14 settembre 2014

PAPA FRANCESCO A REDIPUGLIA, NEL FRIULI TERRA DI SACRARI

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, poesia, religione, storia tagged , , , , , , , , , , , , , , at 8:38 pm di marisamoles

papa francesco redipuglia
Molto commovente la cerimonia in ricordo dei caduti della I Guerra Mondiale che si è tenuta sabato mattina a Redipuglia (Gorizia), presieduta da Papa Bergoglio. Nel centenario del primo conflitto mondiale il Santo Padre ha voluto non soltanto ricordare le vittime, il sangue versato per amore della Patria, ma anche lanciare un monito affinché si ponga fine a quella follia chiamata guerra.

State attenti, dice Bergoglio, perché il terzo conflitto mondiale è già tra noi.

«Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…».

Ora come allora, ancora vittime. E come si fa a non pensare a chi ha perso la vita per difendere la propria terra? Non si può non farlo, trovandosi in un luogo sacro come Redipuglia. Il Sacrario più grande d’Europa, dove riposano più di 100mila caduti, molti dei quali senza nome.

redipuglia

La costruzione del monumento simbolo dei caduti italiani della Grande Guerra ebbe inizio nel 1936 e fu inaugurato da Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Una maestosa scala in marmo bianco, proveniente dalla vicina cava di Aurisina, si erge sul monte Sei Busi. Per realizzare il monumento fu necessario scavare la collina con delle cariche di dinamite.
Nei 22 gradoni (alti 2,5 metri e larghi 12) furono traslati i resti di 39.857 caduti identificati; sopra le lastre con nome, cognome e grado militare troneggia la scritta “Presente”. In alto, ai due lati della cappella votiva, ci sono le salme di 60.330 caduti ignoti. In basso, la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia – Aosta, comandante della Terza Armata, e le cinque urne dei suoi generali caduti durante i combattimenti.

Con alle spalle il maestoso monumento, che ai tempi della mia infanzia rimaneva acceso durante tutta la notte provocando stupore soprattutto in chi percorreva l’autostrada in direzione di Venezia, Papa Francesco ha celebrato la Messa, alla presenza di molte autorità civili e militari, regionali e nazionali.

Non a caso, tra le letture, è stato scelto il passo della Genesi che parla di Caino e Abele. Non solo il fratricidio. Soprattutto quella frase: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Parole che esprimono l’indifferenza, lontane da quella caritas, l’amore che nulla chiede in cambio, al centro della lettura dal Vangelo Secondo Matteo:

“Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori”.

Caino è ancora tra noi e continua ad uccidere. Come scrisse il poeta Quasimodo, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nella poesia Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
– Andiamo ai campi
. – E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere
,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore
.

Il Carso è stato teatro della Grande Guerra. Redipuglia è certamente il monumento più importante, il più maestoso. Ma non è l’unico in questa terra che è stata bagnata dal sangue di migliaia di soldati e civili.

monte san michele

A pochi chilometri da Redipuglia, sul Monte San Michele, c’è un museo all’aperto dove al posto delle opere d’arte si possono “ammirare” le trincee in cui si combatté per difendere la Patria.
Questi luoghi sono stati designati “monumento nazionale” e sulla sommità del monte si trova un belvedere da cui si gode di un ampio panorama, che ricorda la guerra e i suoi caduti, e un piccolo museo.

Poco lontano, sul medesimo fronte, a San Martino del Carso, ha combattuto anche il poeta Ungaretti che affidò ai suoi versi il compito di descrivere lo strazio del suo cuore:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato
.

sacrario_militare_oslaviaSulle colline sopra Gorizia si trova l’Ossario di Oslavia, costruito nel 1938 sul monte Calvario. Ospita i resti di 57.741 caduti italiani nelle battaglie di Gorizia e Tolmino (ora in Slovenia).
L’Ossario copre un’area triangolare ed è formato da quattro torri, una per ogni vertice della figura, più una centrale. Ognuna di queste custodisce al suo interno i loculi dei caduti identificati, disposti lungo le pareti, per un totale di circa 20 mila nomi, tra cui 138 austro-ungarici. Gli altri 37 mila corpi senza nome (539 di nazionalità non italiana) sono invece tumulati in tre grandi ossari posti al centro delle tre torri laterali.
Tutte le torri inoltre sono collegate tra loro tramite dei tunnel sotterranei e possiedono delle cripte.

tempio ossario udineI caduti della Prima Guerra Mondiale sono ricordati anche a Udine. Poco lontano dal centro cittadino si erge il Tempio Ossario ai Caduti d’Italia, costruito nel 1931 su progetto degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle.
Sulla facciata si possono ammirare quattro imponenti statue che raffigurano un fante, un aviatore, un alpino ed un soldato della marina. All’interno, il tempio ha tre navate divise da pilastri in granito rosso. Sulle pareti della cripta sono incisi i nomi dei 25.000 militari italiani sepolti all’interno delle pareti stesse, esumati dai cimiteri di guerra del Friuli.

Tempio_di_Cargnacco
Infine, non si possono dimenticare le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Alla periferia di Udine, a Cargnacco, si erge il Tempio Nazionale “Madonna del Conforto” la cui costruzione fu voluta da don Carlo Caneva, già cappellano militare e reduce di Russia e dal Senatore Amor Tartufoli, per ricordare i caduti e i dispersi di quella tragica campagna.
Nella cripta del Tempio di Cargnacco sono collocati, su leggii metallici, i 24 volumi che contengono, in ordine alfabetico, i 100.000 nomi di coloro che, per obbedire alle leggi della Patria, dalla Russia non sono più tornati. Sullo sfondo una scritta luminosa, color sangue, ricorda “Ci resta il nome”.
Negli anni Novanta è stata costruita un’altra cripta, collegata alla preesistente da una galleria, in cui sono stati traslati altri resti di dispersi in Russia. Dal 1991 sono state riportate in patria 11.601 salme. Quelle identificate erano 2.244 e di queste 1.960 sono state consegnate ai parenti. In Ucraina sono stati recuperati e identificati i resti di 1244 soldati, per la maggior parte restituiti ai parenti. A Cargnacco sono state riportate 8.518 salme di cui 7.405 non identificate.

Sulla sommità del Tempio troneggia, a caratteri cubitali, la scritta
P A C E, il bene più grande che l’U O M O deve perseguire se non vuole rimanere quello della pietra e della fionda.

[fonte (per il viaggio di Papa Francesco a Redipuglia) Il Corriere; varie notizie sui sacrari del Friuli sono state tratte da un reportage del Corriere.it; i link presenti nel post sono fonte di altre notizie e, per la maggior parte, rimandano ai siti da cui sono state tratte le immagini]

25 agosto 2014

UDINE: UNA CITTÀ DAL GRANDE CUORE

Posted in affari miei, Friuli Venzia-Giulia, luoghi d'Italia, storia tagged , , , , , , , at 6:47 pm di marisamoles

PREMESSA
Questo post è stato scritto tre anni fa, su richiesta di una mia studentessa che intendeva inserirlo in una pubblicazione a cura del Comitato Studentesco. Non ne ho saputo più nulla, non so se l’opuscolo è uscito e se conteneva il mio scritto. L’ho ritrovato facendo un po’ d’ordine tra le “scartoffie” (leggi: articoli non pubblicati, cestinati o con password) e ho deciso di pubblicarlo. In fondo è una mia creatura e mi appartiene. :) Lo pubblico anche perché sto per recensire un libro che ho letto qualche tempo fa la cui storia è ambientata proprio a Udine. Un modo per parlare della città che, come scrisse un “simpatico” commentatore qualche tempo fa, mi ospita pazientemente da 29 anni e per far prendere confidenza con questo luogo ai lettori che non lo conoscono.


La mia città ha un cuore che batte: il cuore di Udine, il suo centro storico. Conserva ancora quell’aspetto del borgo medievale, con le vie strette, i vicoli tutt’oggi coperti dall’acciottolato, le case basse con il cortile all’interno, dove un tempo la gente coltivava gli orti. Passando per quello che un tempo fu il borgo Villalta, il rumore dei tacchi che battono sull’acciottolato rievocano in qualche modo lo scalpiccio degli zoccoli che allora gli umili abitanti della città, per lo più contadini e artigiani, indossavano. Pare quasi di sentire, nel silenzio della notte, i cavalli che trascinano i carri dei mercanti.

Il cuore di Udine ha una piazza, quella di San Giacomo, il salotto buono della città. La forma quadrata, con i palazzetti antichi su cui svettano le tradizionali altane, è di origine veneta. Qui si respira l’aria di San Marco e i tavolini dei caffè e dei bistrot ricordano l’anima di Venezia. Quella che oggi gli udinesi chiamano ancora piazza San Giacomo, nonostante da decenni sia intitolata a Giacomo Matteotti, è nata grazie alla volontà del patriarca Bertoldo di Merania che, trasferita la sua residenza da Cividale a Udine, desiderò che quella piazza, il mercato nuovo, diventasse il cuore pulsante dell’attività mercantile. Lì, infatti, volle che sorgesse il mercato settimanale, istituito nel 1223, attirando a Udine mercanti d’ogni dove e trasformando il borgo in cittadella operosa.

Nella piazza San Giacomo, chiamata dagli udinesi anche piazza delle Erbe, che rimane come antico toponimo, il mercato si tiene ancora. L’allegro vociare dei bimbi che giocano sgambettando attorno alla fontana, nella parte rialzata della piazza, si mescola ai richiami dei venditori, pronti ad offrire ai passanti i frutti della campagna e i prodotti dei pascoli, ma anche il pesce fatto arrivare in gran fretta, nottetempo, da Marano Lagunare, fresco fresco, pronto per la griglia o il tegame. Gli odori si confondono gli uni con gli altri e rimandano all’antico mercato. Mentre la gente, nelle giornate di sole, si riposa ai tavolini dei caffè, godendosi il tepore del sole primaverile, i raggi ancora un po’ incerti di quello invernale o riparandosi sotto i grandi ombrelloni dal sole cocente di mezza estate. La piazza apre le sue braccia ospitali in tutte le stagioni e durante il periodo natalizio, nell’ombra della sera, viene illuminata da timide luci che disegnano sui bei palazzetti dei candidi fiocchi di neve.

Percorrendo uno dei vicoli che dalla piazza delle Erbe portano in via Mercatovecchio, ci si immerge nel tempo più antico di questa città. Il primo mercato, non ancora così famoso e popolato soltanto dalla gente del borgo, soprattutto dagli artigiani che lì avevano le loro botteghe. I lunghi porticati che, da ambo i lati della strada, corrono verso Riva Bartolini, seppur ricostruiti nel tempo, ricordano il clima tipico di questa città, molto piovoso in tutte le stagioni. Forse ora non è più come allora e a Udine il sole splende generoso, anche nelle giornate invernali, dopo aver squarciato la nebbia e l’uggia che essa porta con sé. Ma un tempo gli artigiani che vendevano le merci al di fuori delle loro botteghe, spazi angusti in cui abitavano anche con la loro famiglia, si riparavano sotto i porticati nelle giornate meno clementi, esposti, così come i loro clienti, al freddo ma almeno protetti dalla pioggia e, un minimo, dall’umidità. Erano perlopiù calzolai, ombrellai, cappellai ma anche sarti, orefici e barbieri come testimoniano i toponimi delle vie sorte perpendicolarmente al Forum Vtini: l’attuale Via Mercerie, ad esempio, era detta “dai cialiariis” e la Via Rialto sarà chiamata in seguito “dai barbariis”.

Proseguendo questa immaginaria passeggiata sotto i porticati di via Mercatovecchio, si arriva in piazza Libertà, impreziosita dalle due belle logge di San Giovanni e del Lionello. Dalla parte sopraelevata svettano maestose bianche statue che sembrano riflettere ancor più il candore dei sassi che coprono il grande spiazzo. Dalla loggia del Lionello echeggia il vociare concitato dei giovani che lì si danno appuntamento, perlopiù il sabato pomeriggio. Le nuove generazioni che calpestano lo stesso suolo su cui anni, decenni, secoli prima hanno poggiato i loro piedi minuti i cittadini più giovani, piccole speranze di un futuro ancora incerto. E da lì, come nei tempi passati, i ragazzi muovono i loro passi per raggiungere, ansimanti per la fatica della salita che non concede soste, il grande spiazzo del castello. Qui è nato, più di mille anni fa, il primo cuore di Udine: il castrum Utini, concesso da Ottone II al patriarca di Aquileia. Un castello certamente molto diverso dall’attuale che risale al XVI secolo, forse opera di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Un palazzo dalla pianta rettangolare, con la sua torretta dalla quale vedette a noi sconosciute sorvegliavano la pianura antistante. Un castello assai differente da quello originario che, come testimonia un antico sigillo, doveva essere costituito di un maschio e da varie torri, circondato da due gironi di mura merlate di cui il superiore correva intorno al rialzo del colle e da quello si dipartivano due ali di muro che comprendevano le falde del colle verso nord-ovest, giungendo fino all’attuale Palazzo Bartolini, al termine di Via Mercatovecchio. Il girone inferiore comprendeva invece la contrada di Sottomonte e parte dell’attuale Piazza Libertà. Il primo borgo, racchiuso entro le mura per difendere i “villani” dagli attacchi stranieri. Non solo un castello, dunque, ma un microcosmo chiuso, tipicamente feudale, in cui gli abitanti vivevano protetti e producevano quanto bastava per la loro sopravvivenza, instancabili lavoratori come i friulani sanno essere ancora.

All’ombra del castello, ove adesso si trova la grande area di piazza Primo Maggio, un tempo chiamata, nell’idioma friulano, Zardin Grant, tutto era deserto, paludoso, senza vita. In quell’area si estendeva una depressione in cui s’era formato un lago detto poi “del Patriarca” perché egli era solito farvi dei giri in barca, solitario in quei luoghi ancora tranquilli. Il lago, congiuntamente alle due rogge, formava una sorta di difesa naturale su tre lati del colle. A tratti, possiamo ancora vedere le due rogge, quella di Palma e quella di Udine, che hanno ancora oggi un avvio comune poco a nord di Zompitta, anche se la gran parte di esse scorre attualmente sottoterra.
Le rogge – la cui manutenzione, in Udine, spettava agli uomini del Patriarca – furono indubbiamente importanti per la vita e lo sviluppo della città: innanzitutto vi portavano acqua potabile – a volte magari non proprio batteriologicamente pura, per cui già negli statuti comunali del Trecento si faceva divieto a chiunque, sotto pena di sanzioni pecuniarie, di gettare “acqua di lavaggio” dalle case o “corteccie di concia” sulla roggia o di tenere vicino il letame. Tali corsi d’acqua procuravano, inoltre, forza motrice a macine e mulini e fornivano la materia prima indispensabile in numerosi processi di lavorazione delle nascenti attività manifatturiere. Ora, per quel che ne rimane visibile, sono spesso deposito di materiali non biodegradabili, gettati dalla mano incivile di chi sa di non correre alcun rischio di essere punito. Gli antichi decreti trecenteschi ispiravano, forse, più efficacemente quel senso civico in cui oggi il regolamento comunale, spesso disatteso, difetta.
Sotto il giardino Ricasoli, in piazza Patriarcato, un tratto della roggia è da anni abitato da due splendidi cigni, immancabile attrazione per i turisti. Il giardino è spesso animato dai bimbi e dalle loro mamme, oltreché dalle coppiette di innamorati e da qualche studente che si rifugia in qualche angolo, ben protetto dal vivace frastuono, per studiare, con le cuffie dell’I-Pod ben attaccate alle orecchie. Dall’entrata del cancello, si è costretti a salire, raggiungendo la parte sopraelevata. Inconsapevolmente il passante calpesta le orme del passato più remoto: là sotto, infatti, correva il perimetro di uno dei più antichi castellieri del Friuli, risalente all’età del bronzo.

Attraversato il giardino, scendendo dalla parte opposta, verso piazza Primo Maggio, ci si imbatte nella torre di San Barolomeo, meglio nota come Porta Manin. Essa testimonia l’esistenza del terzo recinto murario: dalla prima cittadella, infatti, si arriva ad una città sempre più popolata ed animata, che ospita all’interno delle mura i borghi cresciuti attorno al primo insediamento. Le targhe gialle, posizionate al di sotto dei cartelli indicanti i nomi delle vie del centro storico, ci svelano i loro nomi: San Cristoforo, Santa Maria, Santa Lucia, a testimonianza della grande fede del popolo udinese che consacra ai santi ogni angolo della città. Un popolo che cresce sempre più, fino ad imporre l’esigenza di un’altra cerchia di mura, la terza. La piccola città racchiusa entro la terza cinta – sorta dall’unione dei Borghi di Sore (o Gemona, corrispondente a Riva Bartolini), del Fen (poi S. Tommaso, corrispondente a Via Cavour), d’Olee di dentri (attuale Via Vittorio Veneto) e Grezan di dentri (Via Stringher) – si reggeva ormai come una vera e propria comunità urbana.

Se si procede verso la grande depressione di piazza Primo Maggio, si è subito colpiti dalla collina erbosa che si intravede tra i rami degli alberi sullo sfondo. Lassù, nei pomeriggi d’estate, quando l’afa soffocante lascia un po’ di tregua, i giovani si distendono a prendere il sole. Da lì si ammira il colle del castello, al cui fianco domina il campanile della chiesa di Santa Maria, una delle più antiche della città. Sul campanile, custode fedele degli udinesi, si slancia un angelo che, secondo la tradizione, ha anche il potere di prevedere il tempo che verrà. L’alata creatura è montata su un piedistallo girevole e mostra, con il dito indice, la direzione dei venti: a seconda del punto in cui indirizza il dito, svela agli udinesi se dovranno aspettarsi il bello o il cattivo tempo. Un antico previsore che per gli abitanti della città è più affidabile del moderno meteo televisivo.

Zardin Grant, come si è detto, un tempo era occupato da un lago cui è legata anche un’antica leggenda, secondo la quale sarebbe stato abitato da un mostro, e che si prosciugò in modo talmente rapido da far ritenere quel fenomeno un vero e proprio prodigio. Ne ebbe notizia anche Boccaccio che nel suo Decameron, citando esplicitamente Udine, ne prende vaga ispirazione per la quinta novella della decima giornata. Verso la fine del XV secolo, quando Udine era una città ormai prospera e faceva parte dei possedimenti veneziani, qui fu spostata la Fiera di Santa Caterina, che in origine si teneva in altro luogo. Un secolo prima, il patriarca Marquardo di Randeck, riconoscente per l’aiuto ricevuto dagli udinesi durante la guerra contro Venezia, con un decreto del 4 novembre 1380 concesse il permesso di tenere un mercato, dal 23 al 27 novembre, presso la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, vicino alle rive del Cormor. Tutti i rivenditori potevano accedervi e vendere qualsiasi prodotto senza pagare dazi o imposte, eccetto coloro che avevano commesso qualche reato.

La Fiera di Santa Caterina è tutt’oggi una tradizione assai cara agli udinesi ed un’attrazione per molti abitanti della regione e anche del Veneto. Qualche visitatore vi arriva, incuriosito, anche da oltreconfine. L’aria di festa che si respira in quei giorni fa quasi dimenticare l’autunno già inoltrato e l’inverno che, almeno qui, bussa già alla porta. Camminando sui sentieri disegnati tra il verde manto della grande piazza, ci si immerge in un’atmosfera gioiosa, grazie alle merci variopinte che vengono esposte nelle numerose bancarelle caratterizzate, ormai, dal gusto multietnico. Il profumo delle frittelle e dei croccanti si espande ovunque, invitando anche il palato a far festa, mentre l’aria novembrina un po’ frizzante provoca un leggero brivido che corre lungo la schiena. L’autunno colora i sentieri con le foglie che ormai cadono inesorabilmente dagli alberi e l’erba che ha perso quell’aspetto smeraldino delle stagioni migliori.

La passeggiata ci sta portando fuori dal cuore di Udine. Dalla piazza Primo Maggio, attraverso via Manin, torniamo sulla strada principale. Percorriamo via Vittorio Veneto e poi via Aquileia, fino ad arrivare alla porta omonima, una delle due superstiti della quinta cerchia muraria. La popolazione udinese con il tempo è cresciuta e, dopo la costruzione di un quarto recinto, si iniziò a pensare al quinto che occupava l’area attualmente racchiusa all’interno del centro storico. Una previsione, tuttavia, ottimistica smentita dai fatti: gli udinesi riuscirono a starci comodamente fino al 1800, stretti da quelle mura possenti, vigilati dalle torri antiche. Qui inizia la periferia sud di Udine. Ormai siamo fuori dal suo centro storico eppure anche qui c’è un cuore che batte, un cuore che ha molti colori e parla molte lingue. È il borgo stazione, il quartiere più multietnico della città. Nelle strade si mescolano gli odori del kebab, della pizza, degli hamburger e degli involtini primavera, segno tangibile di un’identità, quella degli udinesi, che pur custodendo come un prezioso tesoro il proprio patrimonio culturale, fatto di tradizioni e lingua, si sta aprendo all’alterità. Un popolo di emigranti, specie durante il secolo scorso, che apre le porte e dona il suo cuore alle migliaia di immigrati che cercano quel po’ di fortuna che gli udinesi a loro volta si illusero di trovare in terre straniere.

Il borgo stazione ha anche un altro nome, certamente più poetico: quartiere delle magnolie. Questi alberi antichissimi hanno una particolarità: i fiori, nelle varietà bianco avorio e rosa, sbocciano tra i rami nudi prima delle foglie. Quando ancora il calendario ci ricorda che la primavera è lontana, i fiori delle magnolie, già spuntati tra febbraio e marzo, inondano con il loro profumo questa zona di Udine e risvegliano i cuori dal torpore invernale. Allineate sui marciapiedi della centrale via Roma, le magnolie danno il benvenuto ai visitatori che arrivano in città con il treno, pronti ad immergersi nell’ospitale e pulsante cuore di Udine.

[link foto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto]

21 agosto 2014

MATTEO RENZI TWITTA: IMPOSSIBILE SPIEGARE LA GUERRA AI BAMBINI

Posted in adolescenti, bambini, politica, storia tagged , , , , , , , , at 9:28 pm di marisamoles

renzi tweet
Che dire? Certo, ha ragione. Ai bambini non si può spiegare la guerra. Si dovrebbe insegnare loro la pace, casomai. Eppure, pensandoci, la storia è piena di guerre, vicine e lontane.

Quando un bambino prende in mano il sussidiario, ha inizio il suo approccio con la storia dell’Uomo che è soprattutto storia di guerra.

Pensiamo ai poemi epici, l’Iliade e l’Odissea, che i bambini e i ragazzi amano (dipende, ovviamente, da quanto gli insegnanti li fanno amare …). Due classici che si devono leggere, almeno in parte, a prescindere. Eppure i personaggi sono guerrieri spietati, pronti a tutto per dimostrare il loro valore. La guerra di Troia, poi, scoppia per via di una donna, Elena, contesa tra Paride e Menelao. Greci e Troiani si affrontano in un conflitto decennale per colpa di una donna. Pensate un po’.
E va bene che stiamo parlando di miti, che le cause della guerra tra Achei e Troiani furono altre, specialmente economiche. Così spieghiamo ai bambini che il bottino di guerra, comprese le donne e i loro figli ridotti in schiavitù, servivano a dimostrare inequivocabilmente che il più forte vinceva e gli altri erano a lui sottomessi, diventavano una sua proprietà. Che bella lezione!

Lasciamo i miti e parliamo di storia. Anzi, iniziamo dalla preistoria: lotta per la sopravvivenza, sangue sparso in nome della legge del più forte, predominio degli uni sugli altri anche solo per conquistarsi lo spazio dove vivere. Mors tua vita mea, questo insegniamo agli alunni, fin dalla più tenera età.

Non va meglio quando iniziamo a parlare di civiltà. L’approccio con i primi focolari ecumenici non è confortante: nascono le classi sociali, c’è il capo, una delle classi più importanti è quella dei guerrieri, la maggior parte del popolo è sottomessa. Che bella civiltà!

E quando esaltiamo le imprese degli antichi Romani, le guerre di difesa e poi quelle di conquista, il nemico cartaginese che, battuto, risorge. Carthago delenda est, tuonava Catone. Ecco che il nemico viene annientato solo privandolo della sua propria terra. Storia di guerra eppure tutti ad acclamare la bravura del popolo romano, dei nostri progenitori che hanno dato splendore, guerra dopo guerra, alla nostra penisola.

Parliamo di imprese belliche anche quando l’argomento è la religione. Le Crociate sì, per combattere gli infedeli (anche se tutti sappiamo che l’obiettivo dei Crociati era molto più venale). Bravi i soldati che hanno combattuto in nome della Cristianità.

Che dire, allora, di Colombo? Che la sua missione fosse quella di portare la Fede nelle terre d’Oriente, non era credibile nemmeno per la cattolicissima Isabella di Castiglia. Tant’è che ella stessa si aspettava tesori inestimabili, ricchezza e prestigio per il suo Stato. In nome della Fede ecco che spagnoli e portoghesi annientarono civiltà antichissime. Ancora guerre e stragi, il copione rimane lo stesso. Gli altri incivili, noi civilissimi popoli europei.

Non serve che faccia un excursus storico completo, tutti sanno che la Storia è fatta di guerre e la insegniamo ai bambini sin dalla più tenera età.

Renzi ha in parte ragione: non è impossibile spiegare ai bambini la guerra, è impossibile spiegare loro perché esistano ancora le guerre, perché tutt’oggi i popoli si armino in nome della supremazia, del potere.

Come scriveva Quasimodo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
[...]

Il suo tempo, però, era quello immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale. E’ triste constatare che passano i decenni e le cose non cambiano. Questo è difficile da spiegare ai bambini.

1 agosto 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RACCONTARE LA GRANDE GUERRA CON UN VIDEOGAME

Posted in adolescenti, attualità, La buona notizia del venerdì, web tagged , , , , , , , , , at 7:45 pm di marisamoles

the great war
Come tutti sanno, in questi giorni c’è stata la celebrazione dell’inizio della I Guerra Mondiale: il 28 luglio 1914 l’Impero Austro-ungarico dichiara guerra al Regno di Serbia. Un conflitto sanguinoso che è costato la vita a 16 milioni di persone, fra militari e civili, e causato il ferimento di altri 20 milioni. Bisognerebbe ricordare fatti come questi se non altro per imparare che dalle guerre non ci si può aspettare niente di buono. Ma tutti sappiamo che non sempre la storia è maestra di vita, considerando che tutt’oggi numerosi conflitti (anche quelli di cui non si parla) continuano a seminare morte ovunque.

Dimenticare ciò che successe 100 anni fa però non si può. E’ giusto che le nuove generazioni conoscano i fatti e allora perché non spiegarglieli in modo semplice, con strumenti ai quali i nativi digitali hanno a che fare tutti i giorni?

Ubisoft ha pensato di parlare di guerra ai giovanissimi con un videogame.
Valiant Hearts The great War racconta la Grande Storia attraverso le vicende di piccoli uomini: Emile, un contadino francese arruolato a forza, Freddie, un volontario americano, Karl, un soldato tedesco disertore e Anna, un’infermiera belga. I personaggi si trovano a fronteggiare eventi infinitamente più grandi di loro, che li strappano dalle loro case e li trascinano nelle trincee, nei campi di prigionia, nelle città del Belgio devastate dai gas, nelle battaglie della Marna e della Somme.
La storia termina nell’anno 1917, proprio quando gli Stati Uniti entrano in guerra e mandano il loro esercito in Europa mentre Freddie vede arrivare le navi americane.

La struttura del gioco si avvicina a quella del puzzle: per poter proseguire con la storia è necessario mettere le cose al loro posto. Valiant Hearts: The Great War, infatti, richiede al giocatore di proseguire lungo la trama risolvendo i rompicapo che ostacolano le storie di Karl, Anna, Emile e Freddie. Il gioco è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato ad un anno del conflitto (più o meno). La trama, i colpi di scena, i capovolgimenti rendono Valiant Hearts: The Great War un gioco interessante, divertente e nello stesso tempo istruttivo.

[fonti: wired.it; mondoxbox.com e wikipedia; immagine da questo sito]

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4 maggio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ (IN RITARDO): ADOTTARE UNA VILLA DI ROMA ANTICA

Posted in La buona notizia del venerdì, scuola, storia tagged , , , , , , , , at 8:03 pm di marisamoles

villa romana

In questo periodo sono spesso “disconnessa” (sarebbe meglio dire “sconnessa”, per rendere meglio l’idea del periodo incasinato che sto vivendo, ma in realtà principalmente sono poco on line, come si sarà capito dato il mio silenzio), quindi mi scuso per aver saltato più volte il consueto appuntamento con la buona notizia del venerdì. Anche se oggi è domenica, ho appena letto una notizia che, a mio parere, è davvero buona. Cerco quindi di rimediare, sperando di poter essere più presente sui blog nelle prossime settimane, anche se credo sarà dura.

Adottare una villa romana antica: una missione possibile, grazie alla passione per l’archeologia e a un po’ di manualità che non guasta mai.

Si tratta del progetto didattico «Radici del presente», ideato e sponsorizzato da Assicurazioni Generali e organizzato dall’associazione Trivioquadrivio. Partito nell’autunno 2012, il progetto ha raggiunto in due anni più di quattromila studenti: 104 classi nel 2012/2013, cento nell’anno scolastico in corso.

Ma come funziona? Ai ragazzi vine distribuito un kit composto da bussola, plastico e schede sui livelli del terreno per ricostruire una villa romana proprio com’era allora. Poi un sopralluogo per vedere dal vivo l’edificio da riprodurre e per ragionare su come si viveva ai tempi dei Romani. Ogni scuola, poi, ha la possibilità di personalizzare il progetto. Solitamente viene scelta una villa antica che si trova sul proprio territorio, un po’ per comodità ma anche perché l’obiettivo principale dell’iniziativa, come si può intuire dal titolo, è proprio quello di scoprire le proprie radici.

Sul Corriere.it Scuola vengono riportate due testimonianze.

L’istituto comprensivo Giovanni Gavazzeni di Talamona (Sondrio), ha scelto una villa sul lago di Garda. Racconta l’esperienza la professoressa Flavia Zanchi: «Una volta tornati i ragazzi hanno arricchito il plastico con tantissimi dettagli: hanno fatto riflessioni sui materiali utilizzati per costruire la villa e hanno analizzato il terreno, poi hanno capito che orientamento dare all’abitazione in scala. Insomma, si sono divertiti: imparare facendo è il modo migliore per interessare i ragazzi. Ce ne fossero di più di progetti simili, gratuiti per le scuole ma così ben fatti».

Spostandoci a sud, per i ragazzi campani non c’è che l’imbarazzo della scelta, compresa la possibilità di scostarsi dalle mete turistiche per eccellenza di Pompei ed Ercolano. Ad esempio, gli alunni che frequentano la seconda media di Casamicciola Terme, piccolo comune sull’isola di Ischia, hanno optato per la villa di San Marco, a Castellamare di Stabia. Il progetto è stato poi allargato allo studio del territorio, prestando anche attenzione alle comunicazioni che avvenivano in epoca romana tra la terraferma e le isole. Questo il racconto della professoressa Valentina Pirozzi,che ha seguito il progetto con i suoi ragazzi: «Noi ci siamo anche allargati e abbiamo inserito uno studio su com’era Ischia ai tempi dei Romani. Come veniva usata, come era collegata alla terraferma. Il progetto interessa molto, spesso lo usiamo come pretesto di coesione sociale per far lavorare gli alunni insieme anche a casa. In questo comune ci sono molti disagi, tra ragazzini stranieri, famiglie in difficoltà, giovani con problemi di apprendimento. Un progetto pratico come questo riesce a unirli».

Il progetto “Radici del presente” ha anche un proprio sito web cui ritengo valga la pena di dare un’occhiata.

ALTRE BUONE NOTIZIE:

Internet scaccia depressione: i “silver surfer” (navigatori non più giovanissimi) che navigano stanno meglio di laurin42 (notizia del 2 maggio)

A 13 anni usa Facebook per salvare i cani randagi di laurin42 (notizia del 25 aprile)

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[immagine da questo sito]

1 aprile 2014

CHI HA PAURA DEGLI OMOSESSUALI?

Posted in amore, attualità, bambini, famiglia, figli, religione, società, storia, web tagged , , , , , , , , , , , , , , , , at 7:13 pm di marisamoles

omosessualità
Omofobia: è proprio la parola che non riesco a digerire. Se guardiamo all’etimologia, deriverebbe da due termini greci: ομοίος [homoios] (stesso, medesimo) e fobos (paura). Ne consegue che la parola dovrebbe rimandare a una “paura dello stesso”, ma non ha senso. Dovremmo, dunque, considerare il prefisso “omo” come un’abbreviazione del termine “omosessuale” e allora ci siamo: omofobia significa “paura dell’omosessuale”. Sì, ma perché paura? Chi ha paura dell’omosessualità?

 

Effettivamente è proprio quella “fobia” che porta fuori strada. Il suffisso “fobia”, infatti, rimanda a un concetto clinico (claustrofobia= paura degli ambienti chiusi, aracnofobia= paura dei ragni …) ma nel caso in questione è chiaro che la paura non c’entra nulla. Dovremmo dire piuttosto “avversione” e in effetti con questo termine si indica un comportamento avverso, di conseguenza intollerante e discriminante, nei confronti della pratica omosessuale.

 

Ma c’è, tuttavia, qualcuno che ha paura dell’omosessualità, che teme il “diverso”, ciò che si discosta dai canoni consueti. Si teme, in altre parole, che venga infranto l’equilibrio naturale delle cose. Spaventa la possibilità che i gay si sposino, che possano adottare dei bambini, spaventa, quindi, il solo concetto di “famiglia omosessuale” che pure esiste di fatto, se non per legge (almeno non qui da noi).

 

Le ricerche psicosociali evidenziano come l’omofobia sia maggiormente legata a caratteristiche personali quali: anzianità, basso livello di istruzione, idee religiose fondamentaliste, l’essere autoritari oppure avere atteggiamenti tradizionalisti rispetto ai ruoli di genere. Non è un caso, a mio avviso, che la maggior parte delle persone che nutrono avversione nei confronti del mondo gay, appartengano al genere maschile. Se ci pensate bene, dà molto più fastidio agli uomini pensare alle relazioni omosessuali piuttosto che alle donne. E questo accade, secondo me, perché i maschi, più delle femmine, sono portati a ricondurre l’omosessualità alla sfera prettamente sessuale, in altre parole a ciò che accade a una coppia gay, in tal caso di uomini, sotto le lenzuola. Tutto ciò trascurando la sfera affettiva che, sempre secondo il mio punto di vista, ha una centralità importante anche nelle relazioni omosessuali, che ci piaccia oppure no.

 

Ho sentito questa riflessione come un atto dovuto prima di affrontare, non senza imbarazzo, un discorso che in qualche modo è collegato al post precedente, in cui trattavo il programma governativo francese ABCD de l’ègalitè, a proposito del superamento del concetto di famiglia tradizionale.

Già allora ho chiarito che il mutamento sociale che ha portato a ciò non mi disturba a patto che, per non discriminare i nuovi modelli, non si demoliscano le tradizioni consolidate (poter festeggiare la festa della mamma o del papà, potersi firmare con la dicitura “mamma” e “papà” e non genitore 1 e 2 …).  Da qui a dire che “ho paura” del mondo gay ce ne vuole.

 

Il commento di un lettore, che preferisco non nominare, mi ha lasciata perplessa. Ho deciso di non pubblicarlo anche perché, se avessi voluto replicare, avrei occupato tanto spazio da superare quello concesso all’articolo. Di qui la decisione di questo nuovo post.

Ma c’è anche un altro motivo per cui ho preso la decisione di non pubblicare quel commento: il tono sprezzante con cui veniva affrontato l’argomento, con una tale sicumera da lasciare spiazzata me che pure sono una con pochi peli sulla lingua. Senza contare gli appellativi ormai desueti, anche perché, quelli sì, considerati omofobi, con cui la persona in questione si riferiva agli omosessuali.

 

Il lettore a un certo punto dice: «me ne infischio del ”politically correct” quando c’è in gioco il futuro e la dignità dei nostri figli». Ora, io sono molto aperta di fronte alle opinioni degli altri, anche se, in caso di divergenza, difendo con le unghie e con i denti le mie. C’è una cosa che, tuttavia, non sopporto: il fatto che chi scrive qui dimentichi che questa è casa mia e che sono io a stabilire le regole. Basta dare un’occhiata al disclaimer sulla homepage e si capisce che i commenti che giudico offensivi o formulati facendo uso di parole che ritengo inaccettabili non passeranno il filtro della moderazione.

Detto questo, se il lettore, persona che conosco e che ha goduto nei mesi passati della mia stima, se ne infischia del politically correct, io no.

 

adozioni-gay

Proseguendo nella sua esternazione, il lettore presagisce il futuro della società (non so se mondiale o solo italiana) basata sulle unioni tra due uomini o due donne, con la possibilità di adottare dei figli il cui destino sarebbe segnato: diventare essi stessi omosessuali.

È ovvio che non c’è nulla di scientificamente provato in ciò, anzi, sembra che al contrario i figli di coppie gay abbiano, essi sì, la fobia di diventarlo a loro volta (attenzione, non mi baso su studi specifici ma solo sul “sentito dire”).

 

Sono sincera: non sono favorevole all’adozione da parte delle coppie omosessuali, l’ho detto più volte, fidandomi del parere di chi è più esperto di me. Ho affrontato questo discorso altrove e naturalmente ognuno tira l’acqua al suo mulino quindi è logico che ci saranno sempre delle controargomentazioni da parte di chi ha interesse a difendere una legge che permetta l’adozione all’interno di una coppia gay.

Ma anche ammettendo che i bambini con i genitori dello stesso sesso crescano in perfetta sintonia con il mondo che li circonda, non subiscano traumi di sorta, non vengano derisi da chi ha una mamma e un papà e percepiti come “diversi” (si sa che i primi a discriminare sono proprio i più piccoli, anche se l’educazione ricevuta conta moltissimo), so che in Italia l’adozione è un percorso accidentato per le coppie eterosessuali. Quindi, prima di aprire alle coppie omosex sarebbe utile rendere l’adozione meno complessa per i coniugi, altrimenti sarebbero proprio le coppie etero a venir discriminate.

 

Tornando al nostro lettore, nonostante gli studi abbiano dimostrato che l’omosessualità non è una malattia né un capriccio, piuttosto una questione genetica, egli nega si tratti di disfunzioni ormonali o fisiologiche ma solo di ricercata depravazione e di triviale amoralità, confermando le ipotesi accreditate secondo le quali l’omofobia si fonda su dei preconcetti che investono la sfera etica. Stiamo attenti: l’etica è qualcosa di diverso dalla religione, nel senso che esiste una morale laica del tutto svincolata dalla fede e basata piuttosto sul pregiudizio, nel vero senso della parola: “giudicare a priori” senza, quindi, solide argomentazioni.

 

Ciò non toglie che, volenti o nolenti, la diffusione del Cristianesimo ha un ruolo predominante sui costumi di una società.

antica roma omosex

Se consideriamo, infatti, l’antica Roma, l’omosessualità, strettamente maschile (quella femminile era considerata una mostruosità) era una pratica accettata e condivisa, che poteva dare ancor più prestigio agli uomini di potere. Il padrone si prendeva ogni libertà nei confronti dello schiavo giovane, il cosiddetto puer, ed egli era onorato di prestare tali particolari servigi al padrone. Da parte sua, il padrone dimostrava il suo potere sottomettendo lo schiavo ai suoi voleri, fossero pure quelli sessuali. Ciò almeno fino al matrimonio: poi gli “amichetti” dovevano vivere nell’ombra, veri e propri concubini che attendevano pazientemente che il loro amato padrone lasciasse il talamo nuziale per passare sotto le loro lenzuola. E guai se la moglie veniva a conoscenza di questi rapporti omosessuali! Ne era profondamente gelosa, molto di più rispetto alle amanti femmine. (sull’amore nell’antica Roma suggerisco la lettura di Dammi mille baci di Eva Cantarella, Feltrinelli editore … illuminante”!)

 

Poi, come dicevo, è arrivato il Cristianesimo e con la sua morale ha fatto piazza pulita di tali turpitudini … almeno a parole. L’esempio di Sodoma e Gomorra poteva bastare per dissuadere le relazioni omosessuali che, tuttavia, continuavano ad esistere nell’ombra.

 

In conclusione mi chiedo: come si fa a considerare tutto ciò un tabù al giorno d’oggi?

E poi, se lo stesso Papa Francesco, a proposito dell’omosessualità, ha detto: “Chi sono io per giudicare?”, chi siamo noi per farlo?

27 gennaio 2014

GIORNO DELLA MEMORIA: DIMENTICARE È DIFFICILE, NEGARE È ASSURDO

Posted in Auschwitz, Giorno della Memoria, olocausto, persecuzioni razziali, religione, scrittori, storia tagged , , , , , , , , , , , at 5:06 pm di marisamoles

elie weisel«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
(da Elie Wiesel, La notte)

Elie Weisel, scrittore statunitense ma nato in Romania nel 1928, nel maggio del 1944 fu deportato, assieme ai suoi familiari, ad Auschwitz.
Il passo riportato è tratto da La notte, in cui Weisel descrisse la notte in cui giunse nel campo polacco.
Nel 1986 gli fu conferito il premio Nobel per la Pace. Allora fu chiamato “messaggero per l’umanità.
Nel discorso tenuto il 27 gennaio 2010 al Parlamento italiano, lo scrittore ha portato la sua testimonianza di sopravvissuto ad un orrore che non ha un perché. E a questo perché Weisel sta ancora cercando una riposta.

Deportato ad Auschwitz, gli fu assegnata la stessa baracca in cui alloggiò Primo Levi.
«Ho incrociato forse Primo Levi, fummo assegnati alla stessa baracca. Ricordo il treno che ci portava a Buchenwald, ricordo la tormenta di neve. E le parole di Levi, dopo, che dice che ad Auschwitz non c’era luce».

primo leviSe comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (da Primo Levi, Se questo è un uomo)

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”.
(da Primo Levi, L’asimmetria e la vita)

Dimenticare è impossibile ma non basta una Giornata della Memoria e poi tutti a lavarsi la coscienza per i restanti 364 giorni. Grazie alla testimonianza dei sopravvissuti abbiamo conosciuto l’orrore dei campi di concentramento. Negare la Shoah è semplicemente assurdo.

3 gennaio 2014

UN CAFFÈ AL SAN MARCO (A TRIESTE), NEL CENTENARIO DELLA SUA FONDAZIONE

Posted in affari miei, cultura, Friuli Venzia-Giulia, Trieste tagged , , , , , , , , at 2:52 pm di marisamoles

caffe-san-marco
La scorsa settimana, tra Natale e Capodanno, mi sono fermata qualche giorno a Trieste, la mia città natale.
Erano anni che non potevo davvero godermi la città, tutta presta dal consueto via vai tra casa dei miei genitori e quella di mio suocero (che purtroppo non c’è più). Si può dire che mio marito ed io riuscivamo solo a goderci la splendida vista delle Rive e di Piazza Unità d’Italia, dai finestrini dell’automobile.

Quest’ultimo soggiorno a Trieste, invece, è stato caratterizzato dalla riscoperta della mia città che ho trovato davvero cambiata.

Albero Natale trieste

Ho fatto un giro nel centro, facendo da Cicerone a un mio cugino e alla sua bellissima figlia, provenienti da Lugano e di passaggio da casa dei miei. Sono riuscita a vedere dal vivo uno degli alberi di Natale più belli del mondo, situato nella splendida cornice di piazza Unità. Per dire il vero, l’albero non è un granché ma gli effetti di luce che vengono costantemente proiettati sul palazzo del municipio, cambiando forma e colori, creano un’atmosfera magica e suggestiva. Ai piedi dell’albero (donato dai “cugini” austriaci), un bel presepe a grandezza quasi naturale dà mostra di sé completando il quadro natalizio con quel pizzico di sacro che si unisce al profano.

caffè san marco 2

Sabato mattina (il 28 dicembre) ho incontrato una delle mie ex compagne di liceo con cui ho ripreso i contatti in occasione della bella festa per i 150 anni del Liceo Dante. Assieme siamo andate a bere un caffè al Caffè San Marco, uno dei più antichi e prestigiosi locali triestini. Un tempo ritrovo di letterati e gente di cultura che prediligeva l’alone asburgico di cui si ammanta il locale per i ritrovi tra intellettuali, ora frequentato da gente di tutte le età e arricchito di una libreria che occupa un’ala dell’ambiente, ormai troppo grande per le modeste frequentazioni dei triestini.
Ad un tavolo ho visto l’attrice giuliana Ariella Reggio … insomma, non è come incontrare Brad Pitt ma ci si può anche accontentare.

Una curiosità: all’interno del Caffè San Marco è stato girato, in parte, il video ufficiale della canzone “Sere Nere” di Tiziano Ferro, il cantante laziale che s’innamorò del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia grazie all’amica Elisa (Toffoli) che l’aveva portato a Trieste in occasione della registrazione di un suo video.

Proprio oggi, in occasione del centenario, il quotidiano giuliano Il Piccolo pubblica un articolo, firmato da Claudio Ernè, sul Caffè San Marco di Trieste. Ve ne riporto qualche stralcio invitandovi a leggere l’intero pezzo a questo LINK.

livio-rosignano-trieste-interno-caffe-san-marco

Marco Lovrinovich, nato a Fontane d’Orsera, aprì ai triestini il 3 gennaio 1914 il Caffè San Marco nell’allora Corsia Stadion, oggi via Cesare Battisti. Non immaginava minimamente di aver realizzato una macchina del tempo in cui a un secolo di distanza dal giorno dell’inaugurazione continuano a mischiarsi e a stratificarsi miti, culture, ideologie, iniziative commerciali, conferenzieri, scrittori, studenti e turisti frettolosi.
Ognuno pensa di trovare tra il bancone nero e i tavolini con la base di ghisa qualcosa di irrimediabilmente perduto in ogni altro angolo della città: il sapore residuo dell’Impero asburgico spazzato via dalla Grande guerra, l’eco affievolito della Trieste che fu emporiale e commerciale, il riverbero tremolante delle luci dei caffè viennesi nell’ultima stagione dell’Austria Felix. [...]
Il Caffè invece è sopravvissuto: ha superato devastazioni e fiamme, cambi di gestione e di abitudini, avvicendamenti politici, crisi economiche, mutamenti di bandiere. Gli ottoni ritornano periodicamente lucidi, i tavolini mantengono le posizioni originarie, il pavimento si scurisce impercettibilmente di giorno in giorno. Giornali, libri, quaderni, giacche e cappotti si aprono e si chiudono. Come accadeva un secolo fa quando il San Marco era uno dei punti di riferimento degli irredentisti filo italiani.
Oggi al contrario il Caffè si propone al pubblico come un’isola dai connotati asburgici, anche se nemmeno un ritratto, un segno di quella dinastia, è esposto alle pareti. In effetti quasi nessuno cerca più il sapore del “marchio” irredentista che Marco Lovrinovich, proprietario di trattorie e depositi di vini, aveva voluto imprimere al suo nuovo elegante caffè, [...]

[immagini: Caffè San Marco da questo sito e da Il Piccolo; albero di Natale da questo sito; dipinto di Livio Rosignano da questo sito]

25 ottobre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATO IL TELO DELL’IMPERATORE AMATO DA DANTE

Posted in cultura, Dante, La buona notizia del venerdì, luoghi d'Italia, storia tagged , , , , , , , , at 4:27 pm di marisamoles

arrigoVIIIl 17 aprile 1311 Dante scrisse un’accorata lettera (epistula) all’amato imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia, per essere incoronato dal Papa nell’autunno del 1310. In lui il poeta fiorentino, come molti altri esuli toscani, riponeva ogni speranza di ritornare nella sua Firenze, interrompendo così l’esilio.
Nell’Epistola VII l’Alighieri si rivolge all’imperatore, l’unico che davvero egli considerava l’erede della gloriosa dinastia sveva, con queste parole: Sanctissimo gloriosissimo atque felicissimo triumphatori et domino singulari domino Henrico divina providentia Romanorum Regi et semper Augusto e definiva se stesso devotissimus.

Purtroppo, le speranze di Dante vennero deluse dall’improvvisa morte dell’imperatore, avvenuta il 24 agosto del 1313 a Ponte d’Arbia, in provincia di Siena. La salma di Arrigo VII, che aveva soltanto 38 anni, fu tumulata a Pisa, nella cattedrale, all’interno di un sarcofago realizzato da Tino di Camaiano, allievo di Giovanni Pisano. Il sarcofago fu poi in parte smantellato e danneggiato da un incendio alla fine del Cinquecento.

Recentemente dei ricercatori, guidati dall’antropologo Francesco Mallegni, hanno aperto la tomba e hanno recuperato non solo i resti del sovrano (che saranno analizzati) ma anche alcuni oggetti straordinari. Tra questi un grande telo di seta lavorato con i leoni imperiali, probabilmente uno dei ritrovamenti di epoca medioevale più importanti mai rinvenuti, lo scettro e la corona imperiale e il globo che l’imperatore teneva in mano.

La notizia è stata data ufficialmente in occasione dell’apertura del convegno «Enrico VII, Dante e Pisa, a settecento anni dalla morte dell’imperatore e dalla Monarchia» che si tiene in questi giorni a Palazzo Gambacorti, sede del Comune di Pisa.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

23 marzo 2013

FRANCESCO E BENEDETTO: INCONTRO TRA PAPI

Posted in attualità, religione, storia tagged , , , , , , , at 4:22 pm di marisamoles

PAPA A CASTELGANDOLFO, ORA INCONTRO
Si sono incontrati molto prima del previsto, non a passeggio nei giardini vaticani ma a Castel Gandolfo. Il Papa emerito, Benedetto XVI, e il Papa in carica, Francesco I. Un incontro storico che non conosce precedenti ma che potrebbe costituire esso stesso un precedente.

Joseph Ratzinger ha accolto Jorge Mario Bergoglio all’eliporto di Castel Gandolfo, sua attuale residenza. Sorreggendosi con il bastone, a riprova delle non ottimali condizioni di salute che l’hanno costretto a dimettersi, ha abbracciato il “fratello”. E proprio in nome di questa fratellanza, Papa Francesco ha rinunciato al privilegio dell’inginocchiatoio d’onore nella cappella intitolata alla Madonna di Częstochowa, all’interno della residenza papale. “Siamo fratelli”, ha detto semplicemente Bergoglio. Hanno pregato fianco a fianco, dividendosi l’inginocchiatoio.

La gente nella cittadina sul lago Albano, uno dei borghi più belli d’Italia, ha atteso e attende che i due papi si affaccino insieme allo stesso balcone in cui, per l’ultima volta il 28 febbraio scorso, Papa Ratzinger ha salutato i fedeli. Si affacceranno i due papi? Certo è che, al di là degli interrogativi sulla motivazione di questo incontro, concertato a così breve termine dall’elezione del nuovo Papa, si tratta di una pagina di storia di cui siamo testimoni. Che ci faccia piacere oppure no.

[foto Ansa dal sito Corriere.it in cui si possono vedere anche altre foto dello storico incontro]

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[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

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