L’ULTIMO VIAGGIO DI ELUANA ENGLARO VERSO LA “QUIETE”

C’è a Udine, da sempre, una casa di riposo che sarebbe rimasta sconosciuta ai più se non fosse balzata, suo malgrado, agli onori della cronaca per la vicenda di Eluana Englaro. È quella che fino a qualche tempo fa si chiamava “ospizio”, che ora in gergo viene denominata “istituto geriatrico assistenziale”, è un luogo di assistenza, quindi, ma non è una casa di cura. Mai nome sarebbe stato più appropriato: “La quiete”. Se associamo il nome alla definizione più classica, cioè casa di riposo, comprendiamo che la struttura fa proprio al caso di Eluana. Questa povera donna, infatti, ha bisogno sia di quiete sia di riposo, quello eterno. Non è cinismo, intendiamoci, è la conclusione di una lunga riflessione determinata dai fatti.

La casa di riposo dove, in una camera al piano terra, piantonata da una guardia giurata, giace il corpo inerme di Eluana, ha assunto da questa notte un aspetto strano. Ci passo ogni giorno per andare a scuola e per tornare a casa; stamattina l’atmosfera, però, era diversa. Un giornalista de ilgiornaledelfriuli.net ha intitolato un suo articolo così: “VILE ORGIA MEDIATICA PER ELUANA ENGLARO ALLA QUIETE DI UDINE”. Ed è vero. Davanti alla casa di riposo stazionano i furgoni delle varie emittenti televisive, i giornalisti sono assembrati sulle aiuole vicine, discutono allegramente, fumano le loro sigarette tranquilli, come in una normale giornata di lavoro. Traffico in tilt alle ore di punta e tutto perché? Perché c’è stata da subito una curiosità quasi morbosa nei confronti di questa vicenda, perché il “pubblico” evidentemente non solo deve sapere, ma vuole anche vedere dove sta Eluana. Già, Eluana. Ma chi è davvero Eluana, o per meglio dire cos’è realmente Eluana? Siamo abituati a vedere le sue foto su tutti i giornali, le sue immagini trasmesse nei vari servizi televisivi; ma quella che ci sorride nello splendore dei suoi vent’anni, in cui non possiamo fare a meno di leggere la speranza di un futuro felice, quella non è Eluana Englaro. Mi è bastato sentire le parole del primario anestesista dell’Ospedale Civile di Udine, dott. Amato De Monte, per convincermi che la donna che “vive” in stato vegetativo da diciassette anni, non ha niente a che vedere con quello sguardo, con quel sorriso. Intervistato dalla giornalista di Rai Regione, alla richiesta di esprimere le sue impressioni, il dottor De Monte ha detto: “Sono profondamente devastato come uomo, come padre, come medico e come cittadino. Tutta la società civile dovrebbe riflettere sullo scollamento tra il sentire sociale e la posizione della politica e della chiesa sul tema della vita vegetale.”. Ê l’aggettivo “devastato” che mi fa riflettere, soprattutto se così si autodefinisce un medico. Un uomo che è abituato a vedere di tutto, che con la vita e la morte ha a che fare ogni giorno, che dovrebbe essere in grado di conoscere la sofferenza altrui senza lasciarsi contaminare; eppure quest’uomo si è definito “devastato”. Soprattutto perché lui, come tutti noi, era abituato a vedere solo le foto di Eluana prima dell’incidente e con quelle immagini, dice, la vera Eluana non ha nulla a che fare.

Come non condividere, dunque, la scelta di questo “papà coraggio”, Beppino Englaro, che certamente non ha cercato la notorietà mediatica e, pur volendola evitare, l’ha trovata. Quando si è reso conto che la sua storia, e quella di sua figlia, aveva suscitato interesse, non ha voluto divulgare le immagini dell’Eluana attuale, come aveva fatto, ad esempio, il marito di Terry Schiavo. Se avesse voluto suscitare pietà, l’avrebbe fatto di certo. Ma lui voleva soltanto comprensione per la sua sofferenza, quella che leggiamo sulla sua faccia ogni volta che qualche giornale o telegiornale ce la propongono. Da anni quei solchi sul viso rappresentano il peso che lo opprime, quegli occhi senza più luce e senza più lacrime sono lo specchio della sofferenza di chi ha perso la speranza da lungo tempo e vuole soltanto porre fine al suo calvario. Eluana non sente nulla, non prova nulla. Non solo De Monte lo afferma, anche il dott. Marco Riccio, l’anestesista che a suo tempo aveva tolto la spina a Pier Giorgio Welby, lo conferma: “Eluana Englaro non può sentire fame, sete o dolore. Gli stimoli dipendono infatti dalla corteccia cerebrale che nella donna non funziona più”. Allora, porre fine alla sofferenza di papà Englaro e di tutti i familiari a me sembra un atto di umana pietà, al di là delle sentenze di qualsiasi tribunale. Questo è un diritto che non si può negare a Beppino che in diciassette anni ha forse aspettato un miracolo che non è arrivato. E nel rispetto dell’altrui volontà, chi siamo noi per giudicare se una cosa è giusta o sbagliata? Non è legittimo giudicare una situazione senza sperimentarla. Ma mettersi nei panni degli altri è scomodo; molto più comodo è, invece, scagliare anatemi, fare degli esposti – ne sono arrivati una decina alla Procura di Udine – per fermare la “macchina di morte”, definire “assassino” il padre di Eluana, scagliarsi contro una “sentenza di morte” chiamandola eutanasia. Così la definisce monsignor Pietro Brollo che “si è raccolto in preghiera ed ha poi sollecitato un soprassalto di coscienza a chi può ancora decidere di aiutare Eluana a continuare a vivere.”. Perché, anche lui come molti, è ancora convinto che portare Eluana alla morte sia una liberazione, non dal dolore, certo, ma dalla schiavitù di un corpo inerme e deformato, ma da una vita che non è più vita da diciassette anni. Monsignor Brollo è convinto che si possa aiutare la donna prolungando la sua inutile esistenza. Questione di punti di vista. Ma allora perché non c’è un accanimento di tal genere anche contro le migliaia di donne che abortiscono? Negare la vita a chi non è ancora nato a me sembra un atto ben più spregevole. Perché non scagliare anatemi contro quei popoli che ancora uccidono le donne con la lapidazione? Questo di certo è un omicidio, anche se legalizzato. Ma la morte di Eluana a me pare un atto legittimo e se vogliamo proprio parlare di etica, di morale, allora l’unica persona che deve fare i conti con la sua coscienza è papà Englaro. Nessun altro.

I medici dicono che la permanenza di Eluana nella struttura “La quiete” non sarà brevissima. C’è un protocollo da seguire: per tre giorni verrà alimentata come sempre, poi il sostentamento per mezzo del sondino sarà diminuito fino ad essere dimezzato nell’arco di una decina di giorni, quindi si arriverà alla sospensione del trattamento. Dai quindici giorni alle tre settimane: tanto è il tempo che, presumibilmente, ad Eluana resta ancora da “vivere”. Tanto lunga è l’attesa che quell’involucro del nulla, che è il corpo della donna, si consumi per sempre. Forse allora troverà la pace che le è stata negata dal momento in cui ha smesso di “vivere” davvero.

Spero che, nel frattempo, sulla vicenda cali il silenzio. Così ha fatto Beppino Englaro che non ha più voluto rilasciare dichiarazioni, anche se la stampa, anzi i fotoreporter e i cameramen non l’hanno mai lasciato in pace. Spero che altri seguano l’esempio del ‘TgLA7‘ che ha deciso di staccare la spina dell’informazione e di mettere fine all’accanimento mediatico. “Dopo il coma, la battaglia del padre, gli interventi della Chiesa, le prese di posizione di ministri, politici, teologi e giornalisti, il TgLA7 spegne telecamere e microfoni, imboccando la faticosa strada del silenzio”. Una strada faticosa, sì, ma dovuta per rispetto a tutta la famiglia Englaro.

Domani mattina, passando davanti a “La quiete” probabilmente troverò ancora il “circo” delle emittenti. Andrò avanti, senza pensarci più, senza indignarmi più, pensando che alla povera Eluana non importa che attorno alla sua vicenda sia scaturito tutto questo interesse, quasi morboso, si siano scatenate battaglie legali, siano sorti dibattiti, botta e risposta da parte dei laici e dei cattolici, dello Stato e della Chiesa. Me ne andrò in classe a fare la mia lezione, come tutte le mattine. Ma sarò a cinquanta metri da lei e non potrò non pensarla, pregando che la sua anima voli presto libera da quella prigione che per anni è stato il suo corpo.