20 marzo 2012
BENTORNATA PRIMAVERA … UN GIORNO PRIMA!

Forse non tutti sanno che quest’anno, essendo bisestile, la primavera arriva un giorno prima … cioè oggi. Ciò si deve al fatto che, essendo stato allungato di un giorno il mese di febbraio, l’arrivo della primavera è anticipato al 20 marzo. Un anticipo apparente, è ovvio.
Questa giornata coincide con l’equinozio di primavera. La parola significa “notte uguale” (al giorno), ovvero le 24 ore della giornata dovrebbero essere equamente distribuite tra il giorno e la notte. Ma la durata delle due parti non è mai precisissima a causa della rifrazione atmosferica.
Il sole, nel giorno dell’equinozio, dovrebbe sorgere esattamente ad est e tramontare esattamente a ovest, ma questo non avviene, ovvero si verifica solo uno dei due casi.
In termini astronomici per equinozio s’intende ognuno dei due punti in cui l’eclittica interseca il piano dell’equatore celeste (definizione tratta dal dizionario Il Sabatini Coletti), per estensione ognuno dei due momenti dell’anno in cui il Sole transita per tali punti e in cui su tutta la Terra la durata del giorno è uguale a quella della notte (ibidem).
Numerosi sono i riti legati all’arrivo della primavera nelle antiche civiltà.
In Egitto, ad esempio, all’arrivo di questa stagione dall’Uovo cosmico plasmato da Ptah, da lui deposto sulle rive del Nilo e qui covato dall’oca sacra, nasceva Ra, il Sole. Nello stesso tempo, le lacrime profuse dalla dea Iside nella disperata ricerca del suo amato Osiride si asciugavano e la gente, nel santuario di Abido, festeggiava la fine del suo dolore con riti in onore del dio suo sposo. Il risveglio della natura rappresentava la resurrezione del dio che avveniva quando dalle zolle che stavano alla base sel sicomoro sacro spuntavano i germogli di grano ed orzo.
In Grecia, ad Eleusi, Demetra, dea delle messi, riabbracciava la figlia Persefone che per il resto dell’anno dimorava con il suo sposo Plutone (o Ade) nel regno dei morti. In suo onore la popolazione festeggiava con danze e canti, procedendo in un corteo sacro che accomunava in un’unica manifestazione di gioia, oltre a Demetra, Dioniso e Pan. Si tratta dei famosi misteri di Eleusi che rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la “discesa” (la perdita), la “ricerca” e l’ascesa, dove il tema principale era la “ricerca” di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.
Il rito era diviso in due parti: la prima, piccoli misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera, la seconda, grandi misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno.
La cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.
Dalla Grecia a Roma, Demetra si trasforma in Cerere e sua figlia in Porserpina. Ad esse e a Dioniso-Libero la plebe romana dedicava riti che si celebravano sull’Aventino, attraverso i Ludi Ceriales. I patrizi, invece, sul colle Palatino festeggiavano l’arrivo della primavera con i Ludi Megalenses in onore di Cibele e di Attis. (per maggiori dettagli sui riti primaverili CLICCA QUI)
E dopo questo bagno di cultura (in attesa di fare un bel bagno nell’acqua turchina del mare Adriatico
), vi lascio con alcuni versi di un poeta che amo molto, anche se non riusciva a godere del risveglio della natura, preso com’era dal suo inguaribile pessimismo: Giacomo Leopardi
Primavera d’intorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
si ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore [...]
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra. (da Il passero solitario)
[altre fonti: Wikipedia, Orticalab.it; immagine da questo sito; PER I DIFFIDENTI: IN QUESTO SITO SI PUO' CALCOLARE L'EQUINOZIO DI PRIMAVERA NEI DIVERSI ANNI]
21 febbraio 2012
IL MIO MARTEDI’ MAGRO. ALMENO I RICORDI NON INGRASSANO

Ed eccoci arrivati all’ultimo di Carnevale: il martedì grasso che invita agli eccessi, soprattutto culinari, in vista del periodo di “magra”, cioè la Quaresima, che ci accompagnerà fino a Pasqua. Ma perché l’aggettivo “grasso” è scelto per identificare le due giornate più importanti della settimana di Carnevale, ovvero il giovedì e il martedì?
L’etimologia della parola sembra aver origine da carnem levare, locuzione latina che indica l’assenza della carne nell’alimentazione a partire dal mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima. In origine, infatti, per tutto questo periodo si usava togliere dalla mensa (parola latina che indica la tavola imbandita) la carne, tutta. Poi, però, tale limitazione è stata ridotta ai soli venerdì di Quaresima, anche se qualcuno tende quantomeno ad astenersi dal consumo di carne di maiale per tutto il periodo. Dipende da quanto si è ligi nel rispettare la tradizione cattolica. Ricordo, ad esempio, lo sguardo inorridito di mia suocera quando, ad un pranzo domenicale in periodo quaresimale, si trovò di fronte un piatto a base di carne suina. Lo rifiutò, con la cortesia che la contraddistingueva, adducendo non so quale pretesto, ma io compresi subito la gaffe fatta in assoluta buona fede. Non era, insomma, mia volontà mancarle di rispetto.
Se pensiamo alle prescrizioni alimentari “imposte” (sarebbe meglio dire “suggerite” perché poi ognuno fa un po’ come gli pare) dalla Chiesa, siamo portati a credere che il Carnevale abbia origini cristiane. In realtà pare abbia visto la luce in età ben più antiche, risalendo alle feste pagane come le dionisiache greche e i saturnali romani. Lo scopo di tali riti era quello di sovvertire l’ordine lasciandosi andare al caos e agli eccessi (non solo a tavola, per altro…). Non a caso i culti antichi erano legati alla primavera, periodo di rinascita, e il Carnevale stesso acquisisce, in un certo senso, una dimensione metafisica, in cui l’uomo si trova quasi sospeso tra cielo e terra, in stretto contatto con il sovrannaturale. Le stesse maschere, in fondo, rappresentano la volontà di trovare un contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, basti pensare all’origine di una delle maschere più note, quella di Arlecchino, che è in realtà legata all’oltretomba, una sorte di demone di cui si conservano i tratti nella maschera seicentesca con quel ghigno nero nel quale pare riconoscibile il resto di un corno perso dal diavolo nel suo aspetto più umanizzato.
Nonostante la Chiesa non vedesse di buon occhio la tendenza ai bagordi per tutto il periodo di Carnevale, questa tradizione su molto seguita fin dal Rinascimento. Nella Firenze medicea, ad esempio, si organizzavano sfilate mascherate su grandi carri chiamati “trionfi” (da cui deriva tutt’oggi la tradizione dei carri in molte località della nostra penisola, anche se forse la più nota è Viareggio, ma non è l’unica), accompagnate da canti e balli. Lo stesso Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico, fu autore della Canzone di Bacco e Arianna, un vero inno alla giovinezza e al piacere che da essa deriva:
Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza. (QUI potete leggere l’intero testo)
Tornando alle tradizioni culinarie, il Carnevale è soprattutto caratterizzato dalla preparazione dei dolci: credo che in tutte le regioni si preparino i crostoli (però ci sono nomi diversi per indicare queste sfoglie sottili e dorate: cenci, frappe, galani, chiacchiere …) e vari tipi di frittelle (a Trieste le chiamiamo fritole). A casa mia, quando il livello di colesterolo nel sangue era ancora nei limiti, si usava consumare un dolce tipico napoletano: gli struffoli. Buonissimi! Al solo ricordo mi lecco i baffi … si fa per dire.
Essendo io una golosa glucosiodipendente, non prendo nemmeno in considerazione i piatti salati ma presumo che ce ne siano di tipici. Se qualcuno vuole postare qualche ricetta, faccia pure. Anzi, mi farebbe molto piacere anche se, ahimè, non potrò gustare alcun piatto. Per me la Quaresima è iniziata subito dopo l’Epifania (guarda caso in concomitanza con le prime esposizioni in vetrina dei crostoli e delle frittelle, da parte dei fornai che, nemmeno finite le feste natalizie già pensano a Carnevale. D’altronde, i panettoni iniziano a venderli a settembre …). L’ipercolesterolemia (dovuta, secondo me, alla mia stupidità che mi ha suggerito di andare a fare le analisi il 7 gennaio perché dopo ricominciava la scuola …) mi ha imposto la dieta rigida che mi porterà alla rinuncia delle classiche scorpacciate di dolci. Non solo, visto che la dieta normalmente fa diventare egoisti (non compero più, infatti, i dolci nemmeno per gli altri … si arrangino e se li comprino da soli!), non preparerò, come ero solita fare, né crostoli né fritole. Perché mai dovrei fare tanta fatica senza poter nemmeno assaggiare il prodotto del sudore della mia fronte? Insomma, stare a dieta significa anche rinunciare a farsi del male.
Ecco, quindi, spiegato il titolo del post.
E ora veniamo alle maschere. Io, per la verità, non ho mai amato vestirmi in maschera. Nemmeno nella mia famiglia era sentita questa tradizione, visto che per il mio primo Carnevale a scuola, in prima elementare, mia madre pensò bene di spedirmi in grembiulino come tutti gli altri giorni. Non vi posso nemmeno dire come mi sentii vedendo tutte le altre bambine (la mia era una classe solo femminile!) vestite con abiti meravigliosi in perfetta sintonia con il reddito pro capite familiare. Ero in una classe di gente decisamente benestante. Io e un’altra scolara (me la ricordo bene, nome e cognome che celerò nel rispetto della privacy) eravamo le uniche senza costume. La maestra, quindi, pensò bene di non farci sentire diverse in occasione della foto di gruppo e ci impose di indossare delle maschere. Le uniche disponibili erano quelle dei sette nani, creature che, guarda un po’, non mi erano troppo simpatiche se non altro perché avevano schiavizzato quella poveretta di Biancaneve. Già da piccola, evidentemente, ritenevo che le mansioni domestiche spettassero a uomini e donne in ugual misura, forse perché mio padre, con la sua disponibilità, mi aveva fatto credere che tutti i mariti dovessero essere come lui. Ah, che brutto esempio! Non sono sicura di aver subito un trauma più grosso quando fui costretta dalla maestra ad indossare la maschera di Cucciolo, per la famosa foto, (d’altra parte la mia compagna di sventura fu obbligata a mascherarsi da Brontolo il che mi portò a considerare che almeno in quella occasione potessi ritenermi fortunata), oppure quando, crescendo, mi resi conto che il mio adorato e disponibilissimo papà non era la norma bensì l’eccezione.
Uscii indenne da quel primo Carnevale, con l’intima speranza di non essere costretta a mascherarmi negli anni a venire. Non avevo fatto i conti con l’orgoglio ferito di mia madre: non sia mai che mia figlia si presenti un’altra volta a scuola senza costume! Fu così che l’anno successivo scelsi, senza troppo entusiasmo, la maschera di damina. Avete presente quegli abiti con gonna a diciotto strati, che impediva una camminata decente, parrucca bianca con boccoli e neo posticcio vicino alle labbra? Ecco, proprio quel tipo di costume. Lo odiai nel momento stesso in cui quel simpaticone di mio fratello, visto che allora ero leggermente sovrappeso, mi ribattezzò damona (che poi a Trieste è ai limiti dell’insulto!). Roba da non uscire di casa ma siccome ero una bambina docile e ubbidiente, uscii e andai mesta alla festa di Carnevale organizzata dalla zelante maestra che fu ben contenta di non dover procurare alle scolare “povere” le maschere dei nani di Biancaneve.
Andò meglio l’anno successivo: spinta dalla precoce – anche se imposta – passione per la lirica, chiesi a mia mamma, sarta provetta, la confezione di un costume alquanto insolito: volevo travestirmi da Mimì de La Boheme. Non avevo a mia disposizione una fata come Cenerentola ma mia mamma, che le mani di fata le aveva allora e le ha tutt’oggi, confezionò un abito meraviglioso, in velluto blu con una bordura in finto pelo bianco, manicotto compreso. Dalla tradizionale cuffia uscivano, in bella mostra i boccoli naturali perché nel frattempo ero riuscita a convincere la genitrice a lasciarmi crescere i capelli. Il mio fisico si era assottigliato e anche mio fratello non ebbe nulla da eccepire. L’orgoglio di mia madre fu salvo, mio fratello si salvò da uno schiaffone -nel frattempo ero anche cresciuta e a mio fratello non riconoscevo più alcun diritto della primogenitura, tanto meno quello d’insultarmi – ed io presi gusto a travestirmi per Carnevale.
Vi risparmio l’elenco delle maschere scelte negli anni successivi. Alle medie, tuttavia, non c’era l’insana abitudine di presentarsi a scuola in maschera, così potei rifarmi alle feste del sabato che venivano organizzate negli ambienti della Società Ginnastica Triestina dove studiavo danza classica.
Ricordo, in particolare, una volta in cui mi vestii da hippy, con tanto di parrucca alla Minnie Minoprio e pantaloni viola a zampa, anzi, zampissima. Poco originale, tuttavia, visto che correvano gli anni Settanta …
Al liceo un anno volli emulare Anna Oxa, famosa allora per il recente debutto al Festival di Sanremo con l’abbigliamento punk. Cantava Un’emozione da poco, una delle sue canzoni più belle in assoluto. Io quell’anno indossai un completo nero da uomo, giacca e pantaloni, stile Blues Brothers, con camicia bianca e cravattino nero. ma la cosa che più mi esaltò fu il trucco, pesantissimo, e le unghie dipinte di nero. Indossai questa mise in un’occasione importante: una festa a casa del sindaco – suo figlio era mio compagno al liceo -, anzi nella villa del Comune che costituiva la sua residenza. Un’emozione non da poco, tutto sommato.
Sempre all’epoca del liceo risale un’altra maschera che sembrava preannunciare il destino da futura prof di storia antica: mi travestii da Poppea, discussa moglie di Nerone. Diciamo che madre natura non mi aveva dotato dell’attributo fondamentale, riconducibile al nome Poppea (per quello devo ringraziare i miei due figli che, magicamente, hanno involontariamente provocato una mastoplastica additiva naturale e soprattutto gratuita), ma il vestito, sempre confezionato da mia mamma, era fantastico. Certamente poco adatto al clima invernale, tipico del Carnevale nel nostro emisfero, soprattutto i calzari infradito che costrinsero mia mamma a modificare il piede dei collant in modo da evitare di indossarli senza calze.
Si potrebbe pensare che la mia scelta fosse dettata da un amore incondizionato nei confronti degli antichi Romani, di quel popolo la cui lingua avrei poi insegnato. Nossignori. In realtà, l’idea mi venne leggendo un fotoromanzo – sì, avete letto bene – imprestatomi dalla mia compagna di classe Nilla, grande appassionata del genere. In un episodio, infatti, di uno dei mitici numeri della Lancio, la protagonista era travestita da Poppea, proprio in occasione di una festa di Carnevale. Per chi pensa che la lettura dei fotoromanzi sia prerogativa delle femmine stupide e incolte, vi informo che la mia compagna di liceo era in assoluto la più brava della classe. Fu solo questo il motivo per cui mia madre non ebbe nulla da obiettare sulla mia lettura appassionata dei fotoromanzi, prima di allora assolutamente criminalizzati a casa mia.

Quando conobbi mio marito, appena finito il liceo, lo portai sulla cattiva strada … della maschera carnevalesca. Lui non sentiva poi tanto trasporto per le carnevalate ma per amor mio si sottopose a varie torture, trucco compreso. Come la volta in cui scegliemmo – ma dovrei dire scelsi, in tutta onestà – di travestirci da Pierrot e Pierrette. Mia madre, ancora una volta, fu l’artefice di un travestimento meraviglioso (quello di mio marito, più modesto, per par condicio fu opera di mia suocera): seguendo il mio consiglio, riutilizzò un vecchio tutù da danza, quello romantico (il che significa lungo) bianco, confezionando la parte superiore con del raso nero, con tanto di bottoni-pon pon bianchi. Il tradizionale cappello a cono in testa, mentre mio marito – allora fidanzato – portava la cuffia nera, il trucco bianco con lacrima finta e la maschera fu pronta. In assoluto la migliore che abbia mai indossato.
Per finire, ricordo anche quella volta in cui ci travestimmo da Charleston: lui con lo smoking di mio fratello (vistosamente corto, dato che tra i due vi sono circa venti centimetri di differenza), mantella, cilindro e bastone; io con abito nero frangiato, originale anni Venti -imprestatomi da un’amica di mamma -, parrucca a caschetto bionda, con tanto di pennacchio incorporato, bocchino e sigaretta, calze nere con cucitura dietro e mantellina in marabù. L’unico problema fu la temperatura rigidissima e la bora che soffiò per giorni, tanto che per aver osato fare una passeggiata in centro (cosa che allora si faceva di rito), mi buscai una bella infreddatura per iniziare degnamente la Quaresima pentendomi amaramente per aver troppo osato.
Ora dovrei passare ad illustrare gli innumerevoli carnevali dei miei figli. Credo, però, di avervi tediato abbastanza, per cui rimando l’argomento al post carnevalesco del prossimo anno.
Mi dispiace non poter postare alcune delle foto “di famiglia” ma il mio pc è rotto e quindi non posso usare lo scanner. Penso che la cosa faccia felice mio marito-Pierrot.
Buon ultimo di Carnevale a tutti e, mi raccomando, mangiate anche per me.
[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Pierrot e Pierrette da questo sito]
28 novembre 2011
TEMPO DI AVVENTO

La scorsa domenica è stata, per la Chiesa Cattolica, la prima dell’Avvento. Comunemente, però, si è portati a considerare questo periodo, in cui si attende la celebrazione del Natale, coincidente con i ventiquattro giorni di dicembre che precedono il 25, data che convenzionalmente si identifica con la nascita di Gesù. L’Avvento, però, è un periodo che i Cristiani festeggiano diversamente per quanto riguarda la sua durata.
Per la Chiesa Cattolica, l’Avvento (dal latino adventus che significa “venuta”) inizia la quarta domenica precedente il Natale e può durare, appunto, quattro settimane. Questo secondo il rito romano. Ma in quello ambrosiano, invece, questo periodo di attesa della nascita di Gesù può durare sei settimane e generalmente ha inizio con la prima domenica dopo il giorno di San Martino (11 novembre).
Se ci spostiamo ad Oriente, però, troviamo una periodizzazione ancora più particolare. Per la Chiesa Ortodossa, infatti, l’Avvento dura quaranta giorni, proprio come la Quaresima e, infatti, questo periodo viene chiamato Quaresima del Natale. Il periodo è, dunque, quello che va dal 15 novembre al 24 dicembre ma nel calendario gregoriano si sposta dal 28 novembre al 6 gennaio, questo perché la maggior parte degli Ortodossi celebrano il Natale il 7 gennaio.
Per i Cattolici non ci sono precise prescrizioni (non che io sappia, almeno!) riguardo alla dieta, anche se è tradizione abbastanza diffusa quella di non mangiare carne il giorno della vigilia, il 24 dicembre. Forse questa è un’usanza più meridionale che settentrionale visto che qui a Udine la tradizione vuole che si serva la trippa … Io che sono mezza sicula e mezza napoletana, invece, ho sempre rispettato la tradizione di mangiare il pesce, così come anche il venerdì santo nel periodo che precede la Pasqua e il mercoledì delle Ceneri.
Gli ortodossi, invece, osservano il digiuno cosiddetto invernale, per distinguerlo da quello primaverile in coincidenza con la Quaresima. Nella loro dieta in questo periodo vengono esclusi la carne, le uova, il latte e i suoi derivati. Sembra che una dieta rigida faccia riflettere meglio sul significato profondo della festa del Natale, prassi consolidata anche in altre religioni, se pensiamo, ad esempio al famoso ramadan degli islamici.
Da noi, invece, nei giorni che precedono la celebrazione della nascita di Cristo il rito più diffuso è quello dell’acquisto dei regali (onde evitare la corsa affannosa degli ultimi giorni) e l’assaggio di panettoni e pandori – ma anche di altri dolci tipici come il torrone, ad esempio -, che danno bella mostra di sé nei supermercati e nelle pasticcerie già ai primi di novembre.
E che dire dei calendari dell’Avvento in cui, sotto ciascun giorno di dicembre, dal 1° al 24, si celano i gustosi cioccolatini che ai bimbi piacciono un sacco? Io ricordo che i miei figli ne avevano due – anche perché il mio tentativo di imporre la divisione di uno solo, mangiando un cioccolatino a testa un giorno sì e uno no, fallì miseramente – ma immancabilmente saltavano qualche data e così si rimpinzavano in sol colpo di cioccolato al latte con conseguenti eruzioni cutanee … Per non parlare di quella volta in cui ebbi la brillante idea di appendere uno dei due calendari sopra il radiatore, per sfruttare un chiodo già pronto. Il malcapitato, vedendosi sciogliere i cioccolatini in mano, sbraitava perché quelli di suo fratello erano intatti.
Bei ricordi! Mi rendo conto che quando i miei figli erano piccoli questi giorni avevano un significato diverso. Ora è solo un periodo di superlavoro, visto che il “quadrimestre” finisce il 22 e che … be’, il resto ve lo racconto la prossima volta.
[fonti: Wikipedia e Orientecristiano.com]
19 settembre 2011
LA FINANZIARIA NON CANCELLA TUTTI I PATRONI: SAN GENNARO SALVO PER MIRACOLO
La manovra finanziaria di Ferragosto, come si sa, ha stabilito che le festività religiose non tutelate dal Concordato, quindi tutte quelle relative ai santi patroni eccetto Pietro e Paolo (29 giugno), protettori della capitale, debbano essere accorpate alla domenica successiva (ne ho parlato QUI).
La decisione è stata accolta fin da subito con molto malumore, soprattutto da parte dei cattolici che si sono visti togliere una festa molto significativa. Ma si sono sollevate proteste anche da parte di chi, cattolico o no, ritiene discriminante mantenere la festa dei patroni di Roma a scapito degli altri santi. Senza contare che in alcune città d’Italia la festività del santo patrono è legata a tradizioni alle quali la cittadinanza non intende rinunciare.
Oggi è il 19 settembre e a Napoli si festeggia San Gennaro. Questo santo per i napoletani è un santo speciale, soprattutto perché ogni anno i fedeli aspettano con trepidazione il Miracolo: la liquefazione del sangue del vescovo e martire, custodito in un ampolla nella cattedrale cittadina. Un rito che si ripete da secoli (secondo la tradizione, il sangue di san Gennaro si sarebbe sciolto per la prima volta ai tempi di Costantino I, nel IV secolo) da cui dipende anche la sorte futura della popolazione. Pare, infatti, che dalla riuscita o meno del Miracolo dipenda la buona o la cattiva sorte dei napoletani per i successivi dodici mesi.
Alla fine, nella manovra approvata dal Senato ai primi di settembre si stabilisce che le feste religiose saranno accorpate alla domenica, per quanto riguarda gli effetti civili, solo a partire dal prossimo anno.
Si salvano, quindi, non solo San Gennaro ma anche San Francesco (4 ottobre) che, oltre a proteggere la cittadinanza di molti paesi e città è anche il patrono d’Italia, e Sant’Ambrogio (7 dicembre) la cui festa permette ai milanesi di riposarsi per due giorni, visto che l’8 si celebra l’Immacolata Concezione.
Per quest’anno, quindi, San Gennaro e tutti gli altri patroni sono salvi. Per il prossimo non resta che sperare in un miracolo ovvero in un ripensamento da parte dei politici. In fondo, in questi tempi di crisi, ci vorrebbe proprio una mano santa …
18 settembre 2011
FRIULI DOC: E POI LO CHIAMANO EVENTO CULTURALE

Chiude i battenti questa sera l’edizione 2011 di Friuli Doc che, come ogni anno, ha invaso le vie del centro storico di Udine con chioschi gastronomici e stand di aziende artigianali. Come ogni anno si sono verificati incidenti, risse, atti di vandalismo e casi di malessere dovuto all’eccesso nell’assunzione di alcol, tenendo occupati i mezzi di soccorso.
Qualche giorno fa il sindaco di Udine, Furio Honsell, aveva ammonito: non chiamatela sagra. Eh, già. Meglio chiamarlo evento culturale, peccato, però, che di cultura se ne veda poca, mentre vino e birra scorrono a fiumi, anche sui marciapiedi cittadini che rimangono imbrattati per giorni. Senza contare le chiazze di grasso lasciate dai chioschi gartronomici che servono perlopiù carne alla griglia e il tradizionale frico.
Leggo su Il Messaggero Veneto: Risse e litigi. Animi esacerbati e scarso spirito civico all’origine di episodi poco edificanti che hanno dominato la notte scorsa. Così sono fioccate le chiamate al comando provinciale dei carabinieri che hanno richiesto la presenza dei militari per accesi diverbi sviluppatisi in centro. Il più eclatante, dopo mezzanotte, ha richiesto l’intervento dei carabinieri al bar Pinocchio dove è scoppiata una rissa fra bande di albanesi e marocchini. Calci, pugni e anche una spranga sono volati nel locale, dove la vetrata è andata in frantumi. All’arrivo dei carabinieri sono state identificate 12 persone che saranno sentite.
Un successo dell’integrazione? Ma il dito non deve essere puntato sugli stranieri perché anche i friulani quando bevono vanno decisamente su di giri. E non sono mancati gli atti vandalici: auto in sosta danneggiate, paletti e segnali stradali divelti, giusto per fare un esempio. Anche in questo non vedo alcunché di culturale.
Forse le esibizioni hot hanno qualcosa di culturale e, soprattutto, un nesso con questa festa tutta friulana? Devono averlo pensato una spagnola che, in mezzo alla strada, sollevava la gonna rischiando di causare un incidente distraendo gli automobilisti maschi, e un transessuale che, prima di essere fermato dalla polizia, com’è successo alla “collega”, ha desistito.
Tre notti di schiamazzi e musica a tutto volume hanno disturbato il sonno di molti udinesi che abitano in centro e nelle zone limitrofe. Forse questo è l’aspetto culturale della festa?
15 agosto 2011
15 AGOSTO: LA FESTA DELL’ASSUNTA

La tradizione di festeggiare, nella giornata del 15 agosto, il Ferragosto è molto antica e ha origini pagane. (Ne ho parlato in questo post alla cui lettura rimando per non ripetermi)
Ma il 15 agosto la Chiesa festeggia l’Assunzione di Maria in cielo (l’Assunta, per brevità), quindi possiamo considerare questa festa sia laica sia religiosa.
La festa religiosa risale alla metà del secolo scorso. Il dogma cattolico fu, infatti, proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo, attraverso la costituzione apostolica Munificentissimus Deus. Da allora i Cattolici festeggiano in questa giornata l’Assunzione di Maria in Cielo, ovvero l’accoglienza che la Madre di Gesù ebbe in Paradiso, una volta terminata la sua vita terrena. Non una vera e propria morte, quella della Vergine. Ella, secondo la tradizione, salì al Cielo sia con il corpo sia con l’anima, anticipando la resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. La Vergine, infatti, non era macchiata dal peccato originale, secondo il dogma dell’Immacolata Concezione.
Secondo quanto tramandatoci da San Giovanni Damasceno Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio. (vedi Wikipedia)
Per la Chiesa Ortodossa, invece, il 15 agosto si festeggia la Dormizione (dal latino dormitio), ovvero il trapasso, di Maria. Questo perché una parte dei teologi credeva che la Madre di Gesù non sarebbe veramente morta, ma soltanto caduta in un sonno profondo, dopodiché sarebbe stata assunta in cielo. Le due feste, l’Assunzione e la Dormizione, sembrano sovrapponibili ma in realtà non lo sono anche se la data in cui si ricordano tali eventi coincidono: la prima, infatti, non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.
Presso gli Ortodossi e gli Armeni, tuttavia, né la Dormizione né l’Assunzione di Maria costituiscono dei dogmi. I protestanti, invece, non credono nell’Assunzione di Maria, in quanto non narrata nell’Evangelo. Solo la Chiesa anglicana nel 2005 ha dichiarato, tramite un documento della Commissione internazionale cattolica anglicana, di aver accettato l’Assunzione di Maria, ma non in quanto dogma.
L’Assunta è festeggiata in tutta Italia con numerose manifestazioni di carattere religioso che comprendono, prevalentemente, processioni sacre ma anche rappresentazioni teatrali e manifestazioni di piazza. A volte, il sacro si mescola con il profano: ne è un illustre esempio il Palio che si corre a Siena, certamente la più famosa fra le tradizioni ferragostane, pur svolgendosi il 16 agosto. (per le altre celebrazioni, vedi Wikipedia, fonte già linkata)
NON MI RESTA CHE AUGURARE A TUTTI UN BUON FERRAGOSTO.
[Nell'immagine, una delle tante rappresentazioni dell'Assunzione di Maria in Cielo, tratta da questo sito]
2 febbraio 2011
IL PANETTONE DI SAN BIAGIO

Se nella dispensa di casa c’è ancora un panettone avanzato da Natale che rischia di ammuffire o, almeno, di diventare stantio, allora è bene che lo apriate domani a colazione. Perché? Perché domani, 3 febbraio, la Chiesa ricorda San Biagio Martire. E allora? Che c’entra con il panettone? C’entra, c’entra, e ora vi spiego perché.
Biagio nacque a Sebaste, in Armenia, sul finire del III secolo d.C. Compiuti gli studi di medicina, intraprese la professione medica ma i suoi concittadini, nonostante non fosse né consacrato né ordinato, lo vollero investire della carica di Vescovo.
All’inizio Biagio non ne voleva sapere, poi, però, di fronte all’insistenza del popolo si risolvette ad accettare il ministero, anche se continuò a curare, oltre alle anime, anche il corpo dei suoi fedeli.
Un giorno capitò da lui una madre disperata perché al figlio, mentre mangiava del pesce, si era conficcata in gola una spina. Biagio accorse immediatamente al capezzale del fanciullo e, lasciate da parte benedizioni e unzioni, gli fece mangiare un pezzo di pane. La mollica portò con sé la lisca e il figlio della signora disperata riprese a respirare normalmente. Ovviamente non c’era nulla di miracoloso in quel gesto, tant’è che ancor oggi si mangia del pane per liberarsi da una spina di pesce che per caso si è conficcata nella gola. Ma la donna, fuori di sé dalla gioia per la salvezza del figlio, iniziò a gridare al miracolo.
La notizia giunse alle orecchie di Agricola, prefetto dell’imperatore Diocleziano per l’Armenia, che non gradì molto il fatto che la fama di questo vescovo si fosse così diffusa. Lo fece chiamare e, senza tanti complimenti, lo fece scorticare con pettini da cardatori e poi decapitare.
Per questo motivo Biagio, divenuto martire e poi santo, fu considerato il protettore dei cardatori e dei materassai (onore dovuto allo strumento che era stato usato per martirizzarlo) e a lui si attribuì anche il merito di proteggere dai malanni della gola, vista anche la stagione in cui cade il 3 febbraio, giorno a lui dedicato.
Detto questo, il panettone che c’entra? C’entra perché a San Biagio si attribuisce un altro “miracolo” che ha a che fare con il panettone.
Si racconta che, molto tempo dopo il martirio di San Biagio, quando il tipico dolce natalizio era già stato inventato, una donna milanese si fosse recata, poco prima di Natale, da Frate Desiderio perché le benedisse un panettone che aveva preparato per la famiglia. Questo frate doveva essere un po’ distratto, o troppo occupato, perché del dolce si dimenticò per giorni che poi divennero settimane. Altrettanto distratta, però, fu la donna che non lo reclamò. Così Desiderio, un bel giorno, si trovò davanti, nella sua canonica, il famoso panettone in attesa di benedizione e, convinto che la sua “padrona” non lo volesse più indietro, iniziò a mangiarselo. Giorno dopo giorno, boccone dopo boccone, del panettone non rimase più nulla, eccetto l’involucro che l’aveva custodito.
Il 3 febbraio, però, la donna si ripresentò al cospetto di Frate Desiderio, reclamando il suo panettone. Il religioso, che non si perse d’animo, probabilmente pensando a qualche scusa per giustificare la scomparsa del dolce, si recò nell’angolo dove giaceva ancora l’involucro vuoto del panettone e, con grande meraviglia, scoprì che la carta era gonfia e piena di un panettone grosso il doppio di quello che la donna gli aveva lasciato. Fu così che questa sorta di miracolo fu attribuita a San Biagio, il santo cui è dedicata tale giornata.
Da quel dì, non ben precisato, in realtà, la tradizione vuole che la mattina del 3 febbraio in famiglia si faccia colazione con il panettone, forse l’unico superstite dei dolci natalizi. Non si tratta di un modo come un altro per far fuori l’ultimo panettone, perché pare che al consumo del dolce, proprio nel giorno dedicato a San Biagio, venga attribuito il potere di preservare dai malanni della gola.
Non mi resta che augurare un … buon panettone a tutti!
[LINK della fonte]
12 dicembre 2010
IL NATALE DEGLI ALTRI: GLI ARMENI

Ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sulla storia degli Armeni grazie alla lettura di un libro bellissimo e allo stesso tempo molto toccante per la crudezza del racconto: La masseria delle allodole di Antonia Arslan. Nel romanzo la scrittrice, di origine armena ma nata in Italia, ha ripercorso la storia della sua famiglia, ricostruendola attraverso i racconti che l’unico sopravvissuto, il nonno Yerwant, le ha lasciato in eredità. Una storia di sofferenza e persecuzione, una storia che porterà alla decimazione di un intero popolo costretto alla diaspora.
Quella degli Armeni è solo una delle tante diaspore che caratterizza la storia dell’uomo, di quella cosiddetta civiltà che ha ben poco di civile, essendo spesso contraddistinta dall’odio nei confronti del prossimo. La popolazione armena, a partire dal 1914, subì dapprima la deportazione e poi il genocidio: da 1.000.000 a 1.500.000 di Armeni vennero eliminati nelle manieri più atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano fu soppressa e regioni, per millenni abitate da armeni, non ospiteranno più, in futuro, nemmeno uno di essi. Circa 100.000 bambini vengono prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati smarrendo così la propria fede e la propria lingua.
Considerando tutti gli Armeni scampati al massacro il loro numero non supera le 600.000 unità.
In Italia la principale comunità armena, nata dalla diaspora, è quella residente a Milano, composta da un migliaio di elementi. La comunità, pur essendo perfettamente integrata nella società che l’ha accolta, costituisce una realtà molto coesa nella quale vengono mantenute vivissime le tradizioni della lingua d’origine, la religione storica e la lingua madre parlata anche dalle generazioni più giovani. La comunità cui appartiene, invece, la scrittrice Arslan (il cui cognome originale era Arslanian) è quella di Padova. Nella città di Sant’Antonio, la professoressa Arslan ha insegnato Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, pubblicando anche numerosi saggi sulla narrativa popolare e d’appendice. (per altre informazioni sulla storia degli Armeni vedere a questo LINK)
Venendo al festeggiamento del Natale, per gli Armeni la data da ricordare è quella del 6 gennaio, in concomitanza con la tradizionale festa dell’Epifania. C’è da dire che quella convenzionalmente attribuita dalla Chiesa cattolica alla commemorazione della nascita di Gesù, il 25 dicembre, è abbastanza “recente”. Essa fu, infatti, scelta successivamente al III secolo, con la volontà di sovrapporre la festività cristiana alle celebrazioni per il solstizio d’inverno (tipiche del nord Europa) e alle feste dei Saturnali romani che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre.
Le altre comunità cristiane che si sono scisse dalla Chiesa Cattolica generalmente hanno scelto date diverse (6 o 7 gennaio), anche se poi si sono adattate a celebrare la Natività del Signore il 25 dicembre. La chiesa armena di Gerusalemme, però, utilizza il calendario giuliano e la festività cade il 19 gennaio.
Dopo che il Cristianesimo divenne religione di Stato (con l’editto di Tessalonica del 380, promulgato dall’imperatore Teodosio), iniziano a verificarsi i vari scismi orientali. Nel 551, in disaccordo con alcuni dogmi, dopo il Concilio di Dwin, la Chiesa Armena si separa dalla Chiesa di Roma. Nasce, dunque, la Chiesa Apostolica Armena.
Grazie anche all’integrazione raggiunta da queste piccole comunità di Armeni in occidente, le tradizioni natalizie assomigliano alle nostre. Ad esempio, quella del pranzo di Natale e dello scambio dei doni. Garante Baba è il Babbo Natale armeno che porta i regali ai bimbi, alla vigilia, mentre il giorno di Natale, ovvero il 6 gennaio, s’imbandiscono le tavole per ospitare, come nelle migliori tradizioni, amici e parenti.
Il pasto comincia con dei mézés, che corrispondono all’aperitivo.
Poi la tavola si riempie dei più svariati piatti: soudjour (salsicce speziate)), pasterma (fette di carne molto fini rivestite di pasta speziata), dolma (foglie di vite al riso), tourchi (verdure all’aceto), beurég (calzone al formaggio), uova sode, sardine all’olio, insalata di fagioli bianchi, formaggio bianco (féta).
Il piatto forte può essere composto da keuftés (polpettine di carne fritte) accompagnate da verdure (bamia) e da boulghour (cereale antichissimo originario della Turchia, si può consumare come il couscous) e ornate con capelli d’angelo. Sulla tavola si può trovare anche una faraona o un tacchino al posto dei keuftés, (il costume locale lo esige).
Alla fine del pasto vengono serviti i dolci: il più tipico è il gatnabour, specie di riso al latte cosparso di cannella, poi c’è il pakhlava (sfoglia di noci e mandorle, tagliata preferibilmente a rombi, preparata con la pasta fillo, nota anche in Grecia con il nome di baklava) che costituisce il grande classico riservato ai giorni di festa, dato che la sua preparazione è molto lunga. Insieme ai dolci, si serve anche il caffè e sulla tavola si lascia della frutta secca e fresca, come arance e mandarini, che rimangono a disposizione fino alla fine della festa.
Non mi resta che augurare a tutti gli Armeni: SHENORAAVOR NOR DARI YEV PARI GAGHAND!
[LINK della fonte; l’immagine – Madonna armena - è tratta da questo sito]
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8 dicembre 2010
TRADIZIONI DI NATALE: L’ALBERO

Come vuole la tradizione, l’8 dicembre, giorno in cui la Chiesa festeggia l’Immacolata Concezione di Maria Vergine, nelle case si allestisce l’albero di Natale. È una tradizione che viene dal nord, lo sanno tutti, soprattutto se consideriamo che l’abete appartiene alla famiglia delle conifere che fanno parte dell’ambiente naturale della taiga. Quest’ultima rappresenta la vegetazione caratteristica delle zone molto fredde, quelle che si trovano in prossimità del Circolo Polare, nonostante le conifere crescano anche a diverse latitudini, ad altitudini piuttosto elevate. Ed è per questo che le troviamo anche nelle nostre Alpi.
Una tradizione, quella dell’albero natalizio, apparentemente estranea alla cultura cristiana, cattolica in particolare.
Si tramanda che l’albero di Natale sia stato allestito per la prima volta in Germania nel 1611. Si racconta che la duchessa di Brieg avesse già preparato tutto nel suo castello per festeggiare il Natale ma che un angolo del salone le fosse apparso vuoto. Uscì allora nel parco per cercare qualcosa di adatto e trovò un piccolo abete. Lo fece trapiantare in un vaso e trasferire nel salone.
Ma, leggende a parte, è una tradizione che affonda le sue radici proprio in ambito cristiano. Pare, infatti, che si debba attribuire a San Bonifacio, nato in Inghilterra nel 675 e morto martire in Germania nel 754.
Egli, missionario nei dintorni di Geismar, nella Germania settentrionale, notò alcuni pagani che adoravano una quercia per preparare il sacrificio del piccolo principe Asulf al dio Thor. San Bonifacio li fermò ed abbatté la quercia, al posto della quale apparve un abete. Il santo, allora, spiegò al popolo che l’Abete, sempreverde, era l’albero della vita e che rappresentava Cristo. Da quel momento l’abete rappresentò l’albero di Natale.
Da allora, nella tradizione cristiana l’albero di Natale è “l’albero cosmico“, cioè la manifestazione divina del Cosmo, dove le luci rappresentano Cristo che illumina l’umanità (in quanto Gesù è la luce del Cosmo) e i doni e le decorazioni simboleggiano la sua generosità verso gli uomini.
Sembra, addirittura, che l’abete fosse uno degli alberi del giardino dell’Eden.
Una leggenda narra che l’abete è l’albero della Vita, di biblica memoria, le cui foglie si avvizzirono ad aghi quando Eva colse il frutto proibito e non fiorì più fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino.
Secondo un’altra leggenda, Adamo avrebbe portato con sé, dopo essere stato cacciato dall’Eden, un ramoscello dell’albero del bene e del male, che più tardi avrebbe dato vita all’abete, usato per l’albero di Natale e per la Santa Croce.
Nell’ambito delle tradizioni popolari ritroviamo diverse leggende che cercano di spiegare, in modo più o meno fantasioso, la nascita dell’albero di Natale.
Una di queste racconta che quando nacque Gesù, anche gli alberi, come gli animali e come gli uomini, vollero offrirgli i loro doni per consolare la sua povertà.
Solo l’abete non aveva fatto la sua offerta perché non sapeva che cosa dare.
“Che cosa posso offrire, io, al Bambino?” chiese agli altri.
“Tu!” – risposero – “Tu non hai nulla da offrire. I tuoi aghi aguzzi pungerebbero il bimbo, e le tue lacrime sono appiccicose di resina.”
Il povero abete si senti molto infelice e disse con tristezza: “Avete ragione. Non ho proprio niente che sia degno di essere offerto al Bambino.”
Un angelo, udendo quelle parole, ebbe compassione dell’abete così umile e decise di aiutarlo. Chiese, allora, ad alcune stelle, che brillavano nel cielo, di scendere e di posarsi sui rami dell’abete. Esse ubbidirono e il grande albero ne fu tutto illuminato. Il Bambino Gesù lo vide e i suoi occhi brillarono di gioia, rendendo felice l’abete che aveva potuto offrire anche lui il suo dono.
Molti anni dopo, le persone che conoscevano questa storia presero l’abitudine di far brillare in ogni casa, la vigilia di Natale, un abete carico di candele accese, come quello che aveva brillato davanti al presepio. (LINK della fonte)
L’abete natalizio può essere decorato in modo molto vario, ma l’aspetto più tradizionale vuole che dai suoi rami pendano i gingilli, ovvero le “palle” colorate. Anche questa tradizione ha un suo perché. Si racconta, infatti, che a Betlemme c’era un artista di strada molto povero, tanto da non avere nulla da offrire in dono a Gesù Bambino. Non sapendo che fare, si recò dal Bambinello e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere.
Questa leggenda spiega il perché ogni anno sull’albero di Natale appendiamo le “palle” colorate: per ricordarci delle risate di Gesù Bambino. (LINK della fonte)
La magica atmosfera che si crea con gli addobbi natalizi, in particolare con l’abete, ha ispirato anche poeti e scrittori. Guido Gozzano, ad esempio, racconta questa leggenda:
Viveva un tempo, nella Foresta Nera, un uomo di nome Andrea, che fabbricava oggetti di legno intagliato: cucchiai, forchette e bambole.
Lavorava molto, ma guadagnava poco per mantenere la moglie e i due figlioletti.
Un anno lavorò moltissimo per tutta l’estate e per tutto l’autunno, senza riposo, finché venne l’inverno. Voleva portare tanti soldi a casa e fare due bei regali ai suoi bambini, per il Natale.
Andrea partì dunque, due giorni prima di Natale, con la slitta stracarica di cucchiai, di forchette e di bambole e traversò la foresta coperta di neve.
Riuscì a vendere tutto ai signori della città ed era felice perché aveva incassato cento monete d’argento e cinque monete d’oro.
Comprò i regali per i suoi bimbi e riprese la via del ritorno, attraverso la Foresta Nera.
Ma venne una bufera di neve e Andrea si smarrì..
Tic tic tic!
Chi è? Chi mi cerca?
Sono io, signor scoiattolo!
Chi io?
Il picchio che picchia. Ho bisogno di un consiglio.
Poco lontano da qui, ho visto Andrea nella bufera. Ha perduto la strada di casa.
È disperato. Bisogna aiutarlo.
Come si fa? – disse lo scoiattolo.
Ci vorrebbe un lume. Aspetta! Ho una idea. Va’ a chiamare tutti i tuoi fratelli, i picchi che picchiano, poi andrete insieme nella chiesa della città a prendere le candele accese.
Subito il picchiò andò a chiamare i picchi suoi fratelli e tutti insieme volarono fino alla chiesa della città dove la gente aspettava la mezzanotte di Natale.
Nessuno sa come la porta si aprì. I picchi raggiunsero l’altare, presero ciascuno una candela accesa uscirono uno dopo l’altro.
Anche la gente, rimasta al buio, uscì dalla chiesa. Qualcuno gridò: – Guardate! I picchi con le candele accese si dirigono verso la Foresta Nera!
E fu così che Andrea vide venire avanti tanti piccoli lumi. I lumi si posero sulla punta dei rami dell’abete, sotto il quale Andrea, sfinito e quasi morto, si era rifugiato.
Tutta la foresta intorno si illuminò.
L’uomo si alzò, si guardò intorno meravigliato e gridò con gioia:
Ecco la mia casa, laggiù, fra gli alberi!
Da allora tutti vollero che l’albero di Natale fosse illuminato.
(LINK della fonte)
Infine, ricordo che quand’ero bambina cantavo, alle recite scolastiche, la canzone “O ALBERO” (titolo originale O TANNENBAUM). Eccone una delle tante versioni, quella che mi ricorda maggiormente la “mia”:
O albero, o albero,
risplendi nella notte!
Le luci tue scintillano,
come le stelle brillano.
O albero, o albero,
risplendi nella notte!
Fra i canti degli arcangeli
ritorna il bambinello.
I rami verdi toccano
la capannina di cartone
l’albero illumina
la culla del Signore.
S’innalzano, risuonano
i canti di Natale.
La loro dolce musica
giunge fra tutti i popoli.
Ripete ancor agli uomini:
giustizia, pace, amore.
Ed ora corro a preparare l’albero … troppo intenta a ricercare le leggende natalizie, mi ero scordata che è arrivato il momento di allestire anche il mio abete!
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[la foto dell'albero del Rockfeller Center è tratta da questo sito]
28 ottobre 2010
LA FESTA DI HALLOWEEN È NATA IN EUROPA

La prima volta che ho sentito parlare di Halloween, lo confesso, è stato in occasione della visione del film “ET, l’extraterrestre”. Correva l’anno 1982 e il film di Spielberg fu un successo planetario. Chi non ha mai visto, almeno una volta, il simpatico, ma un po’ inquietante, omino alieno che con il suo dito storto indicava il cielo esclamando “telefono casa”? Piaceva ai grandi e ai più piccoli e credo abbia determinato il successo europeo della festa di Halloween.
Ora, i più tradizionalisti sono portati a pensare che sia una festa staccata dalle nostre tradizioni europee, in particolare da quelle latine. Una sorta di carnevalata fuori stagione, un’altra occasione, l’ennesima, per dare una mano al commercio. Quello che turba i più è il fatto che sia legata alla nostra religiosissima tradizione di Ognissanti: che c’azzecca, direbbe qualcuno, una festa in cui si celebrano tutti i Santi del Paradiso, con una mascherata, con i dolcetti e scherzetti e con le zucche simpaticamente intagliate e illuminate? Un’americanata, niente di più.
E invece la festa di Halloween ha origini antichissime ed è tutta europea. Risale addirittura ai Celti che la notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre festeggiavano il …. Capodanno. Eh già, perché a fine ottobre, concluso il lavoro nei campi, i contadini si preparavano a passare l’inverno chiusi nelle loro capanne. Qual era il modo migliore per prepararsi ad un lungo periodo di clausura e di inattività? Quello di fare un po’ di bisboccia. Ma anche gli antichi Celti avevano i loro dei e qualsiasi festa doveva essere dedicata a qualcuno di loro. In questa occasione i riti erano tutti in onore di Samhain, il Signore della Morte e il Principe delle Tenebre. I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno, cioè il 31 Ottobre, Samhain chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti, che vivevano in una landa di eterna giovinezza e felicità chiamata Tir nan Oge. In un certo senso, dunque, festeggiare questa divinità aveva lo scopo di scacciare la paura della morte e degli spiriti.
I Celti si riunivano nei boschi e sulle colline per la cerimonia dell’accensione del Fuoco Sacro e, vestiti con maschere grottesche, sacrificavano gli animali al dio Samhain. Per ritornare al villaggio nel buio della notte si facevano luce con delle lanterne costituite da cipolle intagliate al cui interno erano poste le braci del Fuoco Sacro.
In Irlanda si diffuse la tradizione di lasciare qualcosa da mangiare e del latte da bere fuori dalla porta, in modo che gli spiriti passando potessero rifocillarsi e decidessero di non fare degli scherzi agli abitanti della casa.
Detto questo, la domanda è: qual è il nesso tra questa festa in onore di un dio pagano e quella religiosa di Ognissanti? Il nome stesso può suggerire la risposta: in inglese Ognissanti si dice All Hallows’ Day; la vigilia del giorno di Ognissanti, cioè il 31 ottobre, si chiama All Hallow’ Eve. Queste parole si sono trasformate prima in Hallows’ Even, e da lì ad Halloween il passo è stato breve.
Va da sé, dunque, che la Chiesa ci abbia messo lo zampino, come ha fatto con altri riti pagani nati prima della diffusione del Cristianesimo. Non potendo combatterli, essendo ben radicati nelle popolazioni anglosassoni, li trasforma in feste religiose.
Ma un’altra domanda può sorgere spontanea: come mai allora la festa di Halloween è tradizionalmente legata alle usanze americane? Perché tra il 1845 e il 1850, a causa di una malattia che devastò le coltivazioni di patate, circa 700mila Irlandesi emigrarono in America, portando con sé le loro usanze, tra cui anche quella di festeggiare Halloween. L’abitudine di mascherarsi deriva probabilmente dall’usanza celtica di indossare pelli di animali e maschere mostruose durante i riti di Samhain e dell’accensione del Fuoco Sacro, per spaventare gli spiriti e tenerli lontani dai villaggi.
Anche la tradizione che vede i bambini americani – ma ormai anche quelli europei – andare casa per casa e bussare chiedendo “dolcetto o scherzetto?” (“Trick or treat? In Inglese), può essere spiegata con l’antica usanza celtica di lasciare cibo e latte fuori dalla porta, nella speranza di ingraziarsi gli spiriti ed evitare le loro malefatte.

E le zucche? Be’, gli Irlandesi emigrati in America scoprirono che si prestavano ottimamente per la costruzione delle tradizionali lanterne e sostituirono con le zucche le cipolle usate dai Celti. Quest’ultimi, d’altra parte, non potevano conoscere le zucche, essendo un ortaggio originario dell’America Centrale, in particolare del Messico. Quindi, la tradizionale Jack o’lantern, simbolo incontrastato di questa festa, è ricavata da una zucca solo da circa un secolo.
Dopo aver esposto brevemente la storia di questa festa, non mi resta che augurare A TUTTI





