18 marzo 2012
BELEN E LE SUE FARFALLINE INVITATE A BORDANO IN FRIULI

Bordano è un paesino del Friuli che gode di una fama diffusa, in Italia ma non solo, per essere il “paese delle farfalle“. Chi meglio di Belen, dunque, come testimonial?
Oltre alle serre, che aprono oggi, dove si possono ammirare migliaia di esemplari dei variopinti insetti, le case stesse di Bordano sono vivacizzate da disegni il cui motivo è rigorosamente quello: le farfalle. Quasi una mania, se vogliamo, ma posso garantire, avendo visitato di persona l’incantevole paesino, che lo spettacolo è eccezionale. (ne avete un piccolo assaggio nel video sotto) Non ho, tuttavia, avuto il coraggio di entrare nelle serre, vista la mia nota avversione nei confronti di tutto ciò che vola, specie se insetti.
Tornando a Belen Rodriguez, che a Sanremo ha fatto gossip esibendo un piccolo tattoo inguinale a forma di farfalla, durante il festival, e uno più grande sulla schiena, in occasione degli Oscar Tv, per gli organizzatori della stagione delle farfalle di Bordano la bella argentina sarebbe la testimonial perfetta. Secondo Enore Picco, ex sindaco di Bordano nonché fondatore della Casa delle Farfalle, tra gli organizzatori degli eventi che si terranno nella nuova stagione appena iniziata, «visto che Belen ne ha una tatuata ci piacerebbe invitarla a visitare dal vivo le nostre serre. Sarebbe sicuramente un valore aggiunto per il territorio».
Che dite, Belen accetterà l’invito?
[immagine da questo sito]
1 marzo 2012
CIAO LUCIO
“4 MARZO 1943″
Lucio Dalla
Dice che era un bell’uomo
e veniva, veniva dal mare…
parlava un’altra lingua…
però sapeva amare;
e quel giorno lui prese mia madre
sopra un bel prato..
l’ora più dolce
prima di essere ammazzato.
Così lei restò sola nella stanza,
la stanza sul porto,
con l’unico vestito
ogni giorno più corto,
e benché non sapesse il nome
e neppure il paese
m’aspetto’ come un dono d’amore
fino dal primo mese.
Compiva sedici anni quel giorno
la mia mamma,
le strofe di taverna
le cantò a ninna nanna!
e stringendomi al petto che sapeva
sapeva di mare
giocava a far la donna
col bimbo da fasciare.
E forse fu per gioco,
o forse per amore
che mi volle chiamare
come nostro signore.
Della sua breve vita, il ricordo,
il ricordo più grosso
e’ tutto in questo nome
che io mi porto addosso.
E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesù bambino.
E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesù bambino.
1. MARZO 2012 CIAO LUCIO, ORA INIZIA IL SECONDO TEMPO.
15 febbraio 2012
IL SANREMO DA BIG DI PIERDAVIDE CARONE: UN “PICCOLO AMICO” CRESCIUTO
Lui un Sanremo l’ha già vinto, in fondo: nel 2010, infatti, Valerio Scanu, ex di “Amici” come lui, ha conquistato il podio con “Per tutte le volte che”, canzone scritta proprio da Pierdavide Carone. Allora, però, aveva solo potuto vedere il festival alla tv, essendo ancora in gara nel talent di Maria De Filippi. Non aveva modo, allora, di assaporare il clima festivaiolo, apprezzare il profumo del successo in prima persona.
Pierdavide è un ragazzo semplice, modesto. Buon cantautore e discreto interprete. Nella canzone “Nanì”, con cui partecipa all’attuale edizione del festival di Sanremo e in cui si è esibito, in coppia con Lucio Dalla che dirigeva l’orchestra, ha dato mostra di essere cresciuto. Il pezzo forse non convince – troppo Dalla style per i miei gusti – ma l’interpretazione di Pierdavide, approdato sul palco direttamente con i Big, convince. Al di là del testo che vuole narrare una storia d’amore tra un giovane ragazzo e una prostituta e che sembra voglia colmare il vuoto lasciato da Povia, non in gara quest’anno, e le sue provocazioni.
Insomma, sono ormai lontani i tempi in cui, ancora concorrente di “Amici”, Pierdavide commentava così il suo primo Sanremo da autore: Quando mi nominano divento stupido. Essere nominato assieme a quel mostro sacro della canzone d’autore italiana, già veterano del festival, non può che fargli piacere. Altro che stupido!
In bocca al lupo, allora. Dovrà vedersela con la compagna di avventura nel talent della De Filippi, Emma Marrone, data per favorita. Ma non credo che Carone si preoccupi più di tanto per questo.
20 febbraio 2011
SANREMO 2011: VITTORIA MANCATA PER EMMA MARRONE

La vincitrice di Amici 9, Emma Marrone, si è unita alla rock band milanese, i Modà in occasione di Sanremo 2011. Per la ragazza è la prima esperienza su un palco così importante, mentre i Modà avevano partecipato a Sanremo Giovani nel 2005. Entrambi sono stati protagonisti delle hit parade dell’estate e dell’autunno e il brano Arriverà si è rivelato un successo di pubblico fin dalla prima serata. Eppure non ha avuto la meglio sul brano Chiamami ancora amore, magistralmente interpretato dal veterano della canzone d’autore italiana Roberto Vecchioni.
Quest’anno, dunque, a Sanremo ha vinto la poesia in musica. Avesse ottenuto la vittoria, per la terza consecutiva dopo le vittorie di Marco Carta e Valerio Scanu, un’altra cantante ex di “Amici” di Maria De Filippi, sarebbe stato decisamente troppo. A dispetto di chi dice che i cantanti usciti dai Talent Show non sono cantanti veri, loro possono contare su migliaia di fan e fanno lievitare i proventi delle case discografiche. Il secondo posto guadagnato da Emma e i Modà conferma questi presupposti, anche se i giovani, almeno questa volta, hanno dovuto chinare il capo di fronte ad un maestro della canzone italiana che, pur non avendo fan avezzi al televoto come gli ex amici di Maria, ha avuto la meglio.
Il posto d’onore, comunque, se lo sono meritati. La canzone è gradevole, la voce di Francesco Silvestre, leader dei Modà, è davvero possente e in certi punti sovrasta quella di Emma. Lei in ogni caso si difende, anche se a me non è mai particolarmente piaciuta.
Molto bella, inoltre, la versione presentata, nella serata dei duetti, con il contributo della splendida voce di Francesco Renga che ha indubbiamente valorizzato il pezzo.
Un’unica cosa: ma a quale sarta si è rivolta Emma? Un abbigliamento terribile e poi … la pettinatura della seconda serata (vedi video sotto) era inguardabile: sembrava avesse in testa una verza ossigenata. Poveretta.
Piangerai come pioggia tu piangerai e
Piangerai come pioggia tu piangerai
te ne andrai come le foglie col vento d’autunno triste tu
Te ne andrai … certa che mai ti perdonerai
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
[d’estate rovente in cui sole sarà
E Cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio ti scalderà…
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle
Penserai … che la vita è ingiusta e
piangerai … e ripenserai alla volta in
cui ti ho detto no…
Non ti lascerò mai…
Poi di colpo il buio intorno a noi…
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
d’estate rovente in cui sole sarà
E cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio che ti scalderà
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle …
La poesia della neve che cade e rumore non fa…
La mia pelle a curar le tue voglie …
La poesia della neve che cade e rumore non fa
te ne andrai come le foglie col vento d’autunno triste tu
Te ne andrai … certa che mai ti perdonerai
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
d’estate rovente in cui sole sarà
E Cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio ti scalderà
Arriverà una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle
Penserai … che la vita è ingiusta e
piangerai … e ripenserai … alla volta in
cui ti ho detto no…
Non ti lascerò mai…
Poi di colpo il buio intorno a noi
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
[d’estate rovente in cui sole sarà
E cambierai … la tristezza dei pianti in
[sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
[e un abbraccio che ti scalderà
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
[voglie … la magia delle stelle
La poesia della neve che cade e rumore non fa
La mia pelle a curar le tue voglie
La poesia della neve che cade e rumore non fa
[LINK]
SANREMO 2011: VINCE IL PROF VECCHIONI CANTANDO L’AMORE

Un prof-cantautore che di certo non ama le manifestazioni canore. Eppure debuttò proprio a Sanremo nel 1968 come autore, in coppia con Lo Vecchio, della canzone Sera cantata da Giuliana Valci e Gigliola Cinquetti. Seguì la partecipazione al festival come cantante: nel 1973 arrivò ottavo con il pezzo L’uomo che si gioca il cielo a dadi .
Il brano di quest’anno, Chiamami ancora amore, non è particolarmente festivaiolo ma ha una sonorità che arriva diretta al cuore e un testo che richiama fatti d’attualità, come le manifestazioni studentesche contro le riforme Gelmini. In questo Vecchioni rivela la sua anima del prof che non riesce ad allontanarsi completamente dalla cattedra che ha, negli anni, occupato sia come insegnante al liceo (è laureato in Lettere Classiche) sia come docente universitario.
Una vittoria forse annunciata, la sua, e al centro di una vera e propria bufera che si è scatenata oggi stesso dopo che uno dei responsabili di Rai Trade ha rivelato la sua posizione di capoclassifica al televoto. Una gaffe che avrebbe potuto invalidare completamente il televoto: la Codacons ne aveva, infatti, tempestivamente chiesto l’annullamento e il rimborso agli utenti che avevano telefonato o mandato gli sms. Ma evidentemente la fuga della notizia non ha avuto conseguenze se non l’abbandono della conferenza stampa da parte di Gianni Morandi che lancia pure un vaffa in direzione dell’incauto collaboratore.
Mentre Morandi si dichiarava indispettito per l’accaduto, in quanto avrebbe potuto danneggiare l’amico Vecchioni, quest’ultimo, serafico, osservava: «Mi fa sicuramente piacere sapere di essere primo nel televoto di ieri. È la conferma che il brano sta arrivando alla gente, quindi come non esserne contenti. Non penso di essere danneggiato, qualsiasi cosa accada sono già felice per l’affetto e l’accoglienza tributata a Chiamami ancora amore». (LINK)
I fatti gli hanno dato ragione. Decisamente frastornato – e da questo si capisce che non è abituato a questo genere di manifestazioni – una volta salito sul palco dell’Ariston, per l’ennesima volta, ringrazia Morandi per averlo invitato, dichiarando apertamente che altrimenti non avrebbe mai partecipato al festival. Quasi non vorrebbe ricantare Chiamami ancora amore: «Ormai l’ho cantata sei volte… vuoi che ti faccia Luci a San Siro?», osserva quasi in tono di supplica. Poi, però, si arrende: il vincitore di Sanremo ha l’obbligo di esibirsi dopo la proclamazione della vittoria. Prende in mano il microfono e, ancora incredulo, confessa: «Non me l’aspettavo mai…»
Una vittoria meritata? Per me sì: la canzone è bella, la voce pulita e potente, nonostante gli anni passino anche per Vecchioni. Il testo mi pare un po’ troppo polemico ma d’altra parte è lo specchio dei tempi. La cosa più importante è che abbia vinto la canzone d’autore, come Vecchioni stesso ha osservato subito dopo la vittoria: “Sono contento perché è un pezzo che coniuga la canzone d’autore con quella popolare“.
Quindi, bravo Roberto! Come non essere orgogliosi di un collega?
E per la barca che è volata in cielo
che i bimbi ancora stavano a giocare
che gli avrei regalato il mare intero
pur di vedermeli arrivarePer il poeta che non può cantare
per l’operaio che non ha più il suo lavoro
per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensieroper il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del doloreChiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e di paroleChiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomoChiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amorePerché le idee sono come farfalle
che non puoi togliergli le ali
perché le idee sono come le stelle
che non le spengono i temporali
perché le idee sono voci di madre
che credevano di avere perso
e sono come il sorriso di Dio
in questo sputo di universoChiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e paroleChiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
che è così vera in ogni uomoChiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amoreChe questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e paroleChiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomoChiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore
[post aggiornato alle ore 11.30]
19 febbraio 2011
VOCE DEL VERBO BRIFFARE: DA MILANO A SANREMO, MINETTI DOCET E CANALIS DI(S)CIT

La lingua italiana è in continua evoluzione, si sa. Lo è da quel lontano 1861, giusto per restare in tema, quando pare che Massimo D’Azeglio abbia detto: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani” e la questione della lingua non era affatto un dettaglio insignificante. Fatta l’Italia, era necessario creare anche una lingua comune.
Poi nel tempo si presentò il pericolo delle invasioni barbariche a livello linguistico: in questo caso, gli Inglesi l’hanno fatta da padroni. Ma, a onor del vero, sono stati gli Italiani a saccheggiarli, non viceversa.
Nel nostro idioma i prestiti linguistici e i calchi semantici sono il risultato di questo saccheggio che, tuttavia, non ha causato danni a terzi, solo a noi stessi e alla dignità linguistica di un idioma che deriva, per la maggior parte, dalla lingua dei nostri avi: il Latino. Che ci piaccia o no, siamo eredi degli antichi Romani, anche se poi la diffusione del Latino volgare ha dato luogo a delle differenziazioni linguistiche evidenti nelle variegate parlate regionali. Tra tutte queste, poi, grazie alle cosiddette tre corone fiorentine, Dante-Petrarca-Boccaccio, il posto d’onore l’ha avuto il Toscano. Quindi, che ci piaccia o no, tutti parliamo toscano, anzi fiorentino. E se c’è qualcuno che arriccia il naso, se ne deve fare una ragione visto che anche Alessandro Manzoni, lombardissimo, scontento della lingua usata nella prima stesura del suo romanzo, I Promessi Sposi, se n’è andato umilmente a sciacquare i panni in Arno. Non a caso, proprio al noto romanziere, nominato senatore del neonato Regno d’Italia, fu affidato l’incarico di suggerire una soluzione possibile alla questione della lingua.
Tutto questo preambolo era doveroso, essendo tutto il popolo italiano, in questo periodo, immerso nelle celebrazioni dei 150 anni dall’unificazione dell’Italia. E anche questo lo dobbiamo accettare, che ci piaccia o no. Se poi anche il festival più famoso della nostra amata patria, quello di Sanremo, ha dedicato un’intera serata all’evento che tanto fa discutere i nostri politici – , festa sì festa no -, allora di un minimo di riferimenti storici, secondo il mio parere, non si può proprio fare a meno.
Sanremo, poi, c’entra in questa mia riflessione sulla lingua. Perchè? Perché Elisabetta Canalis, l’italiana più invidiata dalle italiane per aver imbrigliato il bel George Clooney, oggi in conferenza stampa, a proposito dell’intervista all’attore americano Robert De Niro, se n’è uscita con questa frase: «Io sono soddisatta di come è andata. E, comunque, sull’intervista a De Niro, con Gianni non ci siamo mai briffati». Ma che vo’ dì? Vi chiederete. Trattasi di un neologismo lanciato nel mondo dei vip, e ormai tristemente calato anche in quello dei nip, dalla consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti, balzata all’onore delle cronache, si fa per dire, nell’ambito del caso Ruby.
Il verbo briffare, così usato ed abusato dalla Minetti, almeno stando alle intercettazioni pubblicate, deriva dall’inglese briefing che significa “colloquio per dare disposizioni”. Quindi l’Elisabetta nazionale, supercriticata per l’inglese non brillante ostentato durante l’intervista a De Niro, nonostante la relazione con il bel Clooney (ma evidentemente lui, vivendo spesso sul lago di Como, conosce meglio l’italiano di quanto la sua ragazza conosca l’inglese, quindi avrà rinunciato ad insegnarglielo e useranno il nostro idioma per comunicare), dichiarandosi soddisfatta, voleva forse dire che era andata meglio di quanto si potesse sperare, dato che lei e Gianni non si erano nemmeno consultati, ovvero lui non l’aveva convocata ad un colloquio per darle istruzioni. Perché, ci sarebbe andata? Visto che non era presente nemmeno alla conferenza stampa in occasione della presentazione del festival, avrei i miei dubbi.
Insomma, una volta la Milano-Sanremo era una gara ciclistica. Ora è la strada che percorrono i neologismi per passare dalla bocca di una belloccia a quella di una bellissima. O no?
[foto by Vanity Fair.it]
17 febbraio 2011
VIVA L’ITALIA, VIVA SANREMO, VIVA BENIGNI
Me lo devo sorbire questo show da 250mila euro. Non mi piacerà, già lo so. Lui non mi piace mai. Ma lo guarderò e poi commenterò.
Eccomi qua. Devo dire che pensavo peggio. Forse ero un po’ prevenuta, conoscendo il soggetto. E invece Benigni si è attenuto, senza molte divagazioni dal sapore politico e antigovernativo, al compito che gli è stato affidato per questa serata del Festival di Sanremo 2011 dedicata all’unificazione dell’Italia: l’esegesi dell’inno di Mameli. Non che abbia detto cose sconosciute; ci sono molti testi reperibili facilmente su Internet, che spiegano e commentano il nostro inno nazionale. Diciamo che lui ci ha messo l’interpretazione che, come sempre, è molto molto originale. Ma tant’è … Benigni è sempre Benigni!
Entra a cavallo, un bianco cavallo molto garibaldino, sbandierando il tricolore. Viva l’Italia. Sicuramente un debutto originale e in tema per questo Festival di cui sembra essere diventato ospite fisso. D’altronde, l’audience in calo rispetto alla prima serata (dai 12 milioni ai 10 scarsi) impone un intervento come il suo, in terza serata, per risollevare le sorti dello share. Il risultato? Quindici milioni di Italiani incollati al video durante i cinquanta minuti del suo intervento. Be’, niente male.
Prima battuta: dov’è la vittoria? Sembra scritto per il Pd. Poi, però si ricompone e prosegue serio.
Mameli, dice, era minorenne quando ha scritto il testo dell’inno nazionale. Aveva solo vent’anni e ai suoi tempi la maggiore età si raggiungeva a ventun’anni. Il povero Goffredo, però, nemmeno li ha raggiunti: è morto sei mesi dopo la stesura dell’inno, combattendo per la sua Italia, per quella vittoria.
Segue – c’era da aspettarselo – la divagazione sulle minorenni, ma si limita a citare, dal palco dell’Ariston, com’è giusto, la Cinquetti che cantava, proprio a Sanremo, “Non ho l’età” … salvo poi aggiungere che si era spacciata per la nipote di Claudio Villa. Fragorosa risata del pubblico. Sorrido anch’io.
Poi – difficile resistere alle tentazioni – parla di Ruby e dice che per scoprire se fosse o non fosse la nipote di Mubarak bastava andare all’anagrafe e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori.
A questo punto teme che arrivino delle telefonate in diretta, come succede spesso di questi tempi nelle trasmissioni televisive, da parte di due persone. Poi si consola vedendone almeno una in platea …
Ed ecco che affronta il discorso dell’unità dicendo che è sacra, fatta da persone straordinarie: prima di Mazzini e Garibaldi, c’erano i Carbonari, Silvio Pellico che ha scritto Le mie prigioni … altra risata del pubblico. E poi c’era la casa reale dei Savoia, Vittorio Emanuele II che a Teano s’incontrò con Garibaldi e hanno vinto. Emanuele Filiberto, invece, s’incontrò con Pupo a sanremo e hanno vinto pure loro … quasi.
Arriva il momento di Cavour, il secondo grande statista dell’Italia; alla fine della carriera lo beccarono con la nipote di Metternich. Eh, sì, la tentazione della battuta è forte.
I giovani del Risorgimento hanno dato la vita per noi, dice Benigni. Garibaldi era un mito, come Che Guevara, era detto il diablo, bello, ardimentoso, l’eroe dei due mondi … “non sto parlando di Marchionne”, aggiunge, ammiccando sottovoce.
La cultura italiana, sostiene, è nata prima della nazione stessa, unico caso al mondo. E questo è decisamente vero.
Il vero patriota non ritiene mai il suo Paese il migliore ma l’allegria di vivere in un Paese che piace è sano patriottismo. Amarlo troppo è sbagliato. Non esiste il troppo amore, si ama e basta. Uno è morto, non è troppo morto. Amore e morte sono uguali. Quando si “sente” la bandiera, si vive un attimo eterno.
Cavour, Mazzini e Garibaldi sono entrati in politica e ne sono usciti più poveri. Una cosa memorabile. Sorriso ironico.
A questo punto Benigni spiega che la parola Risorgimento è stata usata per la prima volta dall’Alfieri, è una parola mistica, è una resurrezione. L’Italia era un corpo saccheggiato, il più bello del mondo. Ed è vero: basta andare un po’ in giro per i musei del mondo per rendersene conto.
Ed ora arriviamo, finalmente, all’inno. Il comico toscano spiega che Mameli, l’autore del testo, e Novaro, autore della musica, erano a Genova e lì hanno composto la marcetta che è perfetta per un inno, ed è anche commovente. Novaro lesse il testo e si commosse, si buttò sul pianoforte, bruciò tutto con la candela ma si ricordò benissimo il testo, lo sapeva già a memoria. Poi, dice, caso strano che si ricordi l’inno di Mameli, che ha scritto il testo, e non di Novaro, il musicista. Come dire “la Traviata di Piave”, che è il librettista.
Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Inizia – era ora – l’esegesi, partendo dai primi versi. L’Italia sé desta, ovvero svegliamoci per realizzare i sogni. L’elmo di Scipio è quello di Scipione l’Africano che nel 202 a Zama sconfisse Annibale, è il più grande generale di tutti i tempi perché con quella battaglia vinta ha dato agli Italiani, e non solo, la cultura, altrimenti saremmo diventati tutti Fenici. Per trovare dei generali così dobbiamo arrivare a Waterloo, a Napoleone e Wellington. Poi agginge che ogni impero che c’è nel mondo è una pallida versione di quello romano.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Qui, dice Benigni, qualcuno sbaglia credendo che il soggetto sia l’Italia schiava di Roma (vero Umberto?) e invece è la vittoria che si inchina di fronte all’Italia.
Stringiamci a coorte!
La coorte è la decima parte della legione romana. Il motto dei Romani era divide et impera, quindi restando uniti, stretti alla coorte, si vince.
Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
A questo punto il comico parla della bandiera e dice che c’era già prima dell’unificazione dell’Italia. L’aveva inventata Mazzini, il fondatore della Giovane Italia. La bandiera unisce così come la lingua che è la nostra identità più profonda. I poeti, osserva Benigni, ci hanno dato la lingua ma anche la bandiera, con i suoi colori, è stata ispirata dalla poesia. Dante, nel XXX canto del Purgatorio introduce Beatrice, su un carro e circondata dai fiori, sopra un candido velo cinta d’olivo, con indosso un verde manto e vestita di rosso vivo. Mazzini, quindi, si è ispirato per la bandiera a questi colori: bianco, rosso e verde.
Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Qui fa una divagazione sulle donne del Risorgimento, eroine che, come Anita Garibaldi morta incinta, hanno dato la vita per l’Italia. Le altre, purtroppo, me le sono perse. Diciamo che stavo iniziando ad annoiarmi.
Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
In pochi versi sono racchiusi i diversi luoghi della penisola oppressi dallo straniero, da nord a sud. Legnano è una città simbolo della riscossa dei comuni settentrionali, unitisi nella Lega Lombarda, contro il Barbarossa. La vittoria contro l’imperatore fa sì che Legnano sia dentro l’inno di Mameli. Segue una divagazione sulla scuola e sulla necessità di far vivere agli studenti questa festa (implicita polemica nei confronti della Gelmini che vorrebbe le scuole aperte il 17 marzo prossimo).
Segue il riferimento a Francesco Ferrucci e all’assedio di Firenze (2 agosto 1530) con cui l’imperatore voleva abbattere la repubblica. Narra quindi l’episodio di Ferrucci che, morente, venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino.
Poi il riferimento a Balilla, un quattordicenne protagonista di un atto eroico a Genova, dominata dagli asburgici. Il giovane lanciò la prima pietra contro i nemici e il popolo li spappolò. Poi nel ventennio gli misero la camicia nera …
A Palermo i francesi, gli Angioini, avevano determinato la reazione dei cittadini ai Vespri, detti poi siciliani. L’insurrezione del Lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi si estese poi a tutta la Sicilia, scatenata dal suono di tutte le campane della città. Ne parla anche Dante nell’VIII canto del Paradiso:
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. (vv. 73-75)
Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò.
Continua il commento dell’inno. Qui si fa riferimento ai mercenari austriaci che hanno venduto l’aquila (simbolo dell’impero) e all’Austria che con l’aiuto della Russia aveva smembrato la Polonia.
L’ultima parte dell’esegesi è apparsa alquanto affrettata, anche perché deve aver occupato più tempo del dovuto, quindi ringrazia e augura a tutti di essere felici, ricordando che la felicità è fatta di semplici cose, non care.

L’intervento di Benigni si conclude con una toccante interpretazione dell’inno, immaginando di essere un soldato che riflette tra sé e sé sul significato del testo.
Lo ammetto: ha commosso anche me. Una delle rare vote in cui riesco a seguire un intero intervento di Benigni … non solo perché avevo promesso di commentarlo. Chi ha letto la prima stesura del post, avrà notato che ho cambiato anche il titolo. Per una volta, forse l’ultima per me, mi sento di esclamare: viva Benigni!
[POST AGGIORNATO IL 18 FEBBRAIO 2011. Foto tvblog]
AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 FEBBRAIO 2011
Anche se in ritardo, segnalo questo bell’articolo di Gian Antonio Stella su Il Corriere: Sotto l’elmo di Benigni
24 febbraio 2010
LA COPERTINA DI TV SORRISI E CANZONI: A SANREMO IL TRIONFO DEGLI “AMICI” VALERIO E ALESSANDRA

Quest’anno la copertina post-Sanremo di TV Sorrisi e Canzoni è davvero graziosa: niente leoni né smoking né coriandoli che cadono dal cielo. Semplicemente due “amici”: Valerio Scanu, trionfatore del 60esimo Festival della Canzone Italiana, e Alessandra Amoroso che ha duettato con lui sul palco dell’Ariston. Camicie a quadretti, bocche spalancate, linguaccia con piercing in vista … due giovani amici scanzonati. Quello che ci voleva per celebrare una vittoria così. Semplicemente.
23 febbraio 2010
STRISCIA LA NOTIZIA: TELEVOTO DAL CALL CENTER PER IL TRIONFO DI PUPO E IL PRINCIPE A SANREMO?
Ci sono andati vicino. Per poco Pupo, il principe Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici non hanno vinto il Festival di Sanremo. In solo 53 minuti si è deciso tutto, in 53 minuti c’è stato il sorpasso da parte dell’ex Amico di Maria De Filippi, Valerio Scanu. Accidenti, mi vien da pensare, l’abbiamo scampata bella.
Oggi su L’Avvenire sono stati pubblicati tutti i dati del televoto di sabato sera: Scanu ha raccolto 235.105 televoti, pari al 37,01% dei votanti, 56.066 voti dalla rete fissa e 180.039 dai cellulari. Pupo e i due compagni d’avventura ne raccolgono 113.284 dai telefoni fissi e 100.582 dai cellulari, in tutto 213.866, pari al 33,53%. Marco Mengoni, terzo classificato, ha raccolto 34.866 dai telefoni fissi e 153.047 dai cellulari, per un totale di 187.913, pari al 29,46% dei voti.
Percentuali a parte, vediamo di fare i conti dei soldi spesi dagli italiani per sostenere i propri pupilli: 2.705.212,50 euro, considerando anche le preferenze espresse per i Giovani in gara. Un bell’affare, non c’è che dire. Sono sempre più d’accordo con Nino D’Angelo che, avrà pure il dente avvelenato per l’eliminazione, ma ha fatto un’osservazione più che legittima: se il voto è democratico non bisogna pagare. (ne ho parlato in quest’altro post ).
Ieri sera a Striscia la notizia il bravo Staffelli, nel consegnare il tapiro a Pupo e al principe, proprio per il loro piazzamento d’onore sospetto, ha chiesto a Pupo se avesse fatto ricorso al call center. Il cantante ha negato, assumendo un atteggiamento piuttosto sdegnato. Eppure qualche settimana fa aveva ammesso che nel 1994, quando le preferenze per le canzoni in gara avvenivano per mezzo del Totip, aveva comprato pacchi di schedine: “Eppure –ha dichiarato- sono arrivato quarto. Evidentemente qualcuno ne ha acquistate più di me”.
Insomma, davanti ad una smentita così decisa e senza alcuna prova, bisogna credere a Pupo. Tuttavia, perché la stessa domanda non è stata rivolta al principe? Lui, con quell’aria sempre alquanto stralunata, forse avrebbe potuto fugare definitivamente i dubbi. Non solo, avrebbe potuto difendersi dalle insinuazioni che qualcuno ha fatto circa la sua vittoria nella scorsa edizione di “Ballando con le stelle”.
Pensare che il televoto non sia in qualche modo inquinato è impossibile: la testimonianza di una direttrice di un call center ieri a Striscia (vedi video sotto l’articolo) ha confermato che le supposizioni sono una realtà, non un’invenzione dei maligni. La signorina ha, infatti, confermato che viene spesso richiesto un “pacchetto telefonate” per i televoti; si parla di 20mila o 40 mila euro al colpo, non di bruscolini. Eppure nessuno fa nulla per impedire che ciò avvenga. Quello che poi fa più male è che il sospetto si allarga e alla fine non sappiamo quanti siano gli onesti e quanti gli imbroglioni. Le case discografiche, in fondo, sono in grado di investire delle belle cifre pur di far emergere i loro cantanti: perché puntare il dito solo contro Pupo che, secondo me, è onesto? Lo è sempre stato, anche quando ha pubblicamente ammesso di essere “poligamo” e di essersi rovinato giocando d’azzardo.
PUBBLICO, INFINE, UN COMUNICATO CHE L’ADOC MI HA INVIATO IERI, COMMENTANDO UN ALTRO POST:
L’Adoc si unisce alla protesta, basta alla farsa del televoto.
“Il televoto per l’Adoc va abolito in tutte le trasmissioni almeno fino ad una nuova regolamentazione del sistema, che sia più corretto, trasparente e verificabile dai telespettatori. La farsa durante la serata finale del Festival di Sanremo è l’ennesima prova delle debolezze di un sistema di voto che non garantisce la veridicità della partecipazione popolare. Siamo solidali con la protesta degli orchestrali e del pubblico dell’Ariston, il voto deve essere reso pubblico, per eliminare qualsiasi dubbio sulla sua regolarità. Si è verificata una profonda mancanza di correttezza e trasparenza nei confronti dei telespettatori, televotanti o meno. Vorremmo fosse fatta chiarezza in merito alla computazione dei voti ricevuti, al numero dei votanti e alla ripartizione dei voti tra i concorrenti: tutti aspetti su cui, finora, non è stata resa una corretta informazione e pubblicità. L’Adoc chiede che vi sia da parte della polizia postale e dell’Autorità delle comunicazioni la verifica della provenienza dei voti.”
AGGIORNAMENTO DEL POST: 24 FEBBRAIO 2010
A proposito dei dati sul televoto diffusi da L’Avvenire, nel suo blog sul sito di Repubblica, Ernesto Assante ha abilmente smentito i calcoli fatti dal quotidiano, sulla base dei quali negli ultimi 53 minuti di televoto Valerio Scanu avrebbe avuto un notevole recupero, prendendo le distanze dai secondi classificati, cioè Pupo e co.
Siccome per la matematica non ci sono tagliata, vi rimando alla lettura dell’articolo (questo il LINK), così ognuno può trarne le dovute considerazioni. Da parte mia, voglio solo fare un’osservazione sul presunto “acquisto di voti” fatto da Pupo tramite call center (cosa su cui non sono affatto d’accordo): il maggior numero di telefonate proveniente dalla rete fissa, rispetto ai voti ottenuti dagli altri concorrenti, può essere giustificata tenendo presente che i fan di Pupo, da oltre trent’anni sulla breccia dell’onda, nonché gli estimatori di Emanuele Filiberto, probabilmente monarchici nostalgici, sono forse meno abituati all’uso del cellulare e all’invio degli sms. Tutto qui. I call center rimangono una pura illazione.
Infine, nonostante il successo tanto sbandierato di quest’edizione del festival e gli elogi sperticati alla conduttrice Antonella Clerici, i televoti sono stati complessivamente molti di meno: lo scorso anno, Marco Carta aveva ottenuto 800mila voti (ma nell’edizione di “Amici” ne aveva collezionato addirittura un milione e mezzo!); quest’anno, Valerio Scanu ha vinto con solo 235.105 preferenze da casa: un segnale che la gente si fida sempre meno del televoto. Quindi, concordo con l’adoc che su questa pratica “popolare” ci debba essere maggior chiarezza e trasparenza. E a fronte di una spesa di 2.705.212,50 euro, ritengo sia il minimo che si possa chiedere.
20 febbraio 2010
ANTONELLA CLERICI LA VERA REGINA DI SANREMO?

Quarta serata con il boom di ascolti per Antonella Clerici e il “suo” Festival di Sanremo: sfiorato il 50% di share, meglio di Bonolis. A qualcuno sembrerà incredibile, specie ai maschilisti convinti che non condividono la scelta di mettere al timone di cotanto spettacolo una donna. Prima di lei hanno tentato l’avventura solo Simona Ventura e Raffaella Carrà. Considerando che la seconda è in assoluto la “regina” del varietà televisivo di tutti i tempi, anche se ultimamente sembra essere in esilio, nulla hanno a che spartire con lei le altre due. Simona Ventura, con quel suo modo di fare da esagitata, è lontana mille anni luce dal cliché della presentatrice ideale di una kermesse musicale che tutto il mondo ci invidia, o perlomeno ci invidiava; Antonella Clerici presenta tutte le trasmissioni allo stesso modo: che si chiamino “Il treno dei desideri”, “Ti lascio una canzone”, “La prova del cuoco” o il “Festival della Canzone Italiana”, è lo stesso. Però dobbiamo ammettere che stare tra i fornelli non è la stessa cosa che stare tra i fiori di Sanremo, metaforicamente parlando visto che fiori sul palco non ne ho visti.
Qual è il criterio secondo il quale la Rai affida la conduzione del festival ad uno o all’altro presentatore? Credo di aver capito che, almeno negli ultimi anni, la scelta cada sull’ anchorman o anchorwoman del momento. L’anno scorso, ad esempio, Bonolis fu scelto perché è considerato il taumaturgo in grado di risollevare le sorti dei programmi in crisi e, conseguentemente, alzare il livello dell’audience. Non parliamo di Pippo Baudo e dell’indimenticabile Mike Bongiorno: la scelta ricadeva su di loro semplicemente perché si tratta di mostri sacri della TV sulla cui professionalità non si deve né si può discutere. Ma siccome sempre di “mostri” si tratta (o si trattava, nel caso di Mike), meglio affiancarli da belle e giovani donne, modelle e/o attrici promettenti per le quali il palco dell’Ariston si trasforma in un trampolino di lancio o rilancio, a seconda dei casi.
Ma quando si tratta di affidare la conduzione del festival ad una donna, la fortunata deve dimostrare una professionalità che per gli uomini è decisamente scontata. Loro non hanno quasi mai nulla da dimostrare e se Sanremo risulta fallimentare, è sempre colpa delle contingenze sfavorevoli.
Insomma, Raffaella Carrà è un po’ come Baudo e Bongiorno: su di lei non si discute. Ma la Ventura, ad esempio, fu scelta sull’onda del successo della sua trasmissione “Quelli che …”, così come ora la prescelta Antonella Clerici può vantare il successo di “Ti lascio una canzone”, trasmissione sui talenti canori giovanili che l’ha in qualche modo riscattata dall’usurpazione de “La prova del cuoco” affidata alla Isoardi come sostituta per il periodo della maternità ma mai restituita alla legittima conduttrice.
Io ammetto di non essere una estimatrice di Antonella Clerici. Mai viste le sue trasmissioni se non qualche frammento qua e là. Sul palco dell’Ariston mi è sembrata impacciata, ripetitiva, spiritosa solo nei momenti in cui l’imbarazzo era davvero notevole, sorridente e spontanea sì, ma anche troppo esplicita. Ieri, ad esempio, quando si è presentata sul palco strizzata in un completo top e pantaloni (cui mancava solo il giubbotto per ricordare la meravigliosa Olivia Newton-John, interprete di Grease, decisamente oversize, però) per calarsi nell’atmosfera dance creata dal bravo Bob Sinclair, poteva fare a meno di dire che doveva cambiarsi l’abito perché non riusciva a respirare. Mi è venuta in mente una sua dichiarazione di un mese fa: “Mi rivedrete a Sanremo magrissima”. Mai commettere l’errore di promettere o anticipare cose impossibili da realizzare. Io che con la bilancia ho un contrastato rapporto quotidiano so bene che, indipendentemente dalla buona volontà, spesso si dimagrisce quando, pur moderandosi a tavola, alla dieta non ci si pensa per nulla. Poi, quando ci si mette in testa di buttar giù quattro chili in un mese (ammesso che alla Clerici sarebbero bastati per diventare “magrissima”!), spesso ci si affida ad integratori alimentari, come le famose “buste” che pare anche la De Rossi abbia assunto, con risultati migliori, si rischia di finire all’ospedale. Un messaggio sbagliato specie per le più giovani. Hanno escluso Morgan dal festival per le sue dichiarazioni sull’uso di droghe, a rigor di logica avrebbero dovuto sostituire la Clerici alla conduzione. Sempre di modello sbagliato si tratta.
In ogni caso, è indubbio che Antonella abbia i suoi estimatori. Leggo su Il Corriere questo commento di Mario Luzzato Fegiz:
E’ talmente leggera da rimanere sempre in superficie…e in superficie i problemi non si vedono. Brava Antonella, il nulla è molto meglio del pieno e del consistente, perché si vive meglio. Non addentriamoci!
Per la serie: aridatece gli isterismi di Ventura e Carrà. E per l’altra serie: io preferisco il difetto, piuttosto che una qualità solo apparente.
E quest’altro commento riportato da Il Giornale :
C’è chi si lancia in analisi complicate sulla situazione socio-politica italiana e sulle capacità di Antonella di rasserenare gli italiani e chi la battezza la Forrest Gump in gonnella (genio inconsapevole). Lei risponde che, semplicemente, «la gente mi apprezza perché capisce che io sono così vera, spontanea». Tanto spontanea da non provare alcun imbarazzo a parlare del suo seno strabordante: «Io ci provo in tutte le maniere a non farlo scappar fuori, ma che ci posso fare se è fatto così? Mi sono dovuta persino far cucire il reggiseno all’abito…».
Per me rimane, comunque, la signora della porta accanto a cui chiedere un Grand Soleil, niente di più.



