23 maggio 2012
Falcone lo ricordo così, con il sorriso
Reblogged from La Torre di Babele:
Il giorno di Capaci stavo a Mosca. Ricordo che fu uno choc anche per i russi: la notizia ebbe ampio risalto. Con Falcone avevo fatto appena in tempo ad avere un minimo di rapporto. Dopo averlo inutilmente inseguito a Palermo, me l’ero ritrovato faccia a faccia a Oslo. Era il principale relatore in un convegno sulla droga e non mi lasciai sfuggire l’occasione rara di intervistarlo.
24 marzo 2012
LA T-SHIRT DELLA VERGOGNA: LA SIGNORA ORA PIANGE PER QUELLA SCRITTA. E NOI PIANGIAMO CON LEI

Credo sia nota a tutti la vicenda della signora che, manifestando contro la riforma del lavoro proposta dall’attuale governo, in particolare dal ministro Fornero, era stata ritratta, qualche giorno fa, in compagnia dell’onorevole Oliviero Diliberto, con addosso una t-shirt su cui compariva la scritta “La Fornero al cimitero”.
Oggi il Corriere della Sera pubblica un articolo in cui la signora in questione, Paola Francioni, casalinga romana di 57 anni, piange pentita per quella che lei stessa definisce una maledetta scritta.
Riporto l’articolo integralmente perché merita.
È lei, vero?
«Sì, sono io… sono io quella della maglietta».
(Alcuni secondi di silenzio. Poi la voce della signora Paola Francioni, 57 anni, romana, casalinga, si incrina in un singhiozzo).Non faccia così, signora.
«E invece faccio proprio così!».La prego.
«Sì, certo, mi scusi… però io mi dispero, e piango, e mi addoloro, perché mi dispiace tantissimo per tutto questo macello, per quella maledetta scritta e… Ho anche spedito tre email di scusa alla Fornero, ma non mi ha risposto… non mi ha risposto, capito? Sarà arrabbiatissima, mannaggia».Piano, si calmi, proviamo a ricostruire l’accaduto.
«Aspetti: mi soffio il naso… Ecco, va bene, d’accordo. Cosa vuole sapere?».Cominciamo dall’inizio: perché, martedì pomeriggio, davanti a Montecitorio, ha deciso di indossare quella maglietta con su scritto «La Fornero al cimitero»?
«Perché sono una stupida. Io non auguro mai la morte a nessuno, pensavo di essere ironica, mi sono fatta suggestionare da tutti i discorsi che leggo su Facebook, su internet: questa Fornero così ci ammazza, ci manda tutti al cimitero… perciò, in vista del sit-in di martedì pomeriggio, ho pensato di farmi stampare quella maglietta con quella scritta… Una cretina, me lo dico da sola».Lei, al sit-in, era con altri rappresentanti del movimento «Giù le mani dalle pensioni».
«Siamo un gruppo di oltre cinquemila persone, tutti con faticose storie legate, appunto, alle pensioni».Ma lei è casalinga…
«Infatti ero lì per protestare al posto di mio marito, ramo bancario, che a 61 anni e con 37 anni di contributi pensava di poter andare in pensione il prossimo mese di settembre. Invece, con le nuove leggi, ci andrà tra cinque, o sei anni. E questo ci ha fatto saltare tutta una serie di progetti, di idee…».Tipo?
«Tipo che con i soldi della liquidazione volevamo poter aiutare i nostri figli… non tanto il maschio, laureato con 110 e lode e che una sua strada l’ha trovata, quanto la femmina, pure lei laureata, laureata in Giurisprudenza, e che però a 30 anni è ancora precaria… e… e…».No, signora, coraggio, non ricominci a piangere.
«Eh, lo so lo so… ma mi hanno trattato come una criminale… Ha sentito cosa dicevano l’altra sera da Vespa? E adesso cosa diranno da Giletti a “Domenica in”?».Mi stava raccontando di sua figlia.
«Beh, con i soldi della liquidazione pensavamo di aiutarla… sa, una mano per il matrimonio, per…».È sua figlia ad aver dato un esame con l’onorevole Oliviero Diliberto, giusto?
«Giusto. Un esame, cinque anni fa. E la cosa mi è appunto tornata in mente martedì pomeriggio, quando Diliberto l’abbiamo visto in un angolo, mentre rilasciava un’intervista. Allora l’abbiamo chiamato, gli abbiamo chiesto di aiutarci, e poi pure di farsi una foto ricordo con noi. E adesso mi dispiace tremendamente anche per lui, finito in questo tritacarne… io credo che lui non si sia neppure accorto di quella scritta idiota… Sì, in quel video dà la sensazione di osservarla, ma io sono sicura che abbia solo deposto lo sguardo, senza leggere, senza capire».Lei, signora, per chi vota?
«Voto per chi mi convince durante le campagne elettorali. Sono una casalinga ma leggo i giornali, leggo libri, vedo la tivù: ho votato anche per Berlusconi, per dire. Ma adesso la scena politica è cambiata e, con la vicenda di mio marito, con l’ingiustizia riservata a mio marito, mi sono ritrovata a protestare. Pensi che… beh, sì, insomma: la prima volta che sono andata a un corteo è stato lo scorso 9 marzo, con quelli della Fiom…».(La signora Francioni è molto più scossa di quanto questa intervista lasci intuire. Da due giorni è chiusa in casa, stesa sul letto).
Fabrizio Roncone
Adesso ditemi se Il Corriere può pubblicare un’intervista simile … con quel corsivo finale, poi, che è proprio la ciliegina sulla torta.
Non dico altro … non ci resta che piangere.
2 novembre 2011
TATUAGGI IN ORO: LA MODA DELL’AUTUNNO 2011. IO SO CHI LI HA INVENTATI …
ATTENZIONE: questo post era stato scritto all’inizio di settembre e pubblicato in forma privata in attesa dell’ok da parte dell’intervistato, ovvero l’inventore dei tatuaggi in oro. Visto che da allora ho atteso invano un suo cenno di assenso, ho deciso di pubblicarlo ugualmente, assumendomi la responsabiltà di ciò che ho scritto (specie nella parte dedicata all’intervista).
Buona lettura!

In una nota canzone, tra i brani inseriti nella colonna sonora di un’altrettanto famosa pellicola cinematografica, la divina Marilyn cantava: Diamonds are a girl best friends. Senza aver l’ardire di contraddirla, un gioiello d’oro può anche bastare. Ancora meglio se lo si può cambiare anche tutti i giorni, o almeno una volta alla settimana. Sono impazzita? Assolutamente no. E per poter sfoggiare gioielli diversi con tale frequenza non è necessario essere delle ereditiere o aver sposato un uomo ricco, magari brutto e vecchio (bleah) come sognava Marilyn. Da oggi è sufficiente un tatuaggio in oro zecchino.
Già da un po’ nelle varie reti televisive imperversa un nuovo spot di una nota catena di gioiellerie. La testimonial è la bellissima Ilary Blasi che, detto fra noi, non avrebbe alcuna difficoltà nel cambiare un gioiello d’oro o di platino al giorno e potrebbe pure permettersi una cascata di diamanti da fare invidia a Marlilyn. Eppure lei, con voce sensuale ed estremamente convincente, al termine dello spot, mormora: “Puoi permetterti di tutto, anche l’oro sulla pelle”, sfoggiando uno skin jewel (questo il vero nome dei tatuaggi) sul braccio abbronzato.
È la novità dell’autunno e sembra che il clima sia favorevole al lancio dei tattoo in oro 24 carati o in argento che hanno una durata variabile fino quattro giorni, a seconda della pelle; le applicazioni sono monouso e totalmente anallergiche e atossiche. Sul decolleté, sul braccio, sulla schiena, sulla caviglia … non c’è che l’imbarazzo della scelta e a prezzi davvero modici: il bellissimo tattoo che sfoggia Ilary Blasy nella foto, Flower Instinct, vi costerebbe 29,90 Euro in oro 24 carati, e 19,90 in argento.
Ma ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche.
Fin qui questo post può sembrare uno dei tanti scritti sull’argomento, con l’intento di fare pubblicità ad un prodotto innovativo e di sicuro impatto. E invece io sono in grado di fare uno scoop … oddio, proprio scoop no, ma comunque posso svelarvi chi c’è dietro questa invenzione, quale mente (anzi, menti) ha partorito un’idea davvero geniale. E soprattutto quanto conti lo studio di giovani ricercatori universitari, a volte così bistrattati e additati come i “cocchi” dei loro docenti, e quale ruolo attivo abbia l’università nel nuovo mondo imprenditoriale fatto da giovani scienziati che non ingrossano le file dei cervelli in fuga, anche se di tanto in tanto un periodo all’estero lo devono passare. Ma poi ritornano ed è quello che importa.
Il tatuaggio in oro (ma può essere realizzato anche in argento e altri materiali preziosi) nasce in una piccola azienda universitaria triestina: la Genefinity S.r.l. Fondata nel 2006 da un gruppo di ingegneri dei materiali, con lo scopo di integrare i diversi tipi di competenze necessarie alla realizzazione di processi industriali basati sull’impiego di film sottili, ha ormai al suo attivo numerosi premi, l’ultimo dei quali ricevuto a Roma, dalle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo scorso 14 giugno. Si tratta del “Premio dei Premi” per la categoria “Innovazione nel settore dell’Università e della Ricerca Pubblica”, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo vinto in soli due anni. La Genefinity, inoltre, come azienda spin-off dell’Università di Trieste ha ricevuto, nel 2010, il Premio Start Up dell’anno, risultando la migliore esperienza aziendale tra tutte le start-up avviate nel 2006 per fatturato e numero di brevetti. Da non sottovalutare, poi, l’età dei giovani imprenditori, tra i trenta e i quarant’anni, che li ha spinti ad “osare” e investire la somma vinta, 15mila euro, in uno stage di ricerca negli Stati Uniti, culminato con la costituzione di una propria controllata americana, Alloro Inc. A Silicon Valley, dove si concentra un terzo degli investitori nel settore dei biosensori, i giovani ingegneri hanno potuto perfezionare l’idea dei tatuaggi in oro, impiegando una tecnologia speciale che consente la realizzazione di film sottili, inizialmente utilizzata per un kit di analisi genetica, in ambito cardiologico. Dalla salvaguardia della salute la Genefinity è passata all’esaltazione della bellezza femminile attraverso i Gold Sin, Skin Jewels.
L’equipe è attualmente costituita da quattro ingegneri dei materiali.
Uno dei soci fondatori è Stefano Maggiolino che io conosco bene in quanto da piccolo lo tenevo sulle ginocchia e quando è cresciuto lo stressavo con le lezioni estive di latino: lui è il mio nipotino, anzi, nipotone visto che nel frattempo è cresciuto non poco. A lui vorrei rivolgere qualche domanda su quest’idea geniale dei tatuaggi in oro.
M. La vostra azienda è costituita da un team: l’idea è venuta ad uno di voi o l’avete “partorita” tutti assieme?
S. La storia è molto interessante. Un anno e qualche mese fa eravamo in viaggio di lavoro in giornata a Torino e insieme al mio collega, il dott. Ing. Nicola Scuor che è anche presidente della nostra società, abbiamo iniziato a pensare ad eventuali applicazioni della nostra tecnologia per realizzare biosensori in altri ambiti e ci è venuta l’idea dei tatuaggi. Senza perdere tempo, il giorno dopo abbiamo iniziato a svilupparli fino al punto da scrivere un brevetto.
M. Quanto è contato lo studio, in questa invenzione, e quanto l’intuizione geniale, quel guizzo che a volte capita ma a volte no, nemmeno dopo anni e anni di studio?
S. In realtà tutto è connesso, studi, guizzo geniale, scelte di vita eccetera. Spiegando un po’ meglio, se il nostro gruppo non avesse fatto l’università, studiato e lavorato nei film sottili, se non ci fosse stata l’opportunità di partecipare ad una Start cup (competizione di business plan), non ci sarebbe nulla né idea né esperienze per svilupparla. Per fare un paragone, al ristorante non basta avere una cucina ben arredata, gli ingredienti di qualità, l’idea del gestore della pietanza, bisogna avere anche il cuoco che sa cucinare, così succede anche nel nostro mondo, non basta avere l’idea, bisogna avere le persone che la sanno sviluppare, i macchinari per realizzarla e le materie prime per produrla. Solo un buon mix di tutto questo può trasformare un’idea in qualcosa di concreto.
M. Il vostro viaggio negli States è risultato fondamentale nella messa a punto di questa tecnologia, già sperimentata in ambito medico, applicata ai tattoo?
S. Il viaggio in California è stato utile per comprendere meglio il modo di fare business negli USA, metodo completamente differente rispetto a quello radicato in Italia. Alla fine dei quasi sei mesi di permanenza abbiamo fondato una società che ora si occupa di vendere la tecnologia per i biosensori alle aziende leader nella produzione dei circuiti flessibili.
M. Siccome sono una prof e mi interessa molto l’ambito-educazione e il modo in cui vengono spese le risorse dello Stato in quest’ambito, ti chiedo: il MIUR finanzia la vostra impresa?
S. Lo Stato e il MIUR non ci hanno finanziato nulla ma, grazie alla presenza dell’Università di Trieste nella compagine sociale, possiamo definirci uno spin off universitario e abbiamo avuto delle agevolazioni per insediarci all’interno dei laboratori. Chiaramente abbiamo avuto dei vantaggi di tipo economico che, con quote di affitto molto contenute, ci hanno permesso di sviluppare per i primi anni le varie tecnologie. D’altra parte nel nostro piccolo abbiamo restituito la cortesia all’Università, finanziando due dottorati di ricerca, facendo da correlatori a diverse tesi permettendo agli studenti di comprendere da vicino come funziona il mondo industriale ecc.
M. Come nasce un’azienda all’interno dell’Università (ho letto che sono quasi quattrocento le aziende come la vostra in Italia) e quali sono le prospettive future?
S. Nel nostro caso tutto è nato da una idea di un nostro collega in cui altri come me hanno creduto, aggregandosi al progetto. Molte volte, sentendo anche le esperienze di altri gruppi, gli spin off nascono in questa maniera, ma moltissime volte non decollano poiché i ricercatori hanno già un buon posto, i professori pure, venendo a mancare, quindi, una buona motivazione. Nel nostro caso abbiamo voluto crederci fino in fondo e abbiamo iniziato a lavorare sia sul progetto ma soprattutto sull’azienda cercando di darle lustro con competizioni nazionali ed internazionali di business plain, vincendo anche qualche bel premio e procurandoci alcune soddisfazioni come il riconoscimento, ritirato per ben due volte, dalle mani del Presidente della Repubblica. Secondo me, le aziende nate nella culla dell’Università hanno ottime possibilità industriali dal punto di vista tecnico, ma poche possibilità dal punto di vista gestionale poiché spesso, o quasi sempre, chi amministra è l’inventore, ricercatore, professore e non è sempre detto che questi abbiano una visione industriale delle aziende. Per noi non è stato molto differente, abbiamo avuto la fortuna che all’interno della compagine sociale e degli amministratori ci fossero delle figure che hanno avuto esperienza lavorativa extra università e che hanno potuto acquisire delle competenze imprenditoriali precedentemente alla fondazione della società.
M. Ho letto che state esportando all’estero i vostri prodotti: quali sono gli Stati più interessati?
S. Ora abbiamo un distributore in Egitto che cura il Medio Oriente e abbiamo dei buoni contatti in corso con India e Canada.
M. Ho visto sul vostro sito che i tatuaggi hanno diversa foggia ed esistono fin da prima dell’uscita sul mercato italiano. Chi ne ha curato il design e qual è il ruolo della catena di gioiellerie? Un semplice distributore con esclusiva? Sai, perché ho letto “la creazione da parte di S.O. dei tattoo in oro ….”
S. I tatuaggi sono nati prima dell’accordo con Stroili, ma abbiamo avuto diverse difficoltà per poter dar credibilità al prodotto e anche per questo motivo in parallelo stavamo cercando dei distributori. Stroili Oro è il nostro distributore in esclusiva per l’Italia, l’azienda usa un suo marchio per la vendita e noi siamo i produttori OEM (Original Equipment Manufacturer). Stroili crede molto al prodotto e sta finanziando una campagna di pubblicità molto importante: questa a noi fa molto piacere poiché abbiamo trovato in loro un giusto partner che crede nel prodotto e si occupa solo della parte di distribuzione e noi della parte tecnica e di produzione. Comunque negli altri Paesi vendiamo con il nostro marchio.
M. Infine, quale futuro per la Genefinity?
S. Bella domanda. Ti dico qual è il mio sogno per Genefinity. A me piacerebbe che la nostra società si sviluppasse e crescesse sempre di più potendo così offrire posti di lavoro a molte persone. Questo fatto mi inorgoglisce molto, in particolar modo quando posso dire che con il nostro lavoro siamo in grado di dare un salario a X persone e quindi mantenere in parte X famiglie. Genefinity è una azienda che si occupa di sviluppo industriale e mi piacerebbe che continuasse in questa direzione, realizzando nuovi prodotti per commercializzarli direttamente o per trovare delle partnership con altre aziende o vendendo i brevetti studiati e sviluppati a terzi. Per ora guardiamo alle strette contingenze giornaliere senza però perdere di vista il domani e il dopo domani.
Bene, io ringrazio Stefano per la sua disponibilità. So che in questo momento, quando il lancio sul mercato dei tatuaggi in oro è imminente, è davvero molto occupato. Lui è uno stakanovista e non si risparmia ma credo che i sacrifici fatti finora saranno ricompensati da un sicuro successo. Auguro a lui e ai suoi colleghi grandi soddisfazioni e un brillante (con i tattoo ma anche con altre invenzioni) futuro.
Per concludere, posto anche il video dell’intervista che Stefano ha rilasciato, lo scorso maggio, a “La meglio gioventù”.
[siti di riferimento: universita.it, pourfemme.it, controcampus.it, goldsinjewels.com]
15 ottobre 2011
GLI INDIGNATI? SIAMO NOI
ROMA, 15 OTTOBRE 2011
AUTOMOBILI IN FIAMME
ATTACCO ALLA VETRINA DI UNA BANCA …
… E A QUELLA DI UNA GIOIELLERIA
L’ASSALTO AD UN MEZZO DELLA POLIZIA …
… E QUELLO AD UN BLINDATO DEI CARABINIERI
LANCIO DI IDRANTI …
… E DI SANPIETRINI
FORZE DELL’ORDINE BERSAGLIATE CON SASSI E BASTONI
OLTRE 70 FERITI, TRE GRAVI. IL PIÙ GRAVE, UN CARABINIERE COLPITO DA INFARTO. TUTTA LA ZONA ATTORNO A SAN GIOVANNI DEVASTATA. DISTRUTTA LA SEZIONE DEL PDL A PIAZZA TUSCOLO. DANNI MATERIALI INCALCOLABILI.
E dopo aver assistito a tutto questo, GLI INDIGNATI SIAMO NOI. Noi, padri e madri di famiglia, giovani e meno giovani, che cerchiamo di trasmettere ai nostri figli dei valori. Insegniamo loro a difendere la libertà e dignità senza mai rinunciare ad esprimere la propria opinione ma senza ricorrere alla violenza. Gli indignati siamo noi che guardiamo indietro e ci rendiamo conto che la storia, con la esse minuscola o maiuscola, non ha insegnato nulla. Vediamo di fronte agli occhi immagini già viste e sofferenze già vissute da altri. Gli indignati siamo noi che, pur continuando a credere nel futuro, in quello dei nostri figli, ci rendiamo conto che nessuna lezione di vita può essere impartita da gente che conosce solo la violenza e la distruzione. Noi che, invece, crediamo ancora nell’educazione dei figli per farne i cittadini responsabili di domani e, nonostante l’incertezza e la precarietà che caratterizza la vita di molti di noi, che sopportiamo ma non ci diamo per vinti, ancora nutriamo la speranza di poter consegnare nelle loro mani un mondo migliore.
Ma a Roma quest’oggi c’è stata anche un’altra protesta, pacifica. E qualcuno, come questa ragazza, ha avuto voglia di scherzare.
Almeno l’ironia non ha provocato danni né feriti.
[tutte le foto, di vari autori, sono dell'ANSA, pubblicate da Il Messaggero]
24 agosto 2011
I CENTESIMI DI EURO? MEGLIO BUTTARLI …
Un parroco lucano durante l’omelia invita i fedeli a non utilizzare le monetine da 1 o 2 centesimi di euro per le offerte: non le vuole, le butta via. Scoppia la polemica, com’era prevedibile, e don Domenico corregge il tiro: non le butta ma con le monetine non può certo pagare i tremila euro del nuovo impianto Enel deciso dalla Curia.
Ma davvero i centesimi non servono? Prendiamo gli scontrini del supermercato: la somma da pagare non è mai tonda e, se è vero che si usa sempre più frequentemente il bancomat o la carta di credito, è anche vero che, pagando in contanti, il resto in centesimi non manca mai.
E che dire dell’importo dovuto per il pieno di benzina? Quando mai è tondo tondo? E, poi, son finiti i tempi de “il resto mancia”: con quel che costa far rifornimento!
Ci sono degli Sati nell’euro-zona che hanno eliminato, più o meno legalmente, i centesimi, almeno l’1 e il 2. La Finlandia fin da subito, con regolare decreto, l’Olanda dal 2004 non conia più centesimi di piccolo taglio e in Belgio non circolano più, senza neppure una decisione formale.
In Italia, tuttavia, le monetine continuano ad essere coniate e utilizzate regolarmente: dall’introduzione della moneta unica ad oggi, circolano 6 miliardi e 700 milioni di pezzi dei tre piccoli tagli di centesimi, 2 miliardi e 600 milioni per la monetina da 1 centesimo, 2 miliardi e 200 milioni per quella da 2 centesimi e infine 1 miliardo e 900 milioni per i 5 centesimi. Il valore nominale è enorme: circa 165 milioni di euro, ovvero il 45% delle monete della valuta euro battute per ordine del ministero dell’Economia.
Le monetine in Italia godono, dunque, di ottima salute e, secondo me, non è vero quel che si dice e cioè che la maggior parte viene buttata nei cassetti e lì dimenticata.
Uno “spreco” che si aggirerebbe sui 5 miliardi di euro. Credo che a tutti quelli che , come me, hanno vissuto gli anni Settanta, questo discorso possa essere associato all’endemica carenza di “spiccioli” delle lire che obbligava i commercianti ad arrotondare i resti con caramelle e gettoni telefonici (che valevano allora circa 100 lire, per poi passare a 200 verso la metà degli anni Ottanta). E sono
convinta che molti ricorderanno i mitici “miniassegni” che fecero la loro comparsa nel dicembre del 1975, proprio per risolvere il “problema” dei resti. Avevano un valore nominale di 50, 100, 150, 200, 250, 300 e 350 lire. Ne circolarono oltre 800 tipi diversi per un ammontare stimato in oltre 200 miliardi di lire e sparirono sul finire del 1978, quando il Poligrafico dello Stato fu finalmente in grado di sopperire alla mancanza di spiccioli aiutato dall’inflazione che in quel periodo era elevatissima. (fonte: Wikipedia).
Ora io mi chiedo perché mai i centesimi di euro debbano sparire, visto che ce ne sono in abbondanza e considerato anche che spesso il costo del conio supera il valore nominale delle monetine.
Quanto al parroco, è comprensibile lo sfogo, anche perché star lì a contare gli spiccioli è un’operazione lunga e noiosa. Certamente per arrivare a 3000 euro ci vorrà un bel po’ di tempo, oltre che di pazienza, ma anziché buttarli, li porti nei bar, nelle panetterie o nei supermercati dove certamente sapranno farne buon uso.
[LINK dell'articolo]
5 agosto 2011
FESTEGGIATI IN ANTICIPO I 50 ANNI DEL FILM “COLAZIONE DA TIFFANY”

Lei è Audrey Hepburn, l’attrice anglo-olandese scomparsa nel 1993. Parlare del film Colazione da Tiffany significa parlare di lei, diventata icona di stile e di eleganza proprio grazie al ruolo interpretato nel 1961 in questo film indimenticabile. Nonostante fosse già notissima, grazie a Vacanze romane che nel 1953 le fece vincere l’Oscar, e nonostante avesse già vestito i panni della splendida Sabrina nel 1953, fu proprio la sua interpretazione in Colazione da Tiffany a regalarle il successo che poi la consacrò musa del cinema.
Il compleanno della celebre pellicola è stato festeggiato in anticipo (la data esatta è il 5 ottobre) con l’uscita, il 29 luglio, della copia restaurata dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e presentata al Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills a Los Angeles.
Audrey Hupburn ha affascinato uomini e donne di almeno tre generazioni e quel che stupisce particolarmente è il successo che ha oggi anche tra le adolescenti. Già da qualche anno è, infatti, scoppiata la moda Hupburn: quadri, lampade, borsette … oggetti vari che portano la sua effige, vanno di moda e hanno fatto leva sulle giovanissime che probabilmente non conoscono i suoi film o li hanno visti solo dopo il boom dell’Audrey-style.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, ha come protagonista Holly Golightly, ingenua giovane donna che ha un solo obiettivo: sposare un uomo ricco che le possa regalare i meravigliosi e costosissimi gioielli venduti da Tiffany, rinomata gioielleria newyorkese. Nell’attesa del giusto “pollo”, la ragazza sbarca il lunario facendo la prostituta d’alto bordo e chiama le sue prestazioni “fare la toeletta”. Poi, però, incontra Paul, giovane e squattrinato scrittore in cerca di ispirazione, e tutto verrà messo in discussione.
La Hupburn, di carattere piuttosto riservato, avrebbe preferito recitare un altro ruolo in quanto il personaggio di Holly aveva le sue stesse caratteristiche. D’altra parte, anche Capote avrebbe preferito che il ruolo fosse assegnato a Marilyn Monroe e non accolse favorevolmente la scelta della Paramount che fu, comunque, vincente per il successo che il film ebbe in tutto il mondo. Alla fine, il ruolo più difficile della sua vita, come lo definì lei stessa, purtroppo non le valse un secondo Oscar. L’ambita statuetta fu, invece, conquistata da Henry Mancini per la Miglior colonna sonora e dallo stesso Henry Mancini con Johnny Mercerper per la Miglior canzone (Moon River, cantata dalla stessa Hupburn).
Audrey, che in seconde nozze nel 1969 sposò un medico italiano, Andrea Dotti, da cui nel ’70 ebbe Luca, ottenne anche un riconoscimento italiano con l’assegnazione del David di Donatello come miglior attrice straniera (1962).
Credo che nessuno dimenticherà mai la scena finale di Colazione da Tiffany: la disperata ricerca di un gatto, il suo ritrovamento e un bacio appassionato al giovane Paul, il tutto sotto la pioggia battente e accompagnato dalle altrettanto indimenticabili note di Moon River. Una fine lieta che Capote non avrebbe voluto e che, infatti, nel romanzo non c’è. Un finale che dopo 50 anni continua ad emozionare e a far sognare le inguaribili romantiche e forse anche qualche uomo che vorrebbe incontrare (e baciare) una splendida creatura come Audrey Hupburn.
[fonti: Wikipedia, VanityFair.it e trovacinema.repubblica.it ; nell'IMMAGINE (di MIA proprietà): particolare di un paravento che si trova nell'Hotel La Villa Resort, Pieve a Nievole (PT)]
4 luglio 2011
AUTOWED, LA MACCHINA PER MATRIMONI LAMPO
Tempo fa ho dedicato un post al matrimonio e alla convivenza. In breve, sostenevo che quel che conta è l’amore e l’assunzione di responsabilità condivisa per far funzionare un’unione, indipendentemente da un pezzo di carta. E poi, molti giovani, spaventati dal costo talora esorbitante di un matrimonio, preferiscono la convivenza. Ciò non significa che facciano questa scelta per sentirsi liberi di andarsene qualora la vita di coppia non funzioni.
Ora, per evitare le lunghe e noiose cerimonie nuziali e i relativi costi, è stata inventata la “macchina dei matrimoni“. Si chiama AutoWed e arriva direttamente dalla Cornovaglia, partorita dalle menti geniali della Concept Shed’s, ma già è richiesta da Paesi di tutto il mondo, tra cui Russia e Brasile. Pochi minuti e il gioco … pardon, il matrimonio è fatto. Basta inserire un dollaro o una sterlina nella macchina e selezionare sul display il tipo di cerimonia che gli sposi vogliono celebrare. AutoWed, poi, rilascia pure una ricevuta di matrimonio avvenuto e due fedi in plastica per i neo sposi.
Se poi uno dei due ci ripensa, basta premere il tasto “fuga” e … amici come prima.
Posso dire la mia? Che squallore!
P.S. Non sarebbe necessario ma è bene precisare che il matrimonio celebrato dalla macchina non ha alcun valore legale.
[fonte: donnamoderna.com]
10 giugno 2011
IL DOGGY BAG CONTRO GLI SPRECHI DEL CIBO E I MIEI RICORDI D’INFANZIA
Alzi la mano quel genitore che di fronte al rifiuto del/lla figlio/a di mangiare una pietanza o di finire il cibo nel piatto, più per capriccio che per mancanza di appetito, non ha mai tirato fuori il discorso dei bimbi che ogni anno muoiono di fame perché non hanno di che nutrirsi, mentre i loro pargoli, figli del consumismo, si possono permettere di fare tante storie per un piatto non gradito. E alzi la mano chi, con la determinazione di un gendarme austriaco, non ha mai esclamato: “O mangi ‘sta minestra o vai a letto senza cena!”. Strano, però, che i capricci a tavola i nostri figli li facciano sempre e solo di sera … e strano anche che poi qualcuno in famiglia si impietosisca e proponga almeno un’alternativa, perché i gusti sono gusti, per i grandi e i più piccini. Poi, però, in casa scoppia una specie di guerra tra il genitore risoluto a mandare a letto il/la figlio/a senza cena e quello che, magari di nascosto, allunga un biscotto o una fetta di prosciutto, piuttosto che far saltare il pasto serale alla prole.
A parte le discussioni in famiglia e la considerazione che ai figli dei bambini che muoiono di fame non gliene può fregar de meno (è triste ammetterlo ma è così), è un dato di fatto che buona parte del cibo finisca nella spazzatura perché o lo si lascia scadere nel frigorifero o qualche avanzo vi soggiorna per un po’ di tempo, in un contenitore dimenticato (a proposito: odio i piattini da tè che a casa mi costringono a mettere nel frigo con la classica polpetta, debitamente avvolta nella pellicola trasparente, che nessuno vuole!), per poi raggiungere gli altri avanzi nella pattumiera.
Secondo i dati forniti dall’Università Bicocca, in Italia ogni anno trentasette miliardi di euro di cibo buono «finiscono nelle pattumiere, senza contare quelli dei ristoranti”. Uno spreco decisamente inaccettabile.
Ma se a casa non si può far nulla se non cambiare abitudini (evitare di acquistare cibo in eccesso e, soprattutto, assecondare il più possibile i gusti della prole!), molto si può fare per evitare che i ristoranti buttino via tanto bendidio. Nei Paesi anglosassoni, ad esempio, è d’uso comune il doggy bag: quando avanza sulla tavola del cibo, nessun cameriere si scompone se gli viene chiesto di portarlo a casa, anzi, spesso non è nemmeno necessario chiedere. Anche se, immagino, non tutti possiedono un cane.
In Italia, tuttavia, questa usanza non è molto diffusa e par sempre di fare una figuraccia chiedendo di portare via gli avanzi, tanto più se a casa non c’è nessun cane che li attende. Ma perché?
Secondo Maria Teresa Veneziani (ne parla all’interno del blog La 27esima ora,sul sito del Corriere), noi Italiani siamo restii a portarci dietro degli avanzi di cibo rischiando pure di macchiarci gli abiti (mentre un Inglese, ad esempio, non si scompone nel mettere una porzione di torta avanzata nella tasca della giacca) e abbiamo il terrore di passare per dei poveracci, più per snobismo che per altro. Queste sono le due questioni da affrontare in Italia se vogliamo che anche qui il doggy bag diventi una consuetudine.
In qualche regione ci si sta muovendo nella direzione giusta: la Provincia autonoma di Trento, ad esempio, ha distribuito quarantamila eco-vaschette ai ristoratori per consentire ai clienti di portare a casa il cibo non consumato. Una bella iniziativa che dovrebbe fare scuola. Non resta che attendere gli eventi.
Io, però, sono testimone diretta che quest’usanza esisteva anche quarant’anni fa, specie in occasione dei matrimoni dove, come sappiamo, la quantità di cibo servito è eccessiva e tutto ciò che non viene consumato è destinato a finire nelle immondizie, nonostante sia tutto pagato e generalmente neanche poco.
Ero bambina e non mi fu possibile partecipare ad un matrimonio in quanto malata. Pregai, quindi, mia mamma di portarmi a casa una fetta di torta … ebbene sì, golosa lo sono sempre stata! Quando mia mamma tornò e mi consegnò il pacchetto – ricordo che era di carta oleata, quindi un po’ trasparente -, vidi degli strani colori e, prima di aprire l’involto, chiesi: “Ma la torta era colorata?”. Mia madre rispose, quasi inorridita: “Ma no! Era bianca”. Perplessa aprii il pacchetto e trovai degli avanzi di cibo misti, tra cui una buona porzione di insalata russa. Quasi in lacrime lo feci vedere a mia mamma che scoppiò a ridere: “Devono essere gli avanzi per il cane che aveva chiesto la mia vicina di tavolo!”.
Insomma, il cameriere si era confuso e la fetta di torta, la mia fetta di torta, finì nella ciotola di un cane a me sconosciuto. Peccato, però, che i suoi avanzi io non li abbia potuti mangiare.
[immagine da questo sito]
14 novembre 2010
IL FEMMINISMO È MORTO? COLPA DI BERLUSCONI

Leggendo Affari Italiani.it mi sono imbattuta in un articolo che riguarda l’intervento della giornalista di sinistra Ritanna Armeni sull’ultimo numero del settimanale Gli Altri diretto da Piero Sansonetti. Un settimanale che, altrimenti, non sarei nemmeno andata a cercare sul web.
Lei, femminista storica, accusa le “compagne” di aver confuso il femminismo con l’antiberlusconismo. Troppo concentrate, secondo l’Armeni, sugli “scandali” in cui è rimasto coinvolto il Presidente del Consiglio, dalla D’Addario a Ruby-Rubacuori, hanno perso di vista l’evoluzione delle donne nella società contemporanea.
Ecco qualche stralcio dell’articolo della Armeni:
Care amiche, ci avete pensato? Fra qualche tempo, breve a quanto pare, Berlusconi non sarà più al governo. […] Come faranno, senza Berlusconi, le donne, le filosofe, le giuriste, le politiche, le giornaliste che in questi anni si sono così tanto concentrate sul rapporto fra il premier e le donne hanno protestato contro le sue camere da letto così affollate, si sono scandalizzate per l’uso del corpo femminile, si sono indignate per le ragazze usate e poi buttate via? Contro chi protesteranno e inveiranno quando Berlusconi non ci sarà più? […] In questi giorni sono attraversata da un terribile dubbio. Che le femministe si siano fatte giocare. Che in questi due anni si siano concentrate sul premier e sui suoi vizi e non abbiano più guardato attorno a loro, a quello che succedeva alle donne e al paese. […] Attaccare lui significava attaccare un modello maschile che evidentemente non era stato sconfitto e che era ancora forte. Il comportamento di un presidente del Consiglio, di un uomo con un ruolo pubblico così importante lo giustificava, lo esaltava e, quindi, era doppiamente colpevole. Ma poi, impercettibilmente, l’indignazione e la lotta contro quel ruolo e quel modello maschile è diventata lotta e indignazione solo contro l’uomo Berlusconi. E, a questo punto, siamo cadute nella trappola. […]
In breve il femminismo si è confuso con l’antiberlusconismo e con la lotta di opposizione al premier. In questi anni per guardare le camere da letto abbiamo guardato con qualche superficialità a come le donne cambiavano e a quello che ci chiedevano. Non abbiamo riflettuto – per fare solo alcuni esempi – al fatto che una donna diventava capo della Cgil e si affiancava all’altra donna presidente della Confindustria. Che in un uno dei paesi più grandi del mondo, il Brasile, Dilma Rousseff conquistava la presidenza. Che Angela Merkel dirige la politica europea. Noi, che nei decenni scorsi ci siamo appassionate al dibattito eguaglianza – differenza [...] abbiamo glissato sul nuovo ruolo che stanno assumendo nella economia e nella finanza mondiale. Non abbiamo elaborato una proposta, dico una, che potesse cambiare concretamente la loro vita. […]
Non voglio più parlare di bunga bunga e di escort. Di veline e di camere da letto. Non voglio più compiacermi del fatto che il mio mondo, la sinistra, adesso è con me nella condanna dell’uso del corpo delle donne. Ho conosciuto troppi uomini di sinistra che nella vita privata fanno o farebbero volentieri come Silvio Berlusconi. E tanti uomini, impauriti dalla donne, che usano non solo il loro corpo ma anche la loro intelligenza e la sottomettono al potere.
Non avrei mai pensato di darle ragione.
Da leggere anche il parere espresso su Affari Italiani.it da Laura Boella, docente di Storia della filosofia morale all’Università Statale di Milano:
Oggi ragazze e signore sono convinte che l’unico modo per realizzarsi professionalmente sia entrare nel mondo dello spettacolo e del gossip. Inseguono con tenacia ideali fittizi. E finiscono per confondere libertà e schiavitù. E’ su questo punto che bisogna lavorare, farlo invece sull’idea del ‘marpione’, sulla sua camera da letto, del solito ‘uomo che compra e sfrutta’ è improduttivo. E’ così. Le ragazze andrebbero aiutate fin da piccole con una forte educazione alla libertà, mentre ora da una parte regna il vuoto delle prospettive e dall’altro la società non fa nulla per aprire le porte alle donne. Un circolo vizioso. E’ uno degli aspetti più tristi del post-femminismo.
Ecco, forse il punto è un altro: il femminismo si è ucciso da sé.
24 luglio 2010
LE MOZZARELLE BLU E LA CAPRESE DEI PUFFI
È da circa un mese che si parla delle ormai tristemente famose “mozzarelle blu”. Tale anomalia dipenderebbe da un batterio, lo pseudomonas fluorescens (sa molto di stabiloboss), che avrebbe contaminato il latte, e di conseguenza altri prodotti caseari come la mozzarella, proveniente dagli stabilimenti di un’industria tedesca, la Jaeger, che rifornisce anche degli hard-discount italiani.
È di ieri la notizia, riportata dal quotidiano La Stampa, che l’anomalo color blu delle mozzarelle sarebbe stato riscontrato anche in un prodotto che si autoproclama italiano: la mozzarella Granarolo. Subito si è gridato allo scandalo: la Codacons, infatti, denuncia che, se la ditta italiana si rifornisse da quella tedesca per produrre i latticini, allora la pubblicità, nota a tutti per la mucca Lola, sarebbe ingannevole.
Il presidente della Codacons cita, infatti, le pubblicità dell’azienda relative al “Latte Alta Qualità”, che parlano di mucche italiane selezionate, di filiera garantita e controllata e di latte garantito e certificato ogni giorno con controlli più numerosi e approfonditi di quelli di legge.
Da parte sua, la Granarolo, si difende e smentisce categoricamente che l’azienda utilizzi il latte tedesco e assicura che effettua regolarmente analisi, nell’ambito dei propri sistemi di autocontrollo, sia sul processo produttivo, sia sulle acque, che non evidenziano alcuna irregolarità; è stata sottoposta recentemente a controlli da parte delle Autorità sanitarie, nell’ambito dei quali sono stati prelevati campioni ufficiali (acque e mozzarelle) che sono stati analizzati e risultano perfettamente conformi.
Intanto, però, nelle case degli Italiani si è diffusa una strana fobia: tutte le mozzarelle acquistate, delle diverse ditte italiane ed estere, vengono aperte ore prima del consumo per osservare eventuali mutamenti cromatici. Ciò, tuttavia, comporta un rischio ignoto ai più: se tenuto per molto tempo a temperatura ambiente, con il caldo che fa in questi giorni, nel latticino rischia di proliferare una colonia di batteri di vario genere che, anche ammesso che la mozzarella rimanga candida, potrebbe avariare in poco tempo il prodotto e procurare un fastidioso mal di pancia. A meno che non si attenda che la mozzarella cambi colore riponendola nel frigorifero. Ma non si sa mai che la trasformazione si attui solo a temperature più alte …
Insomma, io d’estate adoro mangiare la caprese, il tipico piatto campano a base di mozzarella e pomodoro: che faccio? Mi fido delle ditte italiane, cosa alquanto ingenua da fare visto le ultime notizie, o aspetto di consumare la caprese dei Puffi?
[fonte: Il Corriere ]












