“CASO ELUANA ENGLARO”: LA PAROLA AI MIEI STUDENTI

Mentre ancora si discute sull’applicazione della sentenza della Cassazione, anche ora che il TAR del Lazio ha nuovamente dato ragione a Beppino Englaro, e pare che la Casa di Riposo udinese “La quiete” voglia accogliere Eluana per il suo “ultimo viaggio”, su questo argomento così spinoso voglio dare la parola ai miei studenti.

Un po’ di tempo fa ho fatto svolgere agli allievi di quinta un tema difficile. L’argomento era, appunto, il “caso Eluana Englaro”. Non ne avevamo mai parlato in classe perché sapevo che ne sarebbe scaturito un dibattito acceso, tra favorevoli e contrari alla sentenza della Cassazione [che ha confermato il decreto dello scorso luglio della Corte d’Appello di Milano, dando il via libera allo stop dei trattamenti sanitari che tengono in vita Eluana], e non volevo colpire la sensibilità di nessuno. È un argomento spinoso soprattutto perché non si può assumere un atteggiamento pro o contro come se si trattasse di discutere sull’abolizione della caccia. Insomma, qui entrano in gioco fattori diversi: educazione, religione, etica, morale … anche se tutti sappiamo come i giovani siano capaci di prendere decisioni autonome e di esprimere pareri svincolati dalle logiche assurte come universali dal mondo laico o dalla Chiesa.
Leggere i temi dei “miei” ragazzi mi ha suscitato un grande stupore, non tanto per la sensibilità e per la maturità di pensiero dimostrata, ma soprattutto perché hanno davvero espresso opinioni autonome e per nulla condizionate dall’ambiente familiare o sociale. E così molti, che io credevo essere assolutamente contrari alla decisione di sospendere l’alimentazione e l’idratazione ad Eluana, hanno invece espresso parere favorevole. Hanno colto, forse, l’aspetto più pietoso della vicenda, al di là dei vincoli morali.
Ho raccolto le parti più belle e significative di alcuni temi e le riporto così come sono, senza commenti. È il pensiero di ragazzi diciottenni che non ha bisogno di chiose, sia esso condivisibile o meno.

Mi chiedo come possano dei magistrati decidere della vita o, in questo caso, della morte di una persona; mi chiedo se Eluana dovesse morire per causa loro, come potrebbero sentirsi quei magistrati che si sono permessi di decidere se era giusto o non giusto che Eluana rimanesse in vita; mi chiedo come può lo Stato decidere di far morire una persona contro la Costituzione Italiana.. […] Penso che con questa sentenza la Cassazione, e quindi lo Stato, sbaglino sia sul piano etico che su quello legislativo, poiché ovunque nel mondo l’omicidio è un reato, e anche questo lo è. Sul piano etico parlo da persona credente e quindi approvo e difendo la posizione del Vaticano: “Chi siamo noi per decidere della vita di una persona?” (A. B.)

Non si tratta di fare delle scelte giuste o sbagliate, si tratta di rispettare il più possibile la dignità di una persona che oramai non ha più potere decisionale sul suo stato, e di conservare, nella scelta, ciò che ella era in vita, seguendo fiduciosamente la voce e il cuore di persone che l’hanno amata prima del tragico incidente e continuano a farlo adesso. […] Quando finalmente sembrava che i familiari di Eluana potessero tirare un sospiro di sollievo, ecco di nuovo un altro ostacolo: lo stop del Ministero che afferma l’impossibilità di interrompere l’assistenza ad Eluana da parte di alcuna struttura sanitaria, di qualsiasi regione. Allora mi chiedo: per quale motivo questa limitazione di pensiero? In fondo questa persona è già morta da tempo. È brutto dirlo ma è la realtà dei fatti: quei tubi non aggiungono niente alla vita di Eluana, sono solo fonte di sofferenza per lei e per i familiari. (V. G.)

[…] non capisco la decisione di ritenere la vita di una ragazza “sbagliata” e non degna di essere vissuta. Infatti la vita è un diritto di tutti, che sta per essere violato da una legge che non tiene conto del fatto che Eluana ha un’esistenza da trascorrere in qualunque modo. […] prendendo in prestito le parole di Platone, Dio non ha arbitrariamente proibito determinate azioni, ma ha semmai vietato quelle sbagliate, cioè quelle che, se messe in atto, violerebbero in qualche modo la dignità umana, come la decisone di concedere l’eutanasia a Eluana. (M. I.)

[…] Personalmente ritengo che per una persona nei suoi ultimi giorni di vita la dignità sia la cosa più importante. Vivere in continua sofferenza, senza poter comunicare, dipendere da una macchina, questa non è dignità, non è giustizia divina, checché ne dica la Chiesa con il suo Dio buono e giusto che impone sofferenze disumane. (S. M.)

[…] per me vivere non vuol dire semplicemente respirare e aprire e chiudere gli occhi ogni tanto; vivere è ben altro: parlare, scherzare, sorridere, provare gioie e dolori, assaporare il gusto del cibo, sentire i profumi e vedere i colori. Questo è vivere. L’uomo in sé sarebbe un “nulla” senza il mondo che lo circonda e se tutto il mondo di questa povera donna è solamente un triste letto di ospedale, allora no, questo non vuol dire vivere. […] Cosa s’intende per “rispetto della persona umana”? Rispetto vuol forse vivere in uno stato vegetativo su un letto d’ospedale o con rispetto si dovrebbe intendere essere al mondo e vivere la vita per come dev’essere vissuta, senza dipendere da tubi e sondini? A questa domanda ci saranno sicuramente risposte diverse, ma prima di esprimere un’opinione, ciascuno di noi dovrebbe riflettere un po’ su che cos’è veramente la vita. (L. Q.)

[…] secondo me la vita è fatta di affetti, di relazioni e, più che un corpo, noi siamo sentimenti, sensazioni, intelletto, quindi a mio parere questa non può essere ritenuta vita. Malgrado non soffra direttamente per il suo stato, la sua condizione è priva di dignità. Di Eluana rimane un corpo privo della capacità di provare qualsiasi esperienza, totalmente nelle mani del personale che la assiste. (F. F.)

[…] la vita non è cinema, né teatro. Una vita non può essere raccontata in un articolo di giornale o in un servizio giornalistico televisivo. La vita è fatta di ore, giorni e anni che a volte, se dominati dalla sofferenza, possono diventare interminabili. È il caso di Eluana Englaro i cui ultimi diciassette anni non sono stati altro che una lunga attesa di morte. […] qualcuno dovrebbe ricordare al “pubblico” che la decisione da prendere non è tra ‘la vita e la morte’ ma tra ‘la vita e la sofferenza’ e personalmente ritengo che non ci sia nulla di eroico nel sostenere la sofferenza d’altri. […] il “pubblico” dovrebbe conoscere la verità. Dovrebbe sapere cosa significa vivere ogni giorno per qualcuno che non conosce più la platonica “dignità umana” perché costretto a vivere una vita di negazioni. (F. B.)

IL VOTO DI CONDOTTA FARÀ MEDIA

La popolazione scolastica, specie quella delle scuole superiori, è in fermento. Le famiglie osservano con sguardo interrogativo le pagelle, fresche di stampa, dei propri figli e si chiedono, in particolare, com’è che l’anno scorso avevano nove in condotta e ora sette o addirittura sei.
Ho già spiegato, in un precedente post, le novità essenziali sull’attribuzione del voto di condotta. Ora, tuttavia, vorrei fare delle ulteriori considerazioni sul fatto che la valutazione del comportamento “faccia media” oppure no con i voti attribuiti alle singole discipline. Per essere chiara, però, devo fare necessariamente un passo indietro e ripercorrere tutte le tappe dell’iter che ha portato a questa specie di rivoluzione sul voto di condotta.

Il ministro Mariastella Gelmini già all’indomani della sua nomina non aveva nascosto la sua preoccupazione sui casi di bullismo sempre più frequenti nelle scuola italiane. In qualche modo era necessario, quindi, far fronte a tale problema e tentare di arginare il fenomeno frenando la sua escalation.
Mentre ancora docenti e studenti erano in vacanza, il 1 agosto il ministro aveva presentato un disegno di legge in cui si preannunciava la revisione dei criteri fino ad allora utilizzati per la valutazione del comportamento degli allievi. Tale disegno trovò poi concreta applicazione nel Decreto Legge 1 settembre 2008, n. 137, poi divenuto a tutti gli effetti Legge dello Stato (137 del 29 ottobre 2008). Nel D.Lg, all’articolo 2, si specifica quanto segue:

2. A decorrere dall’anno scolastico 2008/2009, la valutazione del comportamento è espressa in decimi.
3. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.

Nel passaggio dal D. Lg alla Legge 137 Gelmini non si notano sostanziali differenze. Fin qui tutto chiaro, quindi: la valutazione in decimi comportava la possibilità di diversificare l’attribuzione del voto di condotta tenendo conto del grado di raggiungimento degli obiettivi educativi da parte di ciascun allievo. Quello che rimaneva dubbio, tuttavia, era l’esatto significato dell’espressione “concorre alla valutazione complessiva dello studente”. Ma se “concorre” sta a significare che “contribuisce” alla valutazione ecc. ecc, non vedo perché mai ci si dovesse chiedere se il voto di condotta “facesse media” oppure no. Almeno io, fin dall’inizio, ho attribuito all’espressione tale significato; non stiamo mica parlando di un responso della Sibilla Cumana!

L’11 dicembre 2008 venne pubblicata la Circolare Ministeriale n° 100 per mezzo della quale si davano le “prime informazioni sui processi di attuazione del D. L. n. 137 del 1° settembre 2008, convertito con modificazioni nella legge 30 ottobre 2008, n.169”.
Anche qui, però, nulla di nuovo: gira e rigira le informazioni erano sempre quelle. Si ribadiva l’importanza di procedere ad una ponderata valutazione del comportamento degli allievi anche per evitare gli episodi esecrabili cui ho già accennato. In particolare si affermava che “fin dalla prima valutazione periodica il Consiglio di classe valuta – mediante l’attribuzione di un voto numerico espresso in decimi – il comportamento degli allievi durante l’intero periodo di permanenza nella sede scolastica, anche con riferimento alle iniziative e alle attività con rilievo educativo realizzate al di fuori di essa. […] La valutazione del comportamento concorre, unitamente a quella relativa agli apprendimenti nelle diverse discipline, alla complessiva valutazione dello studente. La valutazione del comportamento – espressa (se necessario anche a maggioranza) in sede di scrutinio finale dal Consiglio di classe – corrispondente ad una votazione inferiore ai sei decimi, comporta la non ammissione dell’allievo all’anno successivo e all’esame conclusivo del ciclo.

Questo, dunque, a dicembre. Rimaneva, tuttavia, in sospeso la valutazione insufficiente del comportamento per la quale il Ministero si riservava di inoltrare agli utenti ulteriori successive delucidazioni.
Come si sa, molte scuole, grazie all’autonomia di cui godono, hanno facoltà di dividere l’intero periodo scolastico in parti non necessariamente coincidenti con la classica suddivisione in quadrimestri. Da anni in tanti istituti si preferisce “accorciare” i tempi del I quadrimestre facendolo terminare prima delle vacanze natalizie. Questo comporta l’anticipo degli scrutini di fine quadrimestre all’inizio di gennaio, ovvero al ritorno dalle vacanze; quindi in parecchie scuole le operazioni di scrutinio sono terminate prima del 16 gennaio, giorno in cui è stata diffusa un Decreto Ministeriale, il n° 5, recante ulteriori chiarimenti riguardo l’applicazione dell’articolo 2 della Legge 29 ottobre 2008 e, in particolare, sui criteri di attribuzione dell’insufficienza in condotta. Va da sé che nel caso gli scrutini si fossero svolti precedentemente, sarebbe stato sensato rinunciare ad attribuire una valutazione inferiore al cinque. Così, almeno, è stato deciso nella mia scuola. Non dappertutto, però, visto che la stampa in questi giorni ha portato alla nostra attenzione casi di “eccesso di zelo” da parte di alcune scuole che non hanno atteso i dovuti chiarimenti e hanno valutato insufficiente il comportamento degli allievi più indisciplinati anche se in modo non conforme alle disposizioni successivamente diffuse.

Ma cosa dice, in sostanza, il Decreto n° 5? Nulla di nuovo, pare, rispetto a quanto già sapevamo. Soprattutto non chiarisce il recondito – per alcuni – significato del famoso enunciato: “la votazione sul comportamento degli studenti concorre alla valutazione complessiva dello studente”. Sarà forse per questo che pochi giorni dopo, esattamente il 23 gennaio, è stata diffusa una Circolare, la numero 10, a firma del Direttore Generale Mario G. Dutto? Ma che cosa ci dice di nuovo il signor Dutto? Pare nulla. Ma leggiamo insieme la parte che ci interessa:

Per la valutazione del comportamento degli studenti della scuola secondaria di I e II grado il decreto ministeriale 16 gennaio 2009, n. 5, definisce i criteri per l’espressione del voto in decimi.

Nella scuola secondaria il voto di comportamento, definito dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente, in quanto determina, autonomamente, la non ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato nel caso sia inferiore a sei decimi, indipendentemente dalla votazione conseguita nelle singole discipline di studio.

Leggendo fra le righe, è proprio il caso di dirlo, notiamo che c’è un connettivo in più: quel “in quanto” apparentemente insignificante e superfluo. Perché se avevamo capito che il voto di condotta “concorre alla valutazione complessiva dello studente”, era pure chiaro che “determina – se insufficiente – la non ammissione alla classe successiva ecc. ecc”. Il fatto è che qualcuno ha interpretato in altro modo quel “in quanto”: gli studenti – almeno quelli che gestiscono i blog su internet – ne hanno dedotto che “il voto di condotta non fa media”. Altri, più o meno gli “esperti” del settore, ovvero gli insegnanti, ritengono che quel “in quanto” non aggiunga né tolga nulla a ciò che già in precedenza era stato detto.

A questo punto io continuo ad essere convinta dell’interpretazione che ho dato in precedenza alla famigerata espressione: il voto di condotta “fa media”, eccome. Il fatto che se insufficiente, anche ammesso che quella sul comportamento sia l’unica valutazione negativa dello studente, determini la bocciatura o la non ammissione agli Esami di Stato, nulla toglie al fatto che il voto di condotta contribuisca alla media dei voti attribuiti nelle diverse discipline.
Mi convincerò di essere in errore solo quando il Ministero, senza tanti giri di parole, dichiarerà esplicitamente che la valutazione del comportamento non concorre alla “media”. Ma mi chiedo perché mai, se l’interpretazione fosse davvero così dubbia, non l’abbia già fatto. Forse perché non c’è nulla da chiarire, più di quanto non sia già stato fatto.

AGGIORNAMENTO DEL POST

Non ho dovuto attendere molto, pare, per aver conferma che il mio ragionamento era corretto. In serata, infatti, è stata diffusa una dichiarazione del ministro Gelmini che, ai microfoni di Rai3, ha affermato: “Il voto in condotta farà media perché sappiamo che l’aumento di episodi di bullismo preoccupa molto genitori e insegnanti. Si torna, dunque, a una scuola del rigore che fa del comportamento un elemento significativo per formare la personalità dei ragazzi'”. Ipsa dixt; c’è ancora qualche dubbio?

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QUANDO IL VOTO DI CONDOTTA ANDREBBE DATO AI GENITORI

Si dice che il mestiere dell’insegnante sia difficile. Chi meglio di me potrebbe dirlo? Ma che sia anche rischioso è un dato di fatto, considerate le notizie che, da qualche tempo, si leggono sui giornali.
Oggi come oggi, esprimere un giudizio su un allievo o sgridarlo appare cosa ardua, ovvero bisognerebbe farlo previa consultazione del Codice Penale, delle sentenze della Cassazione o del TAR. Non faccio riferimento agli episodi eclatanti di maltrattamenti, come quello della maestra che ha tappato la bocca dell’allievo petulante con il nastro adesivo – chi non vorrebbe farlo?!? – , ma alla routine di tutti i giorni. Un tempo i maestri avevano la bacchetta e nessuno fiatava. Anzi, c’è da dire che allora i bambini e i ragazzi erano di gran lunga più buoni e rispettosi, tanto che l’uso dello “strumento di correzione” era determinato prevalentemente dalla volontà dell’insegnante di far rispettare la sua autorità: “io ho la bacchetta e comando, tu le prendi e sei sottomesso”. Messaggio chiarissimo che veniva recepito immediatamente anche se poi gli “scivoloni” potevano avvenire: i bambini sono sempre bambini, e ciò vale per tutte le epoche.

Di questi tempi il docente deve stare attento a come parla, sia con gli allievi sia con i genitori. Non si sa mai. E se magari le sue parole vengono fraintese dagli interessati, nonostante la classe intera sia testimone, deve poi giustificarsi con il Capo d’Istituto e non sempre la sorte sta dalla sua parte.
Anni fa mi capitò di richiamare un’allieva di prima liceo che, invece di starsene seduta al suo posto a rispondere alle domande di storia, si era accomodata sul davanzale interno della finestra, gambe accavallate, sguardo indifferente … mancava solo che si mettesse a fare il manicure.
Io, che ho sempre avuto un grande senso di responsabilità, la ripresi con queste parole: “Se non vuoi fare la prova di storia, non importa. Ma almeno scendi da là, non vorrai mica cadere?”. Come andò a finire? Qualche giorno dopo mi chiamò la Preside – allora non si chiamava “Dirigente Scolastico” – e mi riferì che aveva accolto la lamentela di una mamma: la signora sosteneva che, al rifiuto della figlia di svolgere il compito di storia, io avessi detto “Se non sai fare la prova è meglio che ti butti giù dalla finestra”. Figuriamoci! Beh, almeno allora le mamme usavano le parole, sbagliate ma pur sempre solo parole, e non le mani.

Ma i tempi cambiano. È successo ieri a Quarto Oggiaro, nell’hinterland milanese: una mamma di 29 anni e una nonna di 50, per vendicare l’ingiusto rimprovero, a parer loro, della figlia e nipote da parte di un’insegnante, l’hanno aspettata fuori di scuola e riempita di schiaffi e pugni. Per separare le tre “litiganti” è intervenuta la polizia e la prof malcapitata ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari.
Ma quale sarà mai stato il motivo di tanta violenza? Semplicemente una brocca d’acqua rovesciata dalla studentessa tredicenne nella mensa della scuola: pare che l’insegnante abbia ripreso la ragazza invitandola a fare più attenzione. La reazione della fanciulla non è stata delle più pacifiche e ciò fa capire quanto poco siano disposti i giovani d’oggi ad essere richiamati.
Certo, cose come queste non succedono tutti i giorni e dappertutto. La maggior parte delle volte il tutto si risolve a parole, anche se non sempre in modo civile. Ma la notizia si riferisce ad una realtà difficile, quella della periferia con tutte le difficoltà relazionali che si possono verificare nel degrado e in un “microcosmo criminale” che era già tale trent’anni fa quando io, ragazzina, passavo le vacanze natalizie da una zia che vive a Milano, proprio vicino a Quarto Oggiaro. Ricordo che avevo il veto assoluto di avvicinarmi al quartiere in questione.

Se leggiamo la notizia, ci rendiamo conto che si sta comunque parlando di una situazione complessa anche a livello familiare: la ragazzina è seguita dai servizi sociali e ha un educatore che sta con lei due o tre volte alla settimana. Madre e nonna hanno precedenti per reati contro il patrimonio. Resta da chiarire se è vero, come afferma l’allieva, che l’insegnante le avrebbe dato uno schiaffo. Certo, questo gesto sarebbe inaccettabile da parte di un’insegnante. La scuola, infatti, dovrebbe assolvere al ruolo che in certe realtà familiari manca: quello di educare e contribuire ad una sana formazione dell’adolescente. Dovrebbe, è vero. Ma senza la collaborazione da parte degli allievi diventa veramente difficile.

Insomma, mi chiedo se non sarebbe il caso di attribuire un voto anche alla condotta dei genitori. In fondo la recente normativa prevede che all’atto dell’iscrizione venga sottoscritto un “Patto di Corresponsabilità”, citato anche nel nuovo Decreto n°5 del 16/01/09 in cui si stabiliscono le norme attuative per quanto riguarda l’attribuzione del voto di condotta. Cito testualmente: In considerazione del rilevante valore formativo di ogni valutazione scolastica e pertanto anche di quella relativa al comportamento, le scuole sono tenute a curare con particolare attenzione sia l’elaborazione del Patto educativo di corresponsabilità, sia l’informazione tempestiva e il coinvolgimento attivo delle famiglie in merito alla condotta dei propri figli. (art. 4, comma 4).

Certo, se le “risposte” sono queste, pare che la strada della collaborazione scuola-famiglia non sia percorribile. E, diciamolo chiaramente, la scuola da sola non ha armi per sconfiggere quello che è il peggior “nemico”: l’indifferenza.

VOTO DI CONDOTTA: IL SETTE NON FA PIÙ PAURA

Con il Decreto Ministeriale n° 5 del 16 gennaio 2009 il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha allontanato per sempre – forse – lo “spauracchio” del sette in condotta. L’allievo il cui comportamento verrà valutato con un 7 nei prossimi scrutini è decisamente “bravino”.

La novità, infatti, consiste nel giudicare la “condotta” come qualsiasi altra disciplina scolastica: il voto, espresso in decimi in tutte le scuole di ogni ordine e grado, potrà oscillare tra il 5 e il 10. È evidente che non avrebbe senso una valutazione ulteriormente negativa – quattro o tre, ad esempio – perché con il 5 si rischia già la bocciatura, così come avviene nel caso di qualsiasi insufficienza in una delle materie scolastiche.

L’articolo 2, comma 2 del succitato Decreto recita: La valutazione, espressa in sede di scrutinio intermedio e finale, si riferisce a tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica e comprende anche gli interventi e le attività di carattere educativo posti in essere al di fuori di essa. La valutazione in questione viene espressa collegialmente dal Consiglio di classe ai sensi della normativa vigente e, a partire dall’anno scolastico 2008-2009, concorre, unitamente alla valutazione degli apprendimenti, alla valutazione complessiva dello studente.
Va da sé, quindi, che il voto espresso sul comportamento da parte del Consiglio di Classe faccia “media” nel momento in cui concorre alla “valutazione complessiva dello studente”. Ad una prima analisi parrebbe un vantaggio per quegli studenti che, come si suol dire, “battono la fiacca” ma si comportano bene, nel senso che stanno zitti, non fanno dispetti ai compagni, sono educati con i docenti e con il personale scolastico ecc. ecc. In effetti così non è. Perché? Ve lo spiego subito.

Generalmente si è portati a credere che la “condotta” sia riferibile solo al comportamento tenuto in classe. Ma se il voto che i docenti sono tenuti ad attribuire concorre alla “valutazione complessiva dello studente” è evidente che l’attribuzione deve tener conto di tanti fattori che prima, nella maggior parte dei casi, non erano presi in considerazione.
Vediamo quali sono questi fattori: la partecipazione attiva e interessata durante le lezioni (niente sbadigli e sospiri, per capirci), l’impegno profuso nello studio e la cura nel tenere in ordine il materiale d’uso, l’assunzione degli impegni – ad esempio, presentarsi alle lezioni con una preparazione adeguata in tutte le discipline in orario, avendo svolto i compiti assegnati e portato tutti i libri e i quaderni-, il rispetto delle cose, cioè tutto ciò che si trova all’interno della scuola e dell’aula scolastica che si condivide con altri, e delle persone, vale a dire dei compagni e degli insegnanti, nonché del personale ATA, la cura nei confronti della propria persona (venire a scuola con un abbigliamento adeguato e con un aspetto generalmente non trasandato) e l’uso di un linguaggio corretto ed educato (niente turpiloqui, per intenderci), la frequenza assidua, a meno di una salute cagionevole e comunque niente assenze “strategiche” in occasioni di compiti in classe o verifiche orali. Insomma, l’elenco potrebbe continuare ma non voglio annoiare i lettori. In ogni caso, chiunque abbia figli in età scolare credo comprenda bene ciò di cui parlo.

Dicevo prima che con una valutazione insufficiente del comportamento si rischia la bocciatura o la non ammissione all’Esame di Stato per gli allievi frequentanti l’ultimo anno della scuola secondaria di I o II grado . A tale proposito nell’articolo 3, comma 2 si legge: La valutazione espressa in sede di scrutinio intermedio o finale non può riferirsi ad un singolo episodio, ma deve scaturire da un giudizio complessivo di maturazione e di crescita civile e culturale dello studente in ordine all’intero anno scolastico. In particolare, tenuto conto della valenza formativa ed educativa cui deve rispondere l’attribuzione del voto sul comportamento, il Consiglio di classe tiene in debita evidenza e considerazione i progressi e i miglioramenti realizzati dallo studente nel corso dell’anno, in relazione alle finalità di cui all’articolo 1 del presente decreto.
Da ciò si evince che un singolo errore, seppur grave, può non essere drasticamente penalizzante qualora l’allievo dimostri di essersi impegnato a rimediare e a correggere i vizi del proprio comportamento. Così è in tutte le discipline: non si “condanna a morte” un allievo che ha 4 in matematica nello scrutinio intermedio; tuttavia c’è la concreta possibilità che si ritrovi il Debito Formativo – almeno alle superiori – se non si dà da fare per rimediare. In ogni caso la decisione finale spetta al singolo Consiglio di Classe che valuterà opportunamente la possibilità di “chiudere un occhio”, esattamente come si fa qualora uno studenti presenti una sola insufficienza non grave allo scrutinio finale. Ma questa non è, comunque, una norma universale perché, pur attenendosi a dei parametri di valutazione concordati e condivisi, i singoli Consigli di Classe spesso non affrontano situazioni simili nello stesso modo. D’altra parte appare utopistico sperare che tutti i docenti usino un’unica testa per pensare. Diciamo che il mondo è bello perché è vario, o no?

Ma allora in concreto cosa cambia? Innanzitutto l’attribuzione del voto di condotta non si baserà più solo su una valutazione ristretta e restrittiva. Prima si procedeva in questo modo: 10 non lo si dava mai per evitare che il poveretto o la poveretta fosse bersaglio della derisione da parte dei compagni (tutti sappiamo quanto possano essere stupidi gli adolescenti), il 9 era un bellissimo voto, l’8 attestava un comportamento non proprio ineccepibile e il 7 una condotta inaccettabile che spesso veniva sanzionata con qualche provvedimento disciplinare quale la sospensione. Un tempo il 7 pregiudicava la promozione, anzi comportava la “riparazione a settembre” di tutte le materie, ma già da qualche anno il 7 in condotta non aveva conseguenze così drastiche.
Ora, avendo a disposizione tutta la gamma dei voti, dal 5 al 10, i docenti valuteranno il raggiungimento degli obiettivi educativi da parte degli studenti esattamente allo stesso modo in cui si attribuiscono i voti nelle singole discipline. Si auspica, comunque, l’utilizzo di una griglia di valutazione, che tenga conto di tutti i fattori elencati sopra e anche molti altri, primo fra tutti il rispetto del Regolamento che ogni scuola ha il dovere di rendere pubblico, in modo da evitare che i voti vengano assegnati “a casaccio”.

Un’ultima cosa: è stato detto che anche alle elementari sono state ripristinate le valutazioni numeriche, quindi il voto di condotta sarà anch’esso espresso in decimi. Ciò ha provocato reazioni insensate, a mio parere, da parte dei genitori contrari. Io, personalmente, sono cresciuta con i voti ed ero fiera di leggere sulla pagella i 9 e i 10 ottenuti nelle varie materie. L’effetto non sarebbe stato certamente il medesimo se avessi letto i giudizi sintetici, spesso tutti uguali e a mala pena adattati alle peculiarità degli alunni, del tipo ”L’alunna dimostra un impegno e un’applicazione costanti nello studio; l’acquisizione dei contenuti è buona così come la rielaborazione dell’appreso in contesti diversi bla, bla, bla”. Non ci avrei capito nulla, credo, e non mi si venga a dire che i bambini di oggi sono più svegli perché io una deficiente non mi sono mai sentita. Non solo, ero orgogliosissima del 10 in condotta. Ricordo che la mia maestra ci faceva fare il gioco del silenzio: tutti seduti al loro posto, bocca tappata (le labbra erano talmente serrate che cambiavano colore), mani dietro la schiena e possibilmente testa reclinata indietro (io che avevo i capelli lunghi praticamente pulivo il pavimento, ma pare che la maestra attribuisse un buon giudizio all’elasticità della colonna cervicale). Ora che ci penso, dev’essere andata così: quando la maestra non aveva voglia di far lezione o la esasperavamo troppo (anche se, devo ammettere, che allora non si faceva il caos che oggi si sente nelle aule scolastiche), ci faceva fare il “gioco del silenzio” così almeno per un po’ se ne stava in pace.

Per finire, voglio rassicurare i genitori: nessun trauma per i piccoli con il ritorno dei voti. Quanto ai più grandi, se vostro figlio torna a casa con il 7 in condotta, non prendetevela e non pensate di aver allevato un delinquente. Se in pagella trovate un 7 in matematica o in latino, avete forse motivo di arrabbiarvi?

IL GIURAMENTO DI BARACK OBAMA

giuramento obama

Il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Hussein Obama, ha giurato a Washington poco dopo le 18 ora italiana. L’atteso momento, dunque, è arrivato e chiunque, presente alla cerimonia o semplice spettatore della diretta televisiva, può essere orgoglioso di questo presidente che riscatta il popolo afro-americano dagli sciocchi pregiudizi e dalle insensate persecuzioni che hanno caratterizzato secoli di storia americana.

Michelle Obama, con un grazioso anche se forse un po’ troppo vistoso abito giallo, è arrivata sulla scalinata del Campidoglio, insieme a Jill Biden, vicepresidente, con in mano la Bibbia sui cui giuro’ il 4 marzo 1861 Abraham Lincoln. Proprio questa è stata scelta da Obama, primo tra tutti i suoi predecessori, perché Lincoln rappresenta un modello e fonte d’ispirazione principale per il nuovo inquilino della Casa Bianca. Come vuole la tradizione, la first lady ha tenuto in mano la Bibbia su cui ha giurato il marito. Una tradizione, in effetti recente: prima del 20esimo secolo infatti, spesso le first lady neanche partecipavano alla cerimonia di giuramento. Fu Lady Bird Johnson a decidere nel 1965 di sorreggere la Bibbia, dando così da allora un ruolo centrale anche alle mogli dei presidenti.
Al fianco della coppia le due bambine, Malia e Sasha, l’una vestita di blu e l’altra di rosso, colori della bandiera americana.
Per l’occasione, la nonna di Barack, l’ottantasettenne Sarah Obama , è volata negli USA dal Kenia e ha presenziato alla cerimonia grazie al visto che l’ambasciata americana a Nairobi le ha consegnato qualche giorno fa.

Il discorso del non troppo emozionato nuovo presidente degli States è stato in gran parte impostato sul momento di crisi attuale, passando attraverso la lotta al terrorismo, nella speranza che il suo operato possa portare ad una svolta che potrebbe essere considerata epocale.
«L’economia è in crisi a causa del fallimento e della cupidigia di alcuni e della mancanza di decisione di altri», sono state le prime parole pronunciate dal presidente dopo il giuramento. «Le sfide che dobbiamo affrontare sono molte. Ma sappi questo, America: saranno affrontate! Oggi siamo qui perché abbiamo scelto la speranza sulla paura». Per quanto riguarda la sicurezza, Obama ha detto che «è falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. L’America è amica di ogni nazione, di ogni persona che cerchi pace, giustizia e libertà».

Forse un discorso impostato sulla retorica ma, considerata la grande forza d’animo e la caparbietà del neo presidente, si può ben sperare che i progetti vengano realizzati al più presto per portare nel mondo quella pace e quella serenità di cui l’umanità ha bisogno.

DA “AMICI” DI MARIA A NEMICI DI STEVE

steve la chanceQuesto pomeriggio guardando la puntata di “Amici” mi sono proprio divertita. Eravamo abituati a sentire i battibecchi tra gli insegnanti e le critiche poco carine dei ragazzi che, alla fine, tra di loro tanto amici non sono. Ma oggi abbiamo assistito ad una vera e propria ribellione da parte dei ballerini professionisti nei confronti di Steve La Chance. La pietra dello scandalo – data la stazza sarebbe meglio dire il “macigno”! – la ballerina, si fa per dire, Daniela.

Anche se, come ho già detto nei precedenti post, non seguo il programma, mi è capitata la sventura di vedere ballare la “leggiadra” ragazza. La cosa più divertente, però, è osservare la faccia di Alessandra Celentano quando Daniela esegue le sue performance.
Mi sono chiesta cosa ci facesse lì una come lei ma, considerato che la verità sulle raccomandazioni è venuta a galla più volte per espressa ammissione dei docenti, il motivo della presenza di Daniela in trasmissione non è più stata un mistero. Quello che rimane, a parer mio, un’incognita è come abbia fatto ad arrivare al serale. Tuttavia, corrono voci che anche le telefonate siano taroccate, quindi niente più dubbi.

Tornando ad oggi, abbiamo assistito ad una discussione fra Steve e Leon che, pare, abbia rifiutato di ballare con Daniela nel serale di mercoledì scorso o, quanto meno, abbia ammesso di non riuscire a fare le prese nella coreografia di Steve. Per non offendere la poveretta, il buon Leon ha tirato fuori la scusa di un infortunio i cui postumi gli avrebbero impedito di sollevare il non leggero corpo della “ballerina”.
La verità, però, sarebbe un’altra: indispettito per essere stato esonerato da Steve per l’esecuzione della sua coreografia della prossima puntata, diciamo che Leon si è tolto un sassolino dalla scarpa svelando che, in camerino, quindi lontano da microfoni e telecamere, Steve gli avrebbe raccomandato di andar piano con Daniela e non farsi male.
Ma insomma, dico io, Daniela non era la protetta di Steve? La Celentano l’ha detto chiaro e tondo in trasmissione e ha aggiunto: “Sapevi che in tre mesi la situazione non sarebbe cambiata (ovvero il peso della fanciulla non sarebbe diminuito, ndR) e allora perché hai voluto farla entrare a tutti i costi?”. Il colore della faccia del coreografo ha assunto dei toni rossastri con tendenza al viola. A parte che si è visto benissimo che non sapeva cosa dire, ma anche quando ha ripetuto che con Daniela aveva fatto un patto, cioè lei avrebbe dovuto dimagrire, non è riuscito a convincere nessuno, tanto meno la Celentano.

Ma questa povera Daniela, mi chiedo, com’è che non è riuscita a dimagrire ballando tutte quelle ore al giorno? A me sembra davvero un mistero perché normalmente facendo tanto movimento si perde peso più facilmente. E poi, visto che i pasti arrivano già bell’ e pronti, non potevano prevedere per lei una dieta speciale? La Celentano sostiene che tutt’al più Daniela in tre mesi avrebbe potuto buttar giù tre chili, altrimenti sarebbe passato anche un messaggio diseducativo (ebbene sì, il mostro “anoressia” è sempre in agguato, si materializza vedendo l’esile Ambeta che, pare, ai tempi della sua partecipazione ad “Amici” non era affatto magrissima), io credo, invece, che una perdita di due-tre chili al mese per una ragazza dell’età e della corporatura di Daniela possa essere accettabile.

Io penso che, a parte tutte le battute e il rifiuto di ballare con lei – ad eccezione dell’eroico Sperti che comunque ha una stazza notevole e che forse la capisce visto che dopo la separazione dalla Barale era diventato un peso massimo – la povera Daniela dovrebbe sentirsi inadeguata semplicemente guardandosi allo specchio mentre balla. Nelle sale-prova gli specchi ci sono, o no? Perché insistere a fare qualcosa per cui non si è portati e, soprattutto, non si ha il fisico? Perché La Chance ha voluto fare un’opera di bene dandole l’ultima possibilità di partecipare al programma, visto che l’anno prossimo, a venticinque anni suonati, non sarebbe certamente entrata nella scuola di Maria De Filippi”? Perché Steve non ha pensato a noi spettatori che, oltre a non essere scemi, non vorremmo assistere a spettacoli penosi? Perché continuano a fare i provini e le selezioni se poi i ragazzi con vero talento rimangono a casa per far posto ai super-raccomandati, anche se di talento non ne hanno un briciolo e in abbondanza hanno tutt’altro?

Quello che mi ha colpito di più, comunque, è stata la solidarietà che tutti i ballerini – José, Gianni e Kledi – hanno manifestato nei confronti del bistrattato Leon. Forse uno dei rari esempi di civiltà in tutta la “storia” di Amici.

UN ALTRO NO PER ELUANA ENGLARO

Da quando, nell’ottobre scorso, la Cassazione ha ritenuto legittima la richiesta dei familiari di Eluana Englaro, ovvero il distacco del sondino nasogastrico che permette l’idratazione e l’alimentazione della donna in coma vegetativo dal 1992, pare non sia facile trovare un luogo, in Italia, dove la sentenza possa essere applicata. Insomma, per la famiglia questo sembra essere un calvario senza fine.

Vale la pena ricordare che nella casa di cura “Città di Udine” tutto era pronto ad accogliere Eluana fin da dicembre; sembrava, dunque, che quello del 2008 sarebbe stato l’ultimo Natale per la paziente in coma. Ma la decisione della clinica di ospitare la donna è stata in tutti i modi ostacolata da cavilli burocratici. Se da una parte la Legge consentiva alla famiglia Englaro di “far morire” la loro congiunta, dall’altra l’opinione pubblica, con a capo la Chiesa e il Vaticano, ha sollevato una questione morale che avrebbe dovuto essere fuori discussione, vista la decisione della Suprema Corte. Tant’è che essa era stata accolta con estrema soddisfazione dal papà di Eluana che, compiaciuto, aveva affermato che “ha vinto lo stato di diritto”.

Nonostante la Magistratura avesse detto la parola fine sulla penosa vicenda, lo Stato, nella figura del ministro Sacconi, ha espresso biasimo nei confronti della disponibilità da parte della casa di cura udinese, abbracciando l’arma del ricatto: qualora Eluana fosse stata accolta nella struttura per essere lasciata morire, lo Stato avrebbe tolto le convenzioni sanitarie di cui, inutile nasconderlo, qualsiasi nosocomio privato vive.
Ieri il Consiglio di Amministrazione della clinica si è così espresso in un comunicato ufficiale: “Nel caso si desse attuazione all’ospitalità della signora Englaro per il protocollo previsto, il ministro potrebbe assumere provvedimenti che metterebbero a repentaglio l’operatività della struttura, e quindi il posto di lavoro di più di 300 persone».

Il signor Englaro già sabato scorso, ospite di Fabio Fazio nella trasmissione TV “Che tempo che fa”, aveva espresso il suo rammarico per la piega che i fatti avevano preso. In quella sede l’uomo aveva affermato che l’evoluzione della vicenda l’aveva portato a sostenere che viviamo in un “Paese senza civiltà”. Ora dice di essere pronto a continuare la sua battaglia legale per far valere il Diritto superando gli ostacoli provenienti dall’esecutivo.
Nel frattempo la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sul ministro Sacconi, facendo seguito alla denuncia sporta dai Radicali che interpretano la sua presa di posizione come un vero e proprio atto di forza. L’accusa, infatti, è di “violenza privata”, ma il ministro si difende affermando: “Non ho compiuto atti ‘violenti’ verso alcun erogatore sanitario, per cui attendo fiducioso la rapida conclusione di questa iniziativa giudiziaria, per la quale l’intento dei querelanti appare, esso sì, intimidatorio.”. E aggiunge: “Ho ritenuto mio dovere farlo perché Ponzio Pilato non fu certo un esempio di buon governo. Ho preso peraltro a fondamento della mia determinazione atti quali il parere del Comitato nazionale di bioetica e la Convenzione dell’Onu sui disabili, il cui disegno di ratifica è all’esame del Parlamento”.

La questione, dobbiamo ammetterlo, è alquanto intricata; a detta di alcuni lo è fondamentalmente perché non esiste in Italia una legge sul “testamento biologico”. Dobbiamo tener presente, comunque, che nella “risoluzione” del caso di Eluana si parte da presupposti legali certi e definitivi e, fino a prova contraria, dovrebbe essere applicata la Legge in vigore e non sospenderne l’iter in attesa che si promulghi una legge che non c’è e che forse non tutti vorrebbero.

LA “NUOVA SCUOLA SPIEGATA AI GENITORI”

Come sapete la riforma Gelmini ha creato un po’ di scompiglio. Dal prossimo Anno Scolastico sarà effettiva la riforma della “primaria” limitatamente alla classe prima, con l’abolizione del modulo dei tre maestri. Anche la “scuola media” sarà investita da un’ondata di novità, mentre per la riforma delle “superiori” bisognerà attendere l’Anno Scolastico 2010/2011.
Le iscrizioni per il prossimo A.S. sono state prorogate di un mese rispetto alla consueta scadenza di fine gennaio. C’è ancora tempo, quindi, fino al 28 febbraio.

Nel frattempo, credendo di fare una cosa utile, informo i miei lettori che oggi in edicola, in allegato al Corriere della Sera , potranno trovare una Guida curata da “Tuttoscuola” che vuole venire incontro ai dubbi dei genitori alle prese con la prossima iscrizione dei figli nella Scuola Primaria e Secondaria di I grado. Ad esempio, si prende in esame la possibilità di scelta tra tempo “normale” o tempo pieno alla primaria o la preferenza rispetto ad un maggior numero di ore di lingua inglese alle medie.

La guida consta di 224 pagine, contiene oltre cinquanta risposte a possibili quesiti e un indice analitico per argomenti con più di 250 voci, che esplorano ogni aspetto della materia con linguaggio semplice e appropriato. Il costo è di euro 4,90 ed è disponibile in un numero limitato di copie … quindi, conviene affrettarsi!

Inoltre, sul sito tuttoscuola.com c’è la possibilità di trovare uno speciale con i modelli di iscrizione, la normativa e la possibilità di porre dei quesiti sulle iscrizioni ai quali verranno date le risposte sullo stesso sito.

Vi invito anche a leggere gli ARTICOLI CORRELATI .

AGGIORNAMENTO 19/01/2009

La redazione di Tuttoscuola fa sapere che, visto il successo ottenuto dalla Guida “La nuova scuola spiegata ai genitori” e considerato che in alcuni comuni di provincia l’allegato al Corriere della Sera di sabato 17 gennaio non è neppure arrivato, la stessa verrà ridistribuita da oggi nelle edicole.

Ricordo che chi volesse ulteriori informazioni può consultare lo “Speciale iscrizioni” sul portale tuttoscuola.com. Sullo stesso sito è inoltre possibile usufruire gratuitamente di un servizio di consulenza sulle iscrizioni.

AGGIORNAMENTO 02/02/2009

Leggo sulla newsletter di Tuttoscuola che la guida “La nuova scuola spiegata ai genitori” sarà in edicola con il Corriere della Sera fino a metà febbraio.

CARO BRUNETTA, SONO UNA PROF E NE VADO FIERA

All’indomani della tua nomina a Ministro per la Pubblica Amministrazione e Innovazione, caro Brunetta, hai conquistato la mia stima grazie all’impegno profuso per arginare l’assenteismo degli impiegati statali. Ti sei erto a paladino della giustizia e hai, in poco tempo, messo in riga un esercito di fannulloni. Ti confesso che vedendo nei vari servizi di “Striscia la Notizia” quelli che timbravano il cartellino e poi se ne andavano in giro o quelli che arrivavano con un pacco di cartellini di colleghi scansafatiche e li timbravano tutti, ho provato per lungo tempo un certo disgusto. Mi chiedevo come mai io dovessi stare in classe quattro o cinque ore al giorno senza perdere un minuto di concentrazione, e altri “statali” potessero fare i cavoli loro per buona parte della mattinata.
Ma poi sei arrivato tu e ho esultato. Mi sono detta: questo sì che sa farsi valere e non gli serve urlare o minacciare, gli basta fare il suo lavoro. È tanto facile: perché gli altri, prima di te, non ci hanno pensato?

Poi è arrivato l’ “ottobre caldo”, sai quello in cui ci sono state le manifestazioni contro la Gelmini? Sei stato spettatore inerte della ribellione di studenti e docenti; ma qualche senso di colpa lo dovevi pur avere visto che il decreto 133 l’avevi firmato anche tu, insieme alla Gelmini e a Tremonti. Allora, caro Brunetta, giusto per farti sentire hai pensato bene di uscirtene con una battuta alquanto infelice: hai detto, infatti, che gli insegnanti, per il lavoro che fanno, guadagnano anche troppo. Ma come? Dopo che la Gelmini per mesi aveva ripetuto che i docenti in Italia sono sottopagati, che bisogna alzare gli stipendi per motivarli un po’, che è necessario distinguere chi fa il minimo e chi si impegna al massimo … Insomma, caro il mio Brunetta, quella battuta a me non è proprio piaciuta e sei crollato nella mia personale classifica di gradimento.

Impegnata nel mio lavoro – perché, sai, anche se sono una statale lavoro, eccome! – mi sono disinteressata un po’ di te. Ad un certo punto, però, ne hai sparata un’altra: le donne devono avere pari diritti degli uomini, quindi … in pensione a 65 anni! Ma come? Non hai altro a cui pensare? O forse credi di farci un favore? Personalmente alla parità dei sessi non ci tengo per nulla, almeno non in questi termini. Ovvero, ci terrei se anche gli uomini fossero davvero “pari” rispetto a noi. E non sto parlando del lavoro, parlo della vita di tutti i giorni.

Bene, vediamo ora cosa fa una donna durante la sua vita. Oltre a studiare, come e a volte più dell’uomo, una donna che ha una famiglia lavora su due fronti: svolge la sua attività lavorativa – qualunque essa sia – che la porta fuori di casa per un tot di ore al giorno e svolge varie altre mansioni a casa, o fuori ma sempre per onorare l’impegno del menage familiare, per il marito e per i figli, se li ha, quasi mai per se stessa.
Una donna con famiglia, quindi, ha un doppio lavoro: uno le offre la possibilità di sbarcare il lunario come meglio può – dipende, è ovvio, dalla retribuzione- mentre l’altro, per nulla retribuito, contribuisce a sfinirla del tutto per cui, alla fine della giornata, s’infila il pigiama, si strucca e se ne va a letto, pensando comunque alle innumerevoli cose da fare per l’indomani e pregando che i figli non la sveglino di notte, se sono ancora piccoli, o che ritornino a casa ad un orario decente e senza far troppo rumore, se sono già grandi. Il marito, quell’uomo che da fidanzato era al centro della sua vita, quel compagno a cui malvolentieri dava tutte le sere la buonanotte coltivando l’intimo desiderio di addormentarsi con lui un giorno non lontano, quello stesso uomo la donna che lavora e “tiene famiglia” lo lascia da solo davanti alla TV, perché lui non è mai troppo stanco. Chissà perché? Forse perché, pur lavorando fuori casa, lui fra le quattro pareti domestiche non fa quasi nulla? Ebbene sì, questa è la risposta esatta.
Certo ci sono anche mariti collaborativi: portano a scuola i figli, li vanno anche a riprendere, se necessario, fanno la spesa, sbrigano alcune commissioni, tipo pagamento bollette o spese condominiali, il tutto solo se debitamente “pilotati”, perché sai, caro il mio Brunetta, gli uomini di perspicacia, a volte, ne hanno poca. Dicono che il cervello delle donne sia più piccolo di quello degli uomini di circa il 9 % ma i neuroni, evidentemente, funzionano meglio. Forse è una questione ormonale, non so.
Quello che so di certo, però, è che la vita della donna scorre frenetica per 18 ore al giorno – per le più fortunate che non soffrono d’insonnia – e per 365 giorni all’anno. So anche, perché l’ho provato, che conciliare i due lavori stressa infinitamente di più che svolgerne uno solo. Sono pure convinta che la maternità, quando c’è, non sia per nulla penalizzante dal punto di vista professionale, come tu sostieni. Lo è, al contrario, dal punto di vista umano: tolti i comuni lavori domestici – lavare, stirare, cucinare, pulire – fra corse al supermercato per i pannolini, preparazione pappette, bagnetti, compiti scolastici da seguire, insegnanti con cui parlare, lezioni d’inglese o di musica, a volte tutte e due, palestra, partite di calcio o di basket la domenica, vacanze obbligate al mare – perché lo iodio fa tanto bene e il sole fissa la vitamina D! – con tanto di trasferimenti dalla casa alla spiaggia muniti di passeggino, palette e secchielli, borsa termica per la merenda, zaino gigante con asciugamani e cambio costumi … insomma, impegnate in tutto questo per anni, moltiplicando l’impegno per il numero di figli, le donne se ne fregano altamente del fatto che siano penalizzate nell’avanzamento della carriera. Ti dico di più: aspettano che i figli crescano per godersi quella libertà che prima non hanno, con il doppio lavoro. Ma quando arriva quel giorno sono troppo stanche e, guardandosi allo specchio, si chiedono perché mai dovrebbero sprecare energie in palestra o andare dall’estetista per un “restauro” quando il marito, quell’uomo che ormai le guarda di sfuggita, probabilmente nemmeno se ne accorgerebbe. Allora non resta che attendere la pensione, giusto per tirare fiato e magari per dedicare un po’ di tempo a un buon libro o ad una partita a carte con le amiche. E dovremmo attendere i 65 anni?!?

Ma, caro Brunetta, evidentemente non ti bastava prendertela con le donne, dovevi prendertela con tutti gli statali, indipendentemente dal sesso o dall’età, purché genitori. Pochi giorni fa hai detto che i figli degli statali dovrebbero vergognarsi. Per essere precisi, hai fatto un paragone con i figli di altri lavoratori che, a parer tuo, apprezzerebbero di più i genitori. “Il tornitore alla Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio che cosa fa, l’impiegato al catasto, i professori, i burocrati no”, hai affermato. Poi hai pure aggiunto che, per dare più dignità agli statali “la nostra burocrazia deve essere come la Ferrari”.
Hai sollevato un polverone, caro il mio ministro, con le tue uscite. Forse per questo in un’intervista a Canale 5 hai cercato di rimediare, senza rinunciare all’autocelebrazione, affermando che con la tua strategia sei riuscito a far sì che centomila persone in più siano presenti ogni giorno sul posto di lavoro, ovviamente nell’ambito della P.A. “Altro che offendere i pubblici dipendenti, io voglio che ritrovino l’orgoglio di dire io sono un pubblico dipendente, svolgo un ruolo fondamentale”, hai aggiunto. Ma ti sei chiesto mai quale sia l’opinione di un pubblico dipendente sul lavoro che svolge? Hai mai pensato che forse la maggior parte degli statali hanno già una dignità e considerano il loro un contributo fondamentale per il bene della collettività? Hai forse chiesto ai figli dei dipendenti pubblici se i loro genitori fanno davvero schifo?

Ebbene, io sono un’insegnante, dipendo dalla Pubblica Amministrazione, svolgo il mio lavoro con coscienza e dedizione da molti anni, sacrificando la famiglia, passando i week-end a casa per correggere i compiti e preparare le lezioni, oppure semplicemente per autoaggiornarmi. Non ho mai chiesto ai miei figli quale sia la loro opinione su di me o sul mio lavoro, anche se credo non abbiano alcun motivo per vergognarsi. So, però, quello a cui pensa mio marito per tutto l’anno scolastico: il divorzio. E certo non perché non sono degna del lavoro che svolgo, semplicemente perché lavoro troppo.
Infine, io sono fiera della mia professione e credo che la maggior parte dei docenti o dei dipendenti pubblici in generale lo sia. Quanto alla dignità, voglio citare una massima di Louis Pasteur: “Non è la professione che onora l’uomo ma l’uomo che onora la professione”. E ho detto tutto.

ANALISI E COMMENTO DELLA POESIA “Gelsomino notturno” di G. PASCOLI

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

Per acquisito giudizio critico questa lirica è da considerare uno dei risultati più alti e originali della produzione pascoliana. Per essa più che per qualsiasi altra del Pascoli è difficile indicare la trama, produrre una traduzione prosastica: ciò perché vi è portato all’estremo quel processo di rarefazione dell’elemento logico-narrativo che è una caratteristica fondamentale della poesia moderna e che Pascoli (in tanta parte della sua produzione) ha introdotto nell’ambito della poesia italiana. La lirica quindi – che deriva il suo esile pretesto realistico dalla caratteristica del gelsomino notturno, che solo di notte apre la sua corolla per richiuderla ai primi raggi del sole – è tutta una trama di impressioni apparentemente disordinate e casuali nel loro succedersi,, ma in realtà legate reciprocamene da sottili e rarefatti rapporti; da una logica del sentimento più difficile da cogliere, ma forse più vera della logica della ragione.

Per una prima lettura basterà ricordare che questi versi furono scritti dal Pascoli per le nozze dell’amico Raffaele Briganti e in essi è adombrato – con mirabile levità simbolica – il tema dell’unione di due esseri; e del conseguente germogliare, dentro l’urna molle e segreta, di una nuova vita.

La lirica venne pubblicata in un opuscolo “per nozze” nel luglio 1901, e poi inclusa nei Canti di Castelvecchio (1903).

Su questo testo esiste una produzione critica che ne ha messo in luce – a volte con sofisticata sottigliezza – l’originalità e la complessità. Noi ci limitiamo a sottolineare alcuni dati fondamentali.

La tematica affrontata si collega in un certo senso a quella di Digitale purpurea: è anche qui dominante – sia pure attraverso una complessa trama di mediazioni simboliche – il tema dell’eros al quale il Pascoli si accostò sempre con una sensibilità turbata e adolescenziale, con un complesso rapporto di attrazione e frustrazione. Questo componimento cioè mostra con risultati poetici di alta suggestione «quali sono le condizioni, sempre anomale, ma sempre straordinariamente acute, dentro cui Pascoli sente l’esperienza erotica: come sofferenza, morte, violazione, rinunzia, esperienza misteriosa e preclusa» (Tropea). L’atteggiamento del poeta dinnanzi all’atto nuziale, all’unirsi degli sposi nella loro casa, è quello di un adolescente ,”è un morboso coesistere di vaghe e conturbanti idee di violenza (vv. 21-22: «i petali / un poco gualciti») e di attrazione voyeristica (vv. 19-20:-«Passa il lume su per la scala; / brilla al primo piano: s’è spento…»). Ma questo tema di fondo – il morboso turbamento di fronte all’eros è inserito nella rappresentazione di un “notturno” fitta di voci, di sensazioni, di corrispondenze (v. 1, .«i fiori notturni»; v. 9, «i calici aperti»; v. 10, «l’odore di fragole rosse») che analogicamente ad esso si collegano.

Per quanto riguarda l’aspetto metrico, va sottolineata la differenza di ritmo che si instaura tra versi che pure sono uguali (tutti novenari): in ogni strofe i primi due novenari hanno un ritmo incalzante, concitato, ascendente, con quell’impennata prodotta soprattutto dall’accento sulla seconda sillaba e poi sulla quinta e sulla ottava («E s’àprono i fiòri notturni»); gli ultimi due invece sono caratterizzati da un ritmo discendente, fortemente pausato nel mezzo con accento sulla terza, quinta e ottava sillaba («Sono appàrse in mèzzo ai vibùrni»). L’alternanza ritmica è sottolineata dal fatto che costantemente si susseguono unità ritmico-sintattiche costituite da due versi (1-2, 3-4; 5-6, 7-8; ecc.). Questa alternanza si spezza solo nell’ultima strofa, nella quale il v. 21 (« È l’alba: si chiudono i petali») ha una forte pausa dopo la terza sillaba ed è ipérmetro, per cui la sillaba li di petali si elide con la prima del verso seguente e permette la rima di peta con segreta.

A proposito di questa alternanza ritmica il Vicinelli ha osservato (ma è ormai un dato critico acquisito) che «nella movenza impennata dei primi due versi il Pascoli ha rinvenuto il grafico, l’immediata significazione musicale dell’aggressività con cui la natura e la notte stringono l’assedio dei loro inviti d’amore. Negli ultimi due con quel gorgo lento che la sosta centrale produce ha trasfuso un crollare smemorato e blando». L’anomalia ritmica dell’ultima quartina (dei v. 21 soprattutto) servirebbe a sottolineare questo “crollare“, questo smemorato languore, dopo la notte nuziale. (A chi ritenesse discutibile o eccessiva questa attenzione ai dati metrici, ricorderemo col Debenedetti che questa è «una poesia, dove le figure metriche sono altrettanto significative quanto le immagini».).

(FONTE: GUGLIELMINO – GROSSER, Il sistema letterario, vol. Novecento, Ed. Principato)