CARO BRUNETTA, SONO UNA PROF E NE VADO FIERA

All’indomani della tua nomina a Ministro per la Pubblica Amministrazione e Innovazione, caro Brunetta, hai conquistato la mia stima grazie all’impegno profuso per arginare l’assenteismo degli impiegati statali. Ti sei erto a paladino della giustizia e hai, in poco tempo, messo in riga un esercito di fannulloni. Ti confesso che vedendo nei vari servizi di “Striscia la Notizia” quelli che timbravano il cartellino e poi se ne andavano in giro o quelli che arrivavano con un pacco di cartellini di colleghi scansafatiche e li timbravano tutti, ho provato per lungo tempo un certo disgusto. Mi chiedevo come mai io dovessi stare in classe quattro o cinque ore al giorno senza perdere un minuto di concentrazione, e altri “statali” potessero fare i cavoli loro per buona parte della mattinata.
Ma poi sei arrivato tu e ho esultato. Mi sono detta: questo sì che sa farsi valere e non gli serve urlare o minacciare, gli basta fare il suo lavoro. È tanto facile: perché gli altri, prima di te, non ci hanno pensato?

Poi è arrivato l’ “ottobre caldo”, sai quello in cui ci sono state le manifestazioni contro la Gelmini? Sei stato spettatore inerte della ribellione di studenti e docenti; ma qualche senso di colpa lo dovevi pur avere visto che il decreto 133 l’avevi firmato anche tu, insieme alla Gelmini e a Tremonti. Allora, caro Brunetta, giusto per farti sentire hai pensato bene di uscirtene con una battuta alquanto infelice: hai detto, infatti, che gli insegnanti, per il lavoro che fanno, guadagnano anche troppo. Ma come? Dopo che la Gelmini per mesi aveva ripetuto che i docenti in Italia sono sottopagati, che bisogna alzare gli stipendi per motivarli un po’, che è necessario distinguere chi fa il minimo e chi si impegna al massimo … Insomma, caro il mio Brunetta, quella battuta a me non è proprio piaciuta e sei crollato nella mia personale classifica di gradimento.

Impegnata nel mio lavoro – perché, sai, anche se sono una statale lavoro, eccome! – mi sono disinteressata un po’ di te. Ad un certo punto, però, ne hai sparata un’altra: le donne devono avere pari diritti degli uomini, quindi … in pensione a 65 anni! Ma come? Non hai altro a cui pensare? O forse credi di farci un favore? Personalmente alla parità dei sessi non ci tengo per nulla, almeno non in questi termini. Ovvero, ci terrei se anche gli uomini fossero davvero “pari” rispetto a noi. E non sto parlando del lavoro, parlo della vita di tutti i giorni.

Bene, vediamo ora cosa fa una donna durante la sua vita. Oltre a studiare, come e a volte più dell’uomo, una donna che ha una famiglia lavora su due fronti: svolge la sua attività lavorativa – qualunque essa sia – che la porta fuori di casa per un tot di ore al giorno e svolge varie altre mansioni a casa, o fuori ma sempre per onorare l’impegno del menage familiare, per il marito e per i figli, se li ha, quasi mai per se stessa.
Una donna con famiglia, quindi, ha un doppio lavoro: uno le offre la possibilità di sbarcare il lunario come meglio può – dipende, è ovvio, dalla retribuzione- mentre l’altro, per nulla retribuito, contribuisce a sfinirla del tutto per cui, alla fine della giornata, s’infila il pigiama, si strucca e se ne va a letto, pensando comunque alle innumerevoli cose da fare per l’indomani e pregando che i figli non la sveglino di notte, se sono ancora piccoli, o che ritornino a casa ad un orario decente e senza far troppo rumore, se sono già grandi. Il marito, quell’uomo che da fidanzato era al centro della sua vita, quel compagno a cui malvolentieri dava tutte le sere la buonanotte coltivando l’intimo desiderio di addormentarsi con lui un giorno non lontano, quello stesso uomo la donna che lavora e “tiene famiglia” lo lascia da solo davanti alla TV, perché lui non è mai troppo stanco. Chissà perché? Forse perché, pur lavorando fuori casa, lui fra le quattro pareti domestiche non fa quasi nulla? Ebbene sì, questa è la risposta esatta.
Certo ci sono anche mariti collaborativi: portano a scuola i figli, li vanno anche a riprendere, se necessario, fanno la spesa, sbrigano alcune commissioni, tipo pagamento bollette o spese condominiali, il tutto solo se debitamente “pilotati”, perché sai, caro il mio Brunetta, gli uomini di perspicacia, a volte, ne hanno poca. Dicono che il cervello delle donne sia più piccolo di quello degli uomini di circa il 9 % ma i neuroni, evidentemente, funzionano meglio. Forse è una questione ormonale, non so.
Quello che so di certo, però, è che la vita della donna scorre frenetica per 18 ore al giorno – per le più fortunate che non soffrono d’insonnia – e per 365 giorni all’anno. So anche, perché l’ho provato, che conciliare i due lavori stressa infinitamente di più che svolgerne uno solo. Sono pure convinta che la maternità, quando c’è, non sia per nulla penalizzante dal punto di vista professionale, come tu sostieni. Lo è, al contrario, dal punto di vista umano: tolti i comuni lavori domestici – lavare, stirare, cucinare, pulire – fra corse al supermercato per i pannolini, preparazione pappette, bagnetti, compiti scolastici da seguire, insegnanti con cui parlare, lezioni d’inglese o di musica, a volte tutte e due, palestra, partite di calcio o di basket la domenica, vacanze obbligate al mare – perché lo iodio fa tanto bene e il sole fissa la vitamina D! – con tanto di trasferimenti dalla casa alla spiaggia muniti di passeggino, palette e secchielli, borsa termica per la merenda, zaino gigante con asciugamani e cambio costumi … insomma, impegnate in tutto questo per anni, moltiplicando l’impegno per il numero di figli, le donne se ne fregano altamente del fatto che siano penalizzate nell’avanzamento della carriera. Ti dico di più: aspettano che i figli crescano per godersi quella libertà che prima non hanno, con il doppio lavoro. Ma quando arriva quel giorno sono troppo stanche e, guardandosi allo specchio, si chiedono perché mai dovrebbero sprecare energie in palestra o andare dall’estetista per un “restauro” quando il marito, quell’uomo che ormai le guarda di sfuggita, probabilmente nemmeno se ne accorgerebbe. Allora non resta che attendere la pensione, giusto per tirare fiato e magari per dedicare un po’ di tempo a un buon libro o ad una partita a carte con le amiche. E dovremmo attendere i 65 anni?!?

Ma, caro Brunetta, evidentemente non ti bastava prendertela con le donne, dovevi prendertela con tutti gli statali, indipendentemente dal sesso o dall’età, purché genitori. Pochi giorni fa hai detto che i figli degli statali dovrebbero vergognarsi. Per essere precisi, hai fatto un paragone con i figli di altri lavoratori che, a parer tuo, apprezzerebbero di più i genitori. “Il tornitore alla Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio che cosa fa, l’impiegato al catasto, i professori, i burocrati no”, hai affermato. Poi hai pure aggiunto che, per dare più dignità agli statali “la nostra burocrazia deve essere come la Ferrari”.
Hai sollevato un polverone, caro il mio ministro, con le tue uscite. Forse per questo in un’intervista a Canale 5 hai cercato di rimediare, senza rinunciare all’autocelebrazione, affermando che con la tua strategia sei riuscito a far sì che centomila persone in più siano presenti ogni giorno sul posto di lavoro, ovviamente nell’ambito della P.A. “Altro che offendere i pubblici dipendenti, io voglio che ritrovino l’orgoglio di dire io sono un pubblico dipendente, svolgo un ruolo fondamentale”, hai aggiunto. Ma ti sei chiesto mai quale sia l’opinione di un pubblico dipendente sul lavoro che svolge? Hai mai pensato che forse la maggior parte degli statali hanno già una dignità e considerano il loro un contributo fondamentale per il bene della collettività? Hai forse chiesto ai figli dei dipendenti pubblici se i loro genitori fanno davvero schifo?

Ebbene, io sono un’insegnante, dipendo dalla Pubblica Amministrazione, svolgo il mio lavoro con coscienza e dedizione da molti anni, sacrificando la famiglia, passando i week-end a casa per correggere i compiti e preparare le lezioni, oppure semplicemente per autoaggiornarmi. Non ho mai chiesto ai miei figli quale sia la loro opinione su di me o sul mio lavoro, anche se credo non abbiano alcun motivo per vergognarsi. So, però, quello a cui pensa mio marito per tutto l’anno scolastico: il divorzio. E certo non perché non sono degna del lavoro che svolgo, semplicemente perché lavoro troppo.
Infine, io sono fiera della mia professione e credo che la maggior parte dei docenti o dei dipendenti pubblici in generale lo sia. Quanto alla dignità, voglio citare una massima di Louis Pasteur: “Non è la professione che onora l’uomo ma l’uomo che onora la professione”. E ho detto tutto.

3 pensieri riguardo “CARO BRUNETTA, SONO UNA PROF E NE VADO FIERA

  1. Buonasera cara Prof.ssa

    Dopo la lunga parentesi a forma di pseudo vacanze e di tanto lavoro sulle sudate carte [lei capisce a cosa mi riferisco!!], eccomi qui a conversare con lei circa l’argomento che porta alla nostra attenzione.
    Mi rendo conto dell’allarmismo che tale notizia posso creare in una donna che lavora e che, come giustamente sottolinea, bada anche a tantissime altre cose [casa, famiglia, figli … etc ..]

    Passando a parlare in “politichese”, che tanto piace ai nostri legislatori, l’argomento è: “Donne in pensione a 65 anni ma su base volontaria.” Rispondendo a due domande sul tema pensioni, il Presidente Berlusconi ha precisato che il Governo non ha in cantiere alcuna riforma [sarà vero??]. Sulla proposta del Ministro Brunetta di elevare l’età pensionabile delle donne a 65 anni ha precisato: “Né ora, né nei prossimi mesi sarà rivisto il sistema. E’ l’Unione Europea che chiede all’Italia un’equiparazione dell’età fra uomini e donne. Noi riteniamo che debba essere una decisione facoltativa delle donne” (com’è già in base alla legge attuale: la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia perché tale facoltà riguarda solo le donne e non gli uomini, ndr).

    Insomma … siamo [siete!!] nelle loro mani!!

    A presto

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  2. Ciao Marko e bentornato. Spero che il tempo speso sulle “sudate carte” abbia dato buoni frutti.

    Ti ringrazio per le informazioni che mi fornisci, anche se ero al corrente degli sviluppi del tema “donne in pensione a 65 anni”. So che la proposta, per ora, prende in considerazione la volontarietà della scelta e che Berlusconi fondamentalmente è contrario all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. Anche se in Europa, in realtà, ci stanno pensando molti Stati come la Germania e in altri le donne vanno già ora in pensione a 65 anni. Io credo, però, che se una riforma ci deve essere, debba riguardare le nuove generazioni; io, e come me tante altre donne, a 23 anni ero già in cattedra, mentre ora si sono allungati i tempi di studio ed è sempre più difficile trovare un lavoro nell’ambito delle proprie competenze. Quindi se una donna laureata trova lavoro a 30 anni è già fortunata. Di conseguenza il progetto di “metter su famiglia” è rimandato a 35 – 40 anni e si mettono al mondo quasi esclusivamente figli unici … per ovvie ragioni! Caso mai, sono gli uomini a riprodursi anche a 50 – 60 anni, scegliendo compagne più giovani, ma questo è un altro discorso.

    Era molto tempo che volevo scrivere un post su Brunetta. Ho colto la palla al balzo sentendo l’ultima uscita sui dipendenti pubblici e mi sono sfogata una volta per tutte. Ma la mia vuole essere solo una provocazione e la scelta della tipologia testuale – la lettera – ne è la conferma. È evidente che Brunetta non leggerà mai la mia “lettera” ma sono più che convinta che molte donne e dipendenti statali sarebbero pronti a sottoscriverla.
    Insomma, più che dare delle informazioni (in questo caso sarei stata molto più “professionale”) a me piace commentare e usare un tono ironico anche per sdrammatizzare un po’. Io scrivo per passione quindi mi lascio trascinare dall’estro!

    Ciao e a presto. 😀

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