19 maggio 2012
BUON COMPLEANNO A VOI, AMATI JEANS

Il 20 maggio 1873 vennero brevettati, negli Stati Uniti d’America, i mitici pantaloni, amati da molte generazioni e tuttora di gran moda: i blue jeans. Per la precisione, il brevetto fu depositato a San Francisco da Levi (nato Loeb) Strauss e Jacob Davis (nato Youphes). I neosoci decisero che il marchio «Levi’s and Jacob’s» era troppo lungo, quindi scelsero il più breve Levi’s, da allora e per sempre sinonimo dei pantaloni di tela blu di cui si celebra il 139° compleanno. Un’età che il capo di abbigliamento più venduto al mondo di certo non dimostra.
Il tessuto dei jeans, simile al Denim (di Nimes) ma più leggero, nasce a Genova. Si tratta di un tipo di fustagno molto resistente e leggero. Dal nome Gènes (Genova in francese) viene chiamato jean o jeane ed è già presente sul mercato europeo sin dalla fine del Medio Evo, mentre la sua trasformazione in pantalone da lavoro è da far risalire all’800, quando viene utilizzato per gli scaricatori del porto.
Probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato che quest’umile pantalone da lavoro avrebbe avuto un successo planetario. A partire dal 1850 che il termine jeans viene utilizzato per identificare non il tessuto ma un determinato modello di pantaloni. Il modello di pantaloni lanciato dai soci Levi Strauss e Jacob Davis aveva cinque tasche e si era rivelato particolarmente adatto ai cercatori d’oro. Dopo circa un secolo, dagli anni ’40 del ’900, i jeans diventano, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, un capo di gran moda.
Oggi i jeans si indossano a tutte le età ed hanno le fogge più varie: larghi, stretti, a zampa sul fondo (stanno tornando di moda), a sigaretta, a vita bassa o bassissima, strappati, consumati, rattoppati … Il colore tipico dei jeans, blu scuro, ormai non è che una delle molteplici varietà di tinte in cui vengono prodotti questi pantaloni. Più o meno colorati, vengono prodotti e messi in vendita già lavati e poco importa se portandoli si sbiadiscono o in certe parti si consumino più che in altre. I jeans vanno vissuti e sono ancora più belli quando dimostrano i segni dell’età. Anzi, talvolta maggiormente apprezzati sono proprio quelli che escono direttamente dalla fabbrica consumati. Così non ci dobbiamo nemmeno dar la pena di farlo noi portandoli.
Dal lontano dì in cui i Levi’s sono comparsi sul mercato, non c’è casa di moda che non li abbia in catalogo. Certo, i prezzi sono diversi a seconda della firma. Ma ci si può accontentare anche di un paio anonimo se li sappiamo portare.

Ma i jeans hanno anche una storia da raccontare. Nei Paesi dell’ex area comunista, non so per qual motivo, non venivano prodotti o venduti. Negli anni Settanta a Trieste ci fu un vero e proprio boom economico favorito dall’arrivo in massa, ogni sabato, dei cittadini della ex Jugoslavia che ne compravano in quantità “industriali”, con il probabile intento di rivenderli clandestinamente nel loro Paese.
A quei tempi fecero affari d’oro i venditori ambulanti che avevano le loro bancarelle in piazza Ponterosso, sul canale che dalle rive porta alla chiesa di Sant’Antonio Vecchio. Increduli di fronte alle richieste esagerate di quel tipo di merce, i venditori iniziarono a specializzarsi nella vendita dei jeans e divennero ricchissimi. La prosperità economica li portò a costruirsi le ville sull’altopiano carsico o sull’incantevole strada costiera dalla quale si accede alla città giuliana. Ville che fino a quel momento erano un’esclusiva dei ricchi industriali e professionisti triestini.
Come sempre capita, questo boom ebbe anche i suoi risvolti negativi: presi dall’euforia dei nuovi acquisti, gli slavi (in dialetto sciavi, parola che effettivamente veniva usata con un certo disprezzo dai triestini inorriditi da un’invasione che veniva paragonata ad un’orda barbarica) spesso abbandonavano per strada, ovunque capitasse, i loro pantaloni per indossare i jeans nuovi di zecca. La città durante il sabato si trasformava ed era realmente invivibile. Gli slavi bivaccavano sul sagrato della chiesa di Sant’Antonio, il cui ingresso principale si affaccia su una bella scalinata, creando non poco disagio ai passanti.
Con il trascorrere degli anni, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, questa invasione è andata sempre più scemando. Così ora i triestini possono godersi la loro vita tranquilla, caratterizzata da una certa ripetitività – le “vasche” in Viale, la passeggiata sul Corso, il caffè in piazza Unità d’Italia -, e il loro shopping in santa pace. Del boom economico, però, non è rimasta neppure l’ombra e tutto a causa dei jeans che ora vengono prodotti e venduti ovunque.
Gli anni sono passati anche per me. Non sono più la ragazzina viziata che faceva fare chilometri ai genitori per poter acquistare, prevalentemente in Veneto, i jeans Fiorucci, i preferiti. Ma quei pantaloni tanto amati occupano sempre lo spazio privilegiato nel mio guardaroba. Strappati o meno, con le borchie o con gli strass, blu scuri o chiari, loro continuano ad essere sempre i miei amati jeans.
[fonti: Il Corriere e thisismyworld; immagine sotto il titolo da questo sito]
18 maggio 2012
PORDENONE: TROPPI OBIETTORI. CONCORSO PER MEDICI ABORTISTI

A quanto si legge sul quotidiano friulano Messaggero Veneto, l’aumento del numero dei medici obiettori di coscienza, cioè quei ginecologi non disponibili a praticare l’aborto, lederebbe il diritto delle donne friulane – ma pare che il problema sia molto più esteso – di interrompere la gravidanza. In questo modo si contravverrebbe alla legge 194 che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza.
Diritto contro diritto, dunque. Da una parte quello dei medici di fare obiezione, dall’altra quello delle donne di abortire. Infatti, essendo poco numerosi i medici non obiettori, La lista d’attesa si allunga e si rischia di superare il limite imposto dalla legge per la pratica abortiva: 12 settimane.
Il grido di allarme proviene dal presidente nazionale dell’Aied, Mario Puiatti, che ha intenzione di proporre «l’attivazione di concorsi, per l’assunzione di ginecologi ed ostetrici, esclusivamente per professionisti non obiettori». L’occasione propizia sarebbe il convegno sull’obiezione di coscienza in Italia organizzato, congiuntamente all’associazione Luca Coscioni, il 22 maggio a Roma. La data coincide con il 34° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194.
Puiatti osserva che la legge «ha contribuito a ridurre il numero degli aborti in Italia di oltre il 50% dal 1982 a oggi», però la scarsa disponibilità di medici non obiettori potrebbe favorire la pratica illegale, qualora le donne non possano abortire entro il termine previsto dalla legge. L’ultimo dato statistico disponibile è quello relativo al 2009: in Italia gli aborti sono stati 115 mila , di cui 33 mila riguardano donne straniere; in Friuli – Venezia Giulia sono state eseguite 1.322 interruzioni su donne di cittadinanza italiana e 724 su donne di nazionalità straniera.
La giornalista del quotidiano friulano, Elena Del Giudice, chiude l’articolo con un’osservazione che condivido pienamente: invece che temere un ritorno all’aborto clandestino, sarebbe meglio considerare l’educazione alla contraccezione come una priorità da affrontare.
Piuttosto che indire dei concorsi che, almeno secondo il mio modesto parere, sarebbero discriminanti (se c’è bisogno di medici, non si possono mettere dei paletti come propone Puiatti – non sarebbe più saggio distribuire la pillola anticoncezionale, previa visita ginecologica gratuita, alle donne che la richiedono e/o, sempre gratuitamente, i profilattici?
La legge è legge ed è giusto garantire l’esercizio del diritto a chi lo desidera. Però è anche vero che assumere del personale solo perché non c’è chi pratica l’aborto (e questo dovrebbe già imporre una riflessione), ha dei costi che gravano su tutta la collettività. Costi che sicuramente potrebbero essere contenuti con un’educazione alla contraccezione, partendo dalle scuole.
Poi, siccome non è obbligatorio fare figli e nemmeno usare dei contraccettivi, ognuno faccia quel che gli pare. Ma non si lamenti del fatto che i medici sono obiettori.
Io sono per la vita. E voi?
22 aprile 2012
UDINE: NIENTE CELLULARI IN BAR E NEGOZI
Prima in Europa, la città di Udine, capoluogo del Friuli, ha messo al bando i telefonini dai bar e ristoranti. Sono già numerose le adesioni alla proposta partita dal consigliere comunale e pediatra Mario Canciani e dal sindaco Furio Honsell, noto matematico e già rettore dell’ateneo cittadino, ancor più famoso, nel resto di Italia, per l’assidua partecipazione al programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, qualche anno fa. Il sindaco appoggia l’iniziativa anche perché, come testimonia «in giunta sono state più le volte in cui ho usato il campanello a causa dei cellulari che a causa delle discussioni. Tutti a smanettare su Twitter, Facebook, gli sms».
La campagna “Liberi dal cellulare, liberi di parlare” è appoggiata, oltre che dal Comune di Udine, anche dall’Associazione contro l’elettrosmog (Ace), Confcommercio, l’Associazione albergatori udinesi e Confindustria.
Il promotore, dottor Canciani, spiega: «L’idea è nata durante una cena di lavoro con colleghi scandinavi: appena seduti a tavola tutti hanno spento i cellulari. Sul momento sono rimasto basito, ma poi ho pensato che quel gesto si sarebbe dovuto trasformare in una buona pratica sia dal punto di vista dell’educazione sia da quello del rispetto della salute».
Da parte sua l’assessore alla Qualità della città, Lorenzo Croattini, assicura che non ci sarà alcuna caccia alle streghe nei confronti del cellulare ma che con questa campagna s’intende favorirne l’uso consapevole e rispettoso verso gli altri avventori dei locali pubblici.
D’accordo anche la dottoressa Antonella Colutta, titolare di una nota farmacia e referente del centro storico per Confcommercio Udine; secondo quanto da lei affermato, sarebbero già molte le adesioni anche fra i colleghi. Quindi la cell-free zone è destinata ad allargarsi.
Io sono favorevole all’iniziativa e non solo per i danni – non del tutto accertati – che possono derivare dalla continua esposizione alle onde elettromagnetiche. Trovo, invece, che l’utilizzo del telefonino nei luoghi debba essere regolamentato. Almeno dove e quando si può, visto che per strada non credo si possa vietarne l’uso. A chi interessa, ad esempio, che Tizio debba trovarsi alle 19 con Caio per l’aperitivo? O quale importanza ha che Pinco non riesca a prendere il pane e, quindi, che lo debba prendere la moglie? O ancora, che Pallo debba andare a prendere a scuola il figlioletto perché la mamma non ce la fa?
Siamo costretti quotidianamente ad ascoltare, malvolentieri, conversazioni telefoniche che non ci riguardano affatto: dal medico, alla cassa del supermercato, allo sportello postale, in autobus … senza contare che talvolta ci preoccupiamo fortemente per la salute mentale di tutti quelli che parlano da soli per strada, una specie di epidemia diffusa da chissà quale strano virus, finché non ci rendiamo conto che tutti quei “pazzi” hanno l’auricolare nascosto e parlano al cellulare con un ignoto interlocutore. Se nulla possiamo fare in questi casi, almeno beviamoci un caffè e mangiamoci una pizza in santa pace.
L’ultimo sgradevole episodio cui ho assistito si è verificato addirittura in chiesa. Durante la Messa, alla mia vicina, una signora piuttosto anziana, è squillato più volte il cellulare. Lei puntualmente rifiutava la chiamata – dopo aver trafficato un bel po’ per rintracciare il telefonino nella borsa – ma senza spegnerlo. Alla quarta chiamata la sento dire: “Ti chiamo dopo” mentre il telefono continuava a squillare, segno che non solo non sapeva come spegnere l’aggeggio, non era in grado neppure di rispondere.
A questo punto faccio un appello all’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato: la prego, Sua Eccellenza, istituisca una Cell-free zone in tutte le chiese cittadine. Come dice? C’è già? Allora metta un bel cartello: “In caso di utilizzo del cellulare durante le funzioni, i trasgressori saranno puniti con l’obbligo alla frequenza quotidiana del Rosario per un mese intero più un’offerta alla Chiesa di 500 euro“. Sarebbe un modo per avere più fedeli in chiesa durante la settimana e per rimpinguare le casse dell’arcidiocesi.
[fonte: Messaggero Veneto; immagine da Il Corriere]
14 aprile 2012
GENITORI NON SPOSATI IN CHIESA? NIENTE BATTESIMO AL BIMBO

La Chiesa discrimina? No, il sacerdote obbedisce al vescovo: niente battesimo al neonato se i genitori non sono sposati in chiesa. Pare, comunque, che il rifiuto sia limitato alla richiesta, fatta dal padre, che il bambino fosse battezzato durante la messa domenicale. In questo caso, come fa a dire il sacerdote, don Andrea Della Bianca, 38 anni, parroco di Morsano (in provincia di Pordenone), che non si tratta di discriminazione? Ma procediamo con ordine.
Dunque, pare che una coppia non sposata abbia chiesto il battesimo del figlio neonato nella chiesa di Bando, una località vicina a Morsano, e che il giovane parroco si sia rifiutato poiché il vescovo, monsignor Giuseppe Pellegrini, ha disposto che ai genitori sposati civilmente o conviventi non sia offerta questa possibilità in quanto la domenica, durante la messa, si battezzano i bambini delle coppie unite in matrimonio. È attraverso quest’indicazione che si cerca di valorizzare la coppia sposata, che ha già ricevuto il sacramento del vincolo in matrimonio, come spiega don Della Bianca che aggiunge: piuttosto che discriminare la coppia non sposata. La Chiesa non discrimina nessuno.
Poi, però, gira la frittata e dichiara: La coppia in questione voleva battezzare il piccolo a Bando durante la messa della domenica. Ma a Bando la domenica non si celebra la messa. Si celebra ogni martedì mattina alle 8. Se la coppia vuole, a quell’ora, in quel giorno nella chiesa di Bando possiamo celebrare il battesimo.
Insomma, le coppie sposate possono battezzare il figlio alla messa domenicale dove vogliono, per quelle non sposate c’è sempre il martedì.
Ma a voi non sembra un modo per arrampicarsi sugli specchi? A Bando non si può battezzare il piccolo celebrando una messa ad hoc la domenica?
Come spiega il giornalista del Messaggero Veneto, il curioso caso sarebbe emerso da un’indagine proposta da TelePordenone in seguito alla vicenda del bambino disabile a cui sarebbe stata rifiutata la Prima Comunione nella provincia di Ferrara. Anche questa volta sembra che la Chiesa non discrimini ma che certe situazioni debbano essere spiegate (con versioni discordanti) prima di essere giudicate.
Io, comunque, non giudico, informo. E se la notizia fosse per caso una bufala, mi scuso fin d’ora.
26 ottobre 2011
PAOLO VILLAGGIO OFFENDE I FRIULANI: LA REGIONE PRONTA PER LA QUERELA

L’ironia, si sa, bisogna saperla cogliere. Però è anche vero che talvolta quella che dovrebbe essere una bonaria presa in giro si rivela un’offesa bella e buona. Questo, in sintesi, è ciò che pensa il presidente della Regione Friuli – Venezia Giulia, Renzo Tondo, a proposito della pesante, e non proprio bonaria, presa in giro del popolo friulano contenuta nell’ultima fatica letteraria, si fa per dire, del comico Paolo Villaggio.
Il libro incriminato è Mi dichi, in cui l’autore vorrebbe ironizzare sulla lingua parlata nelle diverse regioni d’Italia (le ha girate tutte? mah …). A proposito dei friulani (che difendono con grande energia e senza riserve il loro idioma), Villaggio scrive, a pagina 42:
[...] i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’abitudine di ruttare violentemente.
Insomma, gli abitanti del Friuli sarebbero degli ubriaconi e dei maleducati, oltre che rozzi. Dovrebbe essere solo ironia ma, onestamente, non fa ridere nemmeno me, figuriamoci quanta ilarità può suscitare in chi è davvero originario di queste parti.
Tutti offesi, a partire dal mondo politico. Spiega il presidente della Regione: Trovo quanto scritto da Villaggio volgare, offensivo e segno del decadimento dei tempi. Da una prima verifica ci sono gli estremi per una querela. Ho dato mandato all’ufficio legale di verificare e giovedì in giunta avremo una prima relazione. E se gli avvocati mi confermeranno che ci sono gli estremi non esiterò a presentare querela.
Indignato pure il presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini che appoggia l’iniziativa di Tondo. Lo sconcerto, poi, è accentuato dal fatto che, riferendosi a Villaggio, osserva che questo qua non ha mai conosciuto un friulano e forse si è lasciato influenzare dalla critica negativa che Dante aveva fatto del friulano nel suo studio sui volgari d’Italia (nel I libro del De Vulgari Eloquentia il poeta fiorentino scrive: setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu?). Ma, osserva Fontanini, la critica rivolta alla lingua dei friulani nacque dal fatto che il padre dell’italiano aveva interesse a promuovere la sua e comunque, pur nella sua critica, non utilizzò termini così volgari. Peccato, però, che Fontanini ignori che proprio l’Alighieri nella sua opera aveva definito lo stesso toscano turpiloquium, e infroniti (dissennati) coloro che, solo perché parlanti, lo ritenevano il dialetto migliore. Quindi, signor Fontanini, la sua non è la spiegazione giusta.
Altra cosa su cui non concordo è la difesa che il presidente della Provincia fa del friulano in quanto la dizione dei friulani è tra le migliori in Italia in quanto priva di accenti vistosi. Mi permetto un’osservazione: se Villaggio, com’è probabile, non ha mai conosciuto un friulano, Fontanini non si è mai sentito parlare e non ha mai ascoltato con orecchio non campanilistico i suoi conterranei.
A parte tutto, le parole di Villaggio paiono anche a me offensive e per nulla ironiche, anzi parecchio pesanti (quelle sull’alito poi …). In attesa della querela e della reazione dell’attore-regista-scrittore, mi viene spontaneo rivolgermi a lui, anche se so che mai mi leggerà, con queste parole rese celebri dal grande Totò:
MA MI FACCI IL PIACERE…
… così, giusto per adeguarmi al suo DICHI.
[fonte: Messaggero Veneto]
AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 OTTOBRE 2011
Dopo aver scatenato una vera e propria bufera in Friuli, oggi Paolo Villaggio si scusa per aver ironizzato in maniera un po’ troppo pesante sul popolo friulano.
La conferma arriva dalla sua editor che, tra l’altro, è friulana. Pare che abbia chiesto l’indirizzo e-mail e il numero del cellulare di Renzo Tondo, presidente della Regione. Da parte sua, Tondo sembra aver fatto un passo indietro e ha commentato: «Non voglio fare guerre, mi sono un po’ seccato perché quanto detto non rappresenta il mio popolo. Ho ricevuto tante telefonate di gente arrabbiata, cittadini qualunque, gente che mi ha fermato per strada». Poi azzarda pure un invito: «Venga su in Friuli Villaggio e si accorgerà che abbiamo vini e formaggi squisiti e lavande profumatissime».
Se la querela da parte della Regione sembra sempre più lontana, chi non ha affatto perdonato il comico genovese è la Società Filologica Friulana. Il presidente, Lorenzo Pelizzo, fa sapere che si consulterà con un legale e che porterà il “caso” in consiglio per decidere se procedere con una denuncia per diffamazione.
[fonte: Messaggero Veneto]
NUOVO AGGIORNAMENTO, 28 OTTOBRE 2011
PACE FATTA
Paolo Villaggio ha scritto una mail di scuse a Renzo Tondo e lo ha anche contattato via cellulare. Pace fatta, dunque, e la querela non ci sarà.
Renzo Tondo, che non aveva risparmiato critiche al comico genovese ora definisce Villaggio una persona intelligente e corretta e si dichiara soddisfatto per aver ottenuto le scuse e per aver spinto l’autore di Mi dichi ad ammettere la caduta di stile che il Presidente della regione Friuli – Venezia Giulia gli aveva rimproverato.
Da parte sua, l’assessore alla Cultura della Provincia di Udine, Elena Lizzi, rende noto che provvederà ad inviare all’editore di Villaggio una serie di pubblicazioni sulla storia, cultura, tradizioni e lingua friulane, cosicché qualora decidessero di esprimersi ancora sul popolo friulano, lo facessero a ragion veduta.
Ora “Fantozzi” è atteso in Friuli, soprattutto nel capoluogo, Udine, che dice di conoscere e di amare.
Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Ma c’è chi sospetta che questa querelle sia stata montata ad arte da Tondo, in odor di elezioni. Effettivamente, pare strano che dalla sua pubblicazione, nel maggio scorso, il libro di Villaggio sia stato letto solo ora dal presidente e che nessun friulano in precedenza avesse fatto notare le frasi ingiuriose contenute in Mi dichi. Voci da corridoio, forse, ma non prive di senso.
[fonte: Messaggero Veneto]
ULTIMO AGGIORNAMENTO (SPERO!), 29 OTTOBRE 2011
C’È CHI PERDONA E CHI NO: TONDO SÌ, LA FILOLOGICA NO
Se la Regione Friuli – Venezia Giulia, nella persona del Presidente Renzo Tondo, e la Provincia di Udine, rappresentata da Pietro Fontanini, hanno perdonato Paolo Villaggio per le offese contenute nel suo libro Mi dichi, la Società Filologica Friulana, attraverso il suo presidente Lorenzo Pelizzo, rende nota l’intenzione di querelare per diffamazione il comico genovese.
«Non intendo rappacificarmi a meno che per esempio – spiega Pelizzo – Villaggio non voglia ritirare dal commercio il libro con cui ha diffamato la cultura, la lingua e soprattutto il popolo friulano. Le sue scuse non mi bastano e non servono, perché il colpo che ci ha dato è troppo forte. Chi ha letto il libro – continua Pelizzo – si fa un’idea del friulano molto diversa da ciò che è. Per questo come ufficio di presidenza della Filologica abbiamo dato mandato a un legale di presentare denuncia per diffamazione».
Qualche friulano un po’ più “morbido”, però, c’è: l’assessore alle Risorse agricole Claudio Violino (Lega), invita il comico in Friuli, in occasione dell’“Autunno Friulano” che si terrà a San Daniele il 25 e 26 novembre. L’evento avrà anche lo scopo di festeggiare il 50° anniversario del Consorzio di tutela del prosciutto di San Daniele. Secondo Violino l’invito potrebbe essere allettante per Villaggio, poiché avrebbe l’occasione di assaggiare ben 250 specialità vinicole della regione.
Naturalmente la lettera d’invito spedita al comico è stata redatta rigorosamente in due lingue: Italiano e Friulano.
Da parte sua, Pelizzo non fa nomi, ma ironizza su chi invita l’attore in Friuli. «Chi pensa di invitarlo qui – osserva – mi sembra come il detto friulano: “par lâ sul gjornâl al à copât so pari” [traduzione: per finire sul giornale ha ucciso suo padre]».
Però, dopo tutto, Pelizzo querela Villaggio considerando la sua ironia troppo pesante, ma non si risparmia di ironizzare su chi non condivide la sua opinione.
Che simpatici questi friulani!
[fonte: Messaggero Veneto]
17 ottobre 2011
PENSIONATO PER LEGGE DEVE MANTENERE IL FIGLIO 38ENNE SENZA LAVORO
In questi tempi di crisi rimanere senza lavoro può capitare a chiunque e in qualsiasi momento. In questi casi la famiglia, anche quella di origine, deve dare un appoggio, nel limite delle proprie possibilità, e sostenere un figlio in difficoltà. Mi sembra una cosa scontata che non dovrebbe interessare avvocati, giudici e una fredda aula di tribunale. E invece, evidentemente, non in tutte le famiglie l’amore per i propri cari impone un gesto di solidarietà che dovrebbe essere spontaneo.
Lo confesso: qualche giorno fa, letta la notizia sulla locandina del quotidiano friulano Il messaggero Veneto, ho subito pensato che si trattasse dell’ennesimo fannullone, uno dei tanti mammoni che non si fanno scrupolo di essere mantenuti dai genitori, nemmeno se hanno superato abbondantemente la trentina. E invece le cose stanno diversamente.
Un uomo di trentotto anni, laureato in giurisprudenza, sposato con un’operatrice sanitaria, rimasto senza lavoro si è rivolto al tribunale di Udine per ottenere gli alimenti dal padre e dalla sorella. In attesa della prima udienza, prevista per la fine di novembre, il presidente del tribunale, Alessandra Bottan, ha accolto le richieste dell’uomo firmando un’ordinanza che impone al padre, un pensionato 62enne, di versare al figlio un assegno provvisorio di 150 euro mensili. (QUI la notizia)
Fermo restando che quando si legge una notizia la si considera attendibile in ogni sua parte, di fronte al fatto descritto mi viene spontaneo fare una riflessione su più punti della vicenda.
Punto primo. Quest’uomo è sposato con un’operatrice sanitaria, quindi si deduce che questa moglie abbia uno stipendio e, come recita l’articolo 143 del Codice Civile, abbia l’obbligo (non solo morale) di provvedere all’assistenza del coniuge. Insomma, il senso è un po’ quello della formula del rito religioso “nella buona e nella cattiva sorte …”.
Punto secondo. Oltre a ciò, esiste l’indennità di disoccupazione che non copre tutto lo stipendio ma una buona percentuale, almeno per i primi mesi. Senza contare che, perso il lavoro, si ha comunque diritto alla liquidazione che, per quanto “magra”, può contribuire ad andare avanti per qualche mese.
Punto terzo. Nel momento in cui un figlio, seppur sposato, si trova in difficoltà, dovrebbe essere scontato che la famiglia di origine (padre, madre, fratelli …) gli dia una mano, per usare un’espressione alla buona. Ovviamente, non si tratta di fare una colletta per mettere insieme la somma dello stipendio mancato e credo che anche questo sia scontato. Ma un aiuto non dovrebbe essere negato, pure se si trattasse di fare la spesa o di pagare una bolletta.
A questo punto mi chiedo: c’era bisogno di citare in giudizio la famiglia di origine? E quel magistrato, nell’emettere l’ordinanza provvisoria, si sarà preoccupata di verificare che davvero il trentottenne non avesse i mezzi per vivere?
Non nascondo di provare una profonda amarezza nel constatare che, a volte, la famiglia non ha alcun valore, se non quello di una sorta di bancomat molto meno affezionato di quello descritto da Stefano Benni.
7 ottobre 2011
SALUTE DONNA: IN FRIULI – VENEZIA GIULIA, PRIMA IN ITALIA, UNA LEGGE SULL’ENDOMETRIOSI
Da poco, sulle reti Rai, è stata lanciata la campagna di sensibilizzazione sull’endometriosi, a cura del Ministero delle Pari Opportunità, presieduto da Mara Carfagna. Lo spot ha come testimonial d’eccezione l’attrice Nancy Brilli. Da anni, tuttavia, si parla di una legge che riconosca questa malattia, molto invalidante e anche subdola, come malattia sociale. Un progetto di legge, infatti, risale al lontano 2007 ma è fermo a Roma, nelle sedi parlamentari, come se avesse scarsa priorità. E invece l’endometriosi è una malattia piuttosto diffusa sulla quale, però, gli stessi medici hanno delle conoscenze alquanto parziali. Ed è per questo che la maggior parte delle volte le donne affette da questa patologia invalidante devono sopportare un vero e proprio calvario, di medico in medico, prima di trovare una risposta al loro problema. Ma anche quando la malattia viene diagnosticata, la soluzione non è immediata: è necessario intervenire chirurgicamente, e spesso un solo intervento non è sufficiente, la terapia è lunga e ha degli effetti collaterali piuttosto importanti.
Forse la maggior parte delle donne stesse non sa cosa sia l’endometriosi. Io non sono un’esperta ma, affidandomi ad Internet, tenterò di parlarne in modo sintetico e allo stesso tempo esauriente. Già ora mi scuso per eventuali imprecisioni.
Innanzitutto, cos’è l’endometrio? Si tratta di un tessuto mucoso che riveste la cavità uterina dove s’impianta l’uovo fecondato. Per questo motivo, se non è iniziata una gravidanza, il tessuto si sfalda e viene espulso attraverso il mestruo. (QUI trovate informazioni più dettagliate).
Nella donna affetta da endometriosi questo tessuto intacca, in modo evidentemente anomalo, altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, provocando forti dolori nella zona pelvica, accentuati in prossimità e durante il ciclo mestruale. Non solo, ma ogni mese anche il tessuto endometriale “fuori sede” è soggetto a sanguinamento e comporta, quindi, un’irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo alla formazione di tessuto cicatriziale e di aderenze.
I disturbi della malattia sono spesso confusi, come dicevo, con altre patologie. Inoltre, l’endometriosi può comportare anche diversi disagi come dolore durante l’atto sessuale o post-coitale (64%), infertilità (30/35%), aborti spontanei, affaticamento cronico, aumento di infiammazione a carico delle mucose, colite, periodi di stitichezza alternati a diarrea. Questi ultimi sintomi possono facilmente essere confusi con quelli del colon irritabile ed è per questo che molte volte i medici sbagliano la diagnosi. (QUI trovate informazioni più dettagliate anche sulle tecniche di indagine e sulla terapia consigliata)
Si stima che circa il 10% delle donne in Europa sia affetto da endometriosi e che tale malattia porti, in percentuale variabile tra il 30% e il 40%, all’infertilità. In Italia le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni, 14 milioni nell’Unione europea, 5,5 milioni nel Nord America e complessivamente 150 milioni nel mondo, con un’incidenza della malattia che si attesta intorno al 7-10 per cento di donne in età fertile.
Ad aggravare la situazione contribuiscono i tempi medi di diagnosi dalla prima comparsa dei sintomi, che avviene tipicamente in età giovanile: mediamente più di 10 anni.
Detto ciò, appare evidente quanto una legge sull’endometriosi sia necessaria. Mentre a Roma dormono, il Consiglio regionale del Friuli – Venezia Giulia ha presentato la proposta di legge “Disposizioni per la prevenzione e la diagnosi precoce dell’endometriosi”, primato nazionale che rende merito ad una regione autonoma che, a dispetto di quel che si insinua, non gode del privilegio stando con le mani in mano né sperpera i fondi che lo Stato le elargisce.
La proposta di legge è stata presentata dal consigliere regionale e vicepresidente della Commissione Sanità del Pdl Massimo Blasoni, ma il testo è stato sottoscritto anche dai colleghi del Pdl Franco Dal Mas, Bruno Marini, Roberto Novelli e Gaetano Valenti, dal consigliere regionale dell’Udc Giorgio Venier Romano, dal consigliere regionale della Lega Nord Ugo De Mattia e dal consigliere del Gruppo Misto Alessia Rosolen.
La proposta di legge ha lo scopo di sensibilizzare le istituzioni relativamente alla priorità di questa patologia, purtroppo ancora fino ad oggi sottovalutata, istituendo altresì il Registro e l’Osservatore regionale sull’endometriosi. In Friuli – Venezia Giulia è attiva anche, da ben dieci anni, l’Associazione Endometriosi Onlus che si batte per informare e sensibilizzare le donne fin dalla più giovane età, per arrivare ad una diagnosi precoce della malattia, ma anche per la formazione dei medici, in primis quelli di base, e gli specialisti ginecologi, urologi, chirurghi, radiologi, fisiatri, spesso impreparati a cogliere i sintomi. Le dottoresse Rosanna Filiputti, medico e componente la Commissione pari opportunità di Udine, e Gabriella Vaglieri, medico di base di Trieste, hanno, inoltre, chiesto la creazione di centri di eccellenza che offrano adeguata esperienza chirurgica laparoscopica e tecniche di procreazione assistita.
Dalle dichiarazioni del consigliere Blasoni (QUI potete vedere il VIDEO dell’intervista) la legge regionale ha buone possibilità di andare in porto a breve. Una speranza per molte donne e un esempio da imitare a livello nazionale.
[oltre a quelle citate, altre fonti sono: ilfriuli.it e italiah24.it]
28 luglio 2011
RISULTATI PROVE INVALSI 2011: I RAGAZZI DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA PIÙ BRAVI INSIEME AI VENETI
Dai dati emersi sulle ultime prove InValsi, che tanto hanno fatto discutere docenti e studenti, ancora una volta i ragazzi del Friuli-Venezia Giulia si confermano gli studenti italiani più bravi, insieme ai “compagni” del Veneto. Un risultato che confermerebbe la miglior qualità delle scuole del nord-est italiano rispetto ad altre realtà, come quelle della Calabria e della Sicilia, i fanalini di coda. L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione, che ieri ha pubblicato i risultati degli ultimi test, specifica che nelle due regioni del sud «si riscontrano alcune evidenze di cheating», termine tecnico per indicare le copiature di massa, e quindi i risultati scolastici andrebbero rivisti.
16 aprile 2011
FRIULI – VENEZIA GIULIA, REGIONE LEADER NELL’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE
Leggo su Tuttoscuola.com una notizia che mi riempie d’orgoglio e che mi fa piacere riportare per i miei lettori.
Il Friuli primeggia nell’insegnamento di lingua straniera
Il Friuli Venezia Giulia è all’avanguardia in Italia per aver avviato, da oltre 10 anni, l’insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche. A riconoscerlo è lo stesso ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che ha organizzato a Trieste, nella sede della Camera di commercio, la prima conferenza nazionale sul “Content and Language Integrated Learning (CLIL)”, cioè “Apprendimento integrato di lingua e contenuto” che in Friuli Venezia Giulia coinvolge una rete di 90 scuole e 370 insegnanti.
Una situazione definita “di grande partecipazione” sia dal direttore dell’Ufficio scolastico del Fvg Daniela Beltrame, che dall’assessore regionale all’Istruzione Roberto Molinaro, presente all’apertura dei lavori assieme al consigliere del ministro Gelmini, Max Bruschi. Da parte regionale è stato evidenziato che il plurilinguismo appartiene culturalmente alla dimensione del Friuli Venezia Giulia “tanto per le minoranze che qui vivono, quanto per le tendenze europeiste maturate nella seconda metà del 900 in particolare a Trieste, tornata italiana nel 1954”.
Il Friuli Venezia Giulia ogni anno accoglie 8 mila ricercatori provenienti da tutto il mondo. La Conferenza – a cui hanno partecipato l’ispettrice per le lingue della Lombardia, Gisella Langè e i massimi esperti mondiali di CLIL come David Marsh (università di Jyvaskyla), Peeter Mehisto (institute of education di Londra) e Maria Frigols (università di Valencia) – è diventata così un riconoscimento per Trieste e il Friuli Venezia Giulia e un’occasione – è stato affermato – per condividere con il sistema Paese un’esperienza proposta dalle scuole alle istituzioni come priorità.
Be’, tra quei 370 docenti ci sono anch’io. Un’unica osservazione: non so perché il CLIL sia concepito come insegnamento in lingua straniera (normalmente l’Inglese ma, in minor misura, anche le altre lingue comunitarie) di discipline non linguistiche. Lo stesso concetto è presente nelle Indicazioni Nazionali per l’attuazione della Riforma della Secondaria di II grado che prevede l’insegnamento CLIL nell’ultimo anno del corso di studi, sempre relativamente ad una disciplina non linguistica. Sull’argomento tornerò con più calma e con un post dedicato. Ora mi limito a dire che sono cinque anni che insegno Latino e Storia in Inglese, in moduli rigorosamente interdisciplinari, e non ci trovo nulla di inadeguato nella didattica di una Lingua antica come il Latino – ma in relazione al suo aspetto di civiltà e cultura, quindi non strettamente linguistico e letterario – in lingua Inglese. Nei Paesi anglofoni, e non solo, il Latino si insegna. Che c’è di male se noi Italiani lo insegniamo anche in Inglese?





