?

Per tre mesi della “gita” non si è più parlato. Poi ho scoperto avrebbero viaggiato in treno, il che non mi garbava affatto. Non era meglio l’aereo? Ho chiesto. Sì, hanno risposto, ma costa di più. Oddio! Con i voli low cost si spende sicuramente meno … sì, ma bisognava prenotare prima.
Ok, si sarebbe andati in treno, non avrei chiuso occhio per l’intera nottata – come si fa a dormire in cuccetta? – sarei arrivata a Parigi distrutta e non avrei potuto riposare per altre diciotto ore. Ma sarei sopravvissuta perché Parigi è sempre stato il mio sogno.

Quando ormai il viaggio era stato pianificato, ho avuto un’amara sorpresa: l’altra classe, quella dei quindici sconosciuti, aveva un accompagnatore, e non ero io. Ma che ca…volo! Nessuno mi aveva avvertita. Ho provato timidamente a dire al collega, che non sa il francese, che io almeno la lingua la conosco … oddio, so dire quelle quattro cose utili alla sopravvivenza e capisco quasi tutto. Lui non lo conosce il francese ma dice che Parigi per lui non ha segreti. Beh, con me i ragazzi rischierebbero di perdersi, è vero. Buon per loro, dunque.

Io nella mia vita ho viaggiato poco, di fatto, ma con la fantasia ho girato mezzo mondo. Ogni volta che decidevo di fare un viaggio, trovavo ogni scusa per non partire: costa troppo, in aereo no – almeno fino a due anni fa quando ho ripreso a volare dopo più di vent’anni – il pullman è pericoloso, la macchina non la guiderei perché ho il terrore dell’autostrada e mio marito di certo non si può fare da solo mille chilometri – il quel dato periodo c’è un sacco di gente, quella spiaggia là è bellissima ma ci sono le tartarughe marine che si fanno il bagno assieme ai turisti e io le farei morire tutte con le mie urla se me le trovassi davanti … insomma, per poter dire che non ho rinunciato a viaggiare per una mia precisa volontà, ho sempre trovato mille scuse per non partire. Così non avevo nulla da rimpiangere, si capisce.

L’unico mezzo per farmi un viaggio, dunque, è la “gita”. Intendiamoci, non andrei con qualsiasi classe, ma questa quinta l’ho già portata a Londra, due anni fa, e l’ho fatto volentieri, anche perché alla sera ognuno ritornava a casa, dalla propria famiglia ospitante. Già, perché uno dei motivi per cui spesso ho rinunciato ai viaggi d’istruzione è che non ho proprio voglia di passare le notti in bianco a fare la sentinella notturna per evitare che i ragazzi si ubriachino, facciano i pigiama party, disturbino la quiete pubblica o distruggano le camere. Ma questi di quinta li avrei portati perché sono delle persone a modo, educate, civili, qualcuno è un tantino esuberante ma tutto sommato in giro c’è di peggio.

Mentre loro si stanno godendo Parigi by night, o meglio la nuit, io sono qua che scrivo e scrivendo mi rendo conto che anche questa volta ho rinunciato ad un viaggio sognato da tempo per una sorta di avversità fatale che mi rincorre da sempre. Tento, tuttavia, di trovare qualche scusa per non essere partita: l’insensibilità del mio collega che non ha pensato nemmeno per un attimo che io a quel viaggio ci tenevo moltissimo, il fatto che partendo proprio in questo periodo mi sarei persa tre compleanni importanti, di familiari stretti, come si dice, marito, figlio e cognata, che avrei rinunciato alla mega festa di oggi anche se uno dei festeggiati, mio figlio, se n’è rimasto a casa con la gastroenterite, che Parigi è la città dell’amore e che l’esserci andata per la prima volta con venticinque diciottenni invece che con mio marito non me lo sari mai perdonato, che il viaggio in cuccetta sarebbe stato un incubo, che il cibo certamente non mi sarebbe piaciuto, che l’hotel era in periferia e non in centro … tutti questi ragionamenti mi fanno stare bene e mi allontanano dal rimpianto che non saprei sostenere, me ne lascerei sopraffare.

Guardo fuori dalla finestra e vedo le luci della mia città: panorama splendido ma pur sempre conosciuto. Penso che mi sarebbe piaciuto dare uno sguardo ai tetti parigini e alle luci dei boulevard … sarà per un’altra volta, mi dico. C’est la vie.