13 novembre 2008

NON-PIÙ-STRANIERI: I NUOVI CITTADINI ITALIANI.

Posted in attualità, integrazione culturale, società tagged , , , , , , , , a 8:22 pm di marisamoles

bambini_stranieri1
Stamattina il Presidente della Repubblica Napolitano ha ricevuto al Quirinale alcuni nuovi cittadini italiani. Stranieri non-più-stranieri, ora italiani come noi. Ma davvero si può diventare cittadini di un altro Paese perdendo la propria identità, rinunciando alla cultura, alla lingua, al modus vivendi che fin dalla nascita hanno caratterizzato un’esistenza?
Napolitano, accogliendo con garbo e gentilezza questi nuovi “italiani”, si è espresso in questi termini: “Debbono cadere antichi pregiudizi; solo così potranno avere successo le politiche sull’integrazione degli immigrati”. Nulla da eccepire, sul senso delle parole. Colgo pure le buone, anzi buonissime intenzioni del Presidente; tuttavia, mi chiedo: che cosa significa “integrazione”? Non nel senso letterale, chiaramente, ma in quello traslato. Per noi, italiani doc, accogliere “lo straniero” significa farlo sentire a casa propria, cercando di abbattere quelle che sono le diversità, perché ci sono, inutile negarlo, condividendo con lui lo spazio, perché riconosciamo nello spazio la nostra dimensione umana, costruendo con lui un percorso di “civilizzazione”, nel senso originale del termine, quello, cioè, relativo alla costituzione dell’identità di “cittadino” (civis, in latino, significa questo, appunto.
Tutto questo, senza mai chiederci “che cosa vuole lo straniero”, quali sono le sue reali aspirazioni. Può darsi che non ne abbia, può darsi che lui voglia soltanto adattarsi, cercare di convivere con persone che comunque sentirà sempre diverse, perché noi lo siamo per lui e lui lo è per noi, lavorando onestamente, anche se sa, lo straniero, che la maggior parte degli italiani si chiede cosa faccia qua, perché porti via il lavoro agli autoctoni.

Parole dure, certamente, ma vere. E non vorrei essere fraintesa perché io sono una di quelle persone che vuole l’integrazione, vuole essere accogliente, desidera convivere arricchendo il proprio patrimonio culturale attraverso lo scambio. Purtroppo, però, so che ciò non è possibile. So che l’atteggiamento diffidente, che spesso leggiamo in molti italiani nei confronti degli extracomunitari e non, è l’atteggiamento che prima di tutto dobbiamo leggere in loro. È una cruda realtà, è una pura e semplice questione di identità. Non sono io ad affermarlo; lo fanno, da tempo, molti antropologi. Partendo dall’affermazione che “integrazione” è la parola sbagliata.

Prima di tutto dobbiamo stabilire cosa significhino le parole “identità” e “alterità”.
Tre anni fa ho assistito ad una conferenza tenuta nel mio liceo dal prof. G.P. Gri, docente di Antropologia Culturale” presso l’università di Udine.
Punto di partenza, secondo Gri, è la definizione di Identità e Alterità su due livelli:

1. gli altri più lontani: noi ci sentiamo distanti da alcune culture e definiamo il senso di appartenenza alla nostra cultura sul confine che sentiamo tra noi e loro. Questa alterità determina una gamma di sentimenti che si possono provare: curiosità (ad es. quella degli antropologi), indifferenza (anche se c’è la convivenza, non c’è contatto con gli altri, quindi c’è indifferenza), fastidio (è l’atteggiamento di ripulsa tipico della xenofobia e del razzismo; la constatazione della diversità approfondisce ancor più la distanza).
2. gli altri più vicini a noi: se gli altri sono ancora più vicini a noi, perché parlano la stessa lingua, hanno valori comuni, le stesse usanze e gusti uguali, si parla di SENSO DI APPARTENENZA, ovvero di IDENTITÀ COLLETTIVA.

A questo punto, se riusciamo a superare le barriere descritte al punto 1, possiamo parlare di Integrazione? Dal nostro punto di vista sì, ma non è detto che questa convinzione sia reciproca.
E poi, per “integrazione” che cosa intendiamo veramente se non la presunzione che lo straniero si adatti al nostro stile di vita? E possiamo chiederglielo senza riconoscere che gli stiamo domandando di rinunciare alla propria identità? Evidentemente no. Al di là di quelli che sono i paletti universalmente riconosciuti nell’ambito della convivenza civile (il rispetto delle leggi, primo fra tutti), non possiamo chiedere nulla allo straniero. Non possiamo certamente pretendere che rinunci alla sua lingua, alla sua religione, alla sua “cultura”. Anzi, gli imponiamo di imparare la nostra lingua e, ai più giovani, di studiare la nostra storia, tutta concentrata sul mondo occidentale, così estranea alla maggior parte degli extracomunitari.
In definitiva, dovremmo chiedere loro la rinuncia all’identità, escludendo, però, gli stranieri, anche se nuovi cittadini italiani, da quell’ “identità collettiva”, quel “senso di appartenenza” che non possiamo concedere loro. Questa sarebbe integrazione, ma in concreto non è possibile.

Ora, non vorrei sembrare dura o addirittura xenofoba … anzi, a scuola per anni ho collaborato al progetto di Ed. Interculturale. Ma proprio per questo osservo la realtà con occhi disincantati. Belle parole, nobili intenti, niente più. Tuttavia, non sono la sola a pensarla in questi termini. Cedo volentieri la “parola” ad un famoso romanziere tedesco, Hans Magnus Enzensberger, noto ai più per il best – seller  “Il mago dei numeri”, ma anche autore di un prestigioso saggio intitolato La grande migrazione, uscito in Germania nel 1992 e tradotto in italiano da Einaudi l’anno successivo.
Nel V capitolo Enzensberger scrive:

Ogni migrazione provoca conflitti, indipendentemente dalle cause che l’hanno determinata, dagli scopi che si prefigge, dal fatto che sia spontanea o coatta, dalle dimensioni che assume. L’egoismo del gruppo e la xenofobia sono costanti antropologiche che precedono ogni motivazione. Il fatto che siano universalmente diffuse dimostra inequivocabilmente che sono più antiche di ogni forma di società conosciuta.
Per porre loro un argine, per evitare continui spargimenti di sangue, per rendere possibile un minimo di scambi e di relazioni fra clan, tribù, etnie, le società antiche hanno inventato i tabù e i rituali dell’ospitalità. Queste misure tuttavia non annullano lo status dello straniero. Anzi, lo circoscrivono entro rigidi limiti. L’ospite è sacro, ma non può rimanere.

A questo punto, cito nuovamente il professor Gri. A proposito della “diversità culturale”, afferma:

Non si deve credere che il mondo stia diventando omogeneo; c’è la spinta verso la conservazione e l’imposizione di una cultura ma ogni volta che si cerca di fare ciò, si creano lingue nuove e modelli nuovi.
Gli antropologi ritengono che si stia creando una forma di diversità culturale sempre più articolata, ma negano che si stia verificando un’omogeneizzazione, perché non è possibile avere un modelllo unico.
La diversità non è eliminabile e con essa bisogna convivere
.
[…]
Ognuno di noi ha un luogo d’origine, la parentela, la storia degli avi, la situazione economica … quindi siamo diversi. Si devono vedere i modi in cui si è diversi e per giudicare le diversità si usano degli stereotipi. Ad esempio, gli alieni sono il risultato di una mostrificazione dell’uomo perché si parte dal modello che si ha. I Greci chiamavano barbaroi quelli che non sapevano parlare il greco, ma in effetti il termine significa “balbuziente” e rimanda al concetto di incomprensibilità. Quindi bisogna venire in contatto con la diversità, conoscerla e trovare degli strumenti di comunicazione. Si è spesso usato il modello gerarchico (inferiorità nei sistemi di dominanza) che ha portato alla persecuzione degli ebrei, alla schiavizzazione, seguendo il concetto che se un essere è inferiore, o è considerato tale, si può anche buttare.
L’alternativa è vivere la diversità fondandola su un sistema di valori che ha come principio l’eguaglianza di tutti gli esseri umani
.”.

È su questo principio d’uguaglianza che bisogna lavorare. Caro Presidente, grazie per le Sue buone intenzioni, ma la strada dell’integrazione non è antropologicamente percorribile. Solo quando quelli che Lei giustamente chiama “pregiudizi” (mi permetto di aggiungere, da ambo le parti) saranno abbattuti, si potrà cominciare a parlare di uguaglianza, prima ancora che di integrazione.
Concludo “rubando” una bella citazione del professor Gri:
“È vero che dobbiamo avere delle radici, ma non siamo alberi: abbiamo le gambe e siamo fatti per camminare.”

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11 commenti »

  1. luki tolmezzo said,

    ciao zia…questa volta ho fatto un po’ fatica e seguirti…abbastanza complicato il discorso dell’antropologo, con questo non voglio dire che non ha ragione…
    Se ho capito bene tu intendi dire che è molto difficile “integrare” una persona in una comunità, in quanto, per stessa definizione di “straniero”, è, fondamentalmente, diversa. Ok, mi sta bene, ma se partissimo dal presupposto che siamo tutti diversi?(intendo persona per persona).
    Forse non dovremmo percepire lo stato italiano come unicità ma ben si come una squadra e le persone come elementi di quella squadra. Gli elementi di una squadra non devono per forza essere uguali o simili, anzi, una squadra è tanto più forte, tanto quanto riesce a ricoprire bene i ruoli e questo grazie alla diversità di attitudini dei suoi elementi. Ecco che le diverse esperienze, predisposizioni, culture, lingue usi e costumi sono un arricchimento e non un indebolimento del gruppo. L’unica cosa importante è che gli elementi abbiano la volontà comune di remare nello stesso verso, e cioè di far migliorare la condizione generale della squadra senza pensare troppo alla propria individualità. Io sono italiano quando pago le tasse in italia e faccio il bene dell’italia, ma se viaggio ubriaco a 120Km su limite di 50Km sono molto meno membro della squadra di quanto non lo sia un muratore rumeno che ha lavorato duramente dalle 7 alle 18… Nel piccolo non sono un gran che di italiano neanche quando butto una carta per terra o quando parcheggio in doppia fila…in pratica, io mi sento molto orgoglioso di un mio compagno di squadra italiano, acquisito come Magdi Allam, allo stesso modo preferirei che quel tizio che ha investito, ucciso, e abbandonato sulla strada quella signora di Tolmezzo sabato scorso nessuno lo ricordasse come italiano, friulano, carnico, se fosse possibile a persone del genere io la cittadinanza glela toglierei…Infine: io sono e mi sento italiano perché me lo merito, non perché sono nato qui e quindi ben venga chi rema con noi, qualunque sia il suo luogo di nascita, è chi non rema o rema contro che resta sempre un problema anche quando è nato nello stesso ospedale dove sei nato tu…ciao zia

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  2. marisamoles said,

    Condivido il tuo ragionamento, tuttavia rimango sempre dell’idea che parlare di “integrazione” sia molto difficile. Certamente siamo tutti diversi, anche fra italiani, ed è proprio quello che il prof Gri intende quando parla di “identità collettiva” che può esserci anche tra persone diverse ma che condividono lingua, storia, usanze …

    Quello di cui tu parli è il senso civico che tutti quelli che vivono in una comunità dovrebbero avere. Altro è parlare di integrazione e credere che gli stranieri, anche quelli che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, si sentano in tutto e per tutto uguali a chi in Italia è nato e cresciuto. Quando pensiamo che nella stessa nostra amata patria ci sono atteggiamenti di intolleranza anche tra persone che vivono in regioni diverse … e noi viviamo, purtroppo, in una di quelle in cui i vari campanilismi hanno seminato per decenni discordia e forse continuano a seminarla ancor oggi! 😦

    Ciao ciao 🙂 🙂

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  3. luky tolmezzo said,

    Io credo che nessuno parli di integrazione, nel senso che uno straniero deve dimenticarsi da dove proviene e quali sono i suoi costumi, non ci sarebbe nulla di più razzista di ciò… io credo che si intenda integrazione e cittadinanza nel senso di:
    persona inserita nella società italiana che aiuta gl’altri italiani (autoctoni e non) a far si che l’Italia funzioni.

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  4. marko said,

    salve prof.
    come vede ci sono anch’io … spero di non intrommettermi in maniera sconsiderata in discussioni di famiglia! 😀
    … naturalmente scherzo …
    Chiudo la “modalità svago” per entrare in merito all’argomento che, a mio parere, si mostra come interessante approfondimento su un tema spesso affrontato in maniera errata!
    Anzi, rettifico … il tema “dell’integrazione” nelle società occidentali e in particolar modo nella nostra è trattato con un dispendio enorme di energie e parole parole parole parole …. tutte vuote, naturalmente! L’esatto contrario, e questo è un merito a cui le dò conto, di come lo tratta lei che porta alla nostra attenzione dettagli di natura antropologica certamente non di poco conto; senza contare, come si evince, come le parole chiave siano evidenziate in grassetto …. [ho provato a leggere solo quelle e a montarle come una specie di puzzle … un’esperienza allucinante!!!]
    Per il resto non si faccia auto-accuse di razzismo o xenofobia, non c’entrano assolutamente nulla, anzi! In molti casi credo che le parole giuste da usare siano il connubio intolleranza/tolleranza … io tollero qualcosa/qualcuno se quel qualcosa/qualcuno so che non altera il mio equilibrio, il mio stile di vita … insomma, la reciproca conoscenza è la miglior forma di integrazione. E se essa rappresenta un beneficio per la collettività ben venga!

    PS: bella la citazione finale 😀

    a presto

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  5. marisamoles said,

    Ciao Marko! Mi fa piacere risentirti e sappi che anch’io ogni tanto faccio un salto da te.

    Sono felice che tu abbia colto la “sfumatura” del mio scritto. Insomma, come ben dici, si parla tanto dell’argomento ma spesso ripetendo sempre le stesse cose. Discorsi educati, civili, rispettosi … quasi in “punta di piedi”, con un uso misurato delle parole per non toccare la suscettibilità delle persone. Ma sono, effettivamente, solo parole che spesso non corrispondono al reale pensiero. È come se prima di affrontare l’argomento, si pensasse: “Se dico questo, posso risultare offensivo?” e allora tutto diventa controllato, costruito, per nulla spontaneo.

    Io stessa, ad un certo punto, ho fatto scattare dentro di me la molla dell’autodifesa, una sorta di esame inconscio, non di coscienza come si usa fare, reazione involontaria ad un ipotetico e temuto giudizio che le mie parole avrebbero potuto suscitare. Insomma, non un’auto-accusa, come tu pensi, perché so benissimo che la questione, affrontata dalla corretta prospettiva, cioè quella antropologica, può generare dei fraintendimenti.

    La “mania” di evidenziare le parole chiave è uno strascico professionale. Anche quando scrivo, diciamo, per diletto, alla fine mi viene spontaneo facilitare la lettura come si usa fare nell’analisi di un testo. Bella l’idea di leggere solo le key-words: lo devo fare anch’io. Se l’esperienza che hai fatto è “allucinante” forse ho lanciato un messaggio subliminale senza saperlo!

    Infine, per quanto della scuola in questo periodo si dica di tutto e di più (nel male più che nel bene), devo sottolineare che l’ed. interculturale (o ed. alla mondialità) l’ho imparata “a scuola”, come pratica didattica, e ci ho speso, negli anni, un centinaio di ore non retribuite. Con gli allievi ho portato avanti dei bei progetti trasmettendo loro delle conoscenze acquisite in tempi relativamente recenti (mai sentito parlare dell’argomento né al liceo né all’università) e questo è il lato più bello del mio lavoro: aprirsi al mondo, sperimentare nuovi ambiti d’indagine, adattarsi alle esigenze dell’oggi pensando al domani e mettendo da parte ciò che appartiene al passato e che non si può più riutilizzare in contesti nuovi. In altre parole: non fossilizzarsi insegnando sempre le stesse cose nello stesso modo. In una sola parola: aggiornarsi.

    Grazie ancora per la fedeltà e … a presto. 😀

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  6. Matteo said,

    Carissima prof, mi scusi l’irruzione! Le segnalo un video che DEVE assolutamente vedere, commovente a dir poco, che non c’entra assolutamente nulla con questo intervento, ma che penso le ispirerà qualche considerazione! Un’opinione del grande, eterno maestro di vita, prima di qualunque altra cosa, Indro Montanelli sull’Italia e gli Italiani.
    Questo è il LINK

    Distinti saluti!

    Mi piace

  7. marisamoles said,

    Caro Matteo,

    grazie per la segnalazione. Ho visto il video ed effettivamente commuove e fa riflettere.
    Anch’io ho apprezzato molto il grand’uomo che è stato Indro Montanelli e nell’intervista dimostra, ancora una volta, l’invidiabile spirito critico, oltre che la sua enorme cultura, nonché la lungimiranza che l’ha sempre contraddistinto.

    A presto. 🙂

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  8. ilfaromagazine said,

    Purtroppo siamo ben lontani da una vera politica di integrazione in Italia… anche oggi ci hanno bacchettati dall’Europa a causa delle nostre politiche di razzismo, xenofobia e diritti umani… 😦

    ilfaromag.com

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  9. marisamoles said,

    Prima di criticare la politica, bisognerebbe abbattere i pregiudizi.

    Grazie per il link. Ciao. 🙂

    Mi piace

  10. frz40 said,

    Durante la Rivoluzione francese la parola più sbandierata fu liberté, anche se una donna condannata alla ghigliottina morì gridando: “Libertà, libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome”..

    Oggi è “integrazione”. Ma cosa vuol dire? Qual’è il suo vero significato? Ci sto rifletendo mentre leggo questo tuo bell’articolo ma più ci penso e più mi sembra inutile dare una definizione.

    Mi ricordo di un’amica che tanti anni fà, una quarantina per la precisione, si era innamorata di un negro che studiava a Torino. Terminati gli studi lui riprese la via del ritorno. Non era uno qualunque. Era il figlio di un’importante famiglia del suo paese. Lasciandosi lei gli disse “Chissà cosa avrebbero detto i miei genitori se gli avessi portato a casa un uomo di colore” Lui rispose con tutta serietà e senza presunzione e senza arroganza “E chissà cosa avrebbero detto i miei gentori se gli avessi porato a casa una donna bianca.”

    Dici “Solo quando quelli che Lei giustamente chiama “pregiudizi” (mi permetto di aggiungere, da ambo le parti) saranno abbattuti, si potrà cominciare a parlare di uguaglianza prima ancora che di integrazione”

    Condivido e aggiungo: e l’uguaglianza si basa sul reciproco rispetto.

    Sì proprio il rispetto, proprio questa parola così in disuso da entrambe le parti.

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  11. marisamoles said,

    PAROLE SANTE! 🙂

    Mi piace


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