18 maggio 2012

PORDENONE: TROPPI OBIETTORI. CONCORSO PER MEDICI ABORTISTI

Pubblicato in: aborto, bambini, donne, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 7:25 pm di marisamoles


A quanto si legge sul quotidiano friulano Messaggero Veneto, l’aumento del numero dei medici obiettori di coscienza, cioè quei ginecologi non disponibili a praticare l’aborto, lederebbe il diritto delle donne friulane – ma pare che il problema sia molto più esteso – di interrompere la gravidanza. In questo modo si contravverrebbe alla legge 194 che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza.

Diritto contro diritto, dunque. Da una parte quello dei medici di fare obiezione, dall’altra quello delle donne di abortire. Infatti, essendo poco numerosi i medici non obiettori, La lista d’attesa si allunga e si rischia di superare il limite imposto dalla legge per la pratica abortiva: 12 settimane.

Il grido di allarme proviene dal presidente nazionale dell’Aied, Mario Puiatti, che ha intenzione di proporre «l’attivazione di concorsi, per l’assunzione di ginecologi ed ostetrici, esclusivamente per professionisti non obiettori». L’occasione propizia sarebbe il convegno sull’obiezione di coscienza in Italia organizzato, congiuntamente all’associazione Luca Coscioni, il 22 maggio a Roma. La data coincide con il 34° anniversario dell’entrata in vigore della legge 194.

Puiatti osserva che la legge «ha contribuito a ridurre il numero degli aborti in Italia di oltre il 50% dal 1982 a oggi», però la scarsa disponibilità di medici non obiettori potrebbe favorire la pratica illegale, qualora le donne non possano abortire entro il termine previsto dalla legge. L’ultimo dato statistico disponibile è quello relativo al 2009: in Italia gli aborti sono stati 115 mila , di cui 33 mila riguardano donne straniere; in Friuli – Venezia Giulia sono state eseguite 1.322 interruzioni su donne di cittadinanza italiana e 724 su donne di nazionalità straniera.

La giornalista del quotidiano friulano, Elena Del Giudice, chiude l’articolo con un’osservazione che condivido pienamente: invece che temere un ritorno all’aborto clandestino, sarebbe meglio considerare l’educazione alla contraccezione come una priorità da affrontare.

Piuttosto che indire dei concorsi che, almeno secondo il mio modesto parere, sarebbero discriminanti (se c’è bisogno di medici, non si possono mettere dei paletti come propone Puiatti – non sarebbe più saggio distribuire la pillola anticoncezionale, previa visita ginecologica gratuita, alle donne che la richiedono e/o, sempre gratuitamente, i profilattici?

La legge è legge ed è giusto garantire l’esercizio del diritto a chi lo desidera. Però è anche vero che assumere del personale solo perché non c’è chi pratica l’aborto (e questo dovrebbe già imporre una riflessione), ha dei costi che gravano su tutta la collettività. Costi che sicuramente potrebbero essere contenuti con un’educazione alla contraccezione, partendo dalle scuole.

Poi, siccome non è obbligatorio fare figli e nemmeno usare dei contraccettivi, ognuno faccia quel che gli pare. Ma non si lamenti del fatto che i medici sono obiettori.

Io sono per la vita. E voi?

9 maggio 2012

L’ “ORIZZONTE DEL CUORE” DI UNA MAMMA ADOTTIVA

Pubblicato in: amore, bambini, donne, famiglia, figli tagged , , , , , , , , a 4:45 pm di marisamoles


Due anni fa avevo scritto un post sull’adozione. In particolare, mi soffermavo a riflettere sul caso di una coppia siciliana che aveva espresso il desiderio di adottare un bambino ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo.

Il caso aveva suscitato molte polemiche, soprattutto da parte dell’Aibi (movimento dei genitori adottivi) ed era approdato alla Corte di Cassazione la quale aveva stabilito che «Il decreto di idoneità’ all’adozione pronunciato dal tribunale dei minorenni non può essere emesso sulla base di riferimenti all’etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia». (potete leggere i post QUI e QUI)

Qualche giorno fa ho ricevuto un bellissimo e toccante commento al primo post. Una mamma adottiva, Luisella, mi ha scritto raccontandomi la sua esperienza. Ve la riporto testualmente:

Luisella detto,
6 maggio 2012 a 11:48 pm

Ciao!
Con due anni di ritardo, ho letto questo interessante blog…
Da mamma adottiva di una bambina congolese, leggendo certe notizie, un po’ mi arrabbio, un po’ sorrido. Col tempo devo imparare a relativizzare.
La mia è, per certi versi, una “storia al contrario”: potevo/posso avere figli biologici e non li ho voluti, il colore della pelle dell’eventuale adottato/a era per me un problema … desideravo un bimbo (anzi una bimba…anche sessista!) colorato. “Bianco” non era il mio orizzonte del cuore. Gli psicologi dell’asl si sono scervellati su queste turbe che di certo mascheravano devianze e, probabilmente, non hanno mai capito un tubo. Ma niente “turbe” o “devianze” hanno impedito a me e a mio marito di coronare il nostro sogno: una bimba di colore.

Il razzismo c’è: il compagno di scuola che si pulisce quando lei lo sfiora, quello che non vuole giocare con bambini “marroni”, quello che le dice “sei brutta”… crescendo sarà peggio. O forse no. Le daremo tutto il possibile, in termini affettivi ed economici. Lei è nostra figlia. merita il meglio. L’aiuteremo ad affrontare la vita e i deficienti, così come sono costretti ad affrontare cattiverie e stupidità i “diversi” in generale.
E poi farà tesoro del mondo.
Un giorno, durante una vacanza in Francia, ha detto, dopo aver visto molte coppie miste con bimbi scuretti-ma-non troppo: “io sposerò un francese”. … Ok, sposa chi vuoi e va’ dove vuoi. Quando sarai grande, figlia mia, tra 15-20 anni, come sarà il mondo? E dove sarai tu? Non so nulla del futuro, nè del mio nè del tuo. Ti amo infinitamente per come sei e per le tue sfumature d’ebano: ti insegnerò a difenderti e a capire che non è sempre il caso di lottare. Il mondo e il futuro possono essere a volte buoni, a volte no. Con tutti: bianchi, gialli, neri, rossi. Era meglio, forse, lasciarti nell’incertezza del tuo paese, a soffrire la fame, la mancanza d’affetto perchè qui, nel mondo dei bianchi, c’è la possibilità di incontrare molti idioti? Sì? No? Da mamma penso di no.

Capisco che le scelte siano per tutti diverse, anch’io mi arrovello, a volte, sulle difficoltà che potrà incontrare mia figlia.
Ma c’è sempre la Francia… cioè la possibilità, per lei, di avere le capacità di spiccare il volo, a suo tempo, per cercare il suo posto nel mondo, che non dovrà essere per forza nè vicino a noi, suoi genitori, nè nel Paese nel quale adesso vive.
Si può essere diversi in mille modi diversi.
Troverà la sua strada e il suo posto nel tempo.
A noi il compito di darle tutti gli strumenti e l’amore possibili per avere spalle larghe e cuore saldo.
Il resto …. è silenzio!

Buonissima serata!

21 aprile 2012

SCUOLA: BAMBINI VITTIME DEI BULLI O DEGLI/DELLE INSEGNANTI?

Pubblicato in: affari miei, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

Stamattina, grazie ad una segnalazione che ho trovato in sala insegnanti al mio arrivo a scuola (come sempre con largo anticipo!), ho letto un articolo che Massimo Gramellini ha pubblicato sul quotidiano La Stampa, dal titolo Il bambino e il congiuntivo. Con la sua solita ironia, il giornalista faceva una riflessione su un caso emerso grazie a Flavia Amabile che, nel suo blog, ha pubblicato la lettera di una madre amareggiata perché il figlio di nove anni, bravo, intelligente ed educato, è da quattro anni, cioè dall’inizio della scuola elementare, vittima dei soliti bulli che lo prendono in giro per la sua “diversità”: si esprime, infatti, con un linguaggio curato e conosce perfettamente l’uso del congiuntivo. (QUI potete leggere il post che ho pubblicato sull’altro mio blog, laprofonline)

Ora, anche se ormai da mesi pubblico sull’altro blog gli articoli che concernono la scuola, vorrei fare qui una mia riflessione su questo episodio, prendendo in esame la lettera di questa mamma sfiduciata e la risposta della dirigente della scuola frequentata dal figlio. (QUI potete leggere entrambi i testi) Lo faccio in questa sede perché la vicenda ha risvegliato in me antichi ricordi e riaperto ferite mai rimarginate, risalenti alla mia esperienza di madre alle prese con gli insegnanti dei figli.

Scrive, dunque, la mamma del bambino oggetto di scherno, descrivendo l’esperienza del figlio all’inizio della scuola primaria, dopo un periodo felice passato in quella dell’infanzia:

Poi sono arrivate le elementari, e il suo piccolo incubo quotidiano. È arrivata la sua identificazione come un bambino “diverso”, perché usa il congiuntivo, non fa a botte, ha spesso delle cose da dire sugli argomenti trattati in classe. Da “diverso” a “bersaglio” il passo è breve: mio figlio vive da quattro anni giorni in cui la violenza (quella verbale più di quella fisica) fa parte delle sue giornate.
Ho parlato con le madri dei bambini interessati e la risposta è stata – in sintesi – “sono bambini”.
Ho parlato con le insegnanti e la risposta è stata – in sintesi – “sì, ma non se la può prendere per tutto, e se noi non cogliamo gli altri bambini sul fatto, non possiamo farci niente”.
Ho parlato con la preside e la risposta è stata – in sintesi – che avrebbe provveduto.
[...]
Mi chiedo come sia possibile non vedere, non sentire. Perché io lo vedo, come fuori dalla scuola questi bulletti in erba lo apostrofano. Più di una persona mi ha riferito di aver notato questi atteggiamenti nei suoi confronti.
È bizzarro che solo nelle mura scolastiche tutto ciò passi inosservato. Come se su 20 bambini su cui dividere l’attenzione uno sia sempre fuori fuoco, e quello sia sempre lo stesso. Come se il concetto di “vince il più forte” fosse nel programma di studi
.

Sono parole che fanno riflettere, che rimandano ad una scuola – elementare, per giunta! – in cui vige la regola del più forte, in cui chi è più debole, pur trattandosi di una debolezza solo apparente, non ha strumenti con cui difendersi, non ha alleati su cui contare. E non sto parlando di bambini.

Risponde la dirigente della scuola frequentata dal bimbo:

A proposito del comportamento dei compagni verso T. , la maestra mi ha riferito che, non appena accadono episodi di questo tipo, nei confronti di qualsiasi alunno della classe, l’intervento delle insegnanti è immediato nel richiamare gli autori del fatto. Fa parte infatti dell’operato delle docenti educare i bambini al rispetto reciproco e alla tolleranza nel rapportarsi quotidianamente tra di loro.

Dunque, le maestre avrebbero agito sempre in modo tempestivo, educando al rispetto e alla tolleranza. Avrebbero, in altre parole, fatto il loro dovere. Mi chiedo: se gli episodi continuano da quattro anni, forse l’aspetto educativo da solo non basta. Nonostante io sia convinta che, specie quando si ha a che fare con bambini piccoli, le punizioni dovrebbero essere evitate il più possibile, sono anche dell’idea che, qualora l’intervento prettamente educativo non sia sufficiente, si debba procedere, con i mezzi idonei e adatti all’età (che ignoro, non avendo mai insegnato alle elementari ma che delle maestre degne di questo nome devono saper utilizzare), a punire i diretti interessati. La punizione dei colpevoli, la giusta sanzione per una trasgressione (non è forse un trasgredire alle regole prendersi gioco ripetutamente di un compagno?) sono a volte gli unici mezzi, accanto all’educazione alla convivenza civile, con cui si possono ottenere dei risultati.

Prosegue la dirigente:

La docente in questione ha sempre operato costruttivamente; ha sempre goduto anche della stima dei genitori della classe, stima manifestata apertamente alla fine di ogni anno scolastico, anche con scritti inviati alla Dirigenza, auspicanti la permanenza della docente, incaricata annuale, nella classe anche per l’anno successivo.
Da ultimo, l’Istituto Comprensivo, di cui la scuola elementare di Via Fabriano fa parte, ha alle spalle una lunga tradizione di accoglienza, parte integrante del POF dell’Istituto, declinata attraverso iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà
.

Ed ecco entrare in scena i luoghi comuni e quel burocratese usato e abusato ogni volta che sia necessario difendersi dalle accuse. E vediamoli uno ad uno questi luoghi comuni.

Le insegnanti stimate. Che vuol dire? Che sono preparate culturalmente? Oppure che, accanto alle conoscenze, certamente apprezzabili, dei contenuti delle materie insegnate e delle corrette metodologie didattiche, hanno anche una adeguata preparazione nell’ambito della psicologia infantile e della psicopedagogia? Perché la preparazione culturale in assenza delle altre competenze vale ben poco.
E poi, se l’insegnante in questione è stimata ed apprezzata dagli altri genitori significa ben poco se anche una sola madre racconta vicende di tale gravità accadute sotto i suoi occhi. O forse la maestra è stimata perché lascia che i bulletti facciano la loro parte indisturbati, ed è quindi apprezzata dalle loro famiglie.

Altra nota dolente: il POF. Quando non si sa cosa dire, si tira fuori il famoso POF, documento imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal momento in cui si ha avuto la pretesa di equiparare le scuole a delle aziende. Una carta dei servizi arricchita dai contenuti disciplinari, nulla di più. Allora, siccome nel POF di quell’istituto sta scritto che la scuola ha una lunga tradizione di accoglienza che presuppone iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà, quel bimbo, che sa usare i congiuntivi ed è quotidianamente vessato dai compagni, deve adattarsi lui a quel tipo di accoglienza? Deve stare al gioco? Deve rispettare lui quel clima impostato sulla tolleranza, il rispetto e la solidarietà? Sta a vedere che è lui l’intollerante perché manifesta, anche se soltanto entro le mura domestiche, il disagio che gli deriva dal fatto di essere vittima di scherzi e atteggiamenti volti allo scherno. Scusate ma non capisco.

Man mano che procedo nello scrivere questo post mi rendo conto che l’argomento sarebbe stato più adatto al blog laprofonline. Ma, come avevo anticipato, questa vicenda mi ha riportato indietro nel tempo ed è giunta l’ora di raccontare la mia esperienza.

Il mio primogenito era uno scolaro vivace, curioso e attento fino alla terza elementare. Poi, sostituite due maestre su tre, le cose sono cambiate.
Durante l’inverno accadeva spesso che, arrivata l’ora di preparare lo zaino, al termine delle lezioni, e prepararsi per l’uscita, lui non trovasse berretto e sciarpa. Era sempre l’ultimo ad uscire e, dato che nessuna maestra aspettava la sua uscita, non capivamo mai il perché del suo ritardo. Poi, un giorno confessò che i suoi compagni gli nascondevano il berretto e la sciarpa, quindi doveva cercarli in ogni angolo dell’aula e qualche volta anche fuori, nei corridoi e nei bagni. Con grande insistenza riuscimmo a fargli ripetere la frase che la maestra gli aveva rivolto il giorno in cui lo vedemmo parecchio abbacchiato e volemmo conoscerne il motivo: “Ninin [appellativo con cui qui in Friuli ci si rivolge ai bambini in tono affettuoso, equivalente a tesoro ... quel giorno, però, il tono della maestra doveva essere parecchio ironico] non posso ogni giorno stare qui ad aspettare che tu ritrovi i tuoi indumenti, devo andare a pranzo“. Detto questo, se ne andò.
A questo punto dovrei ricordare, per chi non lo sapesse, che le maestre hanno l’obbligo di attendere fuori dalla scuola finché l’ultimo scolaro sia stato prelevato, nonché accertarsi che le persone che vengono a prendere i bambini siano conosciute e autorizzate. Per un periodo dovetti delegare per iscritto la baby-sitter a prendere mio figlio al rientro pomeridiano, essendo io occupata nella frequenza di un corso all’università.
In seguito all’episodio descritto mandai mio marito dalla maestra. Volevo evitare il confronto, sempre sgradevole, tra insegnanti e gli raccomandai di tenersi calmo ma fermo nel manifestare la propria contrarietà riguardo all’atteggiamento assunto da quella insegnante nei confronti del bambino. Ritornò ancora più abbacchiato dei figlio. Mi riferì che la signora gli aveva detto, testualmente: “E’ suo figlio che si deve svegliare, altrimenti non imparerà mai a vivere”. Da quel giorno assistemmo al degrado irreparabile dei rapporti con quella e le altre insegnanti, perché lei era una specie di leader. Non protestammo mai, né oralmente né per iscritto, rivolgendoci al direttore, sperando che mio figlio se la cavasse da solo, mantenendo sempre un comportamento educato e nello stesso tempo indifferente nei confronti di giochini stupidi come quelli. Alla fine i compagni si stufarono.

E che dire quando un insegnante diventa bullo a sua volta? L’episodio riguarda il mio secondogenito, di tutt’altro carattere rispetto al fratello: vivacissimo, deciso, testardo, intraprendente … ho finito gli aggettivi ma, pregi o difetti che fossero, ne aveva in quantità impressionante. La vicenda ebbe luogo in seconda media.
Terminata la lezione di educazione fisica, arrivato nello spogliatoio il mio piccolo (lo chiamo così tuttora che ha 22 anni!) non trovò più i suoi vestiti. Non era l’unico, comunque. Cerca che ti ricerca, lui e i suoi compagni trovarono gli indumenti nelle tazze dei water. Subito si rivolsero al docente, raccontando l’accaduto. Lui scoppiò a ridere e, senza smettere, li mandò in aula. Pensate che sia finita qui? No. Mio figlio e gli altri, non avendo avuto alcun supporto da parte del professore, si recarono, in pantaloncini corti e canotta (abbigliamento con cui tornò a casa alla fine delle lezioni … era marzo!), in presidenza. Raccontarono il fatto e il preside chiese subito a chi avessero chiesto il permesso di parlare con lui, se all’insegnante di educazione fisica o quello dell’ora successiva. Risposta: “a nessuno, il prof N. ci ha riso dietro e siamo venuti qui direttamente”. Risultato: mio figlio fu sospeso per due giorni dalle lezioni per insubordinazione. Gli altri no perché lui fu accusato di averli sobillati.
E i responsabili della bravata? Mai scoperti. Non chiedemmo neppure i danni per la tuta da ginnastica “finita” nel water e ovviamente facemmo una lavata di capo a nostro figlio che comunque avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione per conferire con il dirigente.

Altro episodio, sempre con protagonista il piccolo e il docente di educazione fisica, alla fine della terza media. Ultimo giorno di scuola, prima dell’inizio delle lezioni: mio figlio si trovava in cortile, pronto a varcare il portone d’ingresso, quando gli finì addosso un gavettone (effettivamente un secchio colmo d’acqua) gettato dalla finestra dell’aula insegnanti. Gliel’aveva tirato il professore di educazione fisica che, anche in quella occasione, scoppiò in una fragorosa risata. Mio figlio tornò a casa per cambiarsi e pretese di essere riaccompagnato a scuola dal padre senza giustificazione scritta perché, diceva, “mica ho fatto ritardo per colpa mia, io ero già davanti alla porta, pronto per salire in classe”. Anche in quell’episodio fu lui la vittima: non solo il preside pretese ugualmente la giustificazione per il ritardo ma gli fu anche detto che si trattava in fondo di uno scherzo innocente, da ultimo giorno di scuola. Peccato che fuori ci fossero 15 gradi e che a scuola non potesse disporre di una stufa per asciugarsi gli abiti inzuppati.

Ecco, allora io mi chiedo: perché i genitori devono sempre stare zitti (per evitare ritorsioni) e se parlano non vengono mai creduti?

11 aprile 2012

COMUNIONE NEGATA AD UN BIMBO DISABILE. QUANDO LA CARITA’ CRISTIANA DIVENTA DISCRIMINAZIONE

Pubblicato in: bambini, famiglia, religione tagged , , , , , a 4:26 pm di marisamoles

Ho letto la notizia e ben presto l’incredulità, suscitata dal titolo, si è trasformata in vera commozione. Fino alle lacrime. Com’è possibile, mi chiedo, che la Comunione, un sacramento, sia negata ad un bambino solo perché è disabile, perché il suo cervello non gli permette, come afferma il sacerdote a sua discolpa, la piena coscienza dell’atto eucaristico? Com’è possibile che anche un alto prelato, non semplicemente un parroco di campagna, un don Abbondio qualunque, affermi che un bambino per ricevere la Comunione debba saper distinguere il pane dall’ostia?

Il fatto incredibile è accaduto a Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara. Protagonista inconsapevole di questa assurda storia è un bambino che è stato escluso dalla somministrazione dell’ostia, durante la cerimonia propedeutica alla Prima Comunione, perché ritardato mentale, quindi non in grado di intendere e volere. Persino il giornalista di Repubblica, quotidiano di certo non cattolico, su cui ho ho letto la notizia, si chiede come mai allora il battesimo sia impartito a dei neonati che di sicuro non sono consapevoli di ciò che accade loro quando sentono l’acqua scorrere sul capo.

Nonostante la lettera che alcuni genitori di altri bambini che attendono di fare la Prima Comunione hanno inviato al parroco, don Piergiorgio Zaghi non cambia idea e nell’omelia tenuta domenica scorsa conferma la sua tesi: sebbene la dottrina non preveda l’esclusione dall’eucaristia per le persone incapaci di intendere e volere, lui vorrebbe che il piccolo capisse o intuisse la portata del sacramento. Lo appoggia il vicario della diocesi di Ferrara, monsignor Antonio Grandini, che si affretta a spiegare che non c’è stata nessuna discriminazione. Per ricevere il sacramento il bambino dovrebbe saper distinguere il pane dall’ostia e questo, al momento, non è avvenuto. Senza escludere, tuttavia, che il piccolo possa terminare il suo percorso di crescita spirituale e ricevere il sacramento a maggio insieme ai suoi coetanei.

Io non conosco i problemi di questo bambino ma, nel caso di ritardo mentale, pensare che la situazione possa cambiare entro maggio significa sperare semplicemente in un miracolo. Realisticamente non si può supporre che ciò avvenga, purtroppo.

Anche il Papa ha lanciato un appello: «Venga assicurata la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali. Essi la ricevono nella fede anche della famiglia». Ma qui pare ci sia un bel problema: i genitori del bimbo disabile non sono sposati, quindi per la comunità – non tutta, fortunatamente – non possono essere una garanzia di fede. In altre parole, potrebbe sembrare che non ci sia nemmeno da parte di una mamma e un papà “peccatori” quella consapevolezza che al bimbo manca per il ritardo mentale da cui è affetto.

Come spesso accade, le parole più sensate provengono da un compagno di classe del bimbo sfortunato che, riferendosi all’esclusione dell’amichetto dal sacramento, in una lettera al parroco si chiede: perché non può farla? è cattivo? si comporta male? Per me non è cattivo, è bravo e tranquillo“. Forse non è tutta farina del suo sacco, come si suol dire, comunque chiede che il compagno possa accostarsi alla comunione assieme agli altri: “Pensiamo che Gesù l’avrebbe guarito come ha fatto con Lazzaro o con i lebbrosi”.

Io credo che in certi casi ai sacerdoti manchi proprio l’esempio di Gesù che ha aperto la porta a tanti peccatori e perdonato molte colpe. Il suo sacrificio, che è stato ricordato pochi giorni fa, non ha aperto il cuore di un suo ministro che, invece di accogliere un bambino innocente, lo ha escluso. Ha forse dimenticato, don Zaghi, che Cristo, durante l’ultima cena (occasione in cui è stata istituita l’Eucarestia) ha spezzato il pane e l’ha offerto anche a Giuda?

Ma la carità cristiana dov’è finita?

7 marzo 2012

I GENITORI SI SEPARANO? LA CASA VA ALLA FIGLIA DI QUATTRO ANNI

Pubblicato in: bambini, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, matrimonio, Trieste, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 6:07 pm di marisamoles

Una coppia di conviventi, con una bimba di quattro anni, non trovano un accordo sulla custodia della figlia ed il giudice decide per loro: la piccola rimarrà nella casa di proprietà dove i due genitori, supportati eventualmente da parenti, abiteranno con lei a settimane alterne. La sentenza arriva dal Tribunale dei Minori di Trieste ed è un caso unico nell’ambito della giurisprudenza italiana.

L’affidamento alternato – così si chiama – non è di per sé una novità. Solitamente, però, i genitori a turno prendono con sé la prole, stabilendo i tempi in cui essa debba stare con mamma e quelli in cui sia il papà a doversi prendere cura dei figli. Succede, ad esempio, che la mamma si occupi dei figli per il periodo scolastico e il papà durante tutta l’estate. Quello che, almeno come decisione presa da un giudice, è davvero nuovo è il fatto che l’appartamento in cui la bambina in questione viveva con entrambi i genitori “rimanga a lei” e che siano mamma e papà a traslocare ogni lunedì mattina, assumendosi l’onere delle spese settimanali e di quelle straordinarie, di comune accordo.

Favorevole alla disposizione del giudice, ancora provvisoria, una psicologa che, dalle pagine del quotidiano triestino, Il Piccolo, dichiara che in questo modo si garantisce più stabilità alla bimba.
La dottoressa Maddalena Berlino, psicologa e psicoterapeuta, spiega: Visto che la madre e il padre non sono riusciti a trovare un accordo che tenga conto prioritariamente delle esigenze della piccola, il giudice ha disposto regole che terranno i problemi dei genitori fuori da casa e consentiranno alla figlia di mantenere lo stesso tetto e gli stessi spazi. In questo modo, si evita che il bambino diventi una sorta di pacco che ogni fine settimana viene trasferito nella casa di uno o dell’altro genitore assieme allo lo zainetto pieno di giochi, ai quaderni e al pigiamino.

Non tutti però concordano: lo psicoterapeuta Mauro Cauzer si chiede come verrà spiegata questa anomale situazione alla piccola. La sua giovanissima età, secondo Cauzer, non le permetterà di comprendere appieno questo strano trasloco settimanale, mentre con dei ragazzini più grandi la situazione sarebbe stata gestibile, per loro sarebbe stato più semplice comprendere questa alternanza tra padre e madre.

Per me questo provvedimento non è una novità: un’analoga decisione era stata presa, infatti, da una coppia di conoscenti che avevano stabilito, di comune accordo, di trasferirsi a turno settimanalmente nella casa in cui avevano trascorso gli anni del matrimonio, in modo che le bambine non soffrissero ancora di più lasciando le “amate quattro mura” e vedendosi sballottate di qua e di là, dovendo seguire i propri genitori nella casa dell’uno e dell’altra. Non solo: la coppia prese in affitto un unico appartamento in cui ciascuno viveva nella settimana in cui non aveva l’affidamento delle figlie. La situazione fu portata avanti in modo civile per alcuni anni finché mamma e figlie traslocarono in un altro appartamento.

Partendo dal presupposto che la cosa ottimale sia non separarsi, specialmente avendo bambini così piccoli, penso che, nel caso in cui sia necessaria una separazione, lasciare i figli nella casa in cui hanno sempre vissuto e alternarsi nel prendersi cura di loro, benché comporti evidentemente un grande sacrificio per entrambi, sia la cosa migliore da fare. Soprattutto un grande esempio di civiltà. Certo, non dovrebbe essere un giudice a stabilirlo …

[immagine da questo sito]

13 febbraio 2012

L’ISTAT FOTOGRAFA L’ITALIA: UN PAESE DI VECCHI

Pubblicato in: bambini, donne, famiglia, figli, lavoro, terza età, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Già lo sapevamo. Dov’è la novità?
Che l’Italia sia ormai un paese di vecchi non è affatto una novità.
L’Istat ce lo conferma, ancora una volta: ogni 144,5 anziani ci sono 100 giovani. Una cifra che incute non poco timore. Eh sì, perché se è vero che i bambini continuano a nascere (pochi e prevalentemente figli di immigrati: il numero medio di figli per donna si attesta a 1,41, con valori pari a 2,23 per le straniere e a 1,31 per le italiane), è anche vero che la popolazione invecchia anche per effetto della maggior longevità che si registra tra la popolazione adulta. Quindi, a meno che non ci sia un’impennata delle nascite (cosa da escludere a priori per questioni economiche: solo nel primo anno di vita un bambino costa migliaia di euro, figuriamoci mantenere un figlio fino a trent’anni, età in cui perlopiù avviene il “taglio del cordone ombelicale”), in Italia ci saranno sempre più nonni che nipoti. La prospettiva non è consolante: 256 vecchi ogni 100 giovani nel 2050.

Un altro dato che deve far riflettere, sempre reso noto dall’Istat, è quello relativo all’occupazione. Non ce lo doveva dire Mario Monti che il posto fisso è ormai è un’utopia, lo sapevamo già. Dallo studio Istat emerge che nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5,325 milioni di rapporti di lavoro dipendente o parasubordinato: il 67,7% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, il 19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione.

Non è dato sapere, dall’indagine pubblicata, a che livello si attesti la disoccupazione giovanile ma è risaputo che in Italia ci sono milioni di giovani che non lavorano né studiano (quella che viene chiamata la generazione né né). Senza contare che ci sono persone di cinquant’anni che si sono trovate di punto in bianco senza lavoro e, per sopravvivere, sono costrette ad accettare contratti capestro (i famigerati co co pro, senza ferie, senza malattia, senza contributi …) attraverso i quali è ben difficile arrivare all’età pensionabile, sempre più lontana.

Al di là dei dati diffusi dall’Istat, non va sottovalutato il rovescio della medaglia della superelogiata riforma pensionistica voluta dal governo tecnico capitanato dal premier Monti. Io non sono molto brava a fare i conti, ma semplicemente ragionando mi viene spontaneo concludere che: se è già difficile per i giovani trovare lavoro, la situazione non può che peggiorare con l’allungamento dell’età pensionabile perché i “lavori forzati”, cui saremo costretti noi che avremmo potuto andare in pensione fra otto anni e invece dovremo lavorare ancora 15 anni, precluderà ai giovani la possibilità di trovare un impiego in tempi ragionevoli.

E come sarà, in futuro, la vita di questi vecchi italiani? Con il calcolo della pensione sul contributivo anziché sul retributivo sicuramente misera. Quindi, non solo siamo costretti a lavorare più anni ma dovremo anche accontentarci di una mensilità che, nella maggior parte dei casi, ci permetterà di sbarcare il lunario.

Secondo il mio modesto parere, la riforma delle pensioni sarebbe stata anche accettabile se avesse interessato le nuove generazioni che, visti i tempi di crisi e le oggettive difficoltà di trovare un’occupazione, sono destinate ad attendere i trent’anni per entrare nel mondo lavorativo, anche senza garanzie per il futuro. Ma perché io, che ho iniziato a lavorare a 23 anni, devo continuare fino a 67?

Infine, tornando all’indagine pubblicata su Il Corriere, i dati che emergono relativamente al lavoro femminile sono sconfortanti: gli uomini guadagnano circa il 20% in più delle donne che, in aggiunta, sono gravate dal lavoro domestico per il 71,3%. Ma anche questa non è una novità (leggi QUI).

[immagine da questo sito]

27 novembre 2011

IL PROFESSOR SCATTONE SAREBBE SCOMODO OVUNQUE

Pubblicato in: cronaca, famiglia, Legge, scuola tagged , , , , , , , , a 7:48 pm di marisamoles

Il 9 maggio 1997, all’interno della Città Universitaria, veniva uccisa con un colpo di pistola la studentessa di Giurisprudenza Marta Russo. Fu un caso che catturò l’interesse dei media e di cui si parlò per anni, anche se forse non con la stessa morbosità con cui vengono seguiti oggi, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, i casi di cronaca nera. Le indagini furono complesse e portarono, grazie anche all’ausilio di sofisticati – per quei tempi – mezzi tecnologici, prima all’individuazione del luogo da cui il proiettile impazzito era partito, poi all’identificazione dei responsabili dell’increscioso “incidente”: Giovanni Scattone fu condannato per omicidio colposo, Salvatore Ferraro per favoreggiamento.

Giovanni Scattone (classe 1968), di cui si ritorna a parlare in questi giorni sulla carta stampata e nei servizi dei tg, ai tempi dell’omicidio della studentessa ventiduenne era assistente di Filosofia del Diritto, giovane laureato dalle belle speranze. Oltre al conseguimento di un dottorato e all’esperienza di ricerca maturata alla Sapienza, ha svolto attività di studio e ricerca anche presso l’Istituto Benincasa di Napoli e la European Academy of Legal Theory di Bruxelles. Ha completato inoltre un Master in storia moderna e contemporanea ed è abilitato all’insegnamento della storia e della filosofia. È stato ricercatore universitario a contratto e dal 2005 insegna nei licei statali. Così si legge nel curriculum pubblicato sul suo sito.

Dopo aver scontato la pena detentiva di cinque anni e quattro mesi, Scattone è ritornato un uomo libero. Inoltre, la Cassazione ha cancellato l’interdizione dai pubblici uffici quindi è a tutti gli effetti un docente (abilitato) di Filosofia.

Qual è il problema? Da settembre insegna nello stesso liceo, il Cavour, frequentato da Marta Russo per tre anni. La madre della studentessa uccisa ora si dice scandalizzata. «All’inizio dell’anno la madre di una alunna del Cavour mi telefonò sconvolta – racconta Aureliana Russo – per dirmi la novità: Scattone insegnava lì. Mi disse che volevano fare qualcosa per protestare, ma poi non ho più sentito nessuno. Del resto con chi me la potrei prendere? Con l’ultima sentenza Scattone non è più interdetto dai pubblici uffici, quindi… Capisco che si debba guadagnare il pane ma dovrebbe fare un altro mestiere. Dopo un delitto così atroce, lui non può essere un educatore di giovani; proprio lui non può insegnare filosofia. In tutte le scuole dove è andato ad insegnare i genitori si sono ribellati ma non hanno potuto far niente. È la legge».

Pare che anche gli altri docenti si sentano alquanto a disagio ad averlo come collega. Ma lui, a tutti gli effetti, può insegnare. Se è vero che ha i titoli per farlo, se è vero che da anni lo fa senza il clamore di questi giorni, se è vero che la sua domanda di supplenza temporanea era in regola e che il dirigente l’ha accolta secondo la Legge, se è vero che anche lui ha diritto ad avere di che vivere (considerato anche il fatto che ai tempi fu condannato, assieme a Ferraro, a pagare un risarcimento di un milione di euro alla famiglia Russo), se è vero, a quanto dicono i suoi studenti - che ai tempi dell’omicidio non erano nemmeno nati – che è un docente bravo e preparato, perché gridare allo scandalo? Solo perché quest’anno è stato nominato in quel liceo? Per gli altri licei il professor Scattone era perfettamente adatto come educatore? Solo per quello in cui aveva studiato Marta Russo non lo è?

Anche Tecla Sannino, dirigente scolastico del Cavour ammette che Scattone, dal punto di vista legale, ha tutte le carte in regola: «Pur partecipando al dolore della famiglia di Marta Russo, e condividendo la perplessità dell’opinione pubblica, in qualità di dirigente scolastico e in qualità di rappresentante legale dell’istituto, sono tenuta a rispettare la sentenza della Cassazione e le normative vigenti che prevedono nomine di docenti supplenti secondo le graduatorie provinciali, curate dall’Ufficio ambito territoriale». Pur ammettendo che la presenza del professore crei un certo disagio.

Da parte sua il professore si dichiara pronto ad andarsene, qualora gli venga offerta un’altra opportunità: «Farei volentieri un altro lavoro – dichiara – sicuramente non insegnerò sempre al Cavour perché non ho nemmeno una cattedra ma soltanto piccole supplenze qua e là. Conosco le lingue, ho studiato anche in altri campi e non escludo di potermi trasferire all’estero. Ho pensato più di una volta di raggiungere mio fratello negli Stati Uniti, ma il momento non è dei migliori. Comunque non ho una posizione rigida: tutto quello che è possibile fare per la maggior tranquillità di tutti, lo farò. E se il Provveditorato è favorevole, sono disponibile a qualsiasi altra soluzione equivalente. Quando mi hanno dato la nomina, se avessi saputo che era il liceo di Marta Russo avrei rinunciato».

Poco credibile appare, tuttavia, che non fosse al corrente che in quel liceo avesse studiato Marta Russo. A quel tempo si parlò diffusamente di questo caso, entrando nei dettagli della vita privata di tutti i protagonisti. Diciamo che forse se n’è dimenticato. Ma il punto è che ovunque vada, è inevitabile che si porti appresso un fardello difficile da dimenticare. Ovunque vada, sarà sempre un docente scomodo.

Lui si è sempre dichiarato innocente ma è stato condannato. Anche se al processo non vennero mai fuori delle prove concrete, solo indizi. Si trattò, dissero, di un gioco, uno stupido gioco, una specie di prova di coraggio. Scattone aveva, allora, 29 anni, non era certo un ragazzino. Ma errare è umano, anche se quell’errore costò la vita ad una ragazza innocente che inconsapevolmente andò incontro ad un destino atroce. Se poi dobbiamo credere alla funzione riabilitativa e non solo punitiva del carcere, il professor Scattone ha tutto il diritto di insegnare. Certamente lui per primo ha la consapevolezza di essere oggetto di critiche, di dar adito a sospetti, a giudizi gratuiti sulla sua persona che, però, si basano su ciò che era e non su ciò che è adesso. Adesso è un docente di Filosofia al Liceo, sa fare il suo lavoro, i suoi allievi sono contenti – le famiglie no ma non è la prima volta che accade -, perché mai dovrebbe cambiare mestiere o emigrare?

[fonti: LINK 1 e LINK 2]

14 novembre 2011

DIO C’È

Pubblicato in: affari miei, famiglia, figli, religione tagged , , , , , a 11:20 pm di marisamoles


Mi rendo conto di quanto sia impegnativo il titolo di questo post in cui sto per raccontare quello che mi è successo di recente. Mi rendo perfettamente conto anche di quanto sia difficile toccare un tasto delicato come la fede, affidando i propri pensieri ad un blog ma, nello stesso tempo, sapendo bene che queste pagine non sono quelle di un diario segreto e che quello che sto per dire potrà incontrare qualche dissenso o suscitare non poche perplessità.
Nonostante tutto ho deciso di scrivere, forse per convincere più me stessa che chi avrà la bontà o l’interesse di leggere questo articolo.

Cos’è la fede? Mah, direi una parte di noi (sempre che si sia credenti, ovvio). Non ci chiediamo se la fede c’è o non c’è, allo stesso modo in cui non facciamo tanto caso al cuore che batte, a meno che non si verifichino situazioni tali da non poter fare a meno di ascoltare il suo battito. Allo stesso modo, respiriamo senza chiederci se, come, quando i polmoni pompano aria. Ma loro continuano il loro instancabile lavoro per permetterci di vivere.
Con la fede è lo stesso. Lei se ne sta lì buona buona, la maggior parte del tempo, poi all’improvviso ci dà dei prepotenti segnali della sua esistenza. Così come quando un infartuato si rende conto che il suo cuore non lavora come dovrebbe o uno che sta per affogare realizza che i suoi polmoni vorrebbero lavorare a dovere ma non sono in condizione di farlo.

Il preambolo è stato un po’ lungo, lo so, ma era necessario.
L’educazione religiosa me la sono fatta da me. Io sono un’autodidatta della fede, non ho avuto nessun modello da seguire in famiglia. Sono sempre stata una trasgressiva, in tutto e per tutto, trasgressiva anche in modo del tutto insospettabile. I miei non andavano a messa, io sì. Forse da piccola avevo lo spirito missionario, speravo di poter trascinare anche la mia famiglia sulla strada della Verità.

Da figlia ho fallito ma da madre ho cercato nel miglior modo possibile di trasmettere ai miei figli la fede, attraverso l’esempio. Missione ancora più impossibile, però mi sono impegnata tanto, ma tanto, forse troppo perché alla fine ho ottenuto l’effetto contrario. Quando mi sono resa conto che da sola avevo iniziato questo percorso di fede e da sola mi ero ritrovata come da bambina, ho pensato che forse la religione non facesse per me. Piano piano, constatando il mio fallimento e osservando la gioiosa armonia che traspirava dalle famigliole unite alla messa domenicale, ho semplicemente smesso di fare le solitarie uscite della domenica mattina. Complice anche la delusione che ho avuto nel rendermi conto che certi sacerdoti non hanno nemmeno un briciolo di quella carità cristiana che io, laica, dimostravo nei confronti delle persone care. Ho, dunque, capito che non divorziavo dalla fede. Stavo rompendo con la chiesa, convinta più che mai che proprio lei e i suoi ministri fossero la rovina della religione.

Ho vissuto due anni senza chiedermi dove fosse finita la mia fede. Non ero più certa di averla, in effetti, ma in cuor mio non riuscivo a rassegnarmi ad aver perduto quello per cui fin da bambina avevo combattuto, sfidando la mia stessa famiglia. Ma la mia fede era là, nel suo angolino, pronta a darmi dei segnali che non avrei fatto fatica ad interpretare.

Veniamo, dunque, a quel che è successo qualche giorno fa (a quest’ora credo che i lettori siano curiosi di saperlo!).

Ora di cena. Uno dei miei figli, il primogenito, manca all’appello. Penso ad un ritardo, anche se so che di solito avverte. Passa il tempo, chiedo al fratello se per caso l’abbia avvertito del ritardo oppure l’abbia avvisato che non sarebbe venuto a cena (di solito i messaggi se li scambiano fra di loro perché non li pagano). Mio figlio dice che non ne sa niente.
Il tempo passa e, nonostante sappia perfettamente che i miei figli, entrambi, mi ritengano un’ansiosa, una che dopo cinque minuti di ritardo inizia a chiamare sul cellulare (come facevano le nostre mamme, poi?), inizio a telefonare. Non raggiungibile. Penso: forse è al cinema e ha il telefono staccato (ormai il ritardo era di circa un’ora), forse mi ha detto che non sarebbe venuto a cena e io non l’ho ascoltato, presa come sempre sono dai miei pensieri. Cercavo di convincermene con scarsi risultati. Meglio passare per una madre rinco che pensare qualcosa di peggio.

Passa un’altra ora. Ogni volta che entro in cucina, vedo la tavola apparecchiata, il suo piatto pronto, ormai coperto, e non mi do pace. Ritelefono: ora il cellulare squilla ma nessuno risponde. Riprovo più volte con lo stesso risultato. Cerco di tranquillizzarmi, ormai dovrei essere convinta di aver capito male, di non averlo sentito mentre mi diceva “ceno fuori”.

Sono sul divano, davanti alla tv, per niente tranquilla. Ora è il mio cellulare a squillare: numero non memorizzato in rubrica. “Sta chiamando dal telefono di altri, sarà rimasto senza soldi oppure la batteria è scarica”, penso. Ma la voce dall’altro capo è una voce che nessuna madre vorrebbe mai sentire, una voce sconosciuta che si rende inconsapevolmente partecipe della disperazione di una persona altrettanto sconosciuta. “Polizia stradale” e a quelle parole mi sembra di morire, ora sì che sento il cuore che batte, mi pare che scoppi, e il respiro, be’ quello mi manca, mentre affogo nella disperazione del dubbio. Alle parole “incidente” e “pronto soccorso” credo che i battiti del cuore e il respiro siano gli ultimi della mia vita.

Corriamo, io e l’altro mio figlio. Guida lui, io non sono in grado, tremo come una foglia. Durante il tragitto eccola, la mia fede sopita ma non scomparsa nel nulla. Prego e prometto che ricomincerò il mio cammino di cattolica credente e praticante se a mio figlio non è successo nulla di grave, di irreparabile.

Al pronto soccorso lo vedo sulla barella. È sveglio. La prima cosa che gli chiedo è se muove le gambe. Mi dice di sì, mi dice che ha battuto la testa e forse ha un dito rotto. Mi dice che gli hanno fatto tutti gli esami, nelle tre ore in cui io credevo che fosse al cinema, credevo di essere completamente rinco, credevo di non essere una buona madre che ascolta i suoi figli quando le parlano.
Poi lui mi dice “mi dispiace” e scoppia a piangere. E io rispondo che a me no, non dispiace per nulla di vederlo sano e salvo. “La macchina è distrutta” fa lui, continuando a piangere. Mentre gli asciugo le lacrime e trattengo a stento le mie, cercando di mostrarmi forte per far forza a lui, ma continuando a tremare come una foglia, gli dico che della macchina non me ne frega niente, che lei è distrutta ma lui no, ed è questo che importa.

Passa la notte in ospedale, gli infermieri mi mandano via con molta dolcezza, mi dicono che lui è sotto osservazione e che io ho bisogno di riprendermi, di riposare. L’altro figlio mi convince a tornare a casa e mi riporta dal fratello il giorno dopo. Lui è tranquillo, dolorante ma sereno. Fra poche ore tornerà a casa.

L’incidente che la polizia stradale al telefono aveva definito “piccolo” in realtà è stato uno di quelli che semina la morte, come tanti cui assistiamo guardando i servizi al telegiornale. Mio figlio è vivo e relativamente acciaccato per puro miracolo. Io ci credo.
Non aveva bevuto, stava tornando a casa a cena, alle sette e mezza di sera. Si sentiva stanco, quello sì. Ma non ricorda nulla di quel che è successo e forse questo è un bene.

Quante volte io e mio marito l’abbiamo rimproverato per aver voluto comprare una macchina nuova, superaccessoriata. Ora mi rendo conto che proprio quell’automobile gli ha salvato la vita.
Ecco, forse qualcuno a questo punto dirà che Dio esiste e si chiama Airbag. Io, però, preferisco pensare che Dio esista e si chiami Amore.

[immagine: "Mani giunte in preghiera" di Albrecht Dürer, da questo sito]

17 ottobre 2011

PENSIONATO PER LEGGE DEVE MANTENERE IL FIGLIO 38ENNE SENZA LAVORO

Pubblicato in: famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, lavoro tagged , , , , , , , a 4:35 pm di marisamoles

In questi tempi di crisi rimanere senza lavoro può capitare a chiunque e in qualsiasi momento. In questi casi la famiglia, anche quella di origine, deve dare un appoggio, nel limite delle proprie possibilità, e sostenere un figlio in difficoltà. Mi sembra una cosa scontata che non dovrebbe interessare avvocati, giudici e una fredda aula di tribunale. E invece, evidentemente, non in tutte le famiglie l’amore per i propri cari impone un gesto di solidarietà che dovrebbe essere spontaneo.

Lo confesso: qualche giorno fa, letta la notizia sulla locandina del quotidiano friulano Il messaggero Veneto, ho subito pensato che si trattasse dell’ennesimo fannullone, uno dei tanti mammoni che non si fanno scrupolo di essere mantenuti dai genitori, nemmeno se hanno superato abbondantemente la trentina. E invece le cose stanno diversamente.

Un uomo di trentotto anni, laureato in giurisprudenza, sposato con un’operatrice sanitaria, rimasto senza lavoro si è rivolto al tribunale di Udine per ottenere gli alimenti dal padre e dalla sorella. In attesa della prima udienza, prevista per la fine di novembre, il presidente del tribunale, Alessandra Bottan, ha accolto le richieste dell’uomo firmando un’ordinanza che impone al padre, un pensionato 62enne, di versare al figlio un assegno provvisorio di 150 euro mensili. (QUI la notizia)

Fermo restando che quando si legge una notizia la si considera attendibile in ogni sua parte, di fronte al fatto descritto mi viene spontaneo fare una riflessione su più punti della vicenda.

Punto primo. Quest’uomo è sposato con un’operatrice sanitaria, quindi si deduce che questa moglie abbia uno stipendio e, come recita l’articolo 143 del Codice Civile, abbia l’obbligo (non solo morale) di provvedere all’assistenza del coniuge. Insomma, il senso è un po’ quello della formula del rito religioso “nella buona e nella cattiva sorte …”.

Punto secondo. Oltre a ciò, esiste l’indennità di disoccupazione che non copre tutto lo stipendio ma una buona percentuale, almeno per i primi mesi. Senza contare che, perso il lavoro, si ha comunque diritto alla liquidazione che, per quanto “magra”, può contribuire ad andare avanti per qualche mese.

Punto terzo. Nel momento in cui un figlio, seppur sposato, si trova in difficoltà, dovrebbe essere scontato che la famiglia di origine (padre, madre, fratelli …) gli dia una mano, per usare un’espressione alla buona. Ovviamente, non si tratta di fare una colletta per mettere insieme la somma dello stipendio mancato e credo che anche questo sia scontato. Ma un aiuto non dovrebbe essere negato, pure se si trattasse di fare la spesa o di pagare una bolletta.

A questo punto mi chiedo: c’era bisogno di citare in giudizio la famiglia di origine? E quel magistrato, nell’emettere l’ordinanza provvisoria, si sarà preoccupata di verificare che davvero il trentottenne non avesse i mezzi per vivere?

Non nascondo di provare una profonda amarezza nel constatare che, a volte, la famiglia non ha alcun valore, se non quello di una sorta di bancomat molto meno affezionato di quello descritto da Stefano Benni.

1 settembre 2011

QUANDO SI DIVENTA ADULTI?

Pubblicato in: affari miei, figli tagged , , a 5:33 pm di marisamoles

È una domanda che credo di non essermi mai posta. Ero piccola e già volevo essere grande. Ora che sono grande, vorrei essere più piccola. Fa parte del normale corso delle cose. Quando si diventa adulti? Non lo so ma proverò a pensare se mai, nella mia vita, ci sia stato un evento che mi abbia portato a ritenere di essere diventata adulta.

Avevo cinque anni ed ero in vacanza in Sicilia con mia mamma e mia nonna. Ricordo come fosse ieri una borsettina rossa, di quelle con la cerniera e i due “pomoletti” che si chiudono a scatto, come quelli dei portamonete di un tempo. Ero orgogliosa di avere quella borsetta e la tenevo sempre con me, infilavo nel braccio il suo piccolo manico e tanto mi bastava per sentirmi grande.
Un giorno, a casa dei parenti di mia nonna, incontrai una bambina più piccola di me (non troppo, forse nemmeno due anni), figlia di una cugina di mia mamma. Non mi destò nemmeno un po’ di simpatia e ancora meno nel momento in cui mi strappò dal braccio la borsetta rossa, se la infilò nel suo ed esclamò soddisfatta: “Sono grande io!”, con quell’accento siculo che ben conoscevo dal momento che mia nonna nemmeno dopo quarant’anni passati al nord aveva minimamente perso. Eh, già, bastava una borsetta a farci sentire grandi ma lei, in ogni caso, non lo era, era piccola, più piccola di me. Mi ripresi la borsetta assestandole un bel ceffone sulla guancia e dicendole: “No, sei piccola e la borsetta è mia!”.
Ok, il mio gesto non fu elegante né cortese ma io dovevo difendere la mia adultità appena conquistata grazie ad una borsetta rossa … soprattutto dovevo riprendermela.

A tredici anni, ne sono sicura, volevo essere grande. Con i ragazzi mi alzavo l’età, proprio come ora cerco di abbassarmela, specie se il mio interlocutore ad occhio e croce ha quindici anni meno di me. Ora sono adulta, è indubbio, e certe cose non dovrei nemmeno pensarle. Allora, però, la mia crescita precoce era un bel problema: a dodici anni sembrava ne avessi quindici, a quindici potevo passare tranquillamente per una ventenne.
Ricordo che una sera, quand’ero in vacanza a Lignano, avevo ottenuto il permesso di andare in discoteca con mio fratello, sei anni più di me quindi grande abbastanza per andare a ballare. Ero felice ma non avevo fatto i conti con la parte sicula del sangue che scorre nelle vene di mio fratello né con il suo dispotismo per niente illuminato. Arrivati in discoteca, indicandomi una poltrona, mi disse con fare perentorio: “Tu stai ferma là”. Lo guardai come dire “ma sei scemo? Vengo in discoteca e non ballo nemmeno?”. Non so quale interpretazione avesse dato lui al mio sguardo, so solo che se ne andò in pista, lasciandomi là convinto che mai, per nessun motivo al mondo, avrei osato sfidarlo contravvenendo ad un suo ordine.
Tempo cinque minuti e un bel giovanotto (circa vent’anni) mi invitò a ballare. Allora si usava così, non è che ci si lanciasse in pista e si ballasse da sole, non dico i lenti, nemmeno i balli veloci. La cosa che mi colpì in questo inatteso cavaliere fu che mi chiese, con fare cortese: “Signorina, vuol fare quattro salti con me?”. “Signorina”, avete capito? Se quel ragazzo mi aveva apostrofato in tal modo era ovvio che io ero grande e, quindi, me ne potevo fregare altamente dei divieti di mio fratello che non era nemmeno mio padre, tantomeno mia madre, ché era lei, in realtà, quella che dava ordini e imponeva divieti in casa.
Vi risparmio la descrizione della scena che seguì, con mio fratello imbufalito, io incazzata nera ed il cavaliere incredulo nell’ascoltare le parole del despota che diceva “Lei è piccola, non può ballare!”.
Piccola un corno: ero in discoteca, uno mi aveva invitata a ballare, per giunta chiamandomi “signorina”, ero grande. Ero adulta? Mah, non me lo sono chiesta.

Avrò pensato di essere diventata adulta quando ho incontrato il mio primo amore? È probabile ma, se così fosse, ci pensò mia nonna, da vera sicula, a farmi fare i conti con la realtà. Indispettita da questo giovanotto che aveva iniziato a girar per casa, un giorno lo bloccò in atrio e lo aggredì verbalmente dicendo: “Marisa è piccola, la devi lasciar stare, lei deve giocare ancora con le bambole!”. A parte il fatto che con le bambole non giocavo più da anni, a quel tempo era evidente che trovassi molto più interessante “giocare” con i bambolotti … in ogni caso, quelle parole mi catapultarono di nuovo nell’infanzia da cui pareva fosse inesorabilmente vietato allontanarsi. Non ero diventata adulta un bel niente.

Ma allora quando si diventa adulti? Forse al compimento dei diciotto anni? Nossignori. I genitori, con la frase di rito “Finché stai in casa con noi e ti manteniamo, fai quello che ti diciamo noi”, mettono subito le cose in chiaro. L’età adulta non è una conquista semplice, non sta scritto su nessuna carta che a diciotto anni si diventa adulti. Maggiorenni sì, adulti no. Non ancora.

Forse si diventa adulti quando si inizia l’università (oppure si va a lavorare). Io devo averlo pensato, quella volta sì. Mi misi in testa di andare a studiare “fuori sede”, nonostante le proteste dei miei che continuavano a ripetere “con tutte le facoltà che ci sono qua, l’unica che non c’è dovevi scegliere?”. Alla fine, due anni dopo, ritornai a casa con la coda tra le gambe. Avevo vissuto l’ebbrezza dell’indipendenza e non mi era piaciuta un granché. Se ritornando nel “nido” mi sentivo meglio, era evidente che avevo ancora bisogno di protezione. Un adulto questo bisogno non lo sente, o no?

Il matrimonio è una tappa importante nella vita delle persone. Forse bisogna sposarsi per sentirsi adulti? Mah, non lo so. Io ero decisamente giovane, ma ora che ci si sposa dopo i trent’anni, molti addirittura mettono su casa a quaranta … insomma, trovandomi al mio fianco un marito ero diventata adulta o no? Certo, se si pensa al carico di responsabilità che la vita di coppia (non necessariamente il matrimonio) comporta, si dev’essere per forza adulti. Ma se ripenso all’ultima sera del viaggio di nozze, quando vidi il mio viso abbronzato dal sole delle Baleari riflesso nello specchio del bagno, in albergo, e ricordo che quasi ebbi l’impressione di trovarmi di fronte un’immagine sconosciuta, un volto spaventato da ciò che mi attendeva alla fine di quello che in definitiva poteva essere un viaggio qualunque ma non lo era, perché a casa mi attendeva una vita sconosciuta, quella di moglie … e quella domanda “Ce la farò?” che non poteva avere risposta, non immediata, almeno, allora posso escludere che quella volta io mi sentissi davvero adulta.

C’è un momento in cui ebbi la certezza di sentirmi adulta, almeno questa è la sensazione che suscita in me il ricordo: quando seppi di aspettare il mio primo bambino. Stavo per diventare madre, ormai ero davvero una persona adulta. Il peso della responsabilità di proteggere una creatura del tutto indifesa, che ancora non aveva una vita autonoma e dipendeva in tutto da me, mi fece sentire di colpo un’altra persona. Una donna che stava per cambiare la propria vita. Un’adulta. Ora sì, lo ero.
Ma la maternità può capitare anche a quindici anni oppure a cinquanta: una quindicenne non può essere un’adulta e una cinquantenne lo è già da un bel po’.

Allora non posso che concludere, sperando di non aver annoiato a morte chi legge, con la certezza che il sentirsi adulti non sia legato ad un’età in particolare ma ad una situazione che determina in noi la convinzione che qualcosa è cambiato. Senza riti di passaggio, come si usa ancora presso certe popolazioni tribali, senza celebrazioni come sono soliti fare alcuni popoli (i Colombiani, ad esempio, non festeggiano i diciotto anni delle ragazze ma i sedici, se non sbaglio, e le ritengono donne a tutti gli effetti, quindi adulte), senza nulla di definito ed oggettivamente osservabile: si diventa adulti quando si ritiene di poter essere socialmente accettati come adulti.

A questa conclusione dev’essere arrivato mio figlio piccolo ieri. Avevo ritirato la posta dalla cassetta e, come sono solita fare, l’ho distribuita per casa a seconda del destinatario: quella di mio marito in soggiorno, la mia nello studio, quella del primogenito sul comodino e quella di suo fratello sulla scrivania. Non faccio troppo caso al tipo di lettere e messaggi pubblicitari che arrivano. Ci ho fatto caso solo quando il mio “piccolo” (21 anni) è arrivato in studio da me, tenendo in mano una lettera contenente la proposta di abbonamento a Sky, e mi ha detto: “Mamma, sono diventato adulto se quelli di Sky mi propongono un abbonamento”.

La risposta era così semplice, perché non ci avevo pensato?

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