1 aprile 2014

CHI HA PAURA DEGLI OMOSESSUALI?

Pubblicato in: amore, attualità, bambini, famiglia, figli, religione, società, storia, web tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 7:13 pm di Marisa Moles

omosessualità
Omofobia: è proprio la parola che non riesco a digerire. Se guardiamo all’etimologia, deriverebbe da due termini greci: ομοίος [homoios] (stesso, medesimo) e fobos (paura). Ne consegue che la parola dovrebbe rimandare a una “paura dello stesso”, ma non ha senso. Dovremmo, dunque, considerare il prefisso “omo” come un’abbreviazione del termine “omosessuale” e allora ci siamo: omofobia significa “paura dell’omosessuale”. Sì, ma perché paura? Chi ha paura dell’omosessualità?

 

Effettivamente è proprio quella “fobia” che porta fuori strada. Il suffisso “fobia”, infatti, rimanda a un concetto clinico (claustrofobia= paura degli ambienti chiusi, aracnofobia= paura dei ragni …) ma nel caso in questione è chiaro che la paura non c’entra nulla. Dovremmo dire piuttosto “avversione” e in effetti con questo termine si indica un comportamento avverso, di conseguenza intollerante e discriminante, nei confronti della pratica omosessuale.

 

Ma c’è, tuttavia, qualcuno che ha paura dell’omosessualità, che teme il “diverso”, ciò che si discosta dai canoni consueti. Si teme, in altre parole, che venga infranto l’equilibrio naturale delle cose. Spaventa la possibilità che i gay si sposino, che possano adottare dei bambini, spaventa, quindi, il solo concetto di “famiglia omosessuale” che pure esiste di fatto, se non per legge (almeno non qui da noi).

 

Le ricerche psicosociali evidenziano come l’omofobia sia maggiormente legata a caratteristiche personali quali: anzianità, basso livello di istruzione, idee religiose fondamentaliste, l’essere autoritari oppure avere atteggiamenti tradizionalisti rispetto ai ruoli di genere. Non è un caso, a mio avviso, che la maggior parte delle persone che nutrono avversione nei confronti del mondo gay, appartengano al genere maschile. Se ci pensate bene, dà molto più fastidio agli uomini pensare alle relazioni omosessuali piuttosto che alle donne. E questo accade, secondo me, perché i maschi, più delle femmine, sono portati a ricondurre l’omosessualità alla sfera prettamente sessuale, in altre parole a ciò che accade a una coppia gay, in tal caso di uomini, sotto le lenzuola. Tutto ciò trascurando la sfera affettiva che, sempre secondo il mio punto di vista, ha una centralità importante anche nelle relazioni omosessuali, che ci piaccia oppure no.

 

Ho sentito questa riflessione come un atto dovuto prima di affrontare, non senza imbarazzo, un discorso che in qualche modo è collegato al post precedente, in cui trattavo il programma governativo francese ABCD de l’ègalitè, a proposito del superamento del concetto di famiglia tradizionale.

Già allora ho chiarito che il mutamento sociale che ha portato a ciò non mi disturba a patto che, per non discriminare i nuovi modelli, non si demoliscano le tradizioni consolidate (poter festeggiare la festa della mamma o del papà, potersi firmare con la dicitura “mamma” e “papà” e non genitore 1 e 2 …).  Da qui a dire che “ho paura” del mondo gay ce ne vuole.

 

Il commento di un lettore, che preferisco non nominare, mi ha lasciata perplessa. Ho deciso di non pubblicarlo anche perché, se avessi voluto replicare, avrei occupato tanto spazio da superare quello concesso all’articolo. Di qui la decisione di questo nuovo post.

Ma c’è anche un altro motivo per cui ho preso la decisione di non pubblicare quel commento: il tono sprezzante con cui veniva affrontato l’argomento, con una tale sicumera da lasciare spiazzata me che pure sono una con pochi peli sulla lingua. Senza contare gli appellativi ormai desueti, anche perché, quelli sì, considerati omofobi, con cui la persona in questione si riferiva agli omosessuali.

 

Il lettore a un certo punto dice: «me ne infischio del ”politically correct” quando c’è in gioco il futuro e la dignità dei nostri figli». Ora, io sono molto aperta di fronte alle opinioni degli altri, anche se, in caso di divergenza, difendo con le unghie e con i denti le mie. C’è una cosa che, tuttavia, non sopporto: il fatto che chi scrive qui dimentichi che questa è casa mia e che sono io a stabilire le regole. Basta dare un’occhiata al disclaimer sulla homepage e si capisce che i commenti che giudico offensivi o formulati facendo uso di parole che ritengo inaccettabili non passeranno il filtro della moderazione.

Detto questo, se il lettore, persona che conosco e che ha goduto nei mesi passati della mia stima, se ne infischia del politically correct, io no.

 

adozioni-gay

Proseguendo nella sua esternazione, il lettore presagisce il futuro della società (non so se mondiale o solo italiana) basata sulle unioni tra due uomini o due donne, con la possibilità di adottare dei figli il cui destino sarebbe segnato: diventare essi stessi omosessuali.

È ovvio che non c’è nulla di scientificamente provato in ciò, anzi, sembra che al contrario i figli di coppie gay abbiano, essi sì, la fobia di diventarlo a loro volta (attenzione, non mi baso su studi specifici ma solo sul “sentito dire”).

 

Sono sincera: non sono favorevole all’adozione da parte delle coppie omosessuali, l’ho detto più volte, fidandomi del parere di chi è più esperto di me. Ho affrontato questo discorso altrove e naturalmente ognuno tira l’acqua al suo mulino quindi è logico che ci saranno sempre delle controargomentazioni da parte di chi ha interesse a difendere una legge che permetta l’adozione all’interno di una coppia gay.

Ma anche ammettendo che i bambini con i genitori dello stesso sesso crescano in perfetta sintonia con il mondo che li circonda, non subiscano traumi di sorta, non vengano derisi da chi ha una mamma e un papà e percepiti come “diversi” (si sa che i primi a discriminare sono proprio i più piccoli, anche se l’educazione ricevuta conta moltissimo), so che in Italia l’adozione è un percorso accidentato per le coppie eterosessuali. Quindi, prima di aprire alle coppie omosex sarebbe utile rendere l’adozione meno complessa per i coniugi, altrimenti sarebbero proprio le coppie etero a venir discriminate.

 

Tornando al nostro lettore, nonostante gli studi abbiano dimostrato che l’omosessualità non è una malattia né un capriccio, piuttosto una questione genetica, egli nega si tratti di disfunzioni ormonali o fisiologiche ma solo di ricercata depravazione e di triviale amoralità, confermando le ipotesi accreditate secondo le quali l’omofobia si fonda su dei preconcetti che investono la sfera etica. Stiamo attenti: l’etica è qualcosa di diverso dalla religione, nel senso che esiste una morale laica del tutto svincolata dalla fede e basata piuttosto sul pregiudizio, nel vero senso della parola: “giudicare a priori” senza, quindi, solide argomentazioni.

 

Ciò non toglie che, volenti o nolenti, la diffusione del Cristianesimo ha un ruolo predominante sui costumi di una società.

antica roma omosex

Se consideriamo, infatti, l’antica Roma, l’omosessualità, strettamente maschile (quella femminile era considerata una mostruosità) era una pratica accettata e condivisa, che poteva dare ancor più prestigio agli uomini di potere. Il padrone si prendeva ogni libertà nei confronti dello schiavo giovane, il cosiddetto puer, ed egli era onorato di prestare tali particolari servigi al padrone. Da parte sua, il padrone dimostrava il suo potere sottomettendo lo schiavo ai suoi voleri, fossero pure quelli sessuali. Ciò almeno fino al matrimonio: poi gli “amichetti” dovevano vivere nell’ombra, veri e propri concubini che attendevano pazientemente che il loro amato padrone lasciasse il talamo nuziale per passare sotto le loro lenzuola. E guai se la moglie veniva a conoscenza di questi rapporti omosessuali! Ne era profondamente gelosa, molto di più rispetto alle amanti femmine. (sull’amore nell’antica Roma suggerisco la lettura di Dammi mille baci di Eva Cantarella, Feltrinelli editore … illuminante”!)

 

Poi, come dicevo, è arrivato il Cristianesimo e con la sua morale ha fatto piazza pulita di tali turpitudini … almeno a parole. L’esempio di Sodoma e Gomorra poteva bastare per dissuadere le relazioni omosessuali che, tuttavia, continuavano ad esistere nell’ombra.

 

In conclusione mi chiedo: come si fa a considerare tutto ciò un tabù al giorno d’oggi?

E poi, se lo stesso Papa Francesco, a proposito dell’omosessualità, ha detto: “Chi sono io per giudicare?”, chi siamo noi per farlo?

27 gennaio 2014

GIORNO DELLA MEMORIA: DIMENTICARE È DIFFICILE, NEGARE È ASSURDO

Pubblicato in: Auschwitz, Giorno della Memoria, olocausto, persecuzioni razziali, religione, scrittori, storia tagged , , , , , , , , , , , a 5:06 pm di Marisa Moles

elie weisel«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
(da Elie Wiesel, La notte)

Elie Weisel, scrittore statunitense ma nato in Romania nel 1928, nel maggio del 1944 fu deportato, assieme ai suoi familiari, ad Auschwitz.
Il passo riportato è tratto da La notte, in cui Weisel descrisse la notte in cui giunse nel campo polacco.
Nel 1986 gli fu conferito il premio Nobel per la Pace. Allora fu chiamato “messaggero per l’umanità.
Nel discorso tenuto il 27 gennaio 2010 al Parlamento italiano, lo scrittore ha portato la sua testimonianza di sopravvissuto ad un orrore che non ha un perché. E a questo perché Weisel sta ancora cercando una riposta.

Deportato ad Auschwitz, gli fu assegnata la stessa baracca in cui alloggiò Primo Levi.
«Ho incrociato forse Primo Levi, fummo assegnati alla stessa baracca. Ricordo il treno che ci portava a Buchenwald, ricordo la tormenta di neve. E le parole di Levi, dopo, che dice che ad Auschwitz non c’era luce».

primo leviSe comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (da Primo Levi, Se questo è un uomo)

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”.
(da Primo Levi, L’asimmetria e la vita)

Dimenticare è impossibile ma non basta una Giornata della Memoria e poi tutti a lavarsi la coscienza per i restanti 364 giorni. Grazie alla testimonianza dei sopravvissuti abbiamo conosciuto l’orrore dei campi di concentramento. Negare la Shoah è semplicemente assurdo.

3 gennaio 2014

UN CAFFÈ AL SAN MARCO (A TRIESTE), NEL CENTENARIO DELLA SUA FONDAZIONE

Pubblicato in: affari miei, cultura, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , , a 2:52 pm di Marisa Moles

caffe-san-marco
La scorsa settimana, tra Natale e Capodanno, mi sono fermata qualche giorno a Trieste, la mia città natale.
Erano anni che non potevo davvero godermi la città, tutta presta dal consueto via via tra casa dei miei genitori e quella di mio suocero (che purtroppo non c’è più). Si può dire che mio marito ed io riuscivamo solo a goderci la splendida vista delle Rive e di Piazza Unità d’Italia, dai finestrini dell’automobile.

Quest’ultimo soggiorno a Trieste, invece, è stato caratterizzato dalla riscoperta della mia città che ho trovato davvero cambiata.

Albero Natale trieste

Ho fatto un giro nel centro, facendo da Cicerone a un mio cugino e alla sua bellissima figlia, provenienti da Lugano e di passaggio da casa dei miei. Sono riuscita a vedere dal vivo uno degli alberi di Natale più belli del mondo, situato nella splendida cornice di piazza Unità. Per dire il vero, l’albero non è un granché ma gli effetti di luce che vengono costantemente proiettati sul palazzo del municipio, cambiando forma e colori, creano un’atmosfera magica e suggestiva. Ai piedi dell’albero (donato dai “cugini” austriaci), un bel presepe a grandezza quasi naturale dà mostra di sé completando il quadro natalizio con quel pizzico di sacro che si unisce al profano.

caffè san marco 2

Sabato mattina (il 28 dicembre) ho incontrato una delle mie ex compagne di liceo con cui ho ripreso i contatti in occasione della bella festa per i 150 anni del Liceo Dante. Assieme siamo andate a bere un caffè al Caffè San Marco, uno dei più antichi e prestigiosi locali triestini. Un tempo ritrovo di letterati e gente di cultura che prediligeva l’alone asburgico di cui si ammanta il locale per i ritrovi tra intellettuali, ora frequentato da gente di tutte le età e arricchito di una libreria che occupa un’ala dell’ambiente, ormai troppo grande per le modeste frequentazioni dei triestini.
Ad un tavolo ho visto l’attrice giuliana Ariella Reggio … insomma, non è come incontrare Brad Pitt ma ci si può anche accontentare.

Una curiosità: all’interno del Caffè San Marco è stato girato, in parte, il video ufficiale della canzone “Sere Nere” di Tiziano Ferro, il cantante laziale che s’innamorò del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia grazie all’amica Elisa (Toffoli) che l’aveva portato a Trieste in occasione della registrazione di un suo video.

Proprio oggi, in occasione del centenario, il quotidiano giuliano Il Piccolo pubblica un articolo, firmato da Claudio Ernè, sul Caffè San Marco di Trieste. Ve ne riporto qualche stralcio invitandovi a leggere l’intero pezzo a questo LINK.

livio-rosignano-trieste-interno-caffe-san-marco

Marco Lovrinovich, nato a Fontane d’Orsera, aprì ai triestini il 3 gennaio 1914 il Caffè San Marco nell’allora Corsia Stadion, oggi via Cesare Battisti. Non immaginava minimamente di aver realizzato una macchina del tempo in cui a un secolo di distanza dal giorno dell’inaugurazione continuano a mischiarsi e a stratificarsi miti, culture, ideologie, iniziative commerciali, conferenzieri, scrittori, studenti e turisti frettolosi.
Ognuno pensa di trovare tra il bancone nero e i tavolini con la base di ghisa qualcosa di irrimediabilmente perduto in ogni altro angolo della città: il sapore residuo dell’Impero asburgico spazzato via dalla Grande guerra, l’eco affievolito della Trieste che fu emporiale e commerciale, il riverbero tremolante delle luci dei caffè viennesi nell’ultima stagione dell’Austria Felix. [...]
Il Caffè invece è sopravvissuto: ha superato devastazioni e fiamme, cambi di gestione e di abitudini, avvicendamenti politici, crisi economiche, mutamenti di bandiere. Gli ottoni ritornano periodicamente lucidi, i tavolini mantengono le posizioni originarie, il pavimento si scurisce impercettibilmente di giorno in giorno. Giornali, libri, quaderni, giacche e cappotti si aprono e si chiudono. Come accadeva un secolo fa quando il San Marco era uno dei punti di riferimento degli irredentisti filo italiani.
Oggi al contrario il Caffè si propone al pubblico come un’isola dai connotati asburgici, anche se nemmeno un ritratto, un segno di quella dinastia, è esposto alle pareti. In effetti quasi nessuno cerca più il sapore del “marchio” irredentista che Marco Lovrinovich, proprietario di trattorie e depositi di vini, aveva voluto imprimere al suo nuovo elegante caffè, [...]

[immagini: Caffè San Marco da questo sito e da Il Piccolo; albero di Natale da questo sito; dipinto di Livio Rosignano da questo sito]

25 ottobre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATO IL TELO DELL’IMPERATORE AMATO DA DANTE

Pubblicato in: cultura, Dante, La buona notizia del venerdì, luoghi d'Italia, storia tagged , , , , , , , , a 4:27 pm di Marisa Moles

arrigoVIIIl 17 aprile 1311 Dante scrisse un’accorata lettera (epistula) all’amato imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia, per essere incoronato dal Papa nell’autunno del 1310. In lui il poeta fiorentino, come molti altri esuli toscani, riponeva ogni speranza di ritornare nella sua Firenze, interrompendo così l’esilio.
Nell’Epistola VII l’Alighieri si rivolge all’imperatore, l’unico che davvero egli considerava l’erede della gloriosa dinastia sveva, con queste parole: Sanctissimo gloriosissimo atque felicissimo triumphatori et domino singulari domino Henrico divina providentia Romanorum Regi et semper Augusto e definiva se stesso devotissimus.

Purtroppo, le speranze di Dante vennero deluse dall’improvvisa morte dell’imperatore, avvenuta il 24 agosto del 1313 a Ponte d’Arbia, in provincia di Siena. La salma di Arrigo VII, che aveva soltanto 38 anni, fu tumulata a Pisa, nella cattedrale, all’interno di un sarcofago realizzato da Tino di Camaiano, allievo di Giovanni Pisano. Il sarcofago fu poi in parte smantellato e danneggiato da un incendio alla fine del Cinquecento.

Recentemente dei ricercatori, guidati dall’antropologo Francesco Mallegni, hanno aperto la tomba e hanno recuperato non solo i resti del sovrano (che saranno analizzati) ma anche alcuni oggetti straordinari. Tra questi un grande telo di seta lavorato con i leoni imperiali, probabilmente uno dei ritrovamenti di epoca medioevale più importanti mai rinvenuti, lo scettro e la corona imperiale e il globo che l’imperatore teneva in mano.

La notizia è stata data ufficialmente in occasione dell’apertura del convegno «Enrico VII, Dante e Pisa, a settecento anni dalla morte dell’imperatore e dalla Monarchia» che si tiene in questi giorni a Palazzo Gambacorti, sede del Comune di Pisa.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

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23 marzo 2013

FRANCESCO E BENEDETTO: INCONTRO TRA PAPI

Pubblicato in: attualità, religione, storia tagged , , , , , , , a 4:22 pm di Marisa Moles

PAPA A CASTELGANDOLFO, ORA INCONTRO
Si sono incontrati molto prima del previsto, non a passeggio nei giardini vaticani ma a Castel Gandolfo. Il Papa emerito, Benedetto XVI, e il Papa in carica, Francesco I. Un incontro storico che non conosce precedenti ma che potrebbe costituire esso stesso un precedente.

Joseph Ratzinger ha accolto Jorge Mario Bergoglio all’eliporto di Castel Gandolfo, sua attuale residenza. Sorreggendosi con il bastone, a riprova delle non ottimali condizioni di salute che l’hanno costretto a dimettersi, ha abbracciato il “fratello”. E proprio in nome di questa fratellanza, Papa Francesco ha rinunciato al privilegio dell’inginocchiatoio d’onore nella cappella intitolata alla Madonna di Częstochowa, all’interno della residenza papale. “Siamo fratelli”, ha detto semplicemente Bergoglio. Hanno pregato fianco a fianco, dividendosi l’inginocchiatoio.

La gente nella cittadina sul lago Albano, uno dei borghi più belli d’Italia, ha atteso e attende che i due papi si affaccino insieme allo stesso balcone in cui, per l’ultima volta il 28 febbraio scorso, Papa Ratzinger ha salutato i fedeli. Si affacceranno i due papi? Certo è che, al di là degli interrogativi sulla motivazione di questo incontro, concertato a così breve termine dall’elezione del nuovo Papa, si tratta di una pagina di storia di cui siamo testimoni. Che ci faccia piacere oppure no.

[foto Ansa dal sito Corriere.it in cui si possono vedere anche altre foto dello storico incontro]

28 febbraio 2013

DA PAPA A PELLEGRINO

Pubblicato in: attualità, religione tagged , , , , , , , , a 8:41 pm di Marisa Moles

ITALY-VATICAN-POPE-HELICOPTER

«Grazie per il vostro amore e il vostro sostegno. Possiate sperimentare sempre la gioia di mettere Cristo al centro della vostra vita». È l’ultimo tweet di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI.

Da poco più di mezzora Joseph Ratzinger non siede più al soglio pontificio. Ha scelto di essere un semplice pellegrino. Alle 20 in punto, con la chiusura del portone di Castel Gandolfo, dove un elicottero l’ha portato in volo alle 17.50, partendo dai giardini vaticani, la missione di Benedetto XVI può dirsi conclusa. Ratzinger, che sarà detto “Papa emerito” e continuerà ad essere apostrofato come “Sua Santità”, indosserà la talare semplice bianca senza mantellina, mentre l’anello piscatorio e il suggello verranno resi inservibili, in modo che nessun altro potrà mai indossarli.

Un evento storico, è stato detto. Certamente il 2013 rimarrà, forse a lungo o forse no (in fondo Ratzinger ha creato un precedente), nella storia della Chiesa come l’anno dei due Papi.

Testimoni, che ci piaccia o no, di un cambiamento da raccontare ai figli e ai nipoti, alle generazioni future che forse non si stupiranno più delle dimissioni di un Papa.

[foto dal Corriere]

3 settembre 2012

STORIA DEL GHETTO DI VENEZIA

Pubblicato in: arte, cultura, religione, storia tagged , , , , , , , , , a 12:08 pm di Marisa Moles

Avrei voluto pubblicare questo post ieri, 2 settembre, in concomitanza con la ricorrenza della Giornata europea della cultura ebraica, ma non ho fatto in tempo. Credo, comunque, che conoscere la storia del ghetto di Venezia, il più antico d’Europa, sia d’interesse per tutti e che non ci sia bisogno di una giornata in particolare per ricordare il popolo ebraico e le sue vicissitudini, oltre che la sua cultura.
Un piccolo contributo che spero sia gradito e un invito a visitare, se possibile, questo luogo che ha un fascino particolare anche se non rientra tra i più battuti itinerari turistici.


Li Giudei debbano tutti abitar unidi in la Corte de Case, che sono in Ghetto apresso San Girolamo, ed acciocchè non vadino tutta la notte attorno: Sia preso che dalla banda del Ghetto Vecchio dov’è un Ponteselo piccolo, e similmente all’altra banda del Ponte siano fatte due Porte, qual Porte se debbino aprir la Mattina alla Marangona (campana di San Marco che scandiva il lavoro all’Arsenale);, e la Sera siano serrate a ore 24 per quattro Custodi Cristiani a ciò deputati e pagati da loro Giudei a quel prezzo che parerà conveniente al Collegio Nostro

Con queste parole il Senato della Serenissima ordinò, il 29 marzo 1516, l’istituzione del ghetto dove il popolo ebraico residente a Venezia rimase segregato per quasi tre secoli, fino all’arrivo di Napoleone che l’abolì nel 1797.

Passando attraverso uno dei sottoportici caratteristici della città lagunare si possono notare ancora oggi nel marmo i buchi in cui venivano infilate le sbarre dei cancelli che di notte chiudevano il ghetto lasciando i suoi abitanti isolati dal resto della città. Solo ai medici era permesso di uscire, in quanto i medici ebrei non erano condizionati dalla religione cattolica ed erano consultati di preferenza per la loro preparazione considerata all’avanguardia.

Prima del confino degli ebrei nel ghetto, una piccola comunità di circa 1300 individui era presente in città fin dal XII secolo e documentata nel 1152. Dal XIII secolo ebbero residenza stabile presso l’Isola di Spinalonga, che da allora, avendo molti abitanti Giudei, cambiò il proprio nome in Giudecca.
Con il passare del tempo agli Ebrei fu vietata la residenza in città e furono costretti a stabilirsi nelle vicinanze, specie a Mestre, mantenendo tuttavia il diritto di commerciare all’interno della città lagunare.


Nel 1516, come si è detto, il governo della Serenissima decretò l’obbligo di risiedere all’interno del ghetto, senza poterne uscire la notte. Nacque così il Ghetto Vecchio che, con l’aumento della popolazione, divenne ben presto insufficiente per contenere tutti gli abitanti. Nel 1541 si decise, quindi, di ampliare la zona dando origine al Ghetto Nuovo, cui seguirà un ulteriore ampliamento nel 1663, con la nascita del Ghetto Nuovissimo.

Il Ghetto Nuovo (o Novo), che si trova sull’isolotto di Cannaregio, sorse nel luogo in cui si trovava una fonderia di cannoni. Pare che il nome derivi appunto dal verbo getàr, cioè “fondere”. Ma questa non è l’unica etimologia: la parola potrebbe derivare dal tedesco gitter (inferriata), dall’ebraico get (divorzio) o ancora dal tedesco gasse (vicolo). Fatto sta che da allora la parola ghetto ha assunto il significato che tutti conoscono e ha dato origine al verbo ghettizzare che significa escludere, emarginare.

Gli Ebrei di Venezia dovevano provvedere a loro spese alla sorveglianza sostenendo il costo delle barche che di notte facevano la ronda attorno all’isolotto. Cosa questa che non gravava particolarmente sulla comunità perché, grazie all’abilità degli abitanti in ambito mercantile, il ghetto godeva di una florida economia. Al commercio si affiancava il prestito su pegno. La comunità stessa si ingrossava sempre più: dapprima con l’arrivo dei todeschi, poi del levantini, provenienti da Istanbul, che divennero davvero indispensabili alla sopravvivenza dei commerci di Venezia. Sa ultimi arrivarono i ponentini e i tre gruppi, denominati nazioni, si riunirono nella Università all’interno del ghetto.


Dal punto di vista culturale fin dal XVI secolo il ghetto di Venezia conobbe una vivacità rara. Da parte dei vari gruppi etnici vennero fatte costruire le sinagoghe, o “Schole”. Sorsero così le Schole ashkenazite Tedesca e Canton, la Schola Italiana, le Schole sefardite Levantina e Spagnola. Nonostante alcuni interventi successivi, le sinagoghe sono rimaste intatte nel tempo, testimoniando il valore del ghetto di Venezia.
Delle nove sinagoghe costruite a partire dal 1719 solo cinque sono rimaste in piedi. La più grande è quella Levantina, edificio di gran pregio architettonico.
L’aumento demografico è, inoltre, testimoniato dalle altissime case, cosa rara a quei tempi, divise in piani più bassi della norma. Quando ci si avvicina al sestriere di Cannaregio saltano all’occhio quasi fossero delle torri che si stagliano verso il cielo.

Nonostante lo sviluppo economico e demografico, con l’andar del tempo, a causa dell’ingerenza del governo della Serenissima, che imponeva che l’attività di prestito fosse un’esclusiva degli ebrei perché maggiormente controllabili, si diffuse malumore fra gli abitanti del ghetto che non ottenevano dal prestito i guadagni sperati e mal digerivano quella sorta di schiavitù in cui caddero. Questo fatto, assieme a una diffusa crisi economica, fece temere una fuga di massa, verso gli inizi del Settecento. Ma naturalmente il senato giocò d’anticipo: decretò che l’autorizzazione a lasciare il ghetto fosse concessa solo a coloro che fossero in regola con il pagamento delle tasse e della quota di debiti contratti fissata dai capi dell’Università.

Dalla situazione di crisi e di diffuso disagio gli ebrei veneziani furono salvati dalle truppe napoleoniche che aprirono definitivamente le porte il 7 luglio 1797. Da quel momento gli ebrei iniziarono ad integrarsi con i veneziani e a inserirsi nel tessuto cittadino.


[fonti: alcune informazioni sono state tratte dal mensile Meridiani. n° 75; tra i siti consultati, museoebraico.it, innvenice.com; immagini: panoramica da questo sito, piazza con monumento Olocausto da questo sito, ingresso sinagoga da questo sito, interno sinagoga da questo sito]

11 settembre 2011

DU IU NNO PADANIA?

Pubblicato in: attualità tagged , , , , , , a 1:40 pm di Marisa Moles

Su segnalazione di Pino Scaccia, posto un divertentissimo video pubblicato dal Corriere on line. Si tratta di un’inchiesta, curata dal movimento giovanile del PdL guidato da Giorgia Meloni; i giovani hanno chiesto a un campione di intervistati stranieri in giro per il mondo se conoscessero o meno la Padania.

Mentre dimostrano di conoscere l’Italia, Roma, il Colosseo, Giulio Cesare, Berlusconi e la pizza, gli intervistati non sanno cosa sia la PadaniaBossi né Alberto da Giussano né la cassuela.

Be’, nessuno è perfetto. :)

10 settembre 2011

11 SETTEMBRE 2001 – 11 SETTEMBRE 2011

Pubblicato in: storia tagged , , , , , , , a 6:41 pm di Marisa Moles

Masochisti, sì, masochisti. Perché vogliamo farlo questo discorso su ciò che tu chiami Contrasto–fra–le–Due–Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà c’è Omero, c’è Socrate, c’è Platone, c’è Aristotele, c’è Fidia, perdio. C’è l’antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C’è l’antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C’è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto dell’amore e della giustizia. C’è anche una Chiesa che mi ha dato l’Inquisizione, d’accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d’accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c’è il Rinascimento. C’è Leonardo da Vinci, c’è Michelangelo, c’è Raffaello, c’è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli il coro del Nabucco. E infine c’è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura. Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza: non quella di Maometto. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno, l’automobile, l’aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo pianeta con l’elettricità, la radio, il telefono, la televisione, e a proposito: è vero che i santoni della sinistra non vogliono dire ciò che ho appena detto?!? Dio, che bischeri! Non cambieranno mai.
Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all’altra cultura che c’è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di nuovo coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era superiore alla mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano inventato i numeri e la matematica. Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya…I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah. E ora vediamo quali sono i pregi che distinguono questo Corano. Davvero pregi? Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New York, gli esperti dell’Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto: spiegarmi che il Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Del resto lo dice anche Bush, povero Bush. E va da sé che Bush deve tenersi buoni i ventiquattro milioni di americani-musulmani, convincerli a spifferare quel che sanno sugli eventuali parenti o amici o conoscenti devoti a Usama Bin Laden). Ma allora come la mettiamo con la storia dell’Occhio–per–Occhio–Dente–per–Dente? Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il volto delle musulmane, sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle infelici devon guardare attraverso una fitta rete posta all’altezza degli occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve? Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra mica tanto giusto, tanto fraterno, tanto pacifico.
Ecco dunque la mia risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture. Al mondo c’è posto per tutti, dico io. A casa propria tutti fanno quel che gli pare. E se in alcuni paesi le donne sono così stupide da accettare il chador anzi il velo da cui si guarda attraverso una fitta rete posta all’altezza degli occhi, peggio per loro. Se son così scimunite da accettar di non andare a scuola, non andar dal dottore, non farsi fotografare eccetera, peggio per loro. Se son così minchione da sposare uno stronzo che vuole quattro mogli, peggio per loro. Se i loro uomini sono così grulli da non bere la birra e il vino, idem. Non sarò io a impedirglielo. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel concetto di libertà, io, e la mia mamma diceva: “Il mondo è bello perché è vario.” Ma se pretendono d’imporre le stesse cose a me, a casa mia…Lo pretendono. Usama Bin Laden afferma che l’intero pianeta Terra deve diventar musulmano, che dobbiamo convertirci all’Islam, che con le buone o con le cattive lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà a massacrarci. E questo non può piacerci, no. Deve metterci addosso una gran voglia di rovesciar le carte, ammazzare lui. Però la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la morte di Usama Bin Laden. Perché gli Usama Bin Laden sono decine di migliaia, ormai, e non stanno soltanto in Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno dappertutto, e i più agguerriti stanno proprio in Occidente. Nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre università, nei gangli della tecnologia. Quella tecnologia che qualsiasi ottuso può maneggiare. La Crociata è in atto da tempo. E funziona come un orologio svizzero, sostenuta da una fede e da una perfidia paragonabile soltanto alla fede e alla perfidia di Torquemada quando gestiva l’Inquisizione. Infatti trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso.
(da ORIANA FALLACI, La rabbia e l’orgoglio)

Masochisti tu dici «siamo masochisti perché, vogliamo farlo questo discorso sul contrasto fra le due culture?». E qui con foga impaziente sostieni che non vuoi nemmeno sentire parlare di due culture, perché le si metterebbero sullo stesso piano «come fossero due realtà parallele». E parti come un ciclone a fare quello che chiunque abbia una briciola di buon senso ti direbbe non si può fare: una comparazione fra civiltà. Non c’è bisogno di avere studiato antropologia (un’arte squisitamente europea, figlia di una cultura illuminista, attenta verso l’altro, il diverso), per sapere che ogni confronto fra culture è insensato. In quanto la civiltà è in movimento, non ha niente di monolitico, sfugge al concetto di bene e di male. Ogni cultura, anche la più apparentemente primitiva, vive di valori, di regole, con una sua cosmogonia e una sua rete di relazioni e di beni affettivi che non possono essere disprezzate mai, per nessuna ragione. Non è inferiore un congolese perché va scalzo a pescare i pesci con la lancia e muore di Aids a trent’anni. Qualcuno potrebbe raccontarci che una terra ricchissima, la sua, piena di diamanti e di rame, è stata devastata, sequestrata e rapinata da chi aveva soldi e fucili, lasciando quell’uomo all’età della pietra. Ogni essere umano fa parte di un sistema di conoscenze e di opinioni più o meno sfortunato, più o meno vincente, ma sempre degno di vivere dignitosamente nel rispetto altrui. C’è stato un periodo in cui la civiltà africana contava più di Roma e di Atene. Per non parlare dell’Islam, fra l’altro molto vicino a noi. «Siamo figli dello stesso Dio» ha detto umilmente papa Wojtyla. Per molti secoli l’Islam ha insegnato all’Europa come contare le stelle, come calcolare la distanza dei pianeti, come pensare e scrivere le operazioni matematiche.

Le civiltà salgono e scendono, hanno momenti di prosperità e momenti di stasi e di povertà. Ma certamente è folle attribuire ai poveri la colpa di essere tali. Anche perché spesso, in nome della superiorità di razza e di un Dio severo, proprio chi si sentiva dalla parte del Bene e della Verità ha derubato, confiscato, schiavizzato chi considerava «ignorante e selvaggio».
Lasciamo stare il discorso sulle civiltà. Dopo millenni di odii e di guerre per lo meno dovremmo avere imparato questo: che il dolore non ha bandiera. Che ciò a cui aspira la maggioranza delle persone è una convivenza pacifica fra individui di diversa cultura e diversa fede.

Proprio le torri di Manhattan visibilmente ci dicono una cosa sacrosanta: che la civiltà oggi è fatta di un crogiolo di culture diverse. In quelle torri ferite a morte convivevano civilmente persone di quaranta nazionalità. L’America non sarebbe quella che è se non avesse accolto nel suo seno i neri d’Africa, i musulmani d’oriente, i cinesi, i giapponesi, gli irlandesi, eccetera. L’America che tu ami non ha avuto paura di perdere la sua identità (eppure qualcuno che non voleva riconoscere dignità ai lavoratori stranieri c’era anche allora, erano i Sudisti, e per conquistare la libertà di pensiero e di tolleranza è stata fatta una guerra civile sanguinosissima). È la migliore America quella che ha vinto, l’America dell’accoglienza e della solidarietà. Io stessa in questi giorni lo sto provando sulla mia pelle cosa vuol dire multietnicità. Mia nipote, figlia di mia sorella e di un conosciuto pittore marocchino, ha sposato un irlandese americano da cui ha avuto un bambino che in questi giorni è stato battezzato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma. Il bambino, Fosco Gabriele, porta in sé il seme di civiltà diverse: da grande parlerà l’inglese, l’arabo, l’italiano e il francese. Non per questo la civiltà occidentale sarà messa in pericolo.

(Da Ma il dolore non ha una bandiera di DACIA MARAINI)

Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere.
«Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza».
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa.
Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via.

(DA Il Sultano e San Francesco di TIZIANO TERZANI )

LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: Il mio 11 settembre

7 agosto 2011

150 ANNI UNITÀ D’ITALIA: GARIBALDI COME IL CHE, MA PIÙ FURBO. PAROLA DI CAMILLERI

Pubblicato in: 150 anni unità d'Italia, cultura, storia tagged , , , , , , , , , a 4:58 pm di Marisa Moles

In parole semplici si può dire che la spedizione dei Mille è il gesto di guerra che ha dato concretamente inizio all’unità d’Italia. E un viaggio molto bello, a pensarci bene, perché si tratta di 1.080 persone che s’imbarcano a Quarto su due navi, più o meno avventurosamente si riforniscono di carburante e di quello che serve, eludono la sorveglianza dei militari e arrivano a Marsala. Nella durata di un viaggio, in cui si parla poco l’italiano e molto il dialetto, questa gente eterogenea e raccogliticcia, animata però da uno spirito comune, diventa un esercito.

Con queste parole, Andrea Camilleri, scrittore siciliano padre del commissario Mantalbano, inizia a raccontare la spedizione dei Mille nell’intervista-epilogo che chiude Camicie rosse, storie nere (Tredici giallisti per mille garibaldini), l’antologia di narrazioni data alle stampe da Hobby & Work Edizioni.
Quello che sorprende è, secondo lo scrittore, la forza di questi 1080 uomini, molti dei quali stranieri e, quindi, dei semplici mercenari (la valutazione è mia):

Sbarcano a Marsala e dopo pochi giorni hanno la prima battaglia seria, a Calatafimi, dove si trovano di fronte a soverchianti forze borboniche munite di artiglieria e robe simili, eppure vincono. Nel giro di pochi giorni sono diventati una forza, è sorprendente. L’estrazione dei Mille è il vero miracolo, che nessuno spiega. Una cosa che m’incuriosisce molto è la presenza degli stranieri. Prendiamo ad esempio i colonnelli Turr e Tukory. Quelli erano ungheresi veri, mica di Busto Arsizio o Pinerolo! Come diavolo c’erano arrivati, sul Lombardo e sul Piemonte? È un mistero affascinante.

La narrazione prosegue, ricca di aneddoti, finché Camilleri osa un confronto tra il Che Guevara e il nostro Garibaldi:

Guardando alla mitologia odierna si potrebbe considerarlo una sorta di Che Guevara, che però non commette il suo errore, cioè andare dove non c’è un terreno fertile. Garibaldi sceglie perfettamente il teatro in cui operare, la Sicilia. L’isola era stata un continuo terremoto, dal 1848 in poi, il terreno era ottimo per una rivolta. L’elemento determinante è stato il favore della popolazione. Molti siciliani si aggregano immediatamente alla spedizione di Garibaldi.

Non poteva mancare, poi, un riferimento al mondo di Montalbano: per Camilleri, infatti, l’agente Catarella del Commissariato di Vigata sarebbe il tipo umano perfetto che, nel 1860, avrebbe indossato con slancio patriottico la camicia rossa e che, a modo suo, alla fine si sarebbe comportato da eroe.

Insomma, non è solo il rosso delle camicie che accomuna Garibaldi e il Che. Anzi, quelle camicie indossate dai Mille erano rosse per puro caso: Garibaldi, infatti, aveva comperato in saldo uno stock di tessuto rosso destinato ai saladeros, i macellai di Buones Aires, e con quella stoffa aveva fatto confezionare le camicie per i suoi uomini. Come dire che avrebbero potuto essere anche nere o verdi. Il che sarebbe letto, oggi, chissà in che modo.

La verità, per quanto possa sembrare banale, è che l’amore per la patria è come quello per la dolce metà: il rosso si addice benissimo.

[fonti: Il Giornale (da cui è tratta anche l'immagine) e L'extra.info]

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