15 marzo 2012
CASSAZIONE: ALLE COPPIE OMOSESSUALI PARI DIRITTI DEI CONIUGI. E ALLE COPPIE ETEROSESSUALI CONVIVENTI NO?
Mi trovo ad affrontare un argomento spinoso, lo so. Non avrei mai voluto farlo, non qui e pubblicamente almeno, ma quando si tratta di discriminazione “al contrario”, zitta non ci so stare.
La novità è questa: ad una coppia gay, sposata nel 2002 in Olanda, sono stati riconosciuti pari diritti dei coniugi, pur non potendo convalidare il matrimonio, in quanto non previsto dalla legislazione attuale. Potete leggere QUI la notizia.
Onestamente le scelte sessuali del prossimo non mi interessano. Parto dal presupposto che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, essendo in grado di scegliere. Non sono omofoba, lo sottolineo, ma credo che ci debbano essere dei distinguo tra coppie omo e coppie etero, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio.
La parola stessa deriva dal latino “mater”, cioé “madre”. Implicitamente si intende il fine del matrimonio: la procreazione. Nella coppia omosex, anche quando si adottino dei figli (cosa su non concordo) o ne nascano grazie ad uteri in affitto, ovodonazione o donazione dello sperma (dipende dal fatto che le coppie siano o meno due uomini, che non hanno utero ma sperma, o due donne che hanno utero e ovaie ma non sperma) potranno mai essere figli naturali di entrambi i “genitori”.
Se poi guardiamo la Legge, il Codice Civile, illustrando diritti e doveri dei coniugi, parla sempre di “marito e moglie” e “prole”. Va da sé che un matrimonio omosessuale potrà essere convalidato, in Italia, solo quando verrà modificato parzialmente il Diritto di famiglia. La Cassazione, nel caso in esame, ha fatto quello che poteva e doveva, negando la convalida del matrimonio contratto all’estero. Però i giudici, forse per non essere tacciati di omofobia, hanno commesso un grave errore, sempre secondo il mio parere, equiparando comunque questa unione a quella di qualsiasi coppia di coniugi regolarmente sposati.
Consideriamo, infatti, la situazione in cui si trovano, in Italia, le coppie di conviventi: i loro diritti non sono per nulla equiparati a quelli delle coppie sposate, tant’è che spesso, anche dopo lunghi periodi di convivenza, molti si decidono a sposarsi, pur non avendone alcuna voglia, per questioni pratiche legate, per esempio, all’eredità o all’esigenza di assistere il convivente malato in ospedale.
Certamente chi convive ha dei privilegi, a livello di reddito, sempre per fare un esempio, in quanto i redditi non si sommano e quindi le coppie conviventi possono godere delle agevolazioni negate agli sposati. Ma a parte questo, non sono equiparate ai coniugi e spesso si è parlato di leggi ah hoc (dai DICO ai PACS) ma nessun disegno di Legge è mai approdato all’approvazione delle Camere.
Allora io mi chiedo: come mai la Cassazione ha riconosciuto ad una coppia gay pari diritti dei coniugi mentre le coppie di conviventi eterosessuali non ne godono?
Io credevo che la Legge fosse uguale per tutti. Mi sbagliavo.
7 marzo 2012
I GENITORI SI SEPARANO? LA CASA VA ALLA FIGLIA DI QUATTRO ANNI
Una coppia di conviventi, con una bimba di quattro anni, non trovano un accordo sulla custodia della figlia ed il giudice decide per loro: la piccola rimarrà nella casa di proprietà dove i due genitori, supportati eventualmente da parenti, abiteranno con lei a settimane alterne. La sentenza arriva dal Tribunale dei Minori di Trieste ed è un caso unico nell’ambito della giurisprudenza italiana.
L’affidamento alternato – così si chiama – non è di per sé una novità. Solitamente, però, i genitori a turno prendono con sé la prole, stabilendo i tempi in cui essa debba stare con mamma e quelli in cui sia il papà a doversi prendere cura dei figli. Succede, ad esempio, che la mamma si occupi dei figli per il periodo scolastico e il papà durante tutta l’estate. Quello che, almeno come decisione presa da un giudice, è davvero nuovo è il fatto che l’appartamento in cui la bambina in questione viveva con entrambi i genitori “rimanga a lei” e che siano mamma e papà a traslocare ogni lunedì mattina, assumendosi l’onere delle spese settimanali e di quelle straordinarie, di comune accordo.
Favorevole alla disposizione del giudice, ancora provvisoria, una psicologa che, dalle pagine del quotidiano triestino, Il Piccolo, dichiara che in questo modo si garantisce più stabilità alla bimba.
La dottoressa Maddalena Berlino, psicologa e psicoterapeuta, spiega: Visto che la madre e il padre non sono riusciti a trovare un accordo che tenga conto prioritariamente delle esigenze della piccola, il giudice ha disposto regole che terranno i problemi dei genitori fuori da casa e consentiranno alla figlia di mantenere lo stesso tetto e gli stessi spazi. In questo modo, si evita che il bambino diventi una sorta di pacco che ogni fine settimana viene trasferito nella casa di uno o dell’altro genitore assieme allo lo zainetto pieno di giochi, ai quaderni e al pigiamino.
Non tutti però concordano: lo psicoterapeuta Mauro Cauzer si chiede come verrà spiegata questa anomale situazione alla piccola. La sua giovanissima età, secondo Cauzer, non le permetterà di comprendere appieno questo strano trasloco settimanale, mentre con dei ragazzini più grandi la situazione sarebbe stata gestibile, per loro sarebbe stato più semplice comprendere questa alternanza tra padre e madre.
Per me questo provvedimento non è una novità: un’analoga decisione era stata presa, infatti, da una coppia di conoscenti che avevano stabilito, di comune accordo, di trasferirsi a turno settimanalmente nella casa in cui avevano trascorso gli anni del matrimonio, in modo che le bambine non soffrissero ancora di più lasciando le “amate quattro mura” e vedendosi sballottate di qua e di là, dovendo seguire i propri genitori nella casa dell’uno e dell’altra. Non solo: la coppia prese in affitto un unico appartamento in cui ciascuno viveva nella settimana in cui non aveva l’affidamento delle figlie. La situazione fu portata avanti in modo civile per alcuni anni finché mamma e figlie traslocarono in un altro appartamento.
Partendo dal presupposto che la cosa ottimale sia non separarsi, specialmente avendo bambini così piccoli, penso che, nel caso in cui sia necessaria una separazione, lasciare i figli nella casa in cui hanno sempre vissuto e alternarsi nel prendersi cura di loro, benché comporti evidentemente un grande sacrificio per entrambi, sia la cosa migliore da fare. Soprattutto un grande esempio di civiltà. Certo, non dovrebbe essere un giudice a stabilirlo …
[immagine da questo sito]
29 dicembre 2011
PER DIVORZIARE NON È MAI TROPPO TARDI. ANCHE DOPO 77 ANNI DI MATRIMONIO
A proposito di “divorzi d’argento”, come vengono chiamati quelli che vengono siglati da coppie sposate da trent’anni e più, questo è davvero incredibile perché, più che d’argento, è di platino. Questo metallo prezioso, infatti, contraddistingue il 75° anniversario di matrimonio e la coppia in questione, lui sardo e lei napoletana, è stata sposata per ben 77 anni. Eppure, dopo che lui scoprì il tradimento della moglie, consumato più di sessant’anni prima e da lei confessato, la vita di coppia non è stata più quella.
I protagonisti di questa vicenda alquanto bizzarra sono Antonio, novantanove anni, e Rosa, novantasei.
Nel 2002 lo sposo scoprì una lettera che la moglie aveva spedito, qualche anno dopo le nozze, all’amante. Lì per lì, ritenne la cosa migliore da farsi chiedere “asilo” al figlio maggiore ma poi, evidentemente, la prole, costituita da ben cinque figli, avrà cercato di farlo ragionare, convincendolo a tornare nel “nido”. Ma lui ha continuato a serbar rancore nei confronti della consorte ed il rapporto coniugale si dev’essere irrimediabilmente incrinato: continui pretesti di lite hanno portato la coppia davanti ai legali per formalizzare l’atto di separazione.
È proprio vero che, come diceva Carlo Verdone in un suo noto film, l’amore è eterno finché dura. Quei settantasette anni devono essere sembrati davvero un’eternità se alla fine la coppia quasi centenaria ha messo la parola fine ad un matrimonio record, per durata e longevità dei coniugi.
E poi si dice che sono più propensi gli uomini a perdonare un tradimento …
[fonte: Il Corriere]
26 settembre 2011
MINETTI SUPER-TESTIMONE DI NOZZE DELLA SORELLA

Nei giorni scorsi andava in giro con la maglietta con su scritto: “Senza T-shirt sono ancora meglio”, tanto che il collega Stefano Zamponi (Idv) gliene aveva consegnata una al Consiglio Regionale della Lombardia con la scritta provocatoria “Finché non vedo non credo”. Sto parlando, naturalmente, della chiacchieratissima Nicole Minetti che sabato ha partecipato al matrimonio della sorella Angelica in veste, si fa per dire, di testimone di nozze. Eh, sì, la “veste” effettivamente era decisamente fuori luogo, considerato anche il fatto che si trattava di una cerimonia religiosa: un abitino corto, molto attillato, color rosa shocking che pare quasi essere la risposta al collega Zamponi: “Intanto accontententati di questo, poi vedremo”.
Ma nell’armadio non aveva nulla di più sobrio e maggiormente adatto all’occasione?
Come si dice, la classe non è acqua.
[foto Olycom da Il Corriere]
4 luglio 2011
AUTOWED, LA MACCHINA PER MATRIMONI LAMPO
Tempo fa ho dedicato un post al matrimonio e alla convivenza. In breve, sostenevo che quel che conta è l’amore e l’assunzione di responsabilità condivisa per far funzionare un’unione, indipendentemente da un pezzo di carta. E poi, molti giovani, spaventati dal costo talora esorbitante di un matrimonio, preferiscono la convivenza. Ciò non significa che facciano questa scelta per sentirsi liberi di andarsene qualora la vita di coppia non funzioni.
Ora, per evitare le lunghe e noiose cerimonie nuziali e i relativi costi, è stata inventata la “macchina dei matrimoni“. Si chiama AutoWed e arriva direttamente dalla Cornovaglia, partorita dalle menti geniali della Concept Shed’s, ma già è richiesta da Paesi di tutto il mondo, tra cui Russia e Brasile. Pochi minuti e il gioco … pardon, il matrimonio è fatto. Basta inserire un dollaro o una sterlina nella macchina e selezionare sul display il tipo di cerimonia che gli sposi vogliono celebrare. AutoWed, poi, rilascia pure una ricevuta di matrimonio avvenuto e due fedi in plastica per i neo sposi.
Se poi uno dei due ci ripensa, basta premere il tasto “fuga” e … amici come prima.
Posso dire la mia? Che squallore!
P.S. Non sarebbe necessario ma è bene precisare che il matrimonio celebrato dalla macchina non ha alcun valore legale.
[fonte: donnamoderna.com]
12 giugno 2011
MATRIMONIO O CONVIVENZA: QUAL È LA SCELTA GIUSTA?

Era da un po’ che ne volevo parlare, ma non avevo mai tempo: ora dirò la mia sulla questione matrimonio o convivenza. Se dovessi scegliere ora, essendo “in età da marito”, o se dovessi scegliere per i miei figli, non ho dubbi: convivenza.
Premetto che sono cattolica, credente (anche se, onestamente, da un paio d’anni la mia fede vacilla, per motivi troppo privati per poter essere spiegati qui), per il momento non praticante ma lo sono stata per lunghissimi anni. Anni in cui, lo ammetto, più di un dubbio ha attanagliato la mia mente, anni in cui il mio rapporto con la Chiesa è stato oscillante, un po’ come l’ossimoro catulliano: odi et amo. Ma, nonostante i miei dilemmi interiori, mi sono spostata in Chiesa. Non perché andasse di moda (più di venticinque anni fa, infatti, matrimoni civili e convivenza erano sicuramente in minoranza), non perché il mio sogno era l’abito bianco con il velo lungo, addobbi floreali, bomboniere, cena di gala … No. È stata una scelta responsabile, meditata, condivisa, anche se mio marito, in verità, con la fede e la Chiesa ha avuto nella sua vita un rapporto molto più oscillante del mio. Ora non ha rapporti del tutto. E qui sta la differenza: io non ho chiuso le porte al Signore, lui sì. Eppure, è lecito osservare, anche lui, come me, ha fatto una promessa davanti a Lui e l’ha rinnovata in occasione delle Nozze d’Argento, sempre davanti allo stesso altare. Ma l’ha fatto, credo, più per far felice me che per soddisfare un suo intimo desiderio.
Detto questo, probabilmente qualcuno si starà chiedendo come mai, allora, io sia contraria al matrimonio e favorevole alla convivenza. Be’, non c’è un motivo soltanto. Tenterò, quindi, di essere sintetica (sempre nei limiti delle mie scarse capacità di sintesi) ma sufficientemente chiara.
Intanto vediamo com’è la situazione attuale, in Italia, circa il matrimonio e la convivenza. Siccome non ho molto tempo per andare alla caccia dei dati, mi affiderò a quelli che il mio amico frz40 ha recentemente pubblicato sul suo blog (LINK)
«[…] nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila. Il 30 % in meno rispetto al 1991.
Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata. La diminuzione ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).»
Fin qui i dati riportati da frz40. In questo contesto non si fa distinzione tra matrimoni religiosi e civili, ma è un dato inequivocabile che i matrimoni, in generale, sono in drastico calo. Come se ciò non bastasse, la “convivenza”, consacrata e legalizzata o meno, non è affatto “per sempre”. Ormai il “per sempre” si è perso per strada e i divorzi avvengono anche tra coppie sposate da trent’anni e più.
Non ho intenzione, in questa sede, di trattare le cause che portano alla rottura delle unioni, anche quelle collaudate da tempo. Mi limito a fare un discorso generale sul perché la convivenza sia preferibile al matrimonio, almeno per un periodo. Nulla vieta, infatti, alle coppie di rimandare il matrimonio di qualche anno. Ma, in questo caso, la decisione non deve essere presa per il semplice fatto che non si vogliono avere obblighi e responsabilità. Convivere può portare ad una maggior coscienza di ciò che significhi essere una coppia ma non deve essere un escamotage, un modo per prendere alla leggera l’unione, tanto poi ci si separa, amici come prima, e si risparmiano anche i soldi del divorzio. Se queste sono le premesse, è chiaro che la scelta di non sposarsi sarebbe di comodo e dettata da una certa superficialità.
Quando dico che sono favorevole alla convivenza, voglio intendere, infatti, che la decisone debba essere presa con la stessa maturità e il medesimo grado di coscienza che porta un uomo e una donna a sposarsi. Il matrimonio di per sé non è un vaccino contro il divorzio e anche se davanti all’altare si recita “finché morte non ci separi”, non è detto che poi si rispetti tale promessa. Il matrimonio non ha il potere di tenere unite due persone più di quanto non l’abbia una scelta di convivenza ponderata e basata sull’amore e sul rispetto reciproco.
Partire dal presupposto che andare a convivere sia una scelta di comodo, così poi se le cose non funzionano ci si lascia, è la cosa più sbagliata che esista. Perché, tranne rari casi, la decisione è seria ed è preferita al “pezzo di carta” anche per questioni economiche. Sposarsi, oggi come oggi, è un investimento economico non indifferente che spesso le coppie devono sostenere con le sole proprie forze. Una volta, molto più di adesso, le spese venivano affrontate dalle famiglie e gli sposi andavano tranquillamente a vivere nel loro nido d’amore senza subire salassi. Certo, ci sono ancora coppie fortunate che non devono staccare assegni a sei cifre o dar fondo al credito della Mastercard, ma credo siano una minoranza. Per questo motivo penso che le famiglie non debbano opporsi alla decisione dei figli quando essi manifestano l’intenzione di convivere piuttosto che sposarsi. Ma di questo parlerò dopo.
A questo punto bisogna aprire una parentesi sulla cosiddetta “questione morale”.
Il matrimonio religioso è l’unica unione convalidata dalla Chiesa e per questo l’unica che Essa approvi. Ne consegue che c’è, da parte dell’istituzione ecclesiastica, la presunzione che il matrimonio religioso, supportato dalla fede e coerente con le scelte dettate da Essa, sia il solo degno di tale nome. E non lo dico a caso: la parola “matrimonio”, infatti, contiene in sé la radice “mater”, quindi è concepito come un vincolo il cui unico scopo, o quasi, è quello di procreare. Questo è il motivo per cui la Chiesa non si è mai aperta, nel corso dei secoli, sulla legittimità di una convivenza more uxorio e sulla possibilità che i coniugi dovrebbero avere di scegliere se mettere al mondo dei figli o no. Prova ne sia il fatto che, tutt’oggi, la Rota Romana ha il potere di annullare i matrimoni contratti in chiesa qualora uno dei coniugi “accusi” l’altro di non volere dei figli.
Per non parlare dei rapporti prematrimoniali, proibiti dalla Chiesa proprio perché non finalizzati, in genere, allo scopo di procreare. Il che equivale a dire che il vero amore, tra un uomo e una donna, è quello che li unisce nel comune intento di “metter su famiglia”, tutelati da un “contratto” che sancisce la legittimità della famiglia stessa.
Ora, non è mia intenzione discutere sui precetti religiosi, ma sfido chiunque a trovare chi si è adeguato ad essi magari durante un fidanzamento durato anni e anni e chi, pur essendo sposato, anche con rito religioso, non rinunci a metter su famiglia subito e, quindi, non abbia mai fatto uso dei contraccettivi più svariati. Queste coppie si amano meno? Sono meno coppie di quelle che si adeguano ai precetti della Chiesa?
Stesso discorso vale per i figli: quelli nati al di fuori del matrimonio o da coniugi sposati con rito civile sono figli di serie B? Hanno dei genitori meno amorevoli e meno bravi?
Io sono del parere che un’unione per essere solida debba essere basata sull’amore e che l’amore, anche quando non è rivolto a Dio, sia l’elemento indispensabile per le famiglie felici. Ma che il cammino di due coniugi debba essere ispirato dalla Grazie di Dio o cose del genere a me pare una cosa senza senso, visto che non viviamo nel Medioevo da qualche secolo.
A questo proposito, ho letto un bell’articolo di Costanza Miriano (LINK), apparso su La Bussola Quotidiana e pubblicato ora sul blog della giornalista. Dico che è un bell’articolo perché è scritto bene, con uno stile fresco e di sicuro impatto. Ma la forma non deve nascondere quella che è la sostanza.
Scrive la Miriano:
«Tra matrimonio e convivenza la differenza non è affatto nella durata. Conosco convivenze decennali e matrimoni, purtroppo, durati mesi. La differenza è una vera e propria rivoluzione copernicana. Chi sta al centro.
Nella convivenza io, noi due nella migliore delle ipotesi, siamo il metro di noi stessi. Cerchiamo, spesso con impegno, serietà, onestà e lealtà di far andare le cose, ma se non vanno niente ci obbliga.
Il matrimonio è un trascendere se stessi, è affidare a un vincolo la propria vita, decidendo di spenderla tutta senza calcolare, senza risparmiare. In modo imprudente anche.»
Sul primo punto sono d’accordo: un vincolo sacro come quello del matrimonio non è garanzia di quel “per sempre” cui accennavo poc’anzi.
Quello su cui non concordo affatto è il ritenere il matrimonio un dono gratuito dell’uno nei confronti dell’altro, senza calcolare nulla né risparmiare nulla. Se ho capito bene. Però, poche righe prima, la giornalista ammette che anche nella convivenza ci sia una profusione di impegno, serietà, onestà e lealtà per far sì che l’unione funzioni, anche se … ed ecco qui il solito luogo comune: niente ci obbliga.
Più avanti la Miriano aggiunge: «Senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di un’impresa come imparare ad amare un’altra persona, diversa da noi, e per di più dell’altro sesso.». E qui mi pare che si rasenti l’illogico: sarebbe come dire che un ateo o un agnostico non siano in grado di amare e, quindi, di impegnarsi in un’impresa non facile, quella di convivere con una persona diversa da noi e pure dell’altro sesso.
Conosco coppie più che collaudate che convivono da vent’anni e oltre; altre sposate civilmente da più di trent’anni. Mi chiedo come possano aver compiuto questa difficile impresa senza alcun aiuto dall’alto.
Più avanti prosegue con lo stesso ragionamento: «In questo la grazia di Dio agisce abbondante, copiosa, fluisce come un fiume a chi la chiede, perché questa è la Sua specialità: amare. Come si possa fare un progetto di amore senza metter Dio al centro, è incomprensibile.»
Con tutto il rispetto, cara Costanza, sarà incomprensibile per te ma comprensibilissimo per milioni di persone nel mondo che scelgono di non seguire Dio, a prescindere dal matrimonio o dalla convivenza.
Sarà che per esperienza personale ho coltivato un certo scetticismo riguardo al tema in questione, ma per me a volte un sacramento conta ben poco nella riuscita del matrimonio, mentre altre la mancanza dell’illuminazione divina non ha compromesso un’unione felice.
Faccio un esempio: i miei suoceri, sposati da quasi sessant’anni. Lei religiosissima, lui molto meno. La loro unione non è stata felice come appariva dall’esterno perché era basata soprattutto sull’ipocrisia. Tutto doveva sembrare perfetto perché in ogni caso una sacra unione non poteva finire. La parola “divorzio” in casa loro suonava come una bestemmia. In questo caso mi sembra che Dio abbia fatto ben poco per la loro felicità ma molto per l’infelicità. Il “per sempre”, come dicevo, è certamente sincero quando ci si ama, che Dio sia al centro della vita della coppia o meno. Ma quando quel “per sempre” diventa un obbligo morale da non trasgredire, si limita ad essere fonte d’infelicità e rimpianto.

Un altro esempio, sempre dalla mia esperienza, serve a dimostrare che l’ipocrisia non è solo prerogativa di certi coniugi che non vogliono infrangere la promessa fatta sull’altare, ma è anche prerogativa della Chiesa stessa. Mia nipote, figlia di mio fratello, è nata da un’unione solo civile. Per questo, in un primo tempo, le era stato negato il battesimo. Sotto accusa era mia cognata, al suo secondo matrimonio dopo il divorzio dal precedente marito. Secondo il parroco lei era una peccatrice quindi … la colpa della madre doveva per forza ricadere sulla figlia. Ma una soluzione c’era: chiedere l’annullamento del precedente matrimonio alla Rota Romana. Questo avrebbe cancellato la sua terribile colpa, lei avrebbe potuto risposarsi in chiesa e la figlia sarebbe stata degna del battesimo. Un colpo di spugna e via il peccato.
A parte il fatto che se mia cognata avesse seguito il consiglio, mia nipote sarebbe stata battezzata a otto anni, la cosa più grave è pensare che la Rota Romana avrebbe incassato qualche milione di lire per annullare un sacramento senza che ci fossero nemmeno i presupposti.
A questo punto, affronto l’ultimo problema: le famiglie. Può una famiglia religiosissima, come quella di Costanza Miriano, ad esempio, garantire che i figli, una volta diventati adulti, siano disposti ad assecondare i precetti divini? Io dico di no. Ma non lo dico facendo una semplice supposizione e tenendo conto del fatto che i figli, molte volte, sono una specie di bastian contrario e che del buon esempio se ne fregano altamente. Lo dico perché anche in questo caso ne ho avuto esperienza diretta.
Una ragazza a me molto cara, poco più che ventenne, decide di andare a convivere con il fidanzato. Fin qui, nulla di tanto eccezionale. Ma la famiglia è una di quelle tutte casa e chiesa, la figlia stessa ha fatto la catechista per un periodo; rispettosa e ubbidiente, non ha mai trasgredito alle regole. Ma, ad un certo punto, inizia a pensare con la propria testa e decide che vuole andare a convivere, che il matrimonio comporta una spesa che la giovane coppia non può o non vuole sostenere, che se i genitori le vogliono bene non possono non desiderare la sua felicità. Sbagliato!
In casa scoppia il dramma: alla notizia, le viene detto chiaramente: “se te ne vai, per noi sei morta”. A quel punto la ragazza deve scegliere la strada verso la felicità e quella strada la porta dal suo amore. I genitori? Capiranno. Sbagliato anche questo! La poveretta non solo viene bandita dalla casa dei genitori ma anche i parenti tutti, o quasi, le sbattono la porta in faccia. Chi le sta vicino è un’unica zia che per oltre un anno tenta di far da paciere. Con scarsi risultati, purtroppo. Finché succede quel miracolo che da solo mette a posto le cose: un bimbo in arrivo. Di fronte a ciò la famiglia capitola ed è pronta ad accogliere quel bambino perché, sarà pure figlio del peccato, ma è sempre una creatura di Dio, un dono del Signore.
Tutto l’odio, il rancore, l’incapacità di perdonare, tutta quella carità cristiana che è rimasta sepolta chissà dove, per più di un anno, ma comunque lontano dal cuore di quella famiglia, ecco che all’improvviso rimangono un lontano ricordo.
Alla fine i due innamorati si sono sposati civilmente ( ma solo per la creatura in arrivo) e non hanno invitato nessuno, ma proprio nessuno, alle nozze. Quei genitori si sono persi un momento speciale, come può essere un matrimonio, religioso o civile che sia. Per che cosa? Per la solita questione di principio che ben poco ha a che vedere con la religione e il buon senso.
Concludendo, sono favorevole alla convivenza purché sia un impegno preso seriamente e con lo stesso senso di responsabilità che un matrimonio comporta. Perché, poi, in fondo è l’amore che conta, è il legame che si instaura tra due persone che, amandosi, hanno fatto la scelta di proseguire insieme il cammino. Perché è l’amore una “prigione dorata”, non il matrimonio. Così come recita un canto egiziano:
Mi ha legato coi suoi capelli,
Mi ha trafitto con i suoi occhi,
l’arco delle sue braccia è la mia dolce prigione.
[l'ultima immagine da questo sito]
10 giugno 2011
IL DOGGY BAG CONTRO GLI SPRECHI DEL CIBO E I MIEI RICORDI D’INFANZIA
Alzi la mano quel genitore che di fronte al rifiuto del/lla figlio/a di mangiare una pietanza o di finire il cibo nel piatto, più per capriccio che per mancanza di appetito, non ha mai tirato fuori il discorso dei bimbi che ogni anno muoiono di fame perché non hanno di che nutrirsi, mentre i loro pargoli, figli del consumismo, si possono permettere di fare tante storie per un piatto non gradito. E alzi la mano chi, con la determinazione di un gendarme austriaco, non ha mai esclamato: “O mangi ‘sta minestra o vai a letto senza cena!”. Strano, però, che i capricci a tavola i nostri figli li facciano sempre e solo di sera … e strano anche che poi qualcuno in famiglia si impietosisca e proponga almeno un’alternativa, perché i gusti sono gusti, per i grandi e i più piccini. Poi, però, in casa scoppia una specie di guerra tra il genitore risoluto a mandare a letto il/la figlio/a senza cena e quello che, magari di nascosto, allunga un biscotto o una fetta di prosciutto, piuttosto che far saltare il pasto serale alla prole.
A parte le discussioni in famiglia e la considerazione che ai figli dei bambini che muoiono di fame non gliene può fregar de meno (è triste ammetterlo ma è così), è un dato di fatto che buona parte del cibo finisca nella spazzatura perché o lo si lascia scadere nel frigorifero o qualche avanzo vi soggiorna per un po’ di tempo, in un contenitore dimenticato (a proposito: odio i piattini da tè che a casa mi costringono a mettere nel frigo con la classica polpetta, debitamente avvolta nella pellicola trasparente, che nessuno vuole!), per poi raggiungere gli altri avanzi nella pattumiera.
Secondo i dati forniti dall’Università Bicocca, in Italia ogni anno trentasette miliardi di euro di cibo buono «finiscono nelle pattumiere, senza contare quelli dei ristoranti”. Uno spreco decisamente inaccettabile.
Ma se a casa non si può far nulla se non cambiare abitudini (evitare di acquistare cibo in eccesso e, soprattutto, assecondare il più possibile i gusti della prole!), molto si può fare per evitare che i ristoranti buttino via tanto bendidio. Nei Paesi anglosassoni, ad esempio, è d’uso comune il doggy bag: quando avanza sulla tavola del cibo, nessun cameriere si scompone se gli viene chiesto di portarlo a casa, anzi, spesso non è nemmeno necessario chiedere. Anche se, immagino, non tutti possiedono un cane.
In Italia, tuttavia, questa usanza non è molto diffusa e par sempre di fare una figuraccia chiedendo di portare via gli avanzi, tanto più se a casa non c’è nessun cane che li attende. Ma perché?
Secondo Maria Teresa Veneziani (ne parla all’interno del blog La 27esima ora,sul sito del Corriere), noi Italiani siamo restii a portarci dietro degli avanzi di cibo rischiando pure di macchiarci gli abiti (mentre un Inglese, ad esempio, non si scompone nel mettere una porzione di torta avanzata nella tasca della giacca) e abbiamo il terrore di passare per dei poveracci, più per snobismo che per altro. Queste sono le due questioni da affrontare in Italia se vogliamo che anche qui il doggy bag diventi una consuetudine.
In qualche regione ci si sta muovendo nella direzione giusta: la Provincia autonoma di Trento, ad esempio, ha distribuito quarantamila eco-vaschette ai ristoratori per consentire ai clienti di portare a casa il cibo non consumato. Una bella iniziativa che dovrebbe fare scuola. Non resta che attendere gli eventi.
Io, però, sono testimone diretta che quest’usanza esisteva anche quarant’anni fa, specie in occasione dei matrimoni dove, come sappiamo, la quantità di cibo servito è eccessiva e tutto ciò che non viene consumato è destinato a finire nelle immondizie, nonostante sia tutto pagato e generalmente neanche poco.
Ero bambina e non mi fu possibile partecipare ad un matrimonio in quanto malata. Pregai, quindi, mia mamma di portarmi a casa una fetta di torta … ebbene sì, golosa lo sono sempre stata! Quando mia mamma tornò e mi consegnò il pacchetto – ricordo che era di carta oleata, quindi un po’ trasparente -, vidi degli strani colori e, prima di aprire l’involto, chiesi: “Ma la torta era colorata?”. Mia madre rispose, quasi inorridita: “Ma no! Era bianca”. Perplessa aprii il pacchetto e trovai degli avanzi di cibo misti, tra cui una buona porzione di insalata russa. Quasi in lacrime lo feci vedere a mia mamma che scoppiò a ridere: “Devono essere gli avanzi per il cane che aveva chiesto la mia vicina di tavolo!”.
Insomma, il cameriere si era confuso e la fetta di torta, la mia fetta di torta, finì nella ciotola di un cane a me sconosciuto. Peccato, però, che i suoi avanzi io non li abbia potuti mangiare.
[immagine da questo sito]
2 febbraio 2011
RUBY PRESTO MAMMA
La diciottenne marocchina Karima El Mahroug, meglio nota con il nome d’arte Ruby Rubacuori, sarebbe incinta. A pochi giorni dall’annuncio delle prossime nozze con il fidanzato Luca Risso, la notizia di una sua gravidanza sarebbe emersa dopo che la ragazza è stata vista uscire dallo studio di un noto ginecologo di Genova.
«Mi sposo in Comune fra tre settimane, e a giugno in chiesa”, ha annunciato Ruby al settimanale Oggi, sottolineando che il suo è un matrimonio d’amore e non d’interesse. «Non ho bisogno di permessi, sono entrata in Italia nel 2001 e ho tutto in regola, compreso un contratto di lavoro come cameriera», spiega, infatti, la marocchina. La conferma arriva dalle pubblicazioni di matrimonio affisse a Genova.
Il futuro marito e padre del bimbo che Karima porta in grembo ha 41 anni ed è l’amministratore unico delle due società che gestiscono l’Albikokka, risto-disco-bar con terrazza a strapiombo sul mare a Quarto dei Mille, e del Fellini, stesso target nel cuore di Genova. Per il fidanzamento ha regalato alla ragazza una veretta di diamanti che fa pendant con un bracciale tipo tennis: quindici carati in tutto. Meno male che Luca Risso, in occasione di un’intervista pubblicata su Oggi, ha mostrato un po’ di reticenza, dicendo: «Ma, in questo momento di crisi parlare di tutti quei carati…». Però alla fine ha sbandierato ai quattro venti quanto tenga alla bella marocchina ..
Insomma, che sia azzurro o rosa il fiocco da appendere alla porta non ha importanza. Quello che ci auguriamo è che questa buona notizia serva a far ravvedere la diciottenne. D’altra parte la giovane ha dichiarato che non intende fermarsi: «Voglio tre figli e che tutto quello che sta succedendo in questi giorni finisca presto.» E anche noi speriamo che di lei non si parli più almeno fino alle prossime nozze.
Cambiare vita, quindi, è possibile, forse non tutto è ancora perduto e meno male che a fare i figli da giovani ci pensano le ragazze straniere. In fondo Ruby una buona dote ce l’ha, un fidanzato ricco pure e chissà che non arrivi al nascituro un bell’assegno … non come quelli che di solito arrivano, da parte del governo, ai neogenitori italiani, che non bastano nemmeno a pagare la fornitura di pannolini per sei mesi.
[foto e notizia da Affaritaliani.it]
20 ottobre 2010
MILANO: MAESTRA EX MISS ABRUZZO SCATENA LE PROTESTE DELLE MAMME E … I FISCHI DI APPREZZAMENTO DEI PAPÀ
Può una giovane donna di 27 anni, laureata e con tutti i titoli professionali a posto, fare la maestra nonostante un passato da Miss e delle partecipazioni televisive? Per le mamme dei bambini che frequentano il Collegio San Carlo, uno dei più prestigiosi ed esclusivi del capoluogo lombardo, no. Per i papà …
Iniziamo dalle mamme, anzi da una sola mamma che, piuttosto risoluta a mandar via la maestra rea di avere un passato da miss, ha tentato inutilmente di coinvolgere anche le altre genitrici. Poi, rimasta sola a protestare, decide di ritirare la figlioletta dal collegio. Una reazione certamente eclatante che, però, ha avuto l’effetto contrario: la bella ragazza, Ileana Tacconelli, da questa storia ha avuto un ritorno pubblicitario a livello nazionale che nemmeno con la fascia da Miss Abruzzo avrebbe mai potuto sperare.
Ed ora veniamo ai papà. Una decina di papà, che non disdegnano la maestra Ileana, bella oltre che brava, hanno deciso di creare un «Maestra Ileana Fans Club» in sostegno dell’insegnante, bersaglio suo malgrado di tante polemiche.
Uno dei genitori, Roberto Jonghi Lavarini, che ha due figlie iscritte al San Carlo, spiega: «La nostra è volutamente una provocazione goliardica per rispondere alle polemiche riportate oggi su tutti i giornali. Ci teniamo a ribadire che lo storico Collegio San Carlo è una scuola laica e cristiana, serissima e severa che seleziona la migliore classe dirigente milanese con metodi di insegnamento tradizionali ma anche di avanguardia, soprattutto nell’insegnamento delle lingue straniere e nell’utilizzo delle nuove tecnologie».
Una risposta alle mamme-megere, subito pronte a scatenare su un’innocente fanciulla l’acredine provata nel veder sfiorire la propria bellezza? Può darsi. Ma i padri, molto più pratici che moralisti, hanno saputo apprezzare le qualità professionali della maestra oltre che le belle gambe e il seno prosperoso che fanno invidia alle mamme.
«Confermiamo – continua Roberto Jongji Lavarini – che la maestra Ileana Tacconelli, oltre ad essere una ragazza estremamente bella, è una insegnante altrettanto brava, intelligente, preparata, seria, sobria, rigorosa, assolutamente all’altezza del difficile ruolo educativo che le è stato affidato». Pur non disdegnando «la dolcezza del suo sorriso e la sensualità delle sue forme, generose», i papà fondatori del fan club sanno, dunque, apprezzare altre qualità, dimostrandosi superiori alle donne che essi definiscono «poverette ipocrite e complessate».
È il solito discorso: Eva contro Eva, come direbbe anche qualcuno di mia conoscenza.
[fonte e foto da Il Corriere]
AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 OTTOBRE 2010
Dalle pagine del Corriere, Ileana Tacconelli si difende: «Quella vita è finita 11 anni fa. Io resto al mio posto, sono tranquillissima. [...] «Se avessi voluto fare la modella, la showgirl, l’avrei fatto dieci anni fa, quando ero anche molto più carina di ora». A parte il fatto che carina lo è anche ora, e molto, la sua professionalità non è messa in discussione. In sua difesa interviene il preside del San carlo di Milano, Osvaldo Songini: «È brava e professionale – dice – L’abbiamo selezionata dopo un lungo periodo di prova».
Nel prestigioso istituto frequentato dai figli della Milano bene, tutti erano a conoscenza del passato da miss della maestra: la maestra Tacconelli aveva «confessato» fascia, sfilate, video e foto al rettore, don Aldo Geranzani: nessuna obiezione. La scuola, a settembre, aveva ripetuto la storia ai genitori: nessuno alzò un dito.
La mamma che ha ritirato la bambina dal collegio evidentemente voleva vendicarsi, di cosa non è chiaro. Qualcuno, maliziosamente, mormora che la signora non sia affatto bella.
In ogni caso, tutto è bene quel che finisce bene. I bambini sapranno apprezzare la loro maestra per le doti umane, il rettore l’apprezza di già senza riserve per le risorse professionali, i papà dei bimbi hanno fondato un fan club … la maestra Ileana può essere orgogliosa.
Ha dichiarato che il prossimo luglio si sposa: AUGURI, ALLORA!
29 settembre 2010
DONNA MAROCCHINA SEGREGATA E VIOLENTATA DAL MARITO PERCHÉ VUOLE IMPARARE L’ITALIANO
Nel civilissimo Nord-Est non è sempre facile la vita degli immigrati. Il sospetto s’insinua nelle menti di chi, forse, non gradisce una presenza così massiccia di extracomunitari. Mentre noi, altrettanto civili, parliamo di integrazione, i primi a non volerla, come ho già sostenuto altrove, sono proprio loro, gli immigrati.
La lingua è uno strumento di coesione indispensabile per vivere in un Paese straniero. I bambini degli immigrati imparano l’Italiano a scuola e spesso lo insegnano ai genitori, specie alle mamme. Sì, alle mamme perché loro, al contrario dei papà, non sono impegnate in un’attività lavorativa e, quindi, seguendo la logica maschile specie quella influenzata dall’islam, non hanno alcun bisogno di imparare la lingua del Paese che le ospita.
Così assistiamo, talvolta, ad una chiusura totale delle donne nel microcosmo domestico e all’impossibilità che si concretizzi quell’integrazione che per le giovani spose islamiche sarebbe l’unico modo per sentirsi meno sole, specie se non hanno ancora dei figli: spesso, infatti, è attraverso gli occhi dei bambini che riescono a guardare il mondo sconosciuto che le circonda.
Gli immigrati nel Nord-Est, come dicevo, sono tanti e appartengono a diverse culture anche se la più diffusa è quella islamica. In provincia di Vicenza, una giovane marocchina, sposata ad un uomo di dieci anni più grande e che ha conosciuto solo tre giorni prima delle nozze, è stata picchiata, violentata e segregata in casa, con la complicità di altre due donne, la cognata e la suocera, dal marito che non ha affatto apprezzato il tentativo fatto dalla moglie di imparare l’italiano.
Sentendosi sola e soffrendo per le continue angherie delle donne di famiglia, Samia (è un nome di fantasia) ha, forse ingenuamente, chiesto al marito il permesso di imparare l’italiano. Per tutta risposta, è iniziato per lei un vero e proprio inferno fatto di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo. Eppure lei, come ha scritto sul diario che teneva segretamente, aveva accettato di buon grado quel matrimonio e il trasferimento in Italia: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie».
Spesso i genitori impongono queste scelte nella convinzione che sia un bene per le figlie sottrarsi alla povertà e ne ricevono in cambio del denaro che serve loro per tirare avanti fino al matrimonio di un’altra figlia. Proprio ieri ho scritto un post sulla pratica orrenda e inumana dell’infibulazione cui sono sottoposte le bambine e le ragazze da molti popoli africani (LINK dell’articolo). Ho riportato alcuni brani tratti dai libri di una donna somala, Waris Dirie, in cui la scrittrice racconta di essere stata venduta, quindicenne, ad un uomo di sessant’anni per cinque cammelli. Ecco, forse a Samia è successa una cosa del genere e ha pensato di poter aiutare la famiglia trasferendosi nel Veneto con il marito sconosciuto.
Nonostante i maltrattamenti la donna crede di poter essere ancora una buona moglie. Accetta le botte dal marito, che pensa siano una specie di strumento di correzione, ma le regole le stanno un po’ strette. Inizia, così, a studiare l’italiano prendendo degli appunti mentre segue i programmi televisivi. Un’innocente evasione, a nostro modo di vedere, un segreto che per noi non sarebbe nemmeno inconfessabile, una trasgressione che forse ci fa sorridere. Eppure quella trasgressione è stata punita, perché una donna musulmana non può fare quello che il marito le vieta di fare.
A tutto c’è un limite, e lo capisce anche una giovane marocchina che ha tentato di essere una buona moglie. Proprio quando ha capito che il marito non è affatto un buon marito, si è sottratta alla prigionia tra le mura domestiche, è riuscita a scappare e ha denunciato l’uomo che la maltrattava. Ora lui è indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, mentre lei, grazie ad un’associazione indicatale dai carabinieri, è ospitata da una famiglia che si prende cura di lei. Ha trovato anche un lavoro e ora può imparare meglio la lingua “proibita”, perché la sua vita è qui, in un Paese straniero, sì, ma che le ha aperto nuove prospettive, prima nemmeno immaginabili.
Samia ce l’ha fatta, anche se il cammino verso la serenità sarà, forse, ancora lungo. Altre donne non riescono a riscattarsi da una vita di segregazione e altri mariti non sono nemmeno sfiorati dall’idea che le leggi dello Stato che li ospita prevalgano su quelle, ingiuste e crudeli, in cui credono.
[fonte: Il Corriere]



