9 maggio 2012
L’ “ORIZZONTE DEL CUORE” DI UNA MAMMA ADOTTIVA

Due anni fa avevo scritto un post sull’adozione. In particolare, mi soffermavo a riflettere sul caso di una coppia siciliana che aveva espresso il desiderio di adottare un bambino ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo.
Il caso aveva suscitato molte polemiche, soprattutto da parte dell’Aibi (movimento dei genitori adottivi) ed era approdato alla Corte di Cassazione la quale aveva stabilito che «Il decreto di idoneità’ all’adozione pronunciato dal tribunale dei minorenni non può essere emesso sulla base di riferimenti all’etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia». (potete leggere i post QUI e QUI)
Qualche giorno fa ho ricevuto un bellissimo e toccante commento al primo post. Una mamma adottiva, Luisella, mi ha scritto raccontandomi la sua esperienza. Ve la riporto testualmente:
Luisella detto,
6 maggio 2012 a 11:48 pmCiao!
Con due anni di ritardo, ho letto questo interessante blog…
Da mamma adottiva di una bambina congolese, leggendo certe notizie, un po’ mi arrabbio, un po’ sorrido. Col tempo devo imparare a relativizzare.
La mia è, per certi versi, una “storia al contrario”: potevo/posso avere figli biologici e non li ho voluti, il colore della pelle dell’eventuale adottato/a era per me un problema … desideravo un bimbo (anzi una bimba…anche sessista!) colorato. “Bianco” non era il mio orizzonte del cuore. Gli psicologi dell’asl si sono scervellati su queste turbe che di certo mascheravano devianze e, probabilmente, non hanno mai capito un tubo. Ma niente “turbe” o “devianze” hanno impedito a me e a mio marito di coronare il nostro sogno: una bimba di colore.Il razzismo c’è: il compagno di scuola che si pulisce quando lei lo sfiora, quello che non vuole giocare con bambini “marroni”, quello che le dice “sei brutta”… crescendo sarà peggio. O forse no. Le daremo tutto il possibile, in termini affettivi ed economici. Lei è nostra figlia. merita il meglio. L’aiuteremo ad affrontare la vita e i deficienti, così come sono costretti ad affrontare cattiverie e stupidità i “diversi” in generale.
E poi farà tesoro del mondo.
Un giorno, durante una vacanza in Francia, ha detto, dopo aver visto molte coppie miste con bimbi scuretti-ma-non troppo: “io sposerò un francese”. … Ok, sposa chi vuoi e va’ dove vuoi. Quando sarai grande, figlia mia, tra 15-20 anni, come sarà il mondo? E dove sarai tu? Non so nulla del futuro, nè del mio nè del tuo. Ti amo infinitamente per come sei e per le tue sfumature d’ebano: ti insegnerò a difenderti e a capire che non è sempre il caso di lottare. Il mondo e il futuro possono essere a volte buoni, a volte no. Con tutti: bianchi, gialli, neri, rossi. Era meglio, forse, lasciarti nell’incertezza del tuo paese, a soffrire la fame, la mancanza d’affetto perchè qui, nel mondo dei bianchi, c’è la possibilità di incontrare molti idioti? Sì? No? Da mamma penso di no.Capisco che le scelte siano per tutti diverse, anch’io mi arrovello, a volte, sulle difficoltà che potrà incontrare mia figlia.
Ma c’è sempre la Francia… cioè la possibilità, per lei, di avere le capacità di spiccare il volo, a suo tempo, per cercare il suo posto nel mondo, che non dovrà essere per forza nè vicino a noi, suoi genitori, nè nel Paese nel quale adesso vive.
Si può essere diversi in mille modi diversi.
Troverà la sua strada e il suo posto nel tempo.
A noi il compito di darle tutti gli strumenti e l’amore possibili per avere spalle larghe e cuore saldo.
Il resto …. è silenzio!Buonissima serata!
21 aprile 2012
SCUOLA: BAMBINI VITTIME DEI BULLI O DEGLI/DELLE INSEGNANTI?
Stamattina, grazie ad una segnalazione che ho trovato in sala insegnanti al mio arrivo a scuola (come sempre con largo anticipo!), ho letto un articolo che Massimo Gramellini ha pubblicato sul quotidiano La Stampa, dal titolo Il bambino e il congiuntivo. Con la sua solita ironia, il giornalista faceva una riflessione su un caso emerso grazie a Flavia Amabile che, nel suo blog, ha pubblicato la lettera di una madre amareggiata perché il figlio di nove anni, bravo, intelligente ed educato, è da quattro anni, cioè dall’inizio della scuola elementare, vittima dei soliti bulli che lo prendono in giro per la sua “diversità”: si esprime, infatti, con un linguaggio curato e conosce perfettamente l’uso del congiuntivo. (QUI potete leggere il post che ho pubblicato sull’altro mio blog, laprofonline)
Ora, anche se ormai da mesi pubblico sull’altro blog gli articoli che concernono la scuola, vorrei fare qui una mia riflessione su questo episodio, prendendo in esame la lettera di questa mamma sfiduciata e la risposta della dirigente della scuola frequentata dal figlio. (QUI potete leggere entrambi i testi) Lo faccio in questa sede perché la vicenda ha risvegliato in me antichi ricordi e riaperto ferite mai rimarginate, risalenti alla mia esperienza di madre alle prese con gli insegnanti dei figli.
Scrive, dunque, la mamma del bambino oggetto di scherno, descrivendo l’esperienza del figlio all’inizio della scuola primaria, dopo un periodo felice passato in quella dell’infanzia:
Poi sono arrivate le elementari, e il suo piccolo incubo quotidiano. È arrivata la sua identificazione come un bambino “diverso”, perché usa il congiuntivo, non fa a botte, ha spesso delle cose da dire sugli argomenti trattati in classe. Da “diverso” a “bersaglio” il passo è breve: mio figlio vive da quattro anni giorni in cui la violenza (quella verbale più di quella fisica) fa parte delle sue giornate.
Ho parlato con le madri dei bambini interessati e la risposta è stata – in sintesi – “sono bambini”.
Ho parlato con le insegnanti e la risposta è stata – in sintesi – “sì, ma non se la può prendere per tutto, e se noi non cogliamo gli altri bambini sul fatto, non possiamo farci niente”.
Ho parlato con la preside e la risposta è stata – in sintesi – che avrebbe provveduto. [...]
Mi chiedo come sia possibile non vedere, non sentire. Perché io lo vedo, come fuori dalla scuola questi bulletti in erba lo apostrofano. Più di una persona mi ha riferito di aver notato questi atteggiamenti nei suoi confronti.
È bizzarro che solo nelle mura scolastiche tutto ciò passi inosservato. Come se su 20 bambini su cui dividere l’attenzione uno sia sempre fuori fuoco, e quello sia sempre lo stesso. Come se il concetto di “vince il più forte” fosse nel programma di studi.
Sono parole che fanno riflettere, che rimandano ad una scuola – elementare, per giunta! – in cui vige la regola del più forte, in cui chi è più debole, pur trattandosi di una debolezza solo apparente, non ha strumenti con cui difendersi, non ha alleati su cui contare. E non sto parlando di bambini.
Risponde la dirigente della scuola frequentata dal bimbo:
A proposito del comportamento dei compagni verso T. , la maestra mi ha riferito che, non appena accadono episodi di questo tipo, nei confronti di qualsiasi alunno della classe, l’intervento delle insegnanti è immediato nel richiamare gli autori del fatto. Fa parte infatti dell’operato delle docenti educare i bambini al rispetto reciproco e alla tolleranza nel rapportarsi quotidianamente tra di loro.
Dunque, le maestre avrebbero agito sempre in modo tempestivo, educando al rispetto e alla tolleranza. Avrebbero, in altre parole, fatto il loro dovere. Mi chiedo: se gli episodi continuano da quattro anni, forse l’aspetto educativo da solo non basta. Nonostante io sia convinta che, specie quando si ha a che fare con bambini piccoli, le punizioni dovrebbero essere evitate il più possibile, sono anche dell’idea che, qualora l’intervento prettamente educativo non sia sufficiente, si debba procedere, con i mezzi idonei e adatti all’età (che ignoro, non avendo mai insegnato alle elementari ma che delle maestre degne di questo nome devono saper utilizzare), a punire i diretti interessati. La punizione dei colpevoli, la giusta sanzione per una trasgressione (non è forse un trasgredire alle regole prendersi gioco ripetutamente di un compagno?) sono a volte gli unici mezzi, accanto all’educazione alla convivenza civile, con cui si possono ottenere dei risultati.
Prosegue la dirigente:
La docente in questione ha sempre operato costruttivamente; ha sempre goduto anche della stima dei genitori della classe, stima manifestata apertamente alla fine di ogni anno scolastico, anche con scritti inviati alla Dirigenza, auspicanti la permanenza della docente, incaricata annuale, nella classe anche per l’anno successivo.
Da ultimo, l’Istituto Comprensivo, di cui la scuola elementare di Via Fabriano fa parte, ha alle spalle una lunga tradizione di accoglienza, parte integrante del POF dell’Istituto, declinata attraverso iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà.
Ed ecco entrare in scena i luoghi comuni e quel burocratese usato e abusato ogni volta che sia necessario difendersi dalle accuse. E vediamoli uno ad uno questi luoghi comuni.
Le insegnanti stimate. Che vuol dire? Che sono preparate culturalmente? Oppure che, accanto alle conoscenze, certamente apprezzabili, dei contenuti delle materie insegnate e delle corrette metodologie didattiche, hanno anche una adeguata preparazione nell’ambito della psicologia infantile e della psicopedagogia? Perché la preparazione culturale in assenza delle altre competenze vale ben poco.
E poi, se l’insegnante in questione è stimata ed apprezzata dagli altri genitori significa ben poco se anche una sola madre racconta vicende di tale gravità accadute sotto i suoi occhi. O forse la maestra è stimata perché lascia che i bulletti facciano la loro parte indisturbati, ed è quindi apprezzata dalle loro famiglie.
Altra nota dolente: il POF. Quando non si sa cosa dire, si tira fuori il famoso POF, documento imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal momento in cui si ha avuto la pretesa di equiparare le scuole a delle aziende. Una carta dei servizi arricchita dai contenuti disciplinari, nulla di più. Allora, siccome nel POF di quell’istituto sta scritto che la scuola ha una lunga tradizione di accoglienza che presuppone iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà, quel bimbo, che sa usare i congiuntivi ed è quotidianamente vessato dai compagni, deve adattarsi lui a quel tipo di accoglienza? Deve stare al gioco? Deve rispettare lui quel clima impostato sulla tolleranza, il rispetto e la solidarietà? Sta a vedere che è lui l’intollerante perché manifesta, anche se soltanto entro le mura domestiche, il disagio che gli deriva dal fatto di essere vittima di scherzi e atteggiamenti volti allo scherno. Scusate ma non capisco.
Man mano che procedo nello scrivere questo post mi rendo conto che l’argomento sarebbe stato più adatto al blog laprofonline. Ma, come avevo anticipato, questa vicenda mi ha riportato indietro nel tempo ed è giunta l’ora di raccontare la mia esperienza.
Il mio primogenito era uno scolaro vivace, curioso e attento fino alla terza elementare. Poi, sostituite due maestre su tre, le cose sono cambiate.
Durante l’inverno accadeva spesso che, arrivata l’ora di preparare lo zaino, al termine delle lezioni, e prepararsi per l’uscita, lui non trovasse berretto e sciarpa. Era sempre l’ultimo ad uscire e, dato che nessuna maestra aspettava la sua uscita, non capivamo mai il perché del suo ritardo. Poi, un giorno confessò che i suoi compagni gli nascondevano il berretto e la sciarpa, quindi doveva cercarli in ogni angolo dell’aula e qualche volta anche fuori, nei corridoi e nei bagni. Con grande insistenza riuscimmo a fargli ripetere la frase che la maestra gli aveva rivolto il giorno in cui lo vedemmo parecchio abbacchiato e volemmo conoscerne il motivo: “Ninin [appellativo con cui qui in Friuli ci si rivolge ai bambini in tono affettuoso, equivalente a tesoro ... quel giorno, però, il tono della maestra doveva essere parecchio ironico] non posso ogni giorno stare qui ad aspettare che tu ritrovi i tuoi indumenti, devo andare a pranzo“. Detto questo, se ne andò.
A questo punto dovrei ricordare, per chi non lo sapesse, che le maestre hanno l’obbligo di attendere fuori dalla scuola finché l’ultimo scolaro sia stato prelevato, nonché accertarsi che le persone che vengono a prendere i bambini siano conosciute e autorizzate. Per un periodo dovetti delegare per iscritto la baby-sitter a prendere mio figlio al rientro pomeridiano, essendo io occupata nella frequenza di un corso all’università.
In seguito all’episodio descritto mandai mio marito dalla maestra. Volevo evitare il confronto, sempre sgradevole, tra insegnanti e gli raccomandai di tenersi calmo ma fermo nel manifestare la propria contrarietà riguardo all’atteggiamento assunto da quella insegnante nei confronti del bambino. Ritornò ancora più abbacchiato dei figlio. Mi riferì che la signora gli aveva detto, testualmente: “E’ suo figlio che si deve svegliare, altrimenti non imparerà mai a vivere”. Da quel giorno assistemmo al degrado irreparabile dei rapporti con quella e le altre insegnanti, perché lei era una specie di leader. Non protestammo mai, né oralmente né per iscritto, rivolgendoci al direttore, sperando che mio figlio se la cavasse da solo, mantenendo sempre un comportamento educato e nello stesso tempo indifferente nei confronti di giochini stupidi come quelli. Alla fine i compagni si stufarono.
E che dire quando un insegnante diventa bullo a sua volta? L’episodio riguarda il mio secondogenito, di tutt’altro carattere rispetto al fratello: vivacissimo, deciso, testardo, intraprendente … ho finito gli aggettivi ma, pregi o difetti che fossero, ne aveva in quantità impressionante. La vicenda ebbe luogo in seconda media.
Terminata la lezione di educazione fisica, arrivato nello spogliatoio il mio piccolo (lo chiamo così tuttora che ha 22 anni!) non trovò più i suoi vestiti. Non era l’unico, comunque. Cerca che ti ricerca, lui e i suoi compagni trovarono gli indumenti nelle tazze dei water. Subito si rivolsero al docente, raccontando l’accaduto. Lui scoppiò a ridere e, senza smettere, li mandò in aula. Pensate che sia finita qui? No. Mio figlio e gli altri, non avendo avuto alcun supporto da parte del professore, si recarono, in pantaloncini corti e canotta (abbigliamento con cui tornò a casa alla fine delle lezioni … era marzo!), in presidenza. Raccontarono il fatto e il preside chiese subito a chi avessero chiesto il permesso di parlare con lui, se all’insegnante di educazione fisica o quello dell’ora successiva. Risposta: “a nessuno, il prof N. ci ha riso dietro e siamo venuti qui direttamente”. Risultato: mio figlio fu sospeso per due giorni dalle lezioni per insubordinazione. Gli altri no perché lui fu accusato di averli sobillati.
E i responsabili della bravata? Mai scoperti. Non chiedemmo neppure i danni per la tuta da ginnastica “finita” nel water e ovviamente facemmo una lavata di capo a nostro figlio che comunque avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione per conferire con il dirigente.
Altro episodio, sempre con protagonista il piccolo e il docente di educazione fisica, alla fine della terza media. Ultimo giorno di scuola, prima dell’inizio delle lezioni: mio figlio si trovava in cortile, pronto a varcare il portone d’ingresso, quando gli finì addosso un gavettone (effettivamente un secchio colmo d’acqua) gettato dalla finestra dell’aula insegnanti. Gliel’aveva tirato il professore di educazione fisica che, anche in quella occasione, scoppiò in una fragorosa risata. Mio figlio tornò a casa per cambiarsi e pretese di essere riaccompagnato a scuola dal padre senza giustificazione scritta perché, diceva, “mica ho fatto ritardo per colpa mia, io ero già davanti alla porta, pronto per salire in classe”. Anche in quell’episodio fu lui la vittima: non solo il preside pretese ugualmente la giustificazione per il ritardo ma gli fu anche detto che si trattava in fondo di uno scherzo innocente, da ultimo giorno di scuola. Peccato che fuori ci fossero 15 gradi e che a scuola non potesse disporre di una stufa per asciugarsi gli abiti inzuppati.
Ecco, allora io mi chiedo: perché i genitori devono sempre stare zitti (per evitare ritorsioni) e se parlano non vengono mai creduti?
24 gennaio 2012
GIORNO DELLA MEMORIA: PER NON DIMENTICARE I BAMBINI DI TEREZIN
Com’è noto, il 27 gennaio è il GIORNO DELLA MEMORIA, istituito dal Parlamento italiano, con la Legge n° 211 del 20 luglio 2000, in ricordo delle vittime del nazionalsocialismo (nazismo) e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La data ricorda il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz liberando i pochi superstiti.
Nei giorni scorsi il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, si è recato, assieme ad una delegazione di 130 studenti, proprio ad Auschwitz. Ma c’è un altro luogo dell’orrore che non dobbiamo dimenticare: il campo di concentramento di Terezin, vicino a Praga, dove migliaia di bambini ebrei prima di essere trucidati avevano lasciato testimonianze toccanti della loro tragedia. A questi “segni”, l’artista friulano Giorgio Celiberti ha dedicato una collezione, un “Lager” costituito da tele preziose per impasti e cromie, nelle quali ha inserito i segni innocenti lasciati sui muri.
Recatosi a Terezin nel lontano 1965, Celiberti ne rimase dolorosamente impressionato e con la sua arte fece rivivere la testimonianza di tanto orrore. Così l’artista racconta la sua esperienza: quello fu il momento più drammatico della mia storia di pittore, prima dipingevo nature morte, animali, interni, esterni, in un modo più o meno astratto; poi mi sono imbattuto in quei segni dei bambini, sui muri, in quelle tragiche finestre, in quei cuori rossi e bianchi, in quelle cancellature, elenchi, farfalle, piccole foto, colonne di numeri.
Così commentò la collezione dei “cuori” il critico Vittorio Sgarbi:
«Celiberti è in realtà un figurativo dell’anima, e cioè riesce a rappresentare in modo realistico i sentimenti della sua profonda interiorità, qualcosa che quindi si segna sul suo cuore, mentre si segna sul muro; pittore di memoria e pittore di emozioni. Nei suoi muri graffiati c’è anche un altro elemento molto importante, cioè il recupero dell’espressività primitiva.» (LINK della fonte, da cui è tratta anche l’immagine sotto il titolo)
In questi giorni sul sito del MIUR è stato pubblicato un breve testo dedicato ai bambini di Terezin, accompagnato da una poesia scritta nel 1941 da un ragazzo sopravvissuto, che aveva allora un’età compresa tra i 12 e i 16 anni. Essa esprime il coraggio e la fede nella vita.
Quattromila disegni e sessantasei poesie sono tutto quello che ci resta dei bambini di Terezín, erano 15.000 e ne sono sopravvissuti meno di 100. Terezín fu un campo di concentramento nazista della Repubblica Ceca che prevedeva uno spazio per i bambini, perché di transito. Vi furono deportate complessivamente 150 mila persone, tra le quali i 15.000 bambini. La poesia che riportiamo porta la data del 1941, non si conosce il nome di chi l’ha scritta, ma il messaggio che ci ha lasciato è di fiducia nella vita e ne canta la bellezza. L’autore s’identifica con il volo libero dell’uccello come l’autrice del disegno nella farfalla.
Vedrai che è bello vivere
Chi s’aggrappa al nido
non sa che cos’è il mondo,
non sa quello che tutti gli uccelli sanno
e non sa perché voglia cantare
il creato e la sua bellezza.
Quando all’alba il raggio del sole
illumina la terra
e l’erba scintilla di perle dorate,
quando l’aurora scompare
e i merli fischiano tra le siepi,
allora capisco come è bello vivere.
Prova, amico, ad aprire il tuo cuore alla bellezza
quando cammini tra la natura
per intrecciare ghirlande coi tuoi ricordi:
anche se le lacrime ti cadono lungo la strada,
vedrai che è bello vivere.
13 gennaio 2012
UDINE: PARTORISCE ALL’ALBA SUL MARCIAPIEDE
Una signora friulana, già madre di un bambino, ha partorito all’alba sul marciapiede perché le doglie sono arrivate all’improvviso e non è riuscita ad arrivare all’ospedale. La sorte ha voluto che nello stesso condominio in cui abita la coppia di neogenitori abiti anche un’ostetrica che ha assistito al parto. Tutto si è risolto bene per la mamma e per il piccolo.
Il primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Udine, Diego Marchesoni, ha spiegato che tecnicamente si chiama “parto precipitoso” ed è un fenomeno in aumento perché sono sempre più le donne che desiderano rimanere a casa fino alla fine del termine dei nove mesi, ritenendo il parto un evento del tutto naturale. Tant’è che il responsabile del 118, Elio Carchietti, ha avanzato l’ipotesi di fare in modo che a bordo dell’ambulanza ci sia anche un’ostetrica. (notizia da Il Messaggero veneto)
Confesso che ho letto l’articolo con il batticuore e nello stesso tempo con le lacrime agli occhi, ripensando alla nascita del mio secondogenito che ha davvero rischiato di venire al mondo in ambulanza. Per chi non l’avesse letto, questo è il LINK del post.
7 settembre 2011
LE GEMELLINE SIAMESI NON CE L’HANNO FATTA: HA CESSATO DI BATTERE IL LORO UNICO CUORE
Ha smesso di battere l’unico cuore che Lucia e Rebecca, le gemelline siamesi nate al Sant’Orsola di Bologna lo scorso giugno, avevano in comune.
Il caso aveva imposto una riflessione soprattutto in considerazione del fatto che, in previsione di un intervento chirurgico di separazione, una delle due neonate non avrebbe avuto la possibilità di sopravvivere. E poi, la situazione era nota ai genitori durante la gravidanza ma la mamma aveva deciso di non abortire. (ne ho parlato QUI)
«Abbiamo fatto loro assaporare la vita anche se ci hanno proposto di non farlo, cioè con l’aborto», dicono i genitori. «Le abbiamo accompagnate in questo breve ma intenso percorso — hanno aggiunto — resterà in noi la gioia di averle potute accogliere pur nella sofferenza di averle dovute lasciare così prematuramente».
Con tutto il rispetto per il dolore di questi genitori che hanno perso le loro figlie, onestamente non comprendo né condivido quella frase: “Abbiamo fatto assaporare loro la vita“. Perché? Hanno forse capito qualcosa della vita quelle due creaturine vissute in un incubatrice, all’interno di un “freddo” reparto ospedaliero, senza neppure vedere la luce del sole?
Scusate la sincerità. Forse sembrerò cinica ma ribadisco che questo dramma umano, pietoso finché volete, poteva essere evitato.
2 settembre 2011
CASI DI TBC AL GEMELLI: L’AVV. GIULIA BONGIORNO PREPARA UNA CLASS ACTION
Ormai sembra entrata nel linguaggio comune anche in Italia questa espressione: class action. Il fatto che sia una locuzione inglese riporta alle origini anglosassoni di un’azione collettiva legale condotta da uno o più soggetti che, membri della “classe”, chiedono la soluzione di una questione comune.
L’avv. Giulia Bongiorno, parlamentare oltre che legale di fama, sa perfettamente il significato dell’espressione class action e annuncia, dalle pagine de Il Corriere, che si sta occupando della difesa di sei coppie di genitori che hanno i figli positivi al test della tubercolosi, in seguito alla trasmissione della malattia (che non sempre è contratta, può anche essere solo latente, ed è questo il significato di “positivo” al test) da parte di un’infermiera malata che prestava servizio al nido del Policlinico Gemelli, struttura affidabile, in cui operano medici di altissimo livello, come la stessa Bongiorno ammette. Per questo anche lei ha deciso di partorire lì.
Ian è nato il 22 gennaio. Fin dalla prime voci di questa probabile “infezione”, l’avvocato si è preoccupata della salute del figlioletto, telefonando, pur senza presentarsi come legale e parlamentare, almeno una decina di volte. La risposta, sempre uguale: “Suo figlio non corre alcun pericolo, stia tranquilla”. Per la precisione, le era stato detto che l’infermiera “incriminata” aveva iniziato a lavorare lì da febbraio.
«E questo è un dato assolutamente falso, credo sia fuori discussione che l’infermiera era in servizio da prima, tra i bambini del nido», afferma la Bongiorno nell’intervista. Pur comprendendo che, in casi come questi, sia meglio non creare allarmismi, si deve, tuttavia, pretendere chiarezza e soprattutto onestà.
Ora la mamma di Ian può stare tranquilla davvero: i test hanno escluso il contagio. Ma altri genitori, di cui la Bongiorno comprende il dramma, in quanto vissuto in prima persona, seppur nell’attesa di un riscontro poi risultato negativo, chiedono sia fatta luce sull’increscioso episodio.
«È difficile descrivere l’apprensione. È come se, nel momento iniziale della vita di tuo figlio, la nascita, tu già sbagli. Mi è sembrato un fallimento personale. Vivevo in grande ansia. Sa, ho 45 anni. Per me Ian è davvero un dono di Dio», spiega l’avvocato. Ma anche ora che il suo Ian può dormire letteralmente sonni tranquilli, e lei pure, non riesce a dimenticare i genitori meno fortunati.
Le sei coppie che si sono rivolte a lei all’inizio non sapevano nemmeno che avesse partorito nello stesso ospedale. «Vogliamo fare una denuncia, la depositeremo in Procura. Loro non vogliono solo un’azione risarcitoria sul piano civile, vogliono l’accertamento approfondito dei fatti, una vera azione penale», annuncia, perché chi ha delle responsabilità è giusto che ne risponda. In primis l’infermiera che, come pare, fin dal 2004 era risultata positiva al test della TBC. «Dunque si dovrà spiegare perché sono stati omessi i controlli o perché sono falliti», osserva l’avvocato.
Ma ci sarebbero anche delle eventuali “aggravanti”: pare, infatti, che anche il marito dell’infermiera, che fa lo stesso mestiere, sia stato ricoverato, nel 2004, per pleurite di natura tubercolare, e poi dimesso. A questo proposito, il parere della Bongiorno è che si debbano «cristallizzare le certezze su cosa è accaduto. Se queste due persone sono riuscite a indurre tutti in errore – ma sottolineo il se – avrebbero una responsabilità enorme, a livello di dolo eventuale. Se invece i due hanno rappresentato chiaramente il loro stato alle strutture e li hanno lasciati lavorare, beh, la responsabilità è delle strutture».
Non è difficile immaginare che anche altri genitori si rivolgeranno all’avvocato Bongiorno in cerca di giustizia, non vendetta ma solo la verità.
10 luglio 2011
BAMBINA BOCCIATA IN PRIMA ELEMENTARE AD ISCHIA: ESPOLDE IL “CASO”
Lì per lì la notizia mi aveva lascita perplessa: Assunta, sei anni, è stata bocciata in prima elementare. E’ successo a Lacco Ameno, Ischia. I genitori, però, non ci stanno: la scuola non li aveva nemmeno avvertiti della possibilità di una bocciatura e poi Assunta era stata abbandonata dagli insegnanti, relegata nell’ultima fila senza che nessuno si occupasse di quei piccoli problemi di apprendimento che, tra l’altro, non avevano nemmeno impensierito una psicologa che l’aveva visitata durante l’anno scolastico.
Letta così, la notizia può suscitare indignazione: ma come, una piccola e innocente scolara, che aveva collezionato solo qualche insufficienza nel primo quadrimestre (a detta della madre Maria), deve sopportare l’umiliazione di ripetere l’anno, all’inizio della sua avventura scolastica, solo perché i suoi problemini sono stati sottovalutati? Naturalmente, di primo acchito tutti solidali con la famiglia che ha annunciato il ricorso al TAR.
Ma, come sempre in casi simili, bisogna sentire anche l’altra campana. La dirigente del plesso scolastico, Maria Chiara Conti, afferma che, alla visita effettuata presso la ASL locale, il medico non ha riscontrato handicap o altri problemi e questo ci ha impedito di disporre per lei un’insegnante di sostegno che, quindi, non le spettava. Ma, al di là delle certificazioni che spesso per un lieve ritardo non vengono nemmeno rilasciate, come si sono comportate le maestre? Quali sono stati i rapporti scuola-famiglia? Premesso che, come osserva la Dirgente, senza una certificazione di disabilità non si ha diritto ad alcun insegnante di sostegno, pare che i problemi maggiori siano stati di comunicazione tra la famiglia e le insegnanti. Non solo, anche la valutazione delle difficoltà oggettive di Assunta non trovano corrispondenza tra quanto dichiarato dalla scuola e quanto sostiene la famiglia.
La campana-famiglia dice: La scuola ci ha abbandonati mi hanno detto (è la madre che parla, NdR)che la piccola non sapeva tutte le lettere, tutti i numeri: non è vero perchè sa contare fino a 20, e non sapeva leggere bene, ma non ci hanno informati della possibile bocciatura.
La campana-scuola ribatte: Certamente la bambina non ha subito nessun maltrattamento psicologico. Il gruppo dei docenti che ha seguito la bambina è tra i migliori del plesso scolastico di Lacco Ameno e tra le maestre ce n’è una, quella di italiano con 35 anni di servizio. Inoltre – aggiunge la dirigente, dott.ssa Conti – i genitori erano stati avvisati della probabile bocciatura sin dal primo quadrimestre e tutte le strategie possibili per aiutare la bambina atte a evitare la bocciatura sono state adottate.
Nel servizio andato in onda durantel’edizione delle 13 del Tg2 (LINK), però, la versione della madre di Assunta è ancora più “pesante”: la maestra non solo non avrebbe fatto nulla per venire incontro alle difficoltà della bambina, ma l’avrebbe pure “maltrattata“, tanto che la signora Maria l’aveva pregata di trattarla meglio perché la bambina è sensibile. L’insegnante, tuttavia, avrebbe allontanato in malo modo la signora, prendendola per un braccio davanti agli altri bambini. Ovviamente riguardo a queste affermazioni dovrebbe arrivare una smentita da parte della scuola. Io, comunque, non credo che i fatti si siano svolti così, a meno che l’insistenza della signora non sia stata tale da far perdere la pazienza alla maestra. Ma la mia è solo una supposizione.
E ora vediamo come viene considerata la bocciatura dalle parti interessate: dalla famiglia come un torto (forse una vendetta?) e un’ingiustizia; dalla scuola come un’opportunità per la bimba di proseguire con più tranquillità il suo percorso scolastico. Queste le parole della Dirigente: Se è stata bocciata l’abbiamo fatto per il suo bene, così avrà più tempo per imparare. Se le fosse stato permesso di andare in seconda avremmo complicato tutto perchè non avrebbe più avuto il tempo per il necessario recupero.
Da insegnante sono completamente d’accordo. E poi, andiamo, a qualcuno sembra possibile che la scuola non abbia avvisato la famiglia di una possibile bocciatura? Ma se per bocciare alla scuola dell’obbligo c’è tutta una trafila burocratica da rispettare, quasi quasi è necessario domandare il permesso alla famiglia su carta bollata! A meno che, al sud le cose funzionino diversamente … ma io mi rifiuto di crederlo.
Un’osservazione della dott.ssa Conti ha catturato in particolare la mia attenzione: se la scuola italiana riprendesse a bocciare alle scuole primarie, al liceo non ci sarebbero tanti bocciati, anzi in molti non arriverebbero proprio al liceo.
SANTE PAROLE!!!
[fonte: Leggo.it]
25 maggio 2011
LA FOBIA DEI BAMBINI ABBANDONATI IN AUTO: NEONATO DI TRE MESI “SALVATO” DAI PASSANTI
La tragedia della piccola Elena pare abbia smosso un po’ le coscienze, in barba all’egoistica abitudine di farsi i fatti propri, anche per evitare reazioni inconsulte da parte dei soggetti interessati.
Il fatto è accaduto in un parcheggio a Cornegliano Laudese (Lodi). Un neonato di circa tre mesi era stato lasciato in auto dai genitori che si erano recati in uno store per fare un acquisto veloce. Alcuni passanti, la cui attenzione è stata richiamata dai pianti del piccolo, hanno rotto il vetro della vettura, estratto il neonato e chiamato le forze dell’ordine. Nell’abitacolo la temperatura aveva quasi raggiunto i 50° C.
I genitori sono due egiziani, papà muratore e mamma casalinga, regolari in Italia e residenti nel pavese. Sono rimasti stupiti quando, all’uscita dal supermercato, hanno visto la folla intorno alla loro auto e ai carabinieri hanno spiegato di essersi assentati solo per un acquisto veloce. I testimoni hanno riferito che il neonato doveva essere solo nell’auto da almeno venti minuti. I due incauti neogenitori sono stati denunciati per abbandono di minore. Il piccolo non è in pericolo di vita. Certamente è stato più fortunato di Elena.
Per una volta, farsi gli affari degli altri ha salvato una vita. E poco importa se i genitori denunciati ora staranno pensando che quella gente avrebbe potuto farsi i ca**i loro.
QUI la notizia
[l'mmagine da questo sito]
7 maggio 2011
MALEDUCAZIONE E DISEDUCAZIONE

In questo blog ho parlato tanto, forse troppo, di scuola. Mi sono soffermata a riflettere sugli allievi bocciati all’Esame di Stato, su quelli “indebitati”, sulla scuola da bocciare o da elogiare proprio perché boccia, a seconda dei punti di vista. Sulla riforma Gelmini e le sue conseguenze, sulle prove InValsi che sarebbero da cambiare perché così servono a ben poco, sulla scuola e i docenti da valutare per migliorare l’istruzione che pare sia, in Italia, l’unico male dei nostri tempi.
C’è però, secondo me, un altro argomento su cui ragionare, intimamente correlato al “problema scuola”: l’educazione dei ragazzi. Dico educazione, in generale, anche perché parlare di “maleducazione” a me pare troppo semplicistico. Forse sarebbe meglio dire “diseducazione”. “Diseducare” ed “educare male”, infatti, sembrano sinonimi ma non lo sono. Devoto – Oli alla mano, “diseducare” significa “annullare i risultati di una precedente educazione”, il che è come dire che l’educazione prima c’era, ma poi si è persa per strada. Per quale motivo? Perché a volte, nell’educazione dei figli, intervengono dei fattori imprevedibili, se non addirittura impensabili o insospettabili, che portano alla diseducazione, ovvero alla perdita di quella “buona educazione” impartita entro le quattro mura domestiche.
Le quattro mura domestiche, infatti, sono una specie di nido sicuro in cui pare che nulla di male possa succedere ai nostri ragazzi. Una specie di microcosmo, considerato modello di perfezione, in cui l’educazione, o meglio la buona educazione, regna sovrana. Non credo, infatti, che i genitori, nemmeno quelli più distratti, non sappiano educare i figli. Anche in assenza di competenze specifiche in ambito pedagogico, il modello familiare rappresenta sempre il punto di forza per i neogenitori. A patto, è ovvio, che quel modello sia positivo. Ma quando non lo è, proprio per questa sua inadeguatezza a livello educativo, i genitori sanno quasi per reazione istintiva correggere quel modello negativo. Tutto questo almeno in linea teorica.
Quando, allora, intervengono quei fattori che “rovinano” la buona educazione impartita? Molto prima di quanto si pensi. Nel momento in cui il bambino, anche molto piccolo, si trova a relazionarsi con altri bimbi, più o meno coetanei, deve fare i conti con altri modelli educativi, a volte simili al suo, altre diametralmente opposti. Poi, come si sa, l’unione fa la forza e quindi il “gruppo” si darà delle regole diverse a seconda del clima che si instaura al suo interno, accettando in solido tutte le regole ritenute condivisibili. Mi spiego: perché mai, se abbiamo insegnato a non strappare dalle mani un giocattolo di cui momentaneamente un altro si è impossessato, se ci siamo sforzati di educare i figli alla condivisione, allo scambio reciproco, succede che il pargoletto dimentichi questa regola fondamentale del vivere in gruppo e si comporti come una specie di “barbaro”? Succede proprio perché ci sarà sempre qualcuno dei compagni a comportarsi a quel modo e gli si darà ragione, altro che condivisione! Il senso di proprietà è, infatti, sviluppato nei bambini molto di più che non la pratica della generosità.
Man mano che il tempo passa e gli anni di scuola percorrono i diversi gradi dell’obbligo, la situazione spesso peggiora. Erroneamente si pensa che la buona educazione riesca a prevalere anche quando un figlio si trova a condividere spazi, tempo ed esperienze con i suoi coetanei. L’azione educativa, delle maestre prima e dei professori poi, è sempre più difficile, resa complicata dal gran numero di bambini e adolescenti di cui è formata una singola classe e dal variegato mondo da cui provengono scolari ed alunni. Capita che abbiano a che fare con una scomposta marmaglia piuttosto che con un’ordinata scolaresca. E capita che i bambini e i ragazzini seguano l’esempio sbagliato, quello offerto loro dal più “bullo” del gruppo, proprio perché normalmente a far da traino non sono i migliori ma i più discoli. La trasgressione è una tentazione troppo forte, non può competere con il rispetto delle norme, odiosa e antipatica consuetudine, priva di qualsiasi attrattiva.
Che succede poi, quando i ragazzi arrivano alle superiori? Be’, dipende molto dal tipo di scuola perché, è inutile negarlo, c’è una grande differenza tra gli adolescenti che frequentano i licei e quelli che si iscrivono ai tecnici e ai professionali. Anche se non si può fare a meno di notare, con profonda amarezza e inconsolabile senso di frustrazione, che anche al liceo arrivano le “orde barbariche”. La differenza è che, sebbene molto faticosamente, si riesce a “raddrizzarli” quasi tutti, questi “barbari”. Bisogna insistere molto sul rispetto delle regole, delle opinioni altrui, di sé stessi e degli altri, delle proprie cose come di quelle comuni. Spesso capita che la descrizione che dei figli viene fatta dai docenti ai genitori non collimi affatto con la descrizione che i genitori fanno dei figli. Nella maggior parte dei casi non faccio fatica a credere alle loro parole perché a scuola si diventa “altri”, per poi rivestire i panni del “gioiello di famiglia” all’interno delle mura domestiche.
E fuori di scuola, che succede? La maleducazione è imperante da parte dei più giovani. Lasciamo perdere il fatto che per strada spintonano, non tengono aperta una porta ad una signora neanche a morire, che sull’autobus si piazzino sul loro bel sedile, guadagnato a furia di gomitate, e non si scollino da lì nemmeno di fronte al tipico vecchietto con bastone, neppure se stanno seduti nei posti riservati ai disabili. Il cartello neanche lo vedono, anzi , non appena si accomodano al loro posto, piazzano lo zaino proprio lì davanti e fanno finta di nulla.
E che dire del linguaggio? A parte l’utilizzo di un gergo quasi incomprensibile a noi adulti, le parolacce sono ormai un’abitudine talmente radicata che nemmeno si sforzano di adoperare un linguaggio pulito di fronte agli adulti. Il turpiloquio ha invaso, oramai, anche la scuola: nei corridoi, nei cortili, in classe, dappertutto. Certo, tentano di non farsi sentire ma durante l’intervallo, quasi non fosse considerato anche quello tempo-scuola, la lingua non ha freni. Non si curano di trovarsi fianco a fianco con il docente di sorveglianza e se si prova a riprenderli, lanciano occhiate di sfida o rivolgono sguardi di compassione, quasi dicessero: “Ma che vuoi? Che faccio di male?”.
Anni fa, sempre durante la ricreazione, mentre ero di sorveglianza in corridoio, sono stata travolta da un maldestro spilungone che, sul momento, non si è nemmeno degnato di chiedere scusa. Un dubbio, però, dev’essergli venuto perché ha rallentato, si è girato e, vedendo che la persona che aveva quasi buttato a terra ero io, cioè un’insegnante, mi ha chiesto scusa, giustificandosi con queste parole: “Credevo fosse una compagna”. Dopo la momentanea gratificazione provata nell’essere scambiata per un’allieva, ho replicato: “Ah, perché una tua compagna la puoi anche buttare a terra e non le chiedi scusa?”. Nessuna risposta, solo un sorrisetto di circostanza, dopodiché ha ripreso la corsa sfrenata travolgendo, forse, qualche altro malcapitato.
Le cose non vanno meglio per strada. L’altro giorno, mentre passeggiavo in centro, ho incrociato un gruppetto di ragazzi, ben vestiti, curati nella persona, senza tatuaggi o piercing (che, in ogni caso, non devono essere interpretati tout court come elementi distintivi di una categoria di persone “poco raccomandabili”), insomma ragazzi normali come ne vedo a centinaia a scuola ogni giorno. Il gruppetto usciva da un fast food con delle lattine di birra in mano; non appena arrivano alla mia altezza, uno di loro emette un sonoro rutto con la faccia rivolta verso di me, tanto che ho potuto, anzi dovuto odorare l’aroma caratteristico della birra che a me non piace nemmeno. Ho lanciato verso il ragazzo un’occhiata fulminante e ho immediatamente pensato: “se fosse mio figlio, lo prenderei a sberle”. Istintivamente, chissà perché si tende ad addossare sulla famiglia ogni responsabilità. È evidente che un figlio a casa si comporti in un certo modo e che di fronte alla mamma non farebbe mai una cosa del genere, a meno che, malauguratamente, non la riconosca qualora la incroci per strada. È perfettamente inutile, quindi, pensare “se fosse mio figlio …” perché una situazione del genere ha poche probabilità di accadere e perché non si può diventare invisibili e seguire ovunque i propri figli quando se ne vanno in giro in compagnia.
E a scuola, almeno in questo, si trattengono? No. L’altro giorno, durante una mia ora di lezione particolarmente tranquilla, nel senso che i miei studenti se ne stavano zitti, nel corridoio c’erano dei ragazzi, evidentemente privi di sorveglianza, che facevano bellamente una gara di “rutto libero”. Ovviamente il caratteristico rumore si è sentito benissimo e ho subito pensato: ma se succede qui che siamo in un liceo, cosa accadrà mai in un istituto professionale?
26 aprile 2011
MA CHE BELLA SORPRESA PASQUALE: NELL’UOVO DI CIOCCOLATO UN REGALINO NON ADATTO AI MINORI
La sorpresa dell’uovo di Pasqua, si sa, è molto più gradita dell’uovo stesso. In fondo, la cioccolata la si può mangiare in qualsiasi formato e in qualsiasi momento dell’anno. Ma la sorpresa nell’uovo a volte è attesa dai piccoli e dai più grandicelli per un anno intero.
Per un bambino romano, in vacanza dai nonni in Puglia, la sopresa contenuta in una delle uova pasquali ricevute in dono rimarrà sempre un mistero. Molto sorpesi, è il caso di dirlo, i genitori che hanno preferito distogliere il pargoletto facendogli aprire altre uova piuttosto che spiegare che cosa fosse quella strana sorpresa trovata in un uovo Lindt: una confezione contenente due preservativi.
L’uovo, acquistato dai nonni in un ipermercato di Casamassima (Bari), è stato di certo manomesso in un momento successivo al confezionamento. Così assicura il responsabile della ditta produttrice, aggiungendo: «i profilattici erano in un contenitore che noi non utilizziamo: tutte le nostre sorprese sono custodite in un barattolo blu sigillato».
Infatti, mio figlio stasera, appena finita la cena, ha aperto un uovo di cioccolato Lindt (io non avevo ancora letto l’articolo in questione) e ha trovato la sorpresa custodita in un contenitore blu sigillato: uno stampino per dolci in silicone. Si può facilmente immaginare la delusione nel suo sguardo, mentre mi consegnava, sconsolato, la sua sorpesa dicendo: «Usalo tu». Non riesco nemmeno a immaginare cosa sarebbe successo se fosse capitata a lui la sorpresa del bimbo romano. Be’, di certo non avrei dovuto dare molte spiegazioni e altrettanto sicuramente lui non mi avrebbe consegnato l’oggetto in questione dicendo “Usali tu”. Forse avrebbe esclamato: “Peccato, solo due”.
[fonte: Il Corriere]



