24 maggio 2012
MINISTRO FORNERO, LA RINGRAZIO
Fermo restando che «quello dei dipendenti pubblici non è un mercato, perché ha regole diverse» l’auspicio del ministro del Lavoro Elsa Fornero è che «qualcosa di simile a ciò che abbiamo fatto per i dipendenti privati, relativamente alla possibilità di licenziare, sia inserito nella delega per i dipendenti pubblici».
La possibilità di applicare le nuove norme sul licenziamento anche al settore pubblico potrebbe arrivare però in un momento in cui le risorse disponibili per la pubblica amministrazione sono in forte diminuzione. (LINK)
Ministro Fornero, la ringrazio. Qualche mese fa, grazie alla sua riforma delle pensioni, ho appreso che dovrò lavorare fino al 2027 prima di andare in pensione.
Se mi licenzia, ho risolto almeno quel problema.
17 maggio 2012
DROGATO DI LAVORO? PROVA IL TEST
Sei drogato di lavoro? Hai il pensiero fisso là? Non riesci a goderti in santa pace nemmeno il week-end? Ti senti in colpa se invece di lavorare te ne vai a fare un giro?
Ecco, queste sono le domande che a me sarebbero bastate per dichiararmi drogata di lavoro. Ovviamente considerando il fatto che la mia attività di insegnante mi permette di gestirmi il lavoro a casa come ritengo opportuno. Il che implica che a volte mi alzo presto la mattina e/o faccio tardi la sera. Raramente mi concedo una pausa nel week-end (porto i compiti da correggere persino al mare!) e molto spesso mi viene il nervoso se devo mollare tutto per andare a fare la spesa. Questo è solo un esempio, naturalmente.
Altre sono le domande che vengono poste in un test pubblicato su Il Corriere di oggi.
Eccole.
1) Pensi spesso a come trovare tempo per lavorare di più
2) Ti capita di trascorrere più tempo al lavoro rispetto a quanto avevi inizialmente programmato
3) Lavori per sentirti meno in colpa, in ansia, depresso/a o per scacciare la sensazione di essere incapace
4) Altri ti hanno detto che dovresti lavorare di meno ma non gli hai mai dato ascolto
5) Ti senti sotto stress se per qualsiasi motivo non puoi lavorare 6) A causa del lavoro metti sempre in secondo piano i tuoi hobby, le attività del tempo libero, l’esercizio fisico
7) Lavori così tanto che questo sta compromettendo il tuo benessere e la tua salute.
A ogni domanda si può rispondere mai, raramente, qualche volta, spesso o sempre. Se si risponde “spesso” o “sempre” ad almeno quattro delle sette domande, è estremamente probabile essere «drogati di lavoro».
E tu, quanto drogato di lavoro sei?
3 maggio 2012
MORIRE DI DISOCCUPAZIONE
Dalla Costituzione della Repubblica Italiana:
Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Sono solo i primi articoli della nostra Costituzione. Non a caso riguardano il LAVORO, il DIRITTO DEI CITTADINI AD AVERNE UNO nonché il DOVERE dello STATO DI GARANTIRLO.
Che cosa fanno ora i nostri governanti? Cosa hanno intenzione di fare di fronte all’ennesimo suicidio di un disoccupato? L’ultimo di una serie destinata a durare nel tempo se le cose non cambiano.
La disperazione di chi non riesce a pagare le tasse e minaccia una strage obbligherà i nostri ministri a farsi un esame di coscienza?
NE DUBITO.
La Fornero può al massimo cadere dai tacchi delle sue scarpette da duemila euro. Ma si salverà dal baratro in cui, con i suoi degni compagni, sta spingendo sempre più il popolo italiano.
Scusatemi ma sono molto arrabbiata, anzi, sono proprio esasperata.
13 febbraio 2012
L’ISTAT FOTOGRAFA L’ITALIA: UN PAESE DI VECCHI
Già lo sapevamo. Dov’è la novità?
Che l’Italia sia ormai un paese di vecchi non è affatto una novità.
L’Istat ce lo conferma, ancora una volta: ogni 144,5 anziani ci sono 100 giovani. Una cifra che incute non poco timore. Eh sì, perché se è vero che i bambini continuano a nascere (pochi e prevalentemente figli di immigrati: il numero medio di figli per donna si attesta a 1,41, con valori pari a 2,23 per le straniere e a 1,31 per le italiane), è anche vero che la popolazione invecchia anche per effetto della maggior longevità che si registra tra la popolazione adulta. Quindi, a meno che non ci sia un’impennata delle nascite (cosa da escludere a priori per questioni economiche: solo nel primo anno di vita un bambino costa migliaia di euro, figuriamoci mantenere un figlio fino a trent’anni, età in cui perlopiù avviene il “taglio del cordone ombelicale”), in Italia ci saranno sempre più nonni che nipoti. La prospettiva non è consolante: 256 vecchi ogni 100 giovani nel 2050.
Un altro dato che deve far riflettere, sempre reso noto dall’Istat, è quello relativo all’occupazione. Non ce lo doveva dire Mario Monti che il posto fisso è ormai è un’utopia, lo sapevamo già. Dallo studio Istat emerge che nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5,325 milioni di rapporti di lavoro dipendente o parasubordinato: il 67,7% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, il 19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione.
Non è dato sapere, dall’indagine pubblicata, a che livello si attesti la disoccupazione giovanile ma è risaputo che in Italia ci sono milioni di giovani che non lavorano né studiano (quella che viene chiamata la generazione né né). Senza contare che ci sono persone di cinquant’anni che si sono trovate di punto in bianco senza lavoro e, per sopravvivere, sono costrette ad accettare contratti capestro (i famigerati co co pro, senza ferie, senza malattia, senza contributi …) attraverso i quali è ben difficile arrivare all’età pensionabile, sempre più lontana.
Al di là dei dati diffusi dall’Istat, non va sottovalutato il rovescio della medaglia della superelogiata riforma pensionistica voluta dal governo tecnico capitanato dal premier Monti. Io non sono molto brava a fare i conti, ma semplicemente ragionando mi viene spontaneo concludere che: se è già difficile per i giovani trovare lavoro, la situazione non può che peggiorare con l’allungamento dell’età pensionabile perché i “lavori forzati”, cui saremo costretti noi che avremmo potuto andare in pensione fra otto anni e invece dovremo lavorare ancora 15 anni, precluderà ai giovani la possibilità di trovare un impiego in tempi ragionevoli.
E come sarà, in futuro, la vita di questi vecchi italiani? Con il calcolo della pensione sul contributivo anziché sul retributivo sicuramente misera. Quindi, non solo siamo costretti a lavorare più anni ma dovremo anche accontentarci di una mensilità che, nella maggior parte dei casi, ci permetterà di sbarcare il lunario.
Secondo il mio modesto parere, la riforma delle pensioni sarebbe stata anche accettabile se avesse interessato le nuove generazioni che, visti i tempi di crisi e le oggettive difficoltà di trovare un’occupazione, sono destinate ad attendere i trent’anni per entrare nel mondo lavorativo, anche senza garanzie per il futuro. Ma perché io, che ho iniziato a lavorare a 23 anni, devo continuare fino a 67?
Infine, tornando all’indagine pubblicata su Il Corriere, i dati che emergono relativamente al lavoro femminile sono sconfortanti: gli uomini guadagnano circa il 20% in più delle donne che, in aggiunta, sono gravate dal lavoro domestico per il 71,3%. Ma anche questa non è una novità (leggi QUI).
[immagine da questo sito]
17 ottobre 2011
PENSIONATO PER LEGGE DEVE MANTENERE IL FIGLIO 38ENNE SENZA LAVORO
In questi tempi di crisi rimanere senza lavoro può capitare a chiunque e in qualsiasi momento. In questi casi la famiglia, anche quella di origine, deve dare un appoggio, nel limite delle proprie possibilità, e sostenere un figlio in difficoltà. Mi sembra una cosa scontata che non dovrebbe interessare avvocati, giudici e una fredda aula di tribunale. E invece, evidentemente, non in tutte le famiglie l’amore per i propri cari impone un gesto di solidarietà che dovrebbe essere spontaneo.
Lo confesso: qualche giorno fa, letta la notizia sulla locandina del quotidiano friulano Il messaggero Veneto, ho subito pensato che si trattasse dell’ennesimo fannullone, uno dei tanti mammoni che non si fanno scrupolo di essere mantenuti dai genitori, nemmeno se hanno superato abbondantemente la trentina. E invece le cose stanno diversamente.
Un uomo di trentotto anni, laureato in giurisprudenza, sposato con un’operatrice sanitaria, rimasto senza lavoro si è rivolto al tribunale di Udine per ottenere gli alimenti dal padre e dalla sorella. In attesa della prima udienza, prevista per la fine di novembre, il presidente del tribunale, Alessandra Bottan, ha accolto le richieste dell’uomo firmando un’ordinanza che impone al padre, un pensionato 62enne, di versare al figlio un assegno provvisorio di 150 euro mensili. (QUI la notizia)
Fermo restando che quando si legge una notizia la si considera attendibile in ogni sua parte, di fronte al fatto descritto mi viene spontaneo fare una riflessione su più punti della vicenda.
Punto primo. Quest’uomo è sposato con un’operatrice sanitaria, quindi si deduce che questa moglie abbia uno stipendio e, come recita l’articolo 143 del Codice Civile, abbia l’obbligo (non solo morale) di provvedere all’assistenza del coniuge. Insomma, il senso è un po’ quello della formula del rito religioso “nella buona e nella cattiva sorte …”.
Punto secondo. Oltre a ciò, esiste l’indennità di disoccupazione che non copre tutto lo stipendio ma una buona percentuale, almeno per i primi mesi. Senza contare che, perso il lavoro, si ha comunque diritto alla liquidazione che, per quanto “magra”, può contribuire ad andare avanti per qualche mese.
Punto terzo. Nel momento in cui un figlio, seppur sposato, si trova in difficoltà, dovrebbe essere scontato che la famiglia di origine (padre, madre, fratelli …) gli dia una mano, per usare un’espressione alla buona. Ovviamente, non si tratta di fare una colletta per mettere insieme la somma dello stipendio mancato e credo che anche questo sia scontato. Ma un aiuto non dovrebbe essere negato, pure se si trattasse di fare la spesa o di pagare una bolletta.
A questo punto mi chiedo: c’era bisogno di citare in giudizio la famiglia di origine? E quel magistrato, nell’emettere l’ordinanza provvisoria, si sarà preoccupata di verificare che davvero il trentottenne non avesse i mezzi per vivere?
Non nascondo di provare una profonda amarezza nel constatare che, a volte, la famiglia non ha alcun valore, se non quello di una sorta di bancomat molto meno affezionato di quello descritto da Stefano Benni.
20 settembre 2011
BELL’E PAPÀ
“Mio figlio non è un trota qualunque”, pare abbia detto Antonio Di Pietro riferendosi alla carriera politica del figlio Cristiano. Ovviamente, l’allusione più che esplicita è al figlio di Umberto Bossi, Renzo, che poco più che ventenne ha ottenuto il suo “scranno” sicuro, lautamente ricompensato con 15mila euro mensili, al Consiglio Regionale della Lombardia. Pare anche che il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, abbia additato il rampollo del leader della Lega, che ha tribolato non poco per ottenere il diploma di maturità, come l’esempio a dimostrazione del fatto che l’università non serve. Peccato che il giovane Bossi la stia frequentando (oddio, “frequentando” in effetti è una parola grossa) e che il Cepu gli fornisca docenti a domicilio gratis per fargli superare gli esami.
Ma dopo la divagazione torniamo al giovane Di Pietro, poliziotto da diciannove anni, sposato con prole, candidato alle elezioni regionali in Molise. In segno di protesta al circolo di Termoli dell’Italia dei valori si sono dimessi in blocco contestando la sua candidatura come una scelta «familistica». Cosa, questa, che a Cristiano pare incomprensibile. Lui, infatti, è da dieci anni in politica, ha iniziato attaccando manifesti e studiando per fare il politico di professione. La prima candidatura è arrivata sei anni fa e lui di anni ora ne ha trentasette, quindi la gavetta l’ha fatta, eccome.
Guarda un po’, ha iniziato sei anni fa alle elezioni comunali a Montenero di Bisaccia, il paese di suo padre Antonio. Una spintarella da papà l’ha avuta, sì, ma solo all’inizio. Poi i cittadini di Montenero, capacissimi di ragionare con la propria testa, l’hanno votato e fatto risultare il primo degli eletti.
Una carriera politica limpida come il sole, dunque. Peccato che quelli di Termoli … «Credo siano stati manovrati da qualcuno. A livello regionale a Termoli avevano votato a favore della mia candidatura», tenta di spiegare ma il fatto è davvero incredibile. Addirittura quelli dell’Italia dei valori di Termoli hanno paragonato la candidatura di Cristiano Di Pietro a quella della Minetti: «Possono accostarmi a chi vogliono. Io ho il mio lavoro. Come la Minetti ha il suo», osserva.
Certo, ognuno fa il suo lavoro, anche Renzo Bossi lo fa e anche la Minetti. Il problema, secondo me, è: lo sanno fare o la spintarella implica che non sia così importante avere delle capacità? Senza fare illazioni, anche perché non conosco l’operato di nessuna delle persone citate, per me il dubbio rimane. So per certo, tuttavia, che molti giovani bravi e preparati sono a spasso perché non sono bell’e papà o papi, che dir si voglia.
[dall'intervista a Cristiano Di Pietro su Il Corriere]
15 agosto 2011
LE FESTE DEL 2012: 29 APRILE, 6 MAGGIO E 3 GIUGNO

Nella manovra finanziaria appena varata dal governo è stato deciso di “abolire” le festività laiche spostandole alla domenica successiva. Salve, almeno per ora, le festività religiose concordatarie, definite in un trattato internazionale col Vaticano, mentre nel mirino del governo ci sono finiti anche i santi patroni delle città, pure loro spostati. Praticamente si salveranno solo i patroni della capitale, i santi Pietro e Paolo, la cui festività cade il 29 giugno, che, come, il Natale e l’Assunzione (ovvero, Ferragosto), è indicata in un accordo con la Santa Sede.
Calendario alla mano, festeggeremo la “liberazione” il 29 aprile, la festa dei lavoratori il 6 maggio e quella della repubblica il 3 giugno, posticipata di un solo giorno. Sono feste che personalmente avrei abolito anche senza manovre finanziarie ma tant’è …
Ora i più giovani sgraneranno gli occhi: quand’ero studentessa si festeggiava anche l’11 febbraio, data significativa in quanto ricorre l’anniversario dell’apparizione di Nostra Signora di Lourdes, in ricordo della Conciliazione, ovvero la firma dei cosiddetti Patti lateranensi (1929), tra papa Pio XI e Mussolini, con cui si concludeva l’annosa Questione Romana, sorta all’indomani della breccia di Porta Pia (20 settembre 1870). Non solo: c’era anche un’altra festa laica, 1l 4 novembre, che ricordava l’anniversario della vittoria nella Prima Guerra Mondiale e in cui si celebrava anche la festa delle Forze Armate.
Ma nemmeno le feste religiose, in passato, erano considerate intoccabili: per un periodo, credo negli anni ’80, le vacanze natalizie duravano di meno: si ritornava sui banchi di scuola il 2 gennaio in quanto la festa dell’Epifania era stata spostata alla domenica successiva. L’esperimento durò poco per le proteste degli studenti e delle famiglie. Noi docenti ci siamo sempre distinti per lo spirito di adattamento.
Ora, il problema non è festeggiare o meno un evento del passato. Quello vero è che, spostando la data, la festa perde ogni significato. Che senso ha festeggiare il 25 aprile al 29, il 1° maggio al 6 e il 2 giugno al 3? E poi io avrei una domanda per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: come la mettiamo con il calendario scolastico già fissato, sia a livello nazionale sia regionale?
LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: LA MANOVRA DI FERRAGOSTO E LA SCUOLA: I PENSIONAMENTI SLITTANO DI UN ANNO
AGGIORNAMENTO DEL POST, 16 AGOSTO 2011
Scusate, dicono che il 2 giugno forse rimane dov’è (visto che cade di sabato e disturba poco) e che le altre feste potrebbero essere anticipate: il 25 aprile al 23 e il 1. maggio al 30 aprile (LINK). A parte il fatto che a casa mia mi hanno insegnato che le feste si posticipano e non si anticipano (per questioni di superstizione, credo), ma anche fosse, che differenza fa? M’immagino già un bel ponte di fine aprile!
NUOVO ARTICOLO CORRELATO: 2 GIUGNO: PARATA SI’ PARATA NO … EPPURE NEL 1976
15 gennaio 2011
PRECARI: UNA CLASS ACTION CONTRO LA GELMINI

Dopo che, nell’ottobre scorso, la Corte d’appello di Brescia ha condannato il Ministero della Pubblica Istruzione a risarcire con oltre 13 mila euro una professoressa bresciana per gli anni di sevizio prestati da precaria, senza percepire lo stipendio nei mesi estivi (ne ho scritto QUI), contro il ministro è pronta una vera e propria class action. I docenti precari, supportati da Codacons e CGIL, protestano contro i contratti atipici e chiedono l’immissione in ruolo.
Già a settembre un collega precario, da nove anni in graduatoria per le supplenze, aveva ottenuto, da un giudice senese, l’immissione in ruolo e il conteggio degli anni da precario per l’anzianità di servizio. Ora l’esercito di insegnanti senza posto fisso (secondo le stime 232mila docenti sono iscritti nelle graduatoria ad esaurimento e quasi 100mila sono gli ATA) è pronto a combattere una vera e propria guerra, considerando il fatto che i posti ci sono, eccome.
Secondo Pippo Frisone, responsabile vertenze della Flc Cgil, i posti vacanti sarebbero migliaia. E saranno sempre di più, – spiega il sindacalista – dal momento che si stimano almeno 70mila pensionamenti nel prossimo triennio. Lo Stato avrebbe molto da guadagnare nello stabilizzare i precari. Con la nostra iniziativa, dunque, facciamo anche gli interessi della Pubblica Amministrazione.
Il termine per aderire all’iniziativa è fissato per il 22 gennaio e le richieste giunte, da parte di docenti e ATA, sono già 14.886. C’è da scommetterci che il numero aumenterà di molto nei prossimi giorni. Ma ci sarà davvero posto per tutti? E il famigerato art. 64 della Legge 133?
Mah. Auguro di cuore buona fortuna a tutti questi speranzosi, non più baldi giovani, tra l’altro. Ma mi chiedo come mai i sindacati si muovano per dare lavoro ai precari e non per far ragionare il ministro Gelmini sull’inconsistenza del progetto sperimentale per il merito.
Io mi sono laureata con alle spalle già delle esperienze nell’ambito della scuola, come supplente. A diciotto mesi esatti dalla laurea sono stata nominata in ruolo, dopo aver vinto, a meno di un anno dalla discussione della tesi, un regolare pubblico concorso ordinario a cattedre.
Altri tempi! Mi sa che ora i concorsi si fanno alla CGIL.
[fonte Il Corriere; l'immagine è tratta da questo sito]
13 dicembre 2010
GLI INSEGNANTI, I MENO PAGATI DI TUTTI I DIPENDENTI PUBBLICI

Riporto per intero un articolo apparso sul sito di Tuttoscuola.com:
L’annuale Budget dello Stato che il dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblica a fine anno conferma anche per il 2011 la previsione che il personale della scuola sarà fanalino di coda nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici, come era già successo per il 2010.
La media generale del costo annuo medio persona, che corrisponde sostanzialmente alla retribuzione media percepita, è di 42.511 euro per dipendente pubblico.
Il costo annuo medio persona per i dipendenti del ministero dell’istruzione è invece pari a 39.640 euro, ed il più basso in assoluto tra i dipendenti di tutti i comparti pubblici.
Stanno di gran lunga meglio degli insegnanti i dipendenti del ministero della salute per i quali il Budget 2011, confermando il dato 2010, prevede un costo annuo medio persona di 55.645 euro e anche quelli del ministero dell’ambiente con 55.193 euro oppure i dipendenti del ministero delle politiche agricole e alimentari con 55.127 euro. Per non parlare poi dei dipendenti del ministero della giustizia per i quali il Budget 2011 prevede un costo annuo medio persona pari a 54.141 che nel 2010 hanno avuto, comunque una previsione di 55.481.
Tra il top stipendiale dei dipendenti della sanità e quello degli insegnanti il Budget fa registrare una differenza di costo medio annuo persona di 16.005 euro, pari al 40% rispetto al costo medio dei docenti.
Il Budget consente anche di constatare che i costi complessivi per le retribuzioni nelle amministrazioni centrali dello Stato ammonteranno per il prossimo anno a 73,2 miliardi di euro, con un sensibile risparmio rispetto ai 77,4 miliardi indicati nel budget nel 2010 e ai 76,7 miliardi del 2009. Le politiche di contenimento della spesa pubblica del ministro Tremonti hanno indubbiamente avuto effetto.
C’è bisogno di aggiungere altro?
E adesso, per favore, non obiettate che gli insegnanti lavorano meno e hanno più vacanze. Nel tal caso, non garantisco che le mie risposte ai commenti siano pacate come sempre.
[l'immagine è tratta da questo sito]
30 novembre 2010
I GIOVANI D’OGGI, INCAPACI DI CONCENTRARSI
Nel suo editoriale del lunedì sul Corriere, Francesco Alberoni pone questa settimana la sua attenzione ad un problema dei giovani d’oggi che condivido pienamente: l’incapacità di concentrarsi nel fare le cose e, conseguentemente, quell’insana abitudine di passare da una cosa all’altra, senza un ordine logico.
Qual è la causa? Secondo Alberoni, dipende dal tipo di apprendimento già alla scuola elementare. Prima di andare in queste scuole, quando stanno con i genitori, i bambini piccoli sono attenti, ascoltano, seguono affascinati le favole. Dopo essere stati qualche anno in classe cambiano. Se parli loro, si distraggono, spostano un libro, un giocattolo, non ascoltano. Ti fanno una domanda e poi vanno via, non aspettano la risposta.
Noi genitori ed insegnanti sappiamo bene quanto sia difficile attirare l’attenzione dei ragazzi. Il loro zapping non è solo quello che fanno con il telecomando, quando non hanno la pazienza di osservare qualche scena per capire che un dato programma possa essere più o meno interessante. Il loro è uno zapping mentale. Non è mancanza di interesse, – continua Alberoni – hanno perso la capacità di concentrazione perché stando con gli altri e giocando con loro si sono abituati a passare, continuamente e caoticamente, da un’attività all’altra e non c’è nessuno che insegna loro come stare attenti, e li rimprovera quando non lo fanno.
Eppure, nello sport, stanno ben attenti alle parole dell’allenatore perché, osserva Alberoni, se ti distrai, ti rimprovera e i tuoi compagni protestano. Quando mai si è visto che i compagni di scuola protestino se qualcuno non sta attento? Per esperienza posso dire che talvolta capita che protestino, ma lo fanno quando si annoiano di fronte all’ennesima predica che l’insegnante rivolge all’esagitato di turno.
Proseguendo con la sua analisi, il sociologo tocca un tasto su cui non concordo. Afferma che la scuola non rimproveri, che non corregga con l’esercizio una tendenza sbagliata. Questo perché, secondo alcuni pedagogisti, il rimpovero e la correzione di atteggiamenti sbagliati provocherebbero nei giovani una grave frustrazione, bloccandone la creatività. Mi permetto, a questo punto, un’osservazione: l’atteggiamento di censura dei comportamenti scorretti da parte degli insegnanti ci deve essere e c’è, almeno nella maggior parte delle scuole, dalla primaria al liceo. La correzione può avvenire attraverso diversi tipi di comportamento: si ammonisce e si punisce, sempre, però, mettendo bene in risalto il motivo per cui un certo atteggiamento non è accettabile. Si spiega dove sta l’errore e in che modo si può ovviare al problema. Le regole ci sono e bisogna rispettarle, altrimenti si incorre in una sanzione.
Concordo maggiormente con quanto Alberoni sostiene riguardo alle famiglie: aggravano la situazione mettendosi normalmente dalla parte dei figli e contro gli insegnanti. Ed è per questo, non mi stancherò mai di ripeterlo, che una corretta azione educativa, prima ancora che didattica, si mette in pratica quando c’è la collaborazione fra scuola e famiglia. Certo, è un po’ difficile che a casa i genitori sappiano affrontare il problema distrazione, ovvero non hanno gli strumenti, tranne la persuasione, con le buone o con le cattive, per far sì che i figli a scuola seguano le lezioni con interesse, senza annoiarsi e senza deconcentrarsi. Questi strumenti devono, prima di tutto, essere messi in pratica a scuola, durante le lezioni, dai singoli insegnanti. Ma a casa i genitori possono fare molto: ad esempio, ascoltare i figli quando hanno qualcosa da dire e partecipare alla loro vita scolastica dando consigli e approvando o meno il loro atteggiamento di fronte allo studio. Se non li si ascolta, essi stessi saranno meno propensi ad ascoltare. In altre parole, bisogna dare il buon esempio.
Ma la concentrazione serve solo a scuola, ovvero all’interno del processo di apprendimento? Secondo Alberoni no. Infatti, spiega che il risultato è che molti non impareranno più a concentrarsi, ad applicarsi, a fare un ragionamento complesso. Ed è anche per questo che c’è tanta disoccupazione. Perché le imprese si trovano di fronte giovani con una preparazione evanescente e che danno poco affidamento quanto a capacità di ragionare. E questo è un problema serio, anche se a me viene spontanea un’obiezione: ma quando giocano con la play station o chattano con il pc, prestano pure attenzione a quello che fanno. Allora il problema è che la mancanza di concentrazione nei ragazzi è legata a ciò che ritengono poco interessante, ovvero la scuola. Nonostante il sociologo sia di tutt’altro avviso, quando osserva che la mancanza di concentrazione non è legata all’interesse, è innegabile che la concorrenza ci sia ed è spietata; la scuola, almeno com’è concepita a tutt’oggi, perde punti in partenza.
Quanto al futuro, c’è da scommettere che non se ne preoccupano. Se quando arrivano in quinta e sanno di dover sostenere l’Esame di Stato si mettono a studiare non prima di marzo aprile, è concepibile che si preoccupino della loro preparazione evanescente con la quale andranno incontro ad un futuro incerto? L’importante è passare, la preparazione non conta. Quel pezzo di carta che alla fine conquistano è come il foglio rosa: permette di fare pratica per poter imparare a guidare. Ma la patente ancora è lontana. Così come il possesso di un documento che abilita alla guida non rende chi lo possiede un pilota di Formula 1.
Su questo ragionamento i giovani dovrebbero concentrarsi: quello che si impara in tanti anni di scuola sarà utile un domani. Se la loro preparazione sarà evanescente, se ne accorgeranno e, con il senno di poi, realizzeranno quanto sarebbe stato meglio andare a scuola per imparare e non solamente per prendere il sospirato diploma. Con l’errara convinzione, poi, di poter fare finalmente quello che vogliono. Come se liberati dal legacci della scuola, non ne trovino altri pronti ad imbrigliarli durante il loro cammino.



