QUANDO IL VOTO DI CONDOTTA ANDREBBE DATO AI GENITORI

Si dice che il mestiere dell’insegnante sia difficile. Chi meglio di me potrebbe dirlo? Ma che sia anche rischioso è un dato di fatto, considerate le notizie che, da qualche tempo, si leggono sui giornali.
Oggi come oggi, esprimere un giudizio su un allievo o sgridarlo appare cosa ardua, ovvero bisognerebbe farlo previa consultazione del Codice Penale, delle sentenze della Cassazione o del TAR. Non faccio riferimento agli episodi eclatanti di maltrattamenti, come quello della maestra che ha tappato la bocca dell’allievo petulante con il nastro adesivo – chi non vorrebbe farlo?!? – , ma alla routine di tutti i giorni. Un tempo i maestri avevano la bacchetta e nessuno fiatava. Anzi, c’è da dire che allora i bambini e i ragazzi erano di gran lunga più buoni e rispettosi, tanto che l’uso dello “strumento di correzione” era determinato prevalentemente dalla volontà dell’insegnante di far rispettare la sua autorità: “io ho la bacchetta e comando, tu le prendi e sei sottomesso”. Messaggio chiarissimo che veniva recepito immediatamente anche se poi gli “scivoloni” potevano avvenire: i bambini sono sempre bambini, e ciò vale per tutte le epoche.

Di questi tempi il docente deve stare attento a come parla, sia con gli allievi sia con i genitori. Non si sa mai. E se magari le sue parole vengono fraintese dagli interessati, nonostante la classe intera sia testimone, deve poi giustificarsi con il Capo d’Istituto e non sempre la sorte sta dalla sua parte.
Anni fa mi capitò di richiamare un’allieva di prima liceo che, invece di starsene seduta al suo posto a rispondere alle domande di storia, si era accomodata sul davanzale interno della finestra, gambe accavallate, sguardo indifferente … mancava solo che si mettesse a fare il manicure.
Io, che ho sempre avuto un grande senso di responsabilità, la ripresi con queste parole: “Se non vuoi fare la prova di storia, non importa. Ma almeno scendi da là, non vorrai mica cadere?”. Come andò a finire? Qualche giorno dopo mi chiamò la Preside – allora non si chiamava “Dirigente Scolastico” – e mi riferì che aveva accolto la lamentela di una mamma: la signora sosteneva che, al rifiuto della figlia di svolgere il compito di storia, io avessi detto “Se non sai fare la prova è meglio che ti butti giù dalla finestra”. Figuriamoci! Beh, almeno allora le mamme usavano le parole, sbagliate ma pur sempre solo parole, e non le mani.

Ma i tempi cambiano. È successo ieri a Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: una mamma di 29 anni e una nonna di 50, per vendicare l’ingiusto rimprovero, a parer loro, della figlia e nipote da parte di un’insegnante, l’hanno aspettata fuori di scuola e riempita di schiaffi e pugni. Per separare le tre “litiganti” è intervenuta la polizia e la prof malcapitata ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Ma quale sarà mai stato il motivo di tanta violenza? Semplicemente una brocca d’acqua rovesciata dalla studentessa tredicenne nella mensa della scuola: pare che l’insegnante abbia ripreso la ragazza invitandola a fare più attenzione. La reazione della fanciulla non è stata delle più pacifiche e ciò fa capire quanto poco siano disposti i giovani d’oggi ad essere richiamati.
Certo, cose come queste non succedono tutti i giorni e dappertutto. La maggior parte delle volte il tutto si risolve a parole, anche se non sempre in modo civile. Ma la notizia si riferisce ad una realtà difficile, quella della periferia con tutte le difficoltà relazionali che si possono verificare nel degrado e in un “microcosmo criminale” che era già tale trent’anni fa quando io, ragazzina, passavo le vacanze natalizie da una zia che vive a Milano, proprio vicino a Quarto Oggiaro. Ricordo che avevo il veto assoluto di avvicinarmi al quartiere in questione.

Se leggiamo la notizia, ci rendiamo conto che si sta comunque parlando di una situazione complessa anche a livello familiare: la ragazzina è seguita dai servizi sociali e ha un educatore che sta con lei due o tre volte alla settimana. Madre e nonna hanno precedenti per reati contro il patrimonio. Resta da chiarire se è vero, come afferma l’allieva, che l’insegnante le avrebbe dato uno schiaffo. Certo, questo gesto sarebbe inaccettabile da parte di un’insegnante. La scuola, infatti, dovrebbe assolvere al ruolo che in certe realtà familiari manca: quello di educare e contribuire ad una sana formazione dell’adolescente. Dovrebbe, è vero. Ma senza la collaborazione da parte degli allievi diventa veramente difficile.

Insomma, mi chiedo se non sarebbe il caso di attribuire un voto anche alla condotta dei genitori. In fondo la recente normativa prevede che all’atto dell’iscrizione venga sottoscritto un “Patto di Corresponsabilità”, citato anche nel nuovo Decreto n°5 del 16/01/09 in cui si stabiliscono le norme attuative per quanto riguarda l’attribuzione del voto di condotta. Cito testualmente: In considerazione del rilevante valore formativo di ogni valutazione scolastica e pertanto anche di quella relativa al comportamento, le scuole sono tenute a curare con particolare attenzione sia l’elaborazione del Patto educativo di corresponsabilità, sia l’informazione tempestiva e il coinvolgimento attivo delle famiglie in merito alla condotta dei propri figli. (art. 4, comma 4).

Certo, se le “risposte” sono queste, pare che la strada della collaborazione scuola-famiglia non sia percorribile. E, diciamolo chiaramente, la scuola da sola non ha armi per sconfiggere quello che è il peggior “nemico”: l’indifferenza.

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