20 febbraio 2011

SANREMO 2011: VITTORIA MANCATA PER EMMA MARRONE

Posted in Amici, canzoni, Festival di Sanremo, Marco Carta, Valerio Scanu tagged , , , , , , , at 11:53 am di marisamoles


La vincitrice di Amici 9, Emma Marrone, si è unita alla rock band milanese, i Modà in occasione di Sanremo 2011. Per la ragazza è la prima esperienza su un palco così importante, mentre i Modà avevano partecipato a Sanremo Giovani nel 2005. Entrambi sono stati protagonisti delle hit parade dell’estate e dell’autunno e il brano Arriverà si è rivelato un successo di pubblico fin dalla prima serata. Eppure non ha avuto la meglio sul brano Chiamami ancora amore, magistralmente interpretato dal veterano della canzone d’autore italiana Roberto Vecchioni.

Quest’anno, dunque, a Sanremo ha vinto la poesia in musica. Avesse ottenuto la vittoria, per la terza consecutiva dopo le vittorie di Marco Carta e Valerio Scanu, un’altra cantante ex di “Amici” di Maria De Filippi, sarebbe stato decisamente troppo. A dispetto di chi dice che i cantanti usciti dai Talent Show non sono cantanti veri, loro possono contare su migliaia di fan e fanno lievitare i proventi delle case discografiche. Il secondo posto guadagnato da Emma e i Modà conferma questi presupposti, anche se i giovani, almeno questa volta, hanno dovuto chinare il capo di fronte ad un maestro della canzone italiana che, pur non avendo fan avezzi al televoto come gli ex amici di Maria, ha avuto la meglio.

Il posto d’onore, comunque, se lo sono meritati. La canzone è gradevole, la voce di Francesco Silvestre, leader dei Modà, è davvero possente e in certi punti sovrasta quella di Emma. Lei in ogni caso si difende, anche se a me non è mai particolarmente piaciuta.
Molto bella, inoltre, la versione presentata, nella serata dei duetti, con il contributo della splendida voce di Francesco Renga che ha indubbiamente valorizzato il pezzo.

Un’unica cosa: ma a quale sarta si è rivolta Emma? Un abbigliamento terribile e poi … la pettinatura della seconda serata (vedi video sotto) era inguardabile: sembrava avesse in testa una verza ossigenata. Poveretta.

Piangerai come pioggia tu piangerai e
Piangerai come pioggia tu piangerai
te ne andrai come le foglie col vento d’autunno triste tu
Te ne andrai … certa che mai ti perdonerai
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
[d’estate rovente in cui sole sarà
E Cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio ti scalderà…
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle
Penserai … che la vita è ingiusta e
piangerai … e ripenserai alla volta in
cui ti ho detto no…
Non ti lascerò mai…
Poi di colpo il buio intorno a noi…
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
d’estate rovente in cui sole sarà
E cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio che ti scalderà
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle …
La poesia della neve che cade e rumore non fa…
La mia pelle a curar le tue voglie …
La poesia della neve che cade e rumore non fa
te ne andrai come le foglie col vento d’autunno triste tu
Te ne andrai … certa che mai ti perdonerai
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
d’estate rovente in cui sole sarà
E Cambierai … la tristezza dei pianti in
sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà il sapore del bacio più dolce
e un abbraccio ti scalderà
Arriverà una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
voglie … la magia delle stelle
Penserai … che la vita è ingiusta e
piangerai … e ripenserai … alla volta in
cui ti ho detto no…
Non ti lascerò mai…
Poi di colpo il buio intorno a noi
Ma si sveglierà … il tuo cuore in un giorno
[d’estate rovente in cui sole sarà
E cambierai … la tristezza dei pianti in
[sorrisi lucenti tu sorriderai
E arriverà … il sapore del bacio più dolce
[e un abbraccio che ti scalderà
Arriverà … una frase e una luna di quelle
che poi ti sorprenderà
Arriverà … la mia pelle a curar le tue
[voglie … la magia delle stelle
La poesia della neve che cade e rumore non fa
La mia pelle a curar le tue voglie
La poesia della neve che cade e rumore non fa

[LINK]

SANREMO 2011: VINCE IL PROF VECCHIONI CANTANDO L’AMORE

Posted in canzoni, Festival di Sanremo, spettacolo, televisione tagged , , , , at 12:58 am di marisamoles


Un prof-cantautore che di certo non ama le manifestazioni canore. Eppure debuttò proprio a Sanremo nel 1968 come autore, in coppia con Lo Vecchio, della canzone Sera cantata da Giuliana Valci e Gigliola Cinquetti. Seguì la partecipazione al festival come cantante: nel 1973 arrivò ottavo con il pezzo L’uomo che si gioca il cielo a dadi .

Il brano di quest’anno, Chiamami ancora amore, non è particolarmente festivaiolo ma ha una sonorità che arriva diretta al cuore e un testo che richiama fatti d’attualità, come le manifestazioni studentesche contro le riforme Gelmini. In questo Vecchioni rivela la sua anima del prof che non riesce ad allontanarsi completamente dalla cattedra che ha, negli anni, occupato sia come insegnante al liceo (è laureato in Lettere Classiche) sia come docente universitario.

Una vittoria forse annunciata, la sua, e al centro di una vera e propria bufera che si è scatenata oggi stesso dopo che uno dei responsabili di Rai Trade ha rivelato la sua posizione di capoclassifica al televoto. Una gaffe che avrebbe potuto invalidare completamente il televoto: la Codacons ne aveva, infatti, tempestivamente chiesto l’annullamento e il rimborso agli utenti che avevano telefonato o mandato gli sms. Ma evidentemente la fuga della notizia non ha avuto conseguenze se non l’abbandono della conferenza stampa da parte di Gianni Morandi che lancia pure un vaffa in direzione dell’incauto collaboratore.

Mentre Morandi si dichiarava indispettito per l’accaduto, in quanto avrebbe potuto danneggiare l’amico Vecchioni, quest’ultimo, serafico, osservava: «Mi fa sicuramente piacere sapere di essere primo nel televoto di ieri. È la conferma che il brano sta arrivando alla gente, quindi come non esserne contenti. Non penso di essere danneggiato, qualsiasi cosa accada sono già felice per l’affetto e l’accoglienza tributata a Chiamami ancora amore». (LINK)

I fatti gli hanno dato ragione. Decisamente frastornato – e da questo si capisce che non è abituato a questo genere di manifestazioni – una volta salito sul palco dell’Ariston, per l’ennesima volta, ringrazia Morandi per averlo invitato, dichiarando apertamente che altrimenti non avrebbe mai partecipato al festival. Quasi non vorrebbe ricantare Chiamami ancora amore: «Ormai l’ho cantata sei volte… vuoi che ti faccia Luci a San Siro?», osserva quasi in tono di supplica. Poi, però, si arrende: il vincitore di Sanremo ha l’obbligo di esibirsi dopo la proclamazione della vittoria. Prende in mano il microfono e, ancora incredulo, confessa: «Non me l’aspettavo mai…»

Una vittoria meritata? Per me sì: la canzone è bella, la voce pulita e potente, nonostante gli anni passino anche per Vecchioni. Il testo mi pare un po’ troppo polemico ma d’altra parte è lo specchio dei tempi. La cosa più importante è che abbia vinto la canzone d’autore, come Vecchioni stesso ha osservato subito dopo la vittoria: “Sono contento perché è un pezzo che coniuga la canzone d’autore con quella popolare“.
Quindi, bravo Roberto! Come non essere orgogliosi di un collega?

E per la barca che è volata in cielo
che i bimbi ancora stavano a giocare
che gli avrei regalato il mare intero
pur di vedermeli arrivare

Per il poeta che non può cantare
per l’operaio che non ha più il suo lavoro
per chi ha vent’anni e se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensiero

per il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e di parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Perché le idee sono come farfalle
che non puoi togliergli le ali
perché le idee sono come le stelle
che non le spengono i temporali
perché le idee sono voci di madre
che credevano di avere perso
e sono come il sorriso di Dio
in questo sputo di universo

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Continua a scrivere la vita
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
che è così vera in ogni uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore

Che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole

Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
In questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo

Chiamami ancora amore
Chiamami ancora amore
Chiamami sempre amore
Perché noi siamo amore

[post aggiornato alle ore 11.30]

17 febbraio 2011

VIVA L’ITALIA, VIVA SANREMO, VIVA BENIGNI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Festival di Sanremo, spettacolo, storia, televisione tagged , , , , , , at 10:30 pm di marisamoles

Me lo devo sorbire questo show da 250mila euro. Non mi piacerà, già lo so. Lui non mi piace mai. Ma lo guarderò e poi commenterò.

Eccomi qua. Devo dire che pensavo peggio. Forse ero un po’ prevenuta, conoscendo il soggetto. E invece Benigni si è attenuto, senza molte divagazioni dal sapore politico e antigovernativo, al compito che gli è stato affidato per questa serata del Festival di Sanremo 2011 dedicata all’unificazione dell’Italia: l’esegesi dell’inno di Mameli. Non che abbia detto cose sconosciute; ci sono molti testi reperibili facilmente su Internet, che spiegano e commentano il nostro inno nazionale. Diciamo che lui ci ha messo l’interpretazione che, come sempre, è molto molto originale. Ma tant’è … Benigni è sempre Benigni!

Entra a cavallo, un bianco cavallo molto garibaldino, sbandierando il tricolore. Viva l’Italia. Sicuramente un debutto originale e in tema per questo Festival di cui sembra essere diventato ospite fisso. D’altronde, l’audience in calo rispetto alla prima serata (dai 12 milioni ai 10 scarsi) impone un intervento come il suo, in terza serata, per risollevare le sorti dello share. Il risultato? Quindici milioni di Italiani incollati al video durante i cinquanta minuti del suo intervento. Be’, niente male.

Prima battuta: dov’è la vittoria? Sembra scritto per il Pd. Poi, però si ricompone e prosegue serio.

Mameli, dice, era minorenne quando ha scritto il testo dell’inno nazionale. Aveva solo vent’anni e ai suoi tempi la maggiore età si raggiungeva a ventun’anni. Il povero Goffredo, però, nemmeno li ha raggiunti: è morto sei mesi dopo la stesura dell’inno, combattendo per la sua Italia, per quella vittoria.
Segue – c’era da aspettarselo – la divagazione sulle minorenni, ma si limita a citare, dal palco dell’Ariston, com’è giusto, la Cinquetti che cantava, proprio a Sanremo, “Non ho l’età” … salvo poi aggiungere che si era spacciata per la nipote di Claudio Villa. Fragorosa risata del pubblico. Sorrido anch’io.
Poi – difficile resistere alle tentazioni – parla di Ruby e dice che per scoprire se fosse o non fosse la nipote di Mubarak bastava andare all’anagrafe e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori.
A questo punto teme che arrivino delle telefonate in diretta, come succede spesso di questi tempi nelle trasmissioni televisive, da parte di due persone. Poi si consola vedendone almeno una in platea

Ed ecco che affronta il discorso dell’unità dicendo che è sacra, fatta da persone straordinarie: prima di Mazzini e Garibaldi, c’erano i Carbonari, Silvio Pellico che ha scritto Le mie prigioni … altra risata del pubblico. E poi c’era la casa reale dei Savoia, Vittorio Emanuele II che a Teano s’incontrò con Garibaldi e hanno vinto. Emanuele Filiberto, invece, s’incontrò con Pupo a sanremo e hanno vinto pure loro … quasi.

Arriva il momento di Cavour, il secondo grande statista dell’Italia; alla fine della carriera lo beccarono con la nipote di Metternich. Eh, sì, la tentazione della battuta è forte.
I giovani del Risorgimento hanno dato la vita per noi, dice Benigni. Garibaldi era un mito, come Che Guevara, era detto il diablo, bello, ardimentoso, l’eroe dei due mondi … “non sto parlando di Marchionne”, aggiunge, ammiccando sottovoce.

La cultura italiana, sostiene, è nata prima della nazione stessa, unico caso al mondo. E questo è decisamente vero.
Il vero patriota non ritiene mai il suo Paese il migliore ma l’allegria di vivere in un Paese che piace è sano patriottismo. Amarlo troppo è sbagliato. Non esiste il troppo amore, si ama e basta. Uno è morto, non è troppo morto. Amore e morte sono uguali. Quando si “sente” la bandiera, si vive un attimo eterno.

Cavour, Mazzini e Garibaldi sono entrati in politica e ne sono usciti più poveri. Una cosa memorabile. Sorriso ironico.

A questo punto Benigni spiega che la parola Risorgimento è stata usata per la prima volta dall’Alfieri, è una parola mistica, è una resurrezione. L’Italia era un corpo saccheggiato, il più bello del mondo. Ed è vero: basta andare un po’ in giro per i musei del mondo per rendersene conto.

Ed ora arriviamo, finalmente, all’inno. Il comico toscano spiega che Mameli, l’autore del testo, e Novaro, autore della musica, erano a Genova e lì hanno composto la marcetta che è perfetta per un inno, ed è anche commovente. Novaro lesse il testo e si commosse, si buttò sul pianoforte, bruciò tutto con la candela ma si ricordò benissimo il testo, lo sapeva già a memoria. Poi, dice, caso strano che si ricordi l’inno di Mameli, che ha scritto il testo, e non di Novaro, il musicista. Come dire “la Traviata di Piave”, che è il librettista.

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa
.

Inizia – era ora – l’esegesi, partendo dai primi versi. L’Italia sé desta, ovvero svegliamoci per realizzare i sogni. L’elmo di Scipio è quello di Scipione l’Africano che nel 202 a Zama sconfisse Annibale, è il più grande generale di tutti i tempi perché con quella battaglia vinta ha dato agli Italiani, e non solo, la cultura, altrimenti saremmo diventati tutti Fenici. Per trovare dei generali così dobbiamo arrivare a Waterloo, a Napoleone e Wellington. Poi agginge che ogni impero che c’è nel mondo è una pallida versione di quello romano.

Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò
.

Qui, dice Benigni, qualcuno sbaglia credendo che il soggetto sia l’Italia schiava di Roma (vero Umberto?) e invece è la vittoria che si inchina di fronte all’Italia.

Stringiamci a coorte!
La coorte è la decima parte della legione romana. Il motto dei Romani era divide et impera, quindi restando uniti, stretti alla coorte, si vince.

Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò
.

A questo punto il comico parla della bandiera e dice che c’era già prima dell’unificazione dell’Italia. L’aveva inventata Mazzini, il fondatore della Giovane Italia. La bandiera unisce così come la lingua che è la nostra identità più profonda. I poeti, osserva Benigni, ci hanno dato la lingua ma anche la bandiera, con i suoi colori, è stata ispirata dalla poesia. Dante, nel XXX canto del Purgatorio introduce Beatrice, su un carro e circondata dai fiori, sopra un candido velo cinta d’olivo, con indosso un verde manto e vestita di rosso vivo. Mazzini, quindi, si è ispirato per la bandiera a questi colori: bianco, rosso e verde.

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Qui fa una divagazione sulle donne del Risorgimento, eroine che, come Anita Garibaldi morta incinta, hanno dato la vita per l’Italia. Le altre, purtroppo, me le sono perse. Diciamo che stavo iniziando ad annoiarmi.

Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò
.

In pochi versi sono racchiusi i diversi luoghi della penisola oppressi dallo straniero, da nord a sud. Legnano è una città simbolo della riscossa dei comuni settentrionali, unitisi nella Lega Lombarda, contro il Barbarossa. La vittoria contro l’imperatore fa sì che Legnano sia dentro l’inno di Mameli. Segue una divagazione sulla scuola e sulla necessità di far vivere agli studenti questa festa (implicita polemica nei confronti della Gelmini che vorrebbe le scuole aperte il 17 marzo prossimo).

Segue il riferimento a Francesco Ferrucci e all’assedio di Firenze (2 agosto 1530) con cui l’imperatore voleva abbattere la repubblica. Narra quindi l’episodio di Ferrucci che, morente, venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino.
Poi il riferimento a Balilla, un quattordicenne protagonista di un atto eroico a Genova, dominata dagli asburgici. Il giovane lanciò la prima pietra contro i nemici e il popolo li spappolò. Poi nel ventennio gli misero la camicia nera
A Palermo i francesi, gli Angioini, avevano determinato la reazione dei cittadini ai Vespri, detti poi siciliani. L’insurrezione del Lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi si estese poi a tutta la Sicilia, scatenata dal suono di tutte le campane della città. Ne parla anche Dante nell’VIII canto del Paradiso:
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”
. (vv. 73-75)

Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò
.

Continua il commento dell’inno. Qui si fa riferimento ai mercenari austriaci che hanno venduto l’aquila (simbolo dell’impero) e all’Austria che con l’aiuto della Russia aveva smembrato la Polonia.

L’ultima parte dell’esegesi è apparsa alquanto affrettata, anche perché deve aver occupato più tempo del dovuto, quindi ringrazia e augura a tutti di essere felici, ricordando che la felicità è fatta di semplici cose, non care.


L’intervento di Benigni si conclude con una toccante interpretazione dell’inno, immaginando di essere un soldato che riflette tra sé e sé sul significato del testo.
Lo ammetto: ha commosso anche me. Una delle rare vote in cui riesco a seguire un intero intervento di Benigni … non solo perché avevo promesso di commentarlo. Chi ha letto la prima stesura del post, avrà notato che ho cambiato anche il titolo. Per una volta, forse l’ultima per me, mi sento di esclamare: viva Benigni!

[POST AGGIORNATO IL 18 FEBBRAIO 2011. Foto tvblog]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 FEBBRAIO 2011

Anche se in ritardo, segnalo questo bell’articolo di Gian Antonio Stella su Il Corriere: Sotto l’elmo di Benigni

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