14 aprile 2012
GENITORI NON SPOSATI IN CHIESA? NIENTE BATTESIMO AL BIMBO

La Chiesa discrimina? No, il sacerdote obbedisce al vescovo: niente battesimo al neonato se i genitori non sono sposati in chiesa. Pare, comunque, che il rifiuto sia limitato alla richiesta, fatta dal padre, che il bambino fosse battezzato durante la messa domenicale. In questo caso, come fa a dire il sacerdote, don Andrea Della Bianca, 38 anni, parroco di Morsano (in provincia di Pordenone), che non si tratta di discriminazione? Ma procediamo con ordine.
Dunque, pare che una coppia non sposata abbia chiesto il battesimo del figlio neonato nella chiesa di Bando, una località vicina a Morsano, e che il giovane parroco si sia rifiutato poiché il vescovo, monsignor Giuseppe Pellegrini, ha disposto che ai genitori sposati civilmente o conviventi non sia offerta questa possibilità in quanto la domenica, durante la messa, si battezzano i bambini delle coppie unite in matrimonio. È attraverso quest’indicazione che si cerca di valorizzare la coppia sposata, che ha già ricevuto il sacramento del vincolo in matrimonio, come spiega don Della Bianca che aggiunge: piuttosto che discriminare la coppia non sposata. La Chiesa non discrimina nessuno.
Poi, però, gira la frittata e dichiara: La coppia in questione voleva battezzare il piccolo a Bando durante la messa della domenica. Ma a Bando la domenica non si celebra la messa. Si celebra ogni martedì mattina alle 8. Se la coppia vuole, a quell’ora, in quel giorno nella chiesa di Bando possiamo celebrare il battesimo.
Insomma, le coppie sposate possono battezzare il figlio alla messa domenicale dove vogliono, per quelle non sposate c’è sempre il martedì.
Ma a voi non sembra un modo per arrampicarsi sugli specchi? A Bando non si può battezzare il piccolo celebrando una messa ad hoc la domenica?
Come spiega il giornalista del Messaggero Veneto, il curioso caso sarebbe emerso da un’indagine proposta da TelePordenone in seguito alla vicenda del bambino disabile a cui sarebbe stata rifiutata la Prima Comunione nella provincia di Ferrara. Anche questa volta sembra che la Chiesa non discrimini ma che certe situazioni debbano essere spiegate (con versioni discordanti) prima di essere giudicate.
Io, comunque, non giudico, informo. E se la notizia fosse per caso una bufala, mi scuso fin d’ora.
11 aprile 2012
COMUNIONE NEGATA AD UN BIMBO DISABILE. QUANDO LA CARITA’ CRISTIANA DIVENTA DISCRIMINAZIONE
Ho letto la notizia e ben presto l’incredulità, suscitata dal titolo, si è trasformata in vera commozione. Fino alle lacrime. Com’è possibile, mi chiedo, che la Comunione, un sacramento, sia negata ad un bambino solo perché è disabile, perché il suo cervello non gli permette, come afferma il sacerdote a sua discolpa, la piena coscienza dell’atto eucaristico? Com’è possibile che anche un alto prelato, non semplicemente un parroco di campagna, un don Abbondio qualunque, affermi che un bambino per ricevere la Comunione debba saper distinguere il pane dall’ostia?
Il fatto incredibile è accaduto a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Protagonista inconsapevole di questa assurda storia è un bambino che è stato escluso dalla somministrazione dell’ostia, durante la cerimonia propedeutica alla Prima Comunione, perché ritardato mentale, quindi non in grado di intendere e volere. Persino il giornalista di Repubblica, quotidiano di certo non cattolico, su cui ho ho letto la notizia, si chiede come mai allora il battesimo sia impartito a dei neonati che di sicuro non sono consapevoli di ciò che accade loro quando sentono l’acqua scorrere sul capo.
Nonostante la lettera che alcuni genitori di altri bambini che attendono di fare la Prima Comunione hanno inviato al parroco, don Piergiorgio Zaghi non cambia idea e nell’omelia tenuta domenica scorsa conferma la sua tesi: sebbene la dottrina non preveda l’esclusione dall’eucaristia per le persone incapaci di intendere e volere, lui vorrebbe che il piccolo capisse o intuisse la portata del sacramento. Lo appoggia il vicario della diocesi di Ferrara, monsignor Antonio Grandini, che si affretta a spiegare che non c’è stata nessuna discriminazione. Per ricevere il sacramento il bambino dovrebbe saper distinguere il pane dall’ostia e questo, al momento, non è avvenuto. Senza escludere, tuttavia, che il piccolo possa terminare il suo percorso di crescita spirituale e ricevere il sacramento a maggio insieme ai suoi coetanei.
Io non conosco i problemi di questo bambino ma, nel caso di ritardo mentale, pensare che la situazione possa cambiare entro maggio significa sperare semplicemente in un miracolo. Realisticamente non si può supporre che ciò avvenga, purtroppo.
Anche il Papa ha lanciato un appello: «Venga assicurata la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali. Essi la ricevono nella fede anche della famiglia». Ma qui pare ci sia un bel problema: i genitori del bimbo disabile non sono sposati, quindi per la comunità – non tutta, fortunatamente – non possono essere una garanzia di fede. In altre parole, potrebbe sembrare che non ci sia nemmeno da parte di una mamma e un papà “peccatori” quella consapevolezza che al bimbo manca per il ritardo mentale da cui è affetto.
Come spesso accade, le parole più sensate provengono da un compagno di classe del bimbo sfortunato che, riferendosi all’esclusione dell’amichetto dal sacramento, in una lettera al parroco si chiede: perché non può farla? è cattivo? si comporta male? Per me non è cattivo, è bravo e tranquillo“. Forse non è tutta farina del suo sacco, come si suol dire, comunque chiede che il compagno possa accostarsi alla comunione assieme agli altri: “Pensiamo che Gesù l’avrebbe guarito come ha fatto con Lazzaro o con i lebbrosi”.
Io credo che in certi casi ai sacerdoti manchi proprio l’esempio di Gesù che ha aperto la porta a tanti peccatori e perdonato molte colpe. Il suo sacrificio, che è stato ricordato pochi giorni fa, non ha aperto il cuore di un suo ministro che, invece di accogliere un bambino innocente, lo ha escluso. Ha forse dimenticato, don Zaghi, che Cristo, durante l’ultima cena (occasione in cui è stata istituita l’Eucarestia) ha spezzato il pane e l’ha offerto anche a Giuda?
Ma la carità cristiana dov’è finita?
28 dicembre 2011
SIAMO TUTTI FRATELLI … O FORSE NO
Ennesima rissa tra preti nella Basilica della Natività a Betlemme (Cisgiordania). Ennesima perché pare che accada frequententemente di assistere a scene degne di un film western, con tanto di scazzottate che poco si addicono all’abito sacro che i protagonisti indossano e al luogo che non è proprio simile ad un saloon.
Il motivo del contendere, questa volta, è una questione di “territorialità”. Ovvero, i preti greco-ortodossi e armeni, protagonisti della rissa, non si sono trovati d’accordo sulla suddivisione delle aeree della Basilica che dovevano essere pulite in vista della celebrazione del Natale (per gli ortodossi, il 7 gennaio).
La Basilica, che risale al VI secolo e, secondo la tradizione, sorge nel luogo in cui era situata la capanna dove nacque Gesù, è co-gestita dai religiosi cattolici romani, greco-ortodossi e armeni. Accade spesso che preti e monaci litighino sulle rispettive competenze.
Ma non eravamo tutti fratelli?
Be’, anche Caino e Abele lo erano …
26 dicembre 2011
PERCHÉ IL 26 DICEMBRE SI FESTEGGIA SANTO STEFANO?

Stefano è un nome di origine greca (deriva infatti da Stéphanos, latinizzato in Stephanus) che significa “incoronato”. Data l’etimologia precristiana, il riferimento era alla corona della vittoria; successivamente, con la diffusione del Cristianesimo, essendo Stefano un protomartire (infatti, fu il primo martire cristiano, arrestato nel periodo dopo la Pentescoste, morì lapidato) il suo nome fu legato alla corona del martirio.
La data in cui la liturgia ricorda il primo martire è sempre stata il 26 dicembre, proprio perché il giorno successivo al Natale. La Chiesa, infatti, nei giorni seguenti la celebrazione della nascita di Cristo ricorda i comites Christi, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.
Poche e incerte sono le notizie che riguardano Santo Stefano: fu probabilmente uno dei primi ebrei a convertirsi, seguì l’insegnamento degli Apostoli e in virtù della sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme.
Di questo Santo si parla nei capitoli 6 e 7 degli Atti degli Apostoli: si narra che i dodici Apostoli elessero sette savi, scegliendoli tra i discepoli ormai numerosi, affinché si occupassero esclusivamente di diffondere la parola di Dio. Il primo dei sette fu proprio Stefano che si adoperò con instancabile impegno nella missione cui era stato destinato, convertendo numerosi ebrei in transito per Gerusalemme.

Ben presto, però, l’opera di Stefano fu oggetto di critica da parte degli ebrei che assistevano alla conversione sempre più massiccia dei loro. Fu così che nel 33 o 34 Stefano fu accusato di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”.
Catturato dagli anziani e dagli scribi, fu trascinato davanti al Sinedrio e accusato grazie a falsi testimoni che dichiararono: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.
Quando il Sommo Sacerdote gli chiese: “Le cose stanno proprio così?”, Stefano pronunziò un lungo discorso, rifacendosi alle Sacre Scritture in cui si preannunciava l’avvento del Giusto.
Nonostante il disappunto espresso dai presenti, rivolto ai membri del Sinedrio, concluse il suo discorso con parole che fecero aumentare l’odio e il rancore verso di lui: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”.
Fu, quindi, trascinato fuori dalle mura di Gerusalemme e lapidato senza pietà. Di seguito si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani, comandata da Saulo.
Tra la nascente Chiesa e la sinagoga ebraica, il distacco si fece sempre più evidente fino alla definitiva separazione.
La storia delle reliquie di Santo Stefano è significativa. Si racconta che il 3 dicembre 415, due anni dopo l’Editto di Milano con cui l’imperatore Costantino aveva concesso la libertà di culto e, di fatto, sancito la fine delle persecuzioni contro i Cristiani, ad un sacerdote di nome Luciano venne svelato in sogno il luogo in cui giacevano le spoglie del protomartire. In accordo con il vescovo di Gerusalemme, le reliquie iniziarono ad essere diffuse in tutto il mondo. Una piccola parte rimase al sacerdote Luciano e il resto fu traslato il 26 dicembre 415 nella chiesa di Sion a Gerusalemme.
Il proliferare delle reliquie testimonia la grande devozione che fu tributata a questo santo. Dappertutto sorsero chiese, basiliche e cappelle in suo onore; solo a Roma se ne contavano una trentina, delle quali la più celebre è quella di S. Stefano Rotondo al Celio, costruita nel V secolo da papa Simplicio.
In Italia ben 14 Comuni portano il suo nome.
Nell’iconografia, il Santo è raffigurato con la ‘dalmatica’, la veste liturgica dei diaconi. In ricordo della sua lapidazione, è invocato contro il mal di pietra, cioè i calcoli, ed è il patrono dei tagliapietre e muratori.
[fonti: wikipedia e santiebeati.it; nell'immagine sotto il titolo, "Santo Stefano" di Carlo Crivelli, Venezia, 1476 da questo sito; nella seconda immagine "Martirio di Santo Stefano" di Paolo Uccello, 1433-34, cappella dell'Assunta, Prato da questo sito ]
28 novembre 2011
TEMPO DI AVVENTO

La scorsa domenica è stata, per la Chiesa Cattolica, la prima dell’Avvento. Comunemente, però, si è portati a considerare questo periodo, in cui si attende la celebrazione del Natale, coincidente con i ventiquattro giorni di dicembre che precedono il 25, data che convenzionalmente si identifica con la nascita di Gesù. L’Avvento, però, è un periodo che i Cristiani festeggiano diversamente per quanto riguarda la sua durata.
Per la Chiesa Cattolica, l’Avvento (dal latino adventus che significa “venuta”) inizia la quarta domenica precedente il Natale e può durare, appunto, quattro settimane. Questo secondo il rito romano. Ma in quello ambrosiano, invece, questo periodo di attesa della nascita di Gesù può durare sei settimane e generalmente ha inizio con la prima domenica dopo il giorno di San Martino (11 novembre).
Se ci spostiamo ad Oriente, però, troviamo una periodizzazione ancora più particolare. Per la Chiesa Ortodossa, infatti, l’Avvento dura quaranta giorni, proprio come la Quaresima e, infatti, questo periodo viene chiamato Quaresima del Natale. Il periodo è, dunque, quello che va dal 15 novembre al 24 dicembre ma nel calendario gregoriano si sposta dal 28 novembre al 6 gennaio, questo perché la maggior parte degli Ortodossi celebrano il Natale il 7 gennaio.
Per i Cattolici non ci sono precise prescrizioni (non che io sappia, almeno!) riguardo alla dieta, anche se è tradizione abbastanza diffusa quella di non mangiare carne il giorno della vigilia, il 24 dicembre. Forse questa è un’usanza più meridionale che settentrionale visto che qui a Udine la tradizione vuole che si serva la trippa … Io che sono mezza sicula e mezza napoletana, invece, ho sempre rispettato la tradizione di mangiare il pesce, così come anche il venerdì santo nel periodo che precede la Pasqua e il mercoledì delle Ceneri.
Gli ortodossi, invece, osservano il digiuno cosiddetto invernale, per distinguerlo da quello primaverile in coincidenza con la Quaresima. Nella loro dieta in questo periodo vengono esclusi la carne, le uova, il latte e i suoi derivati. Sembra che una dieta rigida faccia riflettere meglio sul significato profondo della festa del Natale, prassi consolidata anche in altre religioni, se pensiamo, ad esempio al famoso ramadan degli islamici.
Da noi, invece, nei giorni che precedono la celebrazione della nascita di Cristo il rito più diffuso è quello dell’acquisto dei regali (onde evitare la corsa affannosa degli ultimi giorni) e l’assaggio di panettoni e pandori – ma anche di altri dolci tipici come il torrone, ad esempio -, che danno bella mostra di sé nei supermercati e nelle pasticcerie già ai primi di novembre.
E che dire dei calendari dell’Avvento in cui, sotto ciascun giorno di dicembre, dal 1° al 24, si celano i gustosi cioccolatini che ai bimbi piacciono un sacco? Io ricordo che i miei figli ne avevano due – anche perché il mio tentativo di imporre la divisione di uno solo, mangiando un cioccolatino a testa un giorno sì e uno no, fallì miseramente – ma immancabilmente saltavano qualche data e così si rimpinzavano in sol colpo di cioccolato al latte con conseguenti eruzioni cutanee … Per non parlare di quella volta in cui ebbi la brillante idea di appendere uno dei due calendari sopra il radiatore, per sfruttare un chiodo già pronto. Il malcapitato, vedendosi sciogliere i cioccolatini in mano, sbraitava perché quelli di suo fratello erano intatti.
Bei ricordi! Mi rendo conto che quando i miei figli erano piccoli questi giorni avevano un significato diverso. Ora è solo un periodo di superlavoro, visto che il “quadrimestre” finisce il 22 e che … be’, il resto ve lo racconto la prossima volta.
[fonti: Wikipedia e Orientecristiano.com]
14 novembre 2011
DIO C’È

Mi rendo conto di quanto sia impegnativo il titolo di questo post in cui sto per raccontare quello che mi è successo di recente. Mi rendo perfettamente conto anche di quanto sia difficile toccare un tasto delicato come la fede, affidando i propri pensieri ad un blog ma, nello stesso tempo, sapendo bene che queste pagine non sono quelle di un diario segreto e che quello che sto per dire potrà incontrare qualche dissenso o suscitare non poche perplessità.
Nonostante tutto ho deciso di scrivere, forse per convincere più me stessa che chi avrà la bontà o l’interesse di leggere questo articolo.
Cos’è la fede? Mah, direi una parte di noi (sempre che si sia credenti, ovvio). Non ci chiediamo se la fede c’è o non c’è, allo stesso modo in cui non facciamo tanto caso al cuore che batte, a meno che non si verifichino situazioni tali da non poter fare a meno di ascoltare il suo battito. Allo stesso modo, respiriamo senza chiederci se, come, quando i polmoni pompano aria. Ma loro continuano il loro instancabile lavoro per permetterci di vivere.
Con la fede è lo stesso. Lei se ne sta lì buona buona, la maggior parte del tempo, poi all’improvviso ci dà dei prepotenti segnali della sua esistenza. Così come quando un infartuato si rende conto che il suo cuore non lavora come dovrebbe o uno che sta per affogare realizza che i suoi polmoni vorrebbero lavorare a dovere ma non sono in condizione di farlo.
Il preambolo è stato un po’ lungo, lo so, ma era necessario.
L’educazione religiosa me la sono fatta da me. Io sono un’autodidatta della fede, non ho avuto nessun modello da seguire in famiglia. Sono sempre stata una trasgressiva, in tutto e per tutto, trasgressiva anche in modo del tutto insospettabile. I miei non andavano a messa, io sì. Forse da piccola avevo lo spirito missionario, speravo di poter trascinare anche la mia famiglia sulla strada della Verità.
Da figlia ho fallito ma da madre ho cercato nel miglior modo possibile di trasmettere ai miei figli la fede, attraverso l’esempio. Missione ancora più impossibile, però mi sono impegnata tanto, ma tanto, forse troppo perché alla fine ho ottenuto l’effetto contrario. Quando mi sono resa conto che da sola avevo iniziato questo percorso di fede e da sola mi ero ritrovata come da bambina, ho pensato che forse la religione non facesse per me. Piano piano, constatando il mio fallimento e osservando la gioiosa armonia che traspirava dalle famigliole unite alla messa domenicale, ho semplicemente smesso di fare le solitarie uscite della domenica mattina. Complice anche la delusione che ho avuto nel rendermi conto che certi sacerdoti non hanno nemmeno un briciolo di quella carità cristiana che io, laica, dimostravo nei confronti delle persone care. Ho, dunque, capito che non divorziavo dalla fede. Stavo rompendo con la chiesa, convinta più che mai che proprio lei e i suoi ministri fossero la rovina della religione.
Ho vissuto due anni senza chiedermi dove fosse finita la mia fede. Non ero più certa di averla, in effetti, ma in cuor mio non riuscivo a rassegnarmi ad aver perduto quello per cui fin da bambina avevo combattuto, sfidando la mia stessa famiglia. Ma la mia fede era là, nel suo angolino, pronta a darmi dei segnali che non avrei fatto fatica ad interpretare.
Veniamo, dunque, a quel che è successo qualche giorno fa (a quest’ora credo che i lettori siano curiosi di saperlo!).
Ora di cena. Uno dei miei figli, il primogenito, manca all’appello. Penso ad un ritardo, anche se so che di solito avverte. Passa il tempo, chiedo al fratello se per caso l’abbia avvertito del ritardo oppure l’abbia avvisato che non sarebbe venuto a cena (di solito i messaggi se li scambiano fra di loro perché non li pagano). Mio figlio dice che non ne sa niente.
Il tempo passa e, nonostante sappia perfettamente che i miei figli, entrambi, mi ritengano un’ansiosa, una che dopo cinque minuti di ritardo inizia a chiamare sul cellulare (come facevano le nostre mamme, poi?), inizio a telefonare. Non raggiungibile. Penso: forse è al cinema e ha il telefono staccato (ormai il ritardo era di circa un’ora), forse mi ha detto che non sarebbe venuto a cena e io non l’ho ascoltato, presa come sempre sono dai miei pensieri. Cercavo di convincermene con scarsi risultati. Meglio passare per una madre rinco che pensare qualcosa di peggio.
Passa un’altra ora. Ogni volta che entro in cucina, vedo la tavola apparecchiata, il suo piatto pronto, ormai coperto, e non mi do pace. Ritelefono: ora il cellulare squilla ma nessuno risponde. Riprovo più volte con lo stesso risultato. Cerco di tranquillizzarmi, ormai dovrei essere convinta di aver capito male, di non averlo sentito mentre mi diceva “ceno fuori”.
Sono sul divano, davanti alla tv, per niente tranquilla. Ora è il mio cellulare a squillare: numero non memorizzato in rubrica. “Sta chiamando dal telefono di altri, sarà rimasto senza soldi oppure la batteria è scarica”, penso. Ma la voce dall’altro capo è una voce che nessuna madre vorrebbe mai sentire, una voce sconosciuta che si rende inconsapevolmente partecipe della disperazione di una persona altrettanto sconosciuta. “Polizia stradale” e a quelle parole mi sembra di morire, ora sì che sento il cuore che batte, mi pare che scoppi, e il respiro, be’ quello mi manca, mentre affogo nella disperazione del dubbio. Alle parole “incidente” e “pronto soccorso” credo che i battiti del cuore e il respiro siano gli ultimi della mia vita.
Corriamo, io e l’altro mio figlio. Guida lui, io non sono in grado, tremo come una foglia. Durante il tragitto eccola, la mia fede sopita ma non scomparsa nel nulla. Prego e prometto che ricomincerò il mio cammino di cattolica credente e praticante se a mio figlio non è successo nulla di grave, di irreparabile.
Al pronto soccorso lo vedo sulla barella. È sveglio. La prima cosa che gli chiedo è se muove le gambe. Mi dice di sì, mi dice che ha battuto la testa e forse ha un dito rotto. Mi dice che gli hanno fatto tutti gli esami, nelle tre ore in cui io credevo che fosse al cinema, credevo di essere completamente rinco, credevo di non essere una buona madre che ascolta i suoi figli quando le parlano.
Poi lui mi dice “mi dispiace” e scoppia a piangere. E io rispondo che a me no, non dispiace per nulla di vederlo sano e salvo. “La macchina è distrutta” fa lui, continuando a piangere. Mentre gli asciugo le lacrime e trattengo a stento le mie, cercando di mostrarmi forte per far forza a lui, ma continuando a tremare come una foglia, gli dico che della macchina non me ne frega niente, che lei è distrutta ma lui no, ed è questo che importa.
Passa la notte in ospedale, gli infermieri mi mandano via con molta dolcezza, mi dicono che lui è sotto osservazione e che io ho bisogno di riprendermi, di riposare. L’altro figlio mi convince a tornare a casa e mi riporta dal fratello il giorno dopo. Lui è tranquillo, dolorante ma sereno. Fra poche ore tornerà a casa.
L’incidente che la polizia stradale al telefono aveva definito “piccolo” in realtà è stato uno di quelli che semina la morte, come tanti cui assistiamo guardando i servizi al telegiornale. Mio figlio è vivo e relativamente acciaccato per puro miracolo. Io ci credo.
Non aveva bevuto, stava tornando a casa a cena, alle sette e mezza di sera. Si sentiva stanco, quello sì. Ma non ricorda nulla di quel che è successo e forse questo è un bene.
Quante volte io e mio marito l’abbiamo rimproverato per aver voluto comprare una macchina nuova, superaccessoriata. Ora mi rendo conto che proprio quell’automobile gli ha salvato la vita.
Ecco, forse qualcuno a questo punto dirà che Dio esiste e si chiama Airbag. Io, però, preferisco pensare che Dio esista e si chiami Amore.
[immagine: "Mani giunte in preghiera" di Albrecht Dürer, da questo sito]
16 agosto 2011
BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?

La proposta di legge, approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che prevede il divieto per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab fa ancora discutere. (ne ho già parlato QUI)
PRO E CONTRO. Senza affrontare la questione dal punto di vista politico, vorrei soffermarmi sulle antitetiche posizioni a favore o contro questa proposta.
Da una parte c’è chi sostiene che con questa legge si otterrebbe la giusta tutela della dignità delle donne, spesso costrette a coprirsi il volto per la precisa volontà dei mariti o dei padri.
Dall’altra parte, c’è chi invece è convinto che nessuna legge potrebbe mai imporre alcunché alle donne islamiche perché, siano esse costrette ad indossare i capi di abbigliamento “incriminati” o li indossino per libera scelta, si chiuderebbero in casa piuttosto che mostrarsi a viso scoperto.
Di questo avviso è Riccardo Noury che firma un intervento sul blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e il Corriere della Sera (LINK):
Anziché sostenere i diritti delle donne, un divieto generalizzato di indossare il velo integrale rischia di violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire significativamente a proteggere coloro che lo fanno contro la loro volontà e che, in questo modo, rischierebbero un isolamento ancora maggiore: le donne che attualmente indossano il velo integrale potrebbero essere ulteriormente confinate in casa, avere meno possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai pubblici servizi. Orhan Pamuk, nel suo libro secondo me più bello, “Neve”, ha raccontato la tensione sociale e le conseguenze, in alcuni casi mortali, scaturite dal divieto di indossare il velo integrale nei luoghi d’istruzione.
Questo è ciò che temo anch’io e ho già espresso i miei dubbi su questa possibile legge in altri post.
IL PROBLEMA SICUREZZA. Un discorso completamente diverso è quello relativo alla sicurezza.
Un mio lettore, Alfio, commentando il post in cui si parlava di una mamma che aveva spaventato i bambini dell’asilo frequentato dal figlio presentandosi all’ingresso coperta dal burqa (LINK), ha scritto:
Entrano tre soggetti in una banca vestiti col niqab nero. Metti anche che all’ingresso ci sia una donna che in una stanza chiusa e vietata ai maschi verifica la loro identità a viso scoperto. Queste poi se ne stanno tutte e tre nella banca a viso coperto ed una di loro fa una rapina. Come la mettiamo?
Chi indossa il casco o si veste da Arlecchino a Carnevale si toglie il casco o la maschera quando entra in un ospedale o in una banca. A mio parere l’unica ragione che può giustificare la copertura integrale è data da condizioni di salute più o meno gravi che la rendono necessaria.
Be’, diciamo che queste osservazioni prendono in esame un caso abbastanza estremo. Ad ogni modo il problema sicurezza è reale perché dietro un burqa o un niqab potrebbe nascondersi anche un terrorista in procinto di piazzare una bomba e non ci sarebbe alcun modo di verificare chi relamente si nasconda dietro quel capo d’abbigliamento.
Fantascienza? Non troppo, secondo me. Piuttosto l’obiezione più comune di quanti manifestano contrarietà nei confronti della proposta di legge avanzata in Commissione è che le donne che nel nostro Paese girano completamente velate sono poche decine.
POCHE MA LIBERE DI SCEGLIERE? Chissà perché nei commenti di noi occidentali, siamo portati a ritenere una costrizione l’utilizzo del burqa o del niqab. E’ un dato di fatto che l’uso di questi capi non è prescitto dal Corano e non ha alcun legame con la religione. E’ piuttosto un’usanza trasmessa di generazione in generazione. Può capitare, tuttavia, che una donna islamica decida di indossare il burqa anche se le donne di casa non lo portano.
Una mia lettrice, Hajar, qualche tempo fa, commentando un post in cui si parlava dell’intervento della Santanchè in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche (LINK), ha scritto:
Sono una ragazza di 21anni vivo in italia da piu di 15anni, ho frequentato tutte le scuole qui, sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non mi ha obbligato nessuno anzi mio marito non voleva neanche che io lo mettessi… ma ho indossato il burqa perchè è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante. Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i cittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente [...]
LA CULTURA C’ENTRA POCO E ANCHE L’ESEMPIO MATERNO NON E’ DETERMINANTE. Può una ragazza islamica di diciassette anni, con una madre che si è battuta per l’integrazione e la libertà delle donne musulmane e orgogliosamente manifesta la sua emancipazione, incoraggiata a sua volta dalla madre stessa poco attenta alle prescizioni religiose, decidere di indossare il velo? Ok, il velo non è un burqa o un niqab ma è pur sempre un indumento che contrassegna l’appartenenza ad una religione e ne connota un certo estremismo. Ma anche un velo può disorientare una madre che non capisce né condivide la scelta della figlia semplicemente perché lei, madre, credeva di essere un modello per la figlia adolescente.
Questa è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:
[...] Te l’ho detto. sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili [...]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza [...] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?
(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)
INTERPRETARE NON SIGNIFICA CAPIRE. Ecco, questa è la vera riflessione che tutti dovremmo fare. Le donne di sinistra, accanite sostenitrici della legge che vieti il burqa, secondo me interpretano a modo loro delle ragioni che forse le donne musulmane non condividono. Ritengono di sostenere una legge giusta, in nome della tutela della dignità delle donne e della loro emancipazione dagli uomini di cui sono “schiave”. Credono che le donne che portano il burqa siano incapaci di ragionare con la propria testa, rispettando la volontà degli uomini e seguendo l’esempio delle donne più grandi. Interpretare, però, non significa capire. Limitiamoci, dunque, a sostenerla perché ci sembra una giusta legge a tutela della sicurezza di tutti. Ma non merita nemmeno che ci sforziamo di capire le motivazioni di una scelta; noi donne occidentali, sia laiche sia cattoliche, siamo troppo lontane da quel mondo che nemmeno una madre musulmana “emancipata” può comprendere, quando si tratta di una scelta personale della propria figlia.
3 agosto 2011
BURQA FUORILEGGE: APPROVATO IL PROVVEDIMENTO CHE NE PROPONE IL DIVIETO
A lungo si è discusso sull’utilizzo del burqa da parte delle donne islamiche che vivono in Italia. In altri Paesi, come ad esempio la Francia, una legge che vieta il burqa in pubblico c’è già. In Italia, a tutt’oggi, è in vigore una Legge, la n. 152 del 22 maggio 1975 (in materia di Tutela ordine pubblico), il cui articolo 5 recita:
È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro.
Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza.
Ma fino ad oggi le donne islamiche hanno potuto indossare il burqa o altri copricapi che nascondono in parte o tutto il volto perché le credenze religiose sono considerate un giustificato motivo. Rimane il fatto che, specialmente in tempi in cui l’ombra del terrorismo si fa inquietante, una legge che ponga il veto sull’utilizzo del burqa sembra urgente.
La Commissione Affari Costituzionali della Camera ha, quindi, approvato il provvedimento che propone il divieto, da parte delle donne islamiche, di indossare burqa e niqab e a settembre il ddl sarà esaminato in Parlamento.
La relatrice Souad Sbai del Pdl ha definito questa proposta di legge Un provvedimento necessario per raggiungere quanto prima un livello di civiltà e libertà che adesso manca per molte donne, segregate e totalmente senza diritti. Questa legge è per loro e vuole allo stesso tempo rappresentare un messaggio per tutti coloro che le vorrebbero sottomesse per la vita intera”.
Nel caso in cui il provvedimento passasse, le multe sarebbero salatissime: fino a 30mila euro di ammenda, che possono in alcuni casi anche trasformarsi in 12 mesi di reclusione per chi costringesse terze persone ad nascondere il proprio volto.
Contario a questa legge il Pd. Ritiene, infatti, questa proposta contraria alla libertà che le donne hanno di scegliere se coprirsi il volto o meno. Ma chi sostiene invece il provvedimento è convinto che le islamiche con il burqa (poche, tuttavia, in Italia) siano costrette ad indossarlo, altro che libera scelta.
Ne è convinta anche Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità: Il velo integrale non è mai una libera scelta delle donne, ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate, aiutarle ad uscire dai ghetti culturali nei quali tentano di rinchiuderle e, quindi, lavorare per la loro integrazione.
Anche un uomo, un giornalista ex musulmano ed ora cristiano, Magdi Cristiano Allam, approva questa proposta di legge ed è convinto che solo le donne di sinistra difendano il burqua. Lo indossino pure loro, è il suo invito.
A DIFENDERE IL BURQA RESTA SOLO LA SINISTRA
La messa al bando della “gabbia di stoffa” che imprigiona il corpo della donna è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona
È una vittoria delle donne e una sconfitta del multiculturalismo. L’affermazione del valore non negoziabile della dignità della persona e la rinuncia all’ideologia che ci priva della certezza di chi siamo, imponendoci di azzerare la nostra civiltà per mettere sullo stesso piano tutte le religioni, le culture, i valori e le identità.
Il voto favorevole alla Commissione Affari Costituzionali della Camera alla messa al bando della «gabbia di stoffa» che avvolge imprigionando il corpo della donna dalla testa ai piedi, denominato burqa in Afghanistan e niqab in Medio Oriente, è in perfetta sintonia con la nostra concezione dei diritti fondamentali della persona, tra cui primeggia la pari dignità tra uomo e donna. Al pari della fede nella sacralità della vita e del rispetto della libertà di scelta, è un valore non negoziabile alla base della civiltà laica e liberale dell’Europa che si rifà, piaccia o meno, alle nostre radici giudaico-cristiane.
Sia che si parta da un percorso laico sia che si sia sorretti dalla fede cristiana, non possiamo che trovarci d’accordo sulla denuncia di una flagrante violazione della dignità della donna.Se, oltretutto, sono gli stessi islamici che ci dicono che questa «gabbia di stoffa» non ha un fondamento coranico né è stata istituita da Maometto, come possono i nostri politici di sinistra arrivare ad essere più islamici degli islamici, difendendo il burqa nel nome della sottomissione all’ideologia del multiculturalismo? Ancor più scandaloso è il fatto che ci siano delle donne di sinistra che difendono un presunto diritto delle donne islamiche a vestirsi come pare loro. Per coerenza, in segno di solidarietà, queste onorevoli ideologizzate e femministe «à la carte» se lo indossino loro il burqa! Noi continueremo a batterci per la dignità di tutte le donne, a prescindere dalla loro fede, etnia e cultura.
ARTICOLO FIRMATO DA MAGDI CRISTIANO ALLAM, PUBBLICATO SU IL GIORNALE.IT
[fonti (oltre a quella già citata): mondonews24.com e quotidiano.net]
LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: Mamma in burqa spaventa i bambini di un asilo a Latina. Ed è subito polemica
12 giugno 2011
MATRIMONIO O CONVIVENZA: QUAL È LA SCELTA GIUSTA?

Era da un po’ che ne volevo parlare, ma non avevo mai tempo: ora dirò la mia sulla questione matrimonio o convivenza. Se dovessi scegliere ora, essendo “in età da marito”, o se dovessi scegliere per i miei figli, non ho dubbi: convivenza.
Premetto che sono cattolica, credente (anche se, onestamente, da un paio d’anni la mia fede vacilla, per motivi troppo privati per poter essere spiegati qui), per il momento non praticante ma lo sono stata per lunghissimi anni. Anni in cui, lo ammetto, più di un dubbio ha attanagliato la mia mente, anni in cui il mio rapporto con la Chiesa è stato oscillante, un po’ come l’ossimoro catulliano: odi et amo. Ma, nonostante i miei dilemmi interiori, mi sono spostata in Chiesa. Non perché andasse di moda (più di venticinque anni fa, infatti, matrimoni civili e convivenza erano sicuramente in minoranza), non perché il mio sogno era l’abito bianco con il velo lungo, addobbi floreali, bomboniere, cena di gala … No. È stata una scelta responsabile, meditata, condivisa, anche se mio marito, in verità, con la fede e la Chiesa ha avuto nella sua vita un rapporto molto più oscillante del mio. Ora non ha rapporti del tutto. E qui sta la differenza: io non ho chiuso le porte al Signore, lui sì. Eppure, è lecito osservare, anche lui, come me, ha fatto una promessa davanti a Lui e l’ha rinnovata in occasione delle Nozze d’Argento, sempre davanti allo stesso altare. Ma l’ha fatto, credo, più per far felice me che per soddisfare un suo intimo desiderio.
Detto questo, probabilmente qualcuno si starà chiedendo come mai, allora, io sia contraria al matrimonio e favorevole alla convivenza. Be’, non c’è un motivo soltanto. Tenterò, quindi, di essere sintetica (sempre nei limiti delle mie scarse capacità di sintesi) ma sufficientemente chiara.
Intanto vediamo com’è la situazione attuale, in Italia, circa il matrimonio e la convivenza. Siccome non ho molto tempo per andare alla caccia dei dati, mi affiderò a quelli che il mio amico frz40 ha recentemente pubblicato sul suo blog (LINK)
«[…] nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila. Il 30 % in meno rispetto al 1991.
Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata. La diminuzione ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).»
Fin qui i dati riportati da frz40. In questo contesto non si fa distinzione tra matrimoni religiosi e civili, ma è un dato inequivocabile che i matrimoni, in generale, sono in drastico calo. Come se ciò non bastasse, la “convivenza”, consacrata e legalizzata o meno, non è affatto “per sempre”. Ormai il “per sempre” si è perso per strada e i divorzi avvengono anche tra coppie sposate da trent’anni e più.
Non ho intenzione, in questa sede, di trattare le cause che portano alla rottura delle unioni, anche quelle collaudate da tempo. Mi limito a fare un discorso generale sul perché la convivenza sia preferibile al matrimonio, almeno per un periodo. Nulla vieta, infatti, alle coppie di rimandare il matrimonio di qualche anno. Ma, in questo caso, la decisione non deve essere presa per il semplice fatto che non si vogliono avere obblighi e responsabilità. Convivere può portare ad una maggior coscienza di ciò che significhi essere una coppia ma non deve essere un escamotage, un modo per prendere alla leggera l’unione, tanto poi ci si separa, amici come prima, e si risparmiano anche i soldi del divorzio. Se queste sono le premesse, è chiaro che la scelta di non sposarsi sarebbe di comodo e dettata da una certa superficialità.
Quando dico che sono favorevole alla convivenza, voglio intendere, infatti, che la decisone debba essere presa con la stessa maturità e il medesimo grado di coscienza che porta un uomo e una donna a sposarsi. Il matrimonio di per sé non è un vaccino contro il divorzio e anche se davanti all’altare si recita “finché morte non ci separi”, non è detto che poi si rispetti tale promessa. Il matrimonio non ha il potere di tenere unite due persone più di quanto non l’abbia una scelta di convivenza ponderata e basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Partire dal presupposto che andare a convivere sia una scelta di comodo, così poi se le cose non funzionano ci si lascia, è la cosa più sbagliata che esista. Perché, tranne rari casi, la decisione è seria ed è preferita al “pezzo di carta” anche per questioni economiche. Sposarsi, oggi come oggi, è un investimento economico non indifferente che spesso le coppie devono sostenere con le sole proprie forze. Una volta, molto più di adesso, le spese venivano affrontate dalle famiglie e gli sposi andavano tranquillamente a vivere nel loro nido d’amore senza subire salassi. Certo, ci sono ancora coppie fortunate che non devono staccare assegni a sei cifre o dar fondo al credito della Mastercard, ma credo siano una minoranza. Per questo motivo penso che le famiglie non debbano opporsi alla decisione dei figli quando essi manifestano l’intenzione di convivere piuttosto che sposarsi. Ma di questo parlerò dopo.
A questo punto bisogna aprire una parentesi sulla cosiddetta “questione morale”.
Il matrimonio religioso è l’unica unione convalidata dalla Chiesa e per questo l’unica che Essa approvi. Ne consegue che c’è, da parte dell’istituzione ecclesiastica, la presunzione che il matrimonio religioso, supportato dalla fede e coerente con le scelte dettate da Essa, sia il solo degno di tale nome. E non lo dico a caso: la parola “matrimonio”, infatti, contiene in sé la radice “mater”, quindi è concepito come un vincolo il cui unico scopo, o quasi, è quello di procreare. Questo è il motivo per cui la Chiesa non si è mai aperta, nel corso dei secoli, sulla legittimità di una convivenza more uxorio e sulla possibilità che i coniugi dovrebbero avere di scegliere se mettere al mondo dei figli o no. Prova ne sia il fatto che, tutt’oggi, la Rota Romana ha il potere di annullare i matrimoni contratti in chiesa qualora uno dei coniugi “accusi” l’altro di non volere dei figli.
Per non parlare dei rapporti prematrimoniali, proibiti dalla Chiesa proprio perché non finalizzati, in genere, allo scopo di procreare. Il che equivale a dire che il vero amore, tra un uomo e una donna, è quello che li unisce nel comune intento di “metter su famiglia”, tutelati da un “contratto” che sancisce la legittimità della famiglia stessa.
Ora, non è mia intenzione discutere sui precetti religiosi, ma sfido chiunque a trovare chi si è adeguato ad essi magari durante un fidanzamento durato anni e anni e chi, pur essendo sposato, anche con rito religioso, non rinunci a metter su famiglia subito e, quindi, non abbia mai fatto uso dei contraccettivi più svariati. Queste coppie si amano meno? Sono meno coppie di quelle che si adeguano ai precetti della Chiesa?
Stesso discorso vale per i figli: quelli nati al di fuori del matrimonio o da coniugi sposati con rito civile sono figli di serie B? Hanno dei genitori meno amorevoli e meno bravi?
Io sono del parere che un’unione per essere solida debba essere basata sull’amore e che l’amore, anche quando non è rivolto a Dio, sia l’elemento indispensabile per le famiglie felici. Ma che il cammino di due coniugi debba essere ispirato dalla Grazie di Dio o cose del genere a me pare una cosa senza senso, visto che non viviamo nel Medioevo da qualche secolo.
A questo proposito, ho letto un bell’articolo di Costanza Miriano (LINK), apparso su La Bussola Quotidiana e pubblicato ora sul blog della giornalista. Dico che è un bell’articolo perché è scritto bene, con uno stile fresco e di sicuro impatto. Ma la forma non deve nascondere quella che è la sostanza.
Scrive la Miriano:
«Tra matrimonio e convivenza la differenza non è affatto nella durata. Conosco convivenze decennali e matrimoni, purtroppo, durati mesi. La differenza è una vera e propria rivoluzione copernicana. Chi sta al centro.
Nella convivenza io, noi due nella migliore delle ipotesi, siamo il metro di noi stessi. Cerchiamo, spesso con impegno, serietà, onestà e lealtà di far andare le cose, ma se non vanno niente ci obbliga.
Il matrimonio è un trascendere se stessi, è affidare a un vincolo la propria vita, decidendo di spenderla tutta senza calcolare, senza risparmiare. In modo imprudente anche.»
Sul primo punto sono d’accordo: un vincolo sacro come quello del matrimonio non è garanzia di quel “per sempre” cui accennavo poc’anzi.
Quello su cui non concordo affatto è il ritenere il matrimonio un dono gratuito dell’uno nei confronti dell’altro, senza calcolare nulla né risparmiare nulla. Se ho capito bene. Però, poche righe prima, la giornalista ammette che anche nella convivenza ci sia una profusione di impegno, serietà, onestà e lealtà per far sì che l’unione funzioni, anche se … ed ecco qui il solito luogo comune: niente ci obbliga.
Più avanti la Miriano aggiunge: «Senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di un’impresa come imparare ad amare un’altra persona, diversa da noi, e per di più dell’altro sesso.». E qui mi pare che si rasenti l’illogico: sarebbe come dire che un ateo o un agnostico non siano in grado di amare e, quindi, di impegnarsi in un’impresa non facile, quella di convivere con una persona diversa da noi e pure dell’altro sesso.
Conosco coppie più che collaudate che convivono da vent’anni e oltre; altre sposate civilmente da più di trent’anni. Mi chiedo come possano aver compiuto questa difficile impresa senza alcun aiuto dall’alto.
Più avanti prosegue con lo stesso ragionamento: «In questo la grazia di Dio agisce abbondante, copiosa, fluisce come un fiume a chi la chiede, perché questa è la Sua specialità: amare. Come si possa fare un progetto di amore senza metter Dio al centro, è incomprensibile.»
Con tutto il rispetto, cara Costanza, sarà incomprensibile per te ma comprensibilissimo per milioni di persone nel mondo che scelgono di non seguire Dio, a prescindere dal matrimonio o dalla convivenza.
Sarà che per esperienza personale ho coltivato un certo scetticismo riguardo al tema in questione, ma per me a volte un sacramento conta ben poco nella riuscita del matrimonio, mentre altre la mancanza dell’illuminazione divina non ha compromesso un’unione felice.
Faccio un esempio: i miei suoceri, sposati da quasi sessant’anni. Lei religiosissima, lui molto meno. La loro unione non è stata felice come appariva dall’esterno perché era basata soprattutto sull’ipocrisia. Tutto doveva sembrare perfetto perché in ogni caso una sacra unione non poteva finire. La parola “divorzio” in casa loro suonava come una bestemmia. In questo caso mi sembra che Dio abbia fatto ben poco per la loro felicità ma molto per l’infelicità. Il “per sempre”, come dicevo, è certamente sincero quando ci si ama, che Dio sia al centro della vita della coppia o meno. Ma quando quel “per sempre” diventa un obbligo morale da non trasgredire, si limita ad essere fonte d’infelicità e rimpianto.

Un altro esempio, sempre dalla mia esperienza, serve a dimostrare che l’ipocrisia non è solo prerogativa di certi coniugi che non vogliono infrangere la promessa fatta sull’altare, ma è anche prerogativa della Chiesa stessa. Mia nipote, figlia di mio fratello, è nata da un’unione solo civile. Per questo, in un primo tempo, le era stato negato il battesimo. Sotto accusa era mia cognata, al suo secondo matrimonio dopo il divorzio dal precedente marito. Secondo il parroco lei era una peccatrice quindi … la colpa della madre doveva per forza ricadere sulla figlia. Ma una soluzione c’era: chiedere l’annullamento del precedente matrimonio alla Rota Romana. Questo avrebbe cancellato la sua terribile colpa, lei avrebbe potuto risposarsi in chiesa e la figlia sarebbe stata degna del battesimo. Un colpo di spugna e via il peccato.
A parte il fatto che se mia cognata avesse seguito il consiglio, mia nipote sarebbe stata battezzata a otto anni, la cosa più grave è pensare che la Rota Romana avrebbe incassato qualche milione di lire per annullare un sacramento senza che ci fossero nemmeno i presupposti.
A questo punto, affronto l’ultimo problema: le famiglie. Può una famiglia religiosissima, come quella di Costanza Miriano, ad esempio, garantire che i figli, una volta diventati adulti, siano disposti ad assecondare i precetti divini? Io dico di no. Ma non lo dico facendo una semplice supposizione e tenendo conto del fatto che i figli, molte volte, sono una specie di bastian contrario e che del buon esempio se ne fregano altamente. Lo dico perché anche in questo caso ne ho avuto esperienza diretta.
Una ragazza a me molto cara, poco più che ventenne, decide di andare a convivere con il fidanzato. Fin qui, nulla di tanto eccezionale. Ma la famiglia è una di quelle tutte casa e chiesa, la figlia stessa ha fatto la catechista per un periodo; rispettosa e ubbidiente, non ha mai trasgredito alle regole. Ma, ad un certo punto, inizia a pensare con la propria testa e decide che vuole andare a convivere, che il matrimonio comporta una spesa che la giovane coppia non può o non vuole sostenere, che se i genitori le vogliono bene non possono non desiderare la sua felicità. Sbagliato!
In casa scoppia il dramma: alla notizia, le viene detto chiaramente: “se te ne vai, per noi sei morta”. A quel punto la ragazza deve scegliere la strada verso la felicità e quella strada la porta dal suo amore. I genitori? Capiranno. Sbagliato anche questo! La poveretta non solo viene bandita dalla casa dei genitori ma anche i parenti tutti, o quasi, le sbattono la porta in faccia. Chi le sta vicino è un’unica zia che per oltre un anno tenta di far da paciere. Con scarsi risultati, purtroppo. Finché succede quel miracolo che da solo mette a posto le cose: un bimbo in arrivo. Di fronte a ciò la famiglia capitola ed è pronta ad accogliere quel bambino perché, sarà pure figlio del peccato, ma è sempre una creatura di Dio, un dono del Signore.
Tutto l’odio, il rancore, l’incapacità di perdonare, tutta quella carità cristiana che è rimasta sepolta chissà dove, per più di un anno, ma comunque lontano dal cuore di quella famiglia, ecco che all’improvviso rimangono un lontano ricordo.
Alla fine i due innamorati si sono sposati civilmente ( ma solo per la creatura in arrivo) e non hanno invitato nessuno, ma proprio nessuno, alle nozze. Quei genitori si sono persi un momento speciale, come può essere un matrimonio, religioso o civile che sia. Per che cosa? Per la solita questione di principio che ben poco ha a che vedere con la religione e il buon senso.
Concludendo, sono favorevole alla convivenza purché sia un impegno preso seriamente e con lo stesso senso di responsabilità che un matrimonio comporta. Perché, poi, in fondo è l’amore che conta, è il legame che si instaura tra due persone che, amandosi, hanno fatto la scelta di proseguire insieme il cammino. Perché è l’amore una “prigione dorata”, non il matrimonio. Così come recita un canto egiziano:
Mi ha legato coi suoi capelli,
Mi ha trafitto con i suoi occhi,
l’arco delle sue braccia è la mia dolce prigione.
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2 febbraio 2011
IL PANETTONE DI SAN BIAGIO

Se nella dispensa di casa c’è ancora un panettone avanzato da Natale che rischia di ammuffire o, almeno, di diventare stantio, allora è bene che lo apriate domani a colazione. Perché? Perché domani, 3 febbraio, la Chiesa ricorda San Biagio Martire. E allora? Che c’entra con il panettone? C’entra, c’entra, e ora vi spiego perché.
Biagio nacque a Sebaste, in Armenia, sul finire del III secolo d.C. Compiuti gli studi di medicina, intraprese la professione medica ma i suoi concittadini, nonostante non fosse né consacrato né ordinato, lo vollero investire della carica di Vescovo.
All’inizio Biagio non ne voleva sapere, poi, però, di fronte all’insistenza del popolo si risolvette ad accettare il ministero, anche se continuò a curare, oltre alle anime, anche il corpo dei suoi fedeli.
Un giorno capitò da lui una madre disperata perché al figlio, mentre mangiava del pesce, si era conficcata in gola una spina. Biagio accorse immediatamente al capezzale del fanciullo e, lasciate da parte benedizioni e unzioni, gli fece mangiare un pezzo di pane. La mollica portò con sé la lisca e il figlio della signora disperata riprese a respirare normalmente. Ovviamente non c’era nulla di miracoloso in quel gesto, tant’è che ancor oggi si mangia del pane per liberarsi da una spina di pesce che per caso si è conficcata nella gola. Ma la donna, fuori di sé dalla gioia per la salvezza del figlio, iniziò a gridare al miracolo.
La notizia giunse alle orecchie di Agricola, prefetto dell’imperatore Diocleziano per l’Armenia, che non gradì molto il fatto che la fama di questo vescovo si fosse così diffusa. Lo fece chiamare e, senza tanti complimenti, lo fece scorticare con pettini da cardatori e poi decapitare.
Per questo motivo Biagio, divenuto martire e poi santo, fu considerato il protettore dei cardatori e dei materassai (onore dovuto allo strumento che era stato usato per martirizzarlo) e a lui si attribuì anche il merito di proteggere dai malanni della gola, vista anche la stagione in cui cade il 3 febbraio, giorno a lui dedicato.
Detto questo, il panettone che c’entra? C’entra perché a San Biagio si attribuisce un altro “miracolo” che ha a che fare con il panettone.
Si racconta che, molto tempo dopo il martirio di San Biagio, quando il tipico dolce natalizio era già stato inventato, una donna milanese si fosse recata, poco prima di Natale, da Frate Desiderio perché le benedisse un panettone che aveva preparato per la famiglia. Questo frate doveva essere un po’ distratto, o troppo occupato, perché del dolce si dimenticò per giorni che poi divennero settimane. Altrettanto distratta, però, fu la donna che non lo reclamò. Così Desiderio, un bel giorno, si trovò davanti, nella sua canonica, il famoso panettone in attesa di benedizione e, convinto che la sua “padrona” non lo volesse più indietro, iniziò a mangiarselo. Giorno dopo giorno, boccone dopo boccone, del panettone non rimase più nulla, eccetto l’involucro che l’aveva custodito.
Il 3 febbraio, però, la donna si ripresentò al cospetto di Frate Desiderio, reclamando il suo panettone. Il religioso, che non si perse d’animo, probabilmente pensando a qualche scusa per giustificare la scomparsa del dolce, si recò nell’angolo dove giaceva ancora l’involucro vuoto del panettone e, con grande meraviglia, scoprì che la carta era gonfia e piena di un panettone grosso il doppio di quello che la donna gli aveva lasciato. Fu così che questa sorta di miracolo fu attribuita a San Biagio, il santo cui è dedicata tale giornata.
Da quel dì, non ben precisato, in realtà, la tradizione vuole che la mattina del 3 febbraio in famiglia si faccia colazione con il panettone, forse l’unico superstite dei dolci natalizi. Non si tratta di un modo come un altro per far fuori l’ultimo panettone, perché pare che al consumo del dolce, proprio nel giorno dedicato a San Biagio, venga attribuito il potere di preservare dai malanni della gola.
Non mi resta che augurare un … buon panettone a tutti!
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