20 maggio 2012

LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

Pubblicato in: adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

Reblogged from laprofonline:

Click to visit the original post

Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l’amore, Melissa?

Continua a leggere... 569 more words

9 febbraio 2012

GRAN BRETAGNA: CONTRACCETTIVI ALLE TREDICENNI ALL’INSAPUTA DELLE FAMIGLIE

Pubblicato in: adolescenti, donne, famiglia, figli, stampa estera tagged , , , , , , , , a 6:34 pm di marisamoles

Una cosa del genere qui in Italia scatenerebbe una sorta di insurrezione. Qui le famiglie devono essere avvertite di tutto ciò che succede ai loro figli, specialmente nell’ambito della scuola. Quando qualcosa con va a genio ai genitori, sono subito pronte le denunce. Talvolta molto discutibili.

Secondo quanto riporta il Daily Telegraph, una campagna governativa contro le gravidanze delle teenager (molto frequenti anche perché le ragazze madri possono usufruire di agevolazioni e sussidi di ogni tipo, compresa l’assegnazione di una casa – per noi qualcosa di fantascientifico), che ha coinvolto almeno nove scuole secondarie, per un totale di 1700 ragazze di età compresa tra i 13 e i 14 anni e 3200 quindicenni, ha portato all’impianto di contraccettivi sottocutanei all’insaputa delle famiglie. Si tratta di bastoncini piccoli e sottili posizionati sotto la pelle dell’avambraccio che rilasciano un flusso costante di ormoni che inibiscono l’ovulazione.
Ad altre 800 ragazzine sarebbero state fatte delle iniezioni sempre ai fini contraccettivi.

L’iniziativa, realizzata da Solent NHS Trust, una sorta di Asl di Southampton, e portata avanti dal 2009, ha ottenuto i suoi frutti: c’è stato, infatti, un calo del 22% degli aborti.
Il vero scandalo, a quanto pare, consiste nel fatto che tutto si sia svolto nelle scuole senza che le stesse abbiano avvertito le famiglie. Una sorta di “vaccinazione” senza autorizzazioni.

Ora si sta assistendo ad uno scaricabarile tra l’azienda sanitaria e le scuole stesse cui sarebbe spettato, pare, il compito di avvertire i genitori delle ragazzine interessate.
Particolamente infuriati i rappresentanti del Family Education Trust, che hanno accusato le autorità sanitarie di incentivare il sesso promiscuo tra gli studenti. Però, c’è da dire che l’intervento d’impianto del contraccettivo sottocutaneo non è stato imposto ad alcuna minorenne se non consenziente. Anzi, si è proceduto su richiesta delle ragazze che hanno semplicemente dovuto compilare un questionario medico prima di farsi impiantare il contraccettivo.

Riassumendo: nessuna è stata obbligata a subire l’intervento contro la sua volontà ma né la scuola né l’azienda sanitaria, tantomeno le minorenni stesse hanno provveduto ad informare mamma e papà.

Al di là del fatto che trovo lodevole l’iniziativa (sempre che sia tutelata la salute delle ragazze, come pare), ritengo sia stato quantomeno imprudente non chiedere preventivamente l’autorizzazione ai genitori. D’altronde mi rendo conto che sarebbe stata una richiesta rischiosa da fare, considerando la giovane età delle interessate. Insomma, senza voler fare i bacchettoni, quale genitore darebbe il suo consenso ad un metodo contraccettivo qualora la richiesta venisse fatta da una tredicenne o quattordicenne? In Inghilterra non so ma qui da noi sarebbe altamente improbabile che si verificasse una tale eventualità.

Però mi chiedo: perché nelle scuole italiane bisogna chiedere l’autorizzazione della famiglia per fare assistere i minorenni alle lezioni di educazione sessuale? E perché si assiste ad atteggiamenti molto ostili ogni volta che si parla di distributori di preservativi nei bagni delle scuole?
Insomma, la contraccezione è sempre meglio dell’interruzione di gravidanza che, specialmente in giovanissima età, può procurare seri traumi. O mi sbaglio?

[notizia e foto da Tuttoscuola.com]

23 luglio 2011

MINORENNI A SCUOLA: A UDINE SESSO IN AULA E VIDEO IN VENDITA SUL WEB

Pubblicato in: adolescenti, cronaca, Friuli Venzia-Giulia, scuola, web tagged , , , , , , , , a 10:47 am di marisamoles


Già in altre occasioni (LINK) ho parlato della consuetudine, ormai fin troppo diffusa, degli adolescenti italiani di filmare le ragazzine, compagne di classe, in atteggiamenti hard, spesso riprese in aula, per poi vendere i filmati sul web. Quando non sono le ragazzine stesse a scambiare video hard di cui sono protagoniste con regali costosi e ricariche telefoniche.

La notizia è di nuovo da prima pagina. Il Corriere riporta una esclusiva testimonianza, correlata da un video:

Abbiamo incontrato Andrea, 16 anni, studente di un liceo scientifico del nord Italia [nel video il giornalista parla di uno studente udinese, NdR]. Mostra alle nostre telecamere tutti i suoi video con un certo orgoglio. Ci spiega che alcuni li gira lui stesso e poi li usa come merce di scambio con i coetanei. Una volta erano le figurine Panini ora sono i video hard delle compagne di classe. In uno di questi è protagonista una ragazzina di 14 anni. In aula il prof non c’è ancora e Maria, nome di fantasia, accetta la sfida dei suoi compagni: «Facci vedere se il tuo seno è rifatto». In pochi istanti la classe la circonda, tutti con il telefonino in mano pronti a immortalare lo strip tease che la ragazza ripete due, tre , quattro volte, tra le risate compiaciute dei suoi amici. Lei stessa ride e fa saluti da vera star. Per Andrea sembra tutto normale anche quando ci mostra una ragazza che, seduta dietro al suo banco, simula – ma neanche tanto – sesso orale con il compagno di scuola. Nel video seguente si vede il prof presente in classe mentre fa lezione ma all’ultimo banco la mano di una studentessa è intenta in tutt’altra cosa che sfogliare libri.

Un altro episodio riguarda una sedicenne, Marina, che già da due anni si spoglia su skype in cambio di ricariche telefoniche. La prima volta rispose ad un annuncio su Facebook dal titolo eloquente: «Ragazze in vendita cercasi. Lavori sul web senza impegno.

Dell’esclusiva parla anche Il Quotidiano del Friuli – Venzia Giulia, nella cronaca di Udine. Nell’articolo si ricorda anche un analogo episodio accaduto, nella città friulana, nel 2005. Allora era scoppiato un vero e proprio caso, come è facile immaginare in una piccola città di provincia dove si pensa che i nostri adolescenti siano lontani da questo mondo amorale e che fatti di cronaca analoghi non ci sfiorino nemmeno.
Eppure il fenomeno è diffuso anche in Friuli – Venezia Giulia. Episodi come quelli raccontati nel servizio giornlistico devono far rilfettere. Al di là della questione etica e morale, che non può essere considerata universale in quanto ognuno è libero di credere in certi valori oppure no, il problema è che queste minorenni non pensano al futuro, non si rendono conto che questi filmati, un domani, potrebbero rivelarsi un’arma a doppio taglio: oggi permettono loro di “guadagnare”, domani teoricamente potrebbero impedire loro di trovare un lavoro “onesto” oppure un fidanzato serio.

Sempre nell’articolo riportato da Il Corriere, firmato da Antonio Crispino, il Garante della Privacy Francesco Pizzetti commenta così questo mercato del sesso on line: Questi ragazzi non conoscono i rischi rilevanti di un comportamento del genere. Devono essere consapevoli che un domani questi video potrebbero essere conosciuti dal datore di lavoro, dal padre del ragazzo con cui vorrebbero fidanzarsi o il fidanzato stesso. Dalla rete è difficile se non impossibile eliminare un documento. Ma ci sono anche problemi di carattere giuridico perché la pubblicazione sul web del video della compagna di classe può integrare reati di pornografia, di corruzione di minore eccetera dei quali si va a rispondere in Procura.

Una volta l’adolescenza era considerata l’età dell’innocenza, ora la possiamo considerare l’età della spregiudicatezza. Fino a che punto si spingeranno questi minorenni senza valori e senza coscienza?

[immagine da questo sito]

7 maggio 2011

MALEDUCAZIONE E DISEDUCAZIONE

Pubblicato in: adolescenti, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , a 6:16 pm di marisamoles


In questo blog ho parlato tanto, forse troppo, di scuola. Mi sono soffermata a riflettere sugli allievi bocciati all’Esame di Stato, su quelli “indebitati”, sulla scuola da bocciare o da elogiare proprio perché boccia, a seconda dei punti di vista. Sulla riforma Gelmini e le sue conseguenze, sulle prove InValsi che sarebbero da cambiare perché così servono a ben poco, sulla scuola e i docenti da valutare per migliorare l’istruzione che pare sia, in Italia, l’unico male dei nostri tempi.

C’è però, secondo me, un altro argomento su cui ragionare, intimamente correlato al “problema scuola”: l’educazione dei ragazzi. Dico educazione, in generale, anche perché parlare di “maleducazione” a me pare troppo semplicistico. Forse sarebbe meglio dire “diseducazione”. “Diseducare” ed “educare male”, infatti, sembrano sinonimi ma non lo sono. Devoto – Oli alla mano, “diseducare” significa “annullare i risultati di una precedente educazione”, il che è come dire che l’educazione prima c’era, ma poi si è persa per strada. Per quale motivo? Perché a volte, nell’educazione dei figli, intervengono dei fattori imprevedibili, se non addirittura impensabili o insospettabili, che portano alla diseducazione, ovvero alla perdita di quella “buona educazione” impartita entro le quattro mura domestiche.

Le quattro mura domestiche, infatti, sono una specie di nido sicuro in cui pare che nulla di male possa succedere ai nostri ragazzi. Una specie di microcosmo, considerato modello di perfezione, in cui l’educazione, o meglio la buona educazione, regna sovrana. Non credo, infatti, che i genitori, nemmeno quelli più distratti, non sappiano educare i figli. Anche in assenza di competenze specifiche in ambito pedagogico, il modello familiare rappresenta sempre il punto di forza per i neogenitori. A patto, è ovvio, che quel modello sia positivo. Ma quando non lo è, proprio per questa sua inadeguatezza a livello educativo, i genitori sanno quasi per reazione istintiva correggere quel modello negativo. Tutto questo almeno in linea teorica.

Quando, allora, intervengono quei fattori che “rovinano” la buona educazione impartita? Molto prima di quanto si pensi. Nel momento in cui il bambino, anche molto piccolo, si trova a relazionarsi con altri bimbi, più o meno coetanei, deve fare i conti con altri modelli educativi, a volte simili al suo, altre diametralmente opposti. Poi, come si sa, l’unione fa la forza e quindi il “gruppo” si darà delle regole diverse a seconda del clima che si instaura al suo interno, accettando in solido tutte le regole ritenute condivisibili. Mi spiego: perché mai, se abbiamo insegnato a non strappare dalle mani un giocattolo di cui momentaneamente un altro si è impossessato, se ci siamo sforzati di educare i figli alla condivisione, allo scambio reciproco, succede che il pargoletto dimentichi questa regola fondamentale del vivere in gruppo e si comporti come una specie di “barbaro”? Succede proprio perché ci sarà sempre qualcuno dei compagni a comportarsi a quel modo e gli si darà ragione, altro che condivisione! Il senso di proprietà è, infatti, sviluppato nei bambini molto di più che non la pratica della generosità.

Man mano che il tempo passa e gli anni di scuola percorrono i diversi gradi dell’obbligo, la situazione spesso peggiora. Erroneamente si pensa che la buona educazione riesca a prevalere anche quando un figlio si trova a condividere spazi, tempo ed esperienze con i suoi coetanei. L’azione educativa, delle maestre prima e dei professori poi, è sempre più difficile, resa complicata dal gran numero di bambini e adolescenti di cui è formata una singola classe e dal variegato mondo da cui provengono scolari ed alunni. Capita che abbiano a che fare con una scomposta marmaglia piuttosto che con un’ordinata scolaresca. E capita che i bambini e i ragazzini seguano l’esempio sbagliato, quello offerto loro dal più “bullo” del gruppo, proprio perché normalmente a far da traino non sono i migliori ma i più discoli. La trasgressione è una tentazione troppo forte, non può competere con il rispetto delle norme, odiosa e antipatica consuetudine, priva di qualsiasi attrattiva.

Che succede poi, quando i ragazzi arrivano alle superiori? Be’, dipende molto dal tipo di scuola perché, è inutile negarlo, c’è una grande differenza tra gli adolescenti che frequentano i licei e quelli che si iscrivono ai tecnici e ai professionali. Anche se non si può fare a meno di notare, con profonda amarezza e inconsolabile senso di frustrazione, che anche al liceo arrivano le “orde barbariche”. La differenza è che, sebbene molto faticosamente, si riesce a “raddrizzarli” quasi tutti, questi “barbari”. Bisogna insistere molto sul rispetto delle regole, delle opinioni altrui, di sé stessi e degli altri, delle proprie cose come di quelle comuni. Spesso capita che la descrizione che dei figli viene fatta dai docenti ai genitori non collimi affatto con la descrizione che i genitori fanno dei figli. Nella maggior parte dei casi non faccio fatica a credere alle loro parole perché a scuola si diventa “altri”, per poi rivestire i panni del “gioiello di famiglia” all’interno delle mura domestiche.

E fuori di scuola, che succede? La maleducazione è imperante da parte dei più giovani. Lasciamo perdere il fatto che per strada spintonano, non tengono aperta una porta ad una signora neanche a morire, che sull’autobus si piazzino sul loro bel sedile, guadagnato a furia di gomitate, e non si scollino da lì nemmeno di fronte al tipico vecchietto con bastone, neppure se stanno seduti nei posti riservati ai disabili. Il cartello neanche lo vedono, anzi , non appena si accomodano al loro posto, piazzano lo zaino proprio lì davanti e fanno finta di nulla.

E che dire del linguaggio? A parte l’utilizzo di un gergo quasi incomprensibile a noi adulti, le parolacce sono ormai un’abitudine talmente radicata che nemmeno si sforzano di adoperare un linguaggio pulito di fronte agli adulti. Il turpiloquio ha invaso, oramai, anche la scuola: nei corridoi, nei cortili, in classe, dappertutto. Certo, tentano di non farsi sentire ma durante l’intervallo, quasi non fosse considerato anche quello tempo-scuola, la lingua non ha freni. Non si curano di trovarsi fianco a fianco con il docente di sorveglianza e se si prova a riprenderli, lanciano occhiate di sfida o rivolgono sguardi di compassione, quasi dicessero: “Ma che vuoi? Che faccio di male?”.

Anni fa, sempre durante la ricreazione, mentre ero di sorveglianza in corridoio, sono stata travolta da un maldestro spilungone che, sul momento, non si è nemmeno degnato di chiedere scusa. Un dubbio, però, dev’essergli venuto perché ha rallentato, si è girato e, vedendo che la persona che aveva quasi buttato a terra ero io, cioè un’insegnante, mi ha chiesto scusa, giustificandosi con queste parole: “Credevo fosse una compagna”. Dopo la momentanea gratificazione provata nell’essere scambiata per un’allieva, ho replicato: “Ah, perché una tua compagna la puoi anche buttare a terra e non le chiedi scusa?”. Nessuna risposta, solo un sorrisetto di circostanza, dopodiché ha ripreso la corsa sfrenata travolgendo, forse, qualche altro malcapitato.

Le cose non vanno meglio per strada. L’altro giorno, mentre passeggiavo in centro, ho incrociato un gruppetto di ragazzi, ben vestiti, curati nella persona, senza tatuaggi o piercing (che, in ogni caso, non devono essere interpretati tout court come elementi distintivi di una categoria di persone “poco raccomandabili”), insomma ragazzi normali come ne vedo a centinaia a scuola ogni giorno. Il gruppetto usciva da un fast food con delle lattine di birra in mano; non appena arrivano alla mia altezza, uno di loro emette un sonoro rutto con la faccia rivolta verso di me, tanto che ho potuto, anzi dovuto odorare l’aroma caratteristico della birra che a me non piace nemmeno. Ho lanciato verso il ragazzo un’occhiata fulminante e ho immediatamente pensato: “se fosse mio figlio, lo prenderei a sberle”. Istintivamente, chissà perché si tende ad addossare sulla famiglia ogni responsabilità. È evidente che un figlio a casa si comporti in un certo modo e che di fronte alla mamma non farebbe mai una cosa del genere, a meno che, malauguratamente, non la riconosca qualora la incroci per strada. È perfettamente inutile, quindi, pensare “se fosse mio figlio …” perché una situazione del genere ha poche probabilità di accadere e perché non si può diventare invisibili e seguire ovunque i propri figli quando se ne vanno in giro in compagnia.

E a scuola, almeno in questo, si trattengono? No. L’altro giorno, durante una mia ora di lezione particolarmente tranquilla, nel senso che i miei studenti se ne stavano zitti, nel corridoio c’erano dei ragazzi, evidentemente privi di sorveglianza, che facevano bellamente una gara di “rutto libero”. Ovviamente il caratteristico rumore si è sentito benissimo e ho subito pensato: ma se succede qui che siamo in un liceo, cosa accadrà mai in un istituto professionale?

14 novembre 2010

I GIOVANI E IL TELEFONINO: SCATTARE FOTO, SEMPRE E COMUNQUE

Pubblicato in: adolescenti, cronaca, Friuli Venzia-Giulia, televisione, Trieste, web tagged , , , , , , a 12:52 pm di marisamoles


La notizia è già tragica di per sé: un’anziana donna è stata travolta e ferita gravemente a Trieste da un mezzo pubblico impazzito, mentre si apprestava a salire sul “proprio” autobus. In breve: l’autista del mezzo investitore, un trentenne, a causa di un malore ha perso il controllo del mezzo, mentre viaggiava nella zona antistante la stazione ferroviaria, dove si trovano numerose pensiline spartitraffico sulle quali si attendono i bus. Fatalità ha voluto che piombasse, con il proprio mezzo, su un altro autobus, schiacciando tra i due mezzi la malcapitata signora.

Per liberare l’investita, si è dovuto ricorrere ai Vigili del Fuoco che hanno utilizzato il braccio meccanico di un’autogru. La signora, trasportata al nosocomio di Cattinara, ha subito l’amputazione di una gamba rimasta maciullata nell’incidente.
Fin qui la notizia, già tragica, come dicevo. Quello che rende ancor più agghiacciante l’episodio è il fatto che, come riportato dal quotidiano Il Piccolo, i soccorritori hanno dovuto faticare non poco per allontanare dal luogo dell’incidente un gruppo di giovani che, armati di telefonino, facevano ressa per filmare o fotografare l’accaduto.

Che dire? Ormai il gusto per l’horror sembra senza limiti. La televisione e i suoi servizi hanno, secondo me, la responsabilità di far credere ai più giovani che ci si possa improvvisare fotoreporter e godere di un momento di celebrità scaricando i filmati su You Tube. La curiosità che fatti di cronaca drammatici destano nel pubblico, complice l’insistenza con cui vengono riproposte scene del delitto, interviste alle persone coinvolte o anche a semplici passanti, ormai fa scuola. Il tutto condito da quell’irrefrenabile voglia di rendersi testimoni, a tutti i costi, scattando foto e riprendendo con il telefonino i luoghi che hanno a che vedere con la tragedia in questione.

Tutto questo, perdendo di vista la tragicità del momento. Mi viene in mente, per contrasto, un’amica tailandese che, durante un soggiorno in Inghilterra, armata di fotocamera, faceva centinaia di scatti per riprendere ogni cosa, anche la meno interessante, almeno per noi occidentali. Si lasciava trasportare dal gusto, un po’ infantile, per ciò che le destava stupore e di cui desiderava un’imperitura testimonianza.

Vorrei che la curiosità fosse ancora prerogativa dei turisti e dei loro scatti innocenti. Così non è più, purtroppo.

[Fonte: Il Piccolo]

11 novembre 2010

DIETA: SALTARE LA PRIMA COLAZIONE È SBAGLIATO E DANNOSO

Pubblicato in: adolescenti, bambini, dieta, famiglia, figli, salute tagged , , , , , , , , , , , , a 7:18 pm di marisamoles


Chi ha dei figli adolescenti lo sa: i ragazzi, per guadagnare qualche minuto di sonno in più al mattino, si alzano all’ultimo momento e saltano la colazione. Io non mi stanco mai di ripetere, a casa e a scuola, che non fare la prima colazione è un comportamento errato perché le calorie che si inglobano appena svegli costituiscono il carburante per l’intera mattinata. Non solo, consideriamo che dalla cena al momento di alzarsi dal letto passano, generalmente, almeno dieci o undici ore. Quindi non è ammissibile rimanere a digiuno per così lungo tempo, mentre al pomeriggio i ragazzi, più per noia che per “fame”, si rimpinzano di ogni schifezza, anche a distanza di una o due ore dal pranzo.

Chi salta la colazione perché vuole dimagrire, sbaglia di grosso: arriverà affamato al pranzo e mangerà di più. Chi pensa di rifarsi con la merenda di metà mattina, in ufficio o a scuola, sbaglia comunque perché il cibo che si acquista al bar o si preleva dai distributori non è mai sano come quello che si può consumare a casa. Il caffè stesso, giusto per fare un esempio, al bar è più buono ma anche leggermente più forte. Non parliamo delle brioches: molto meglio qualche fetta biscottata con la marmellata, uno yogurt o della frutta fresca, cose che generalmente fuori casa è difficile trovare.

Quello di cui non ho mai tenuto conto, fino ad oggi, è che saltare la colazione potesse essere anche nocivo per la salute. Sul Corriere leggo che questa insana, è il caso di dirlo, abitudine metterebbe a rischio il benessere del nostro cuore. E, cosa su cui riflettere maggiormente, non si limiterebbe all’età adulta, ma, a quanto pare, se la consuetudine di saltare la colazione si prolunga nel tempo, fin dalla giovane età, i rischi si aggravano. Ma quali sarebbero questi rischi? Attacchi di cuore e diabete, secondo una ricerca condotta in Tasmania dal Menzies Research Institute e pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition.

Riporto dal Corriere:

Gli studiosi hanno analizzato circa duemila persone, indagando sulle loro abitudini alimentari a partire dalla giovane età e raccogliendo i dati rilasciati da varie ricerche australiane e della Tasmania negli ultimi 20 anni. I risultati mostrano come chi ha saltato il pasto sia da bambino sia da adulto, corra rischi maggiori rispetto invece a chi la colazione abbondante l’ha sempre fatta, già nei primi anni di vita. […]
Nel caso di chi non fa colazione e non l’ha fatta a lungo sarebbero percentualmente più alti i livelli di insulina monitorati a digiuno; la circonferenza della vita risulterebbe più estesa; aumenterebbero anche i livelli di colesterolo Ldl (quello comunemente chiamato “colesterolo cattivo”) e del colesterolo totale nel sangue, tutti fattori che insieme tracciano il profilo di pazienti ad alto rischio di infarti o di diabete.

Insomma, non c’è da stare allegri. Meglio un buon caffelatte, uno yogurt e un frutto, per cominciare la giornata e … mantenersi sani più a lungo.

[LINK della fonte]

28 ottobre 2010

CINZIA TH. TORRINI: LA SUA “TERRA” È “RIBELLE” E … OSCENA

Pubblicato in: adolescenti, bambini, famiglia, televisione tagged , , , , , , , , , , a 4:50 pm di marisamoles


L’ultima fiction della regista Cinzia Th. Torrini, che con “Terra ribelle” cerca di eguagliare l’enorme successo ottenuto con “Elisa di Rivombrosa”, è finita nell’occhio del ciclone. Il motivo? Scene di sesso esplicito e stupro, certamente non adatte ai minori. Ma, nonostante tutto, la Rai non ha provveduto a segnalare la fiction come non adatta ai bambini, contrassegnandola con il bollino rosso.
Be’, la scena dell’amplesso tra Jacopo e Luisa (regolarmente sposati, eh!) è stata, in effetti, molto esplicita e particolareggiata. Ma anche in “Elisa di Rivombrosa” abbiamo assistito a scene di sesso, solo che Vittoria Puccini, poveretta, deve avere la misura 0 di reggiseno, mentre l’attrice che interpreta Luisa (Sabrina Garciarena) ha sfoggiato una bella quarta, sulla cui naturalità è venuto qualche sospetto. Ma chi ha dimenticato, in “Elisa”, il bel lato B scultoreo di Alessandro Preziosi? Io no.

Tornando alle proteste, Elisabetta Scala, responsabile dell’Osservatorio Media del Moige, definisce lo spettacolo non adatto alla visione dei minori che come tale andava segnalato, cosa che invece la Rai non ha fatto, mostrando così una mancanza di attenzione al pubblico dei minori e delle famiglie. La Scala ha anche informato che sarà inviata una segnalazione agli organi competenti. Auspichiamo, quindi, -prosegue- provvedimenti adeguati da parte dei vertici Rai così da applicare concretamente quanto affermato dalla circolare del direttore generale Masi che stabiliva provvedimenti seri per l’infrazione della fascia protetta.

Prima di sbraitare tanto, io mi sarei chiesta: la fiction, al di là dei bollini, è uno spettacolo adatto ai bambini o comunque ai minori?
Vediamo di cosa si tratta: siamo in Maremma, alla fine dell’Ottocento. L’ambientazione appare quella di un western di casa nostra, con tanto di butteri al posto dei cow-boy. Nobili decaduti cedono ai ricatti degli zotici arricchiti che, seppur con i soldi, mantengono l’animo vile e pronto a tutto pur di accumulare ulteriori ricchezze. Pronti anche a calpestare i sentimenti. E poi il fenomeno del brigantaggio cui furono spinti, a quel tempo, uomini e donne senza lavoro e senza terra, visto che se l’erano portata via, il più delle volte con la forza, i “padroni”.
Le storie di due famiglie, una nobile ma decaduta e l’altra costituita dai nuovi ricchi, s’intrecciano, con un matrimonio combinato, un sordido patto tra i due sposi a danno della sorella di lei e del migliore amico di lui che si amano disperatamente. Ci sarà, poi, anche l’agnizione, la rivelazione che chiarirà molti dubbi allo spettatore, sempre pronto a godersi uno spettacolo fatto di donnine allegre, ubriaconi nelle taverne, al posto dei saloon, amori struggenti non consumati e violente passioni che tengono in bilico l’animo ribelle di gente senza scrupoli.

Di fronte a questo scenario (non ho ricostruito la trama perché la si può trovare in ogni dove) cosa potrebbe mai attirare l’attenzione dei più piccoli? Forse i cavalli e le evoluzioni dei butteri in groppa ad animali ribelli quanto i loro padroni.
Se poi parliamo dei più grandi, minorenni ma non bambini, di certo le ragazzine hanno un valido motivo per guardare “Terra ribelle”: la presenza, nel cast, dell’attore Rodrigo Guirao Diaz, idolo delle teenager in quanto interprete della fiction “Il mondo di Patty”. Di certo la sua partecipazione in “Terra ribelle” ha questo scopo: come avrebbe potuto, dunque, la Rai apporre il bollino rosso?

Al di là di tutte le polemiche e le censure, credo che gli adolescenti di oggi possano trovare ben di peggio sul web. Per i più piccoli ci sono pur sempre i genitori che dovrebbero valutare uno spettacolo televisivo come adatto o meno ai loro figli. Questo è, infatti, il significato del bollino giallo. Ma, poi, se parliamo di fasce protette, che dire dei talk show pomeridiani che hanno ormai sostituito la vecchia “TV dei Ragazzi”? Dedicati sempre più a casi di assassini e stupratori, in cui si raccontano le vicende con dovizia di particolari. Non sono forse spettacoli, questi sì, da bollino rosso? Eppure ce li dobbiamo sorbire quotidianamente.

Un’ultima osservazione: i programmi in prima serata iniziano sempre più tardi e terminano, quando va bene, alle 23 e 30. A quell’ora i bambini e i ragazzi non dovrebbero essere a letto? Sarà che appartengo alla generazione di quelli che, finito Carosello, dovevano andare a nanna senza tante discussioni, ma le rimostranze del Moige, almeno in questo caso, non le capisco proprio.

[fonte e foto: Il Corriere]

24 ottobre 2010

SCUOLA E SPORT: NIENTE “GIOCHI DELLA GIOVENTÙ” PER GLI STUDENTI CHE NON HANNO TUTTI I 6 NEL PROFITTO

Pubblicato in: adolescenti, bambini, politica, scuola, sport tagged , , , , , , , a 2:23 pm di marisamoles

Un disegno di legge presentato dalla Lega, in discussione al Senato, si ispira al modello dei college americani e vuole riportare agli antichi splendori i “Giochi della gioventù”. Solo sull’articolo 2 la discussione è animata: «Non possono partecipare ai Giochi gli studenti che non abbiano conseguito la sufficienza in tutte le materie nel semestre scolastico precedente a quello di svolgimento della manifestazione sportiva». La proposta riguarda i ragazzini dalla quarta elementare alla terza media che dovrebbero tornare al vecchio sistema di gare comunali, provinciali, regionali e nazionali oggi riservato agli studenti delle superiori.
Indubbiamente la proposta di rilanciare i Giochi merita un elogio, In generale, su tale proposta sono tutti d’accordo ma quell’articolo 2, che condivido appieno, ha generato delle rimostranze. Si obietta, infatti, che i bambini e gli adolescenti italiani sono un po’ pigri: fanno poco sport, in generale, e a scuola spesso le ore di Ed. Fisica o Motoria sono svolte in luoghi e con mezzi di fortuna, visto che quattro scuole su dieci non hanno nemmeno una palestra.

Sinceramente non credo che la partecipazione ai Giochi della Gioventù possa cambiare le abitudini dei giovani italiani: chi fa sport per conto suo, partecipa alle gare, anche su segnalazione degli insegnanti, chi non fa attività fisica, non ha voglia nemmeno di partecipare ai Giochi e nemmeno sarà spronato dai prof in mancanza di attitudini.
Che poi qualcuno, particolarmente appassionato di sport attivo, ci marci e approfitti delle ore “perse” per partecipare alle gare, trascurando lo studio, è una realtà piuttosto diffusa.

Da anni, di fronte alle giustificazioni addotte dai miei colleghi per un profitto non brillante, del tipo “poverino/a, è tanto impegnato con lo sport, ha partecipato ai campionati italiani, forse andrà agli europei, fra qualche anno lo/la vedremo alle Olimpiadi”, ho sempre manifestato apertamente la mia insofferenza.
Posso ammirare chi nello sport si distingue, anche considerando che spesso proprio lo sport a livello agonistico “salva” i ragazzi da abitudini ben più deleterie, ma da insegnante non posso accettare che l’attività agonistica diventi un alibi per impegnarsi poco, confidando, magari, nel sostegno del/della prof di Ed. Fisica che allo scrutinio finale spingerà per la promozione dell’allievo/a particolarmente dotato a livello sportivo ma molto meno portato per le “materie culturali”.

Insomma la proposta della Lega, in particolare di quell’art. 2, non piace a tutti. Eppure negli States funziona così; addirittura le squadre di basket della Nba possono pescare nei college solo i giovani che hanno tutti i voti a posto. Perché, dunque, non prenderne esempio?
«L’obiettivo – spiega Giovanni Torri, senatore della Lega e autore del ddl – è usare la partecipazione ai giochi come incentivo per spingere i ragazzi a studiare. In particolare quelli meno bravi, che avrebbero un motivo in più per impegnarsi». Di contro, c’è chi, come il senatore del Pdl Franco Asciutti, obietta che spesso i più bravi nello sport hanno profitti mediocri: «Lo sport non serve solo ai bravi, anzi serve soprattutto ai meno bravi che così possono ritrovare quell’autostima necessaria per migliorare negli studi e non abbandonarli».
Dello stesso avviso anche la senatrice Mariapia Garavaglia, del Pd, secondo la quale «bisogna consentire ad un giovane di esprimere le proprie attitudini sportive a prescindere dal merito scolastico» altrimenti «si finirebbe per frustrare ancora di più i ragazzi che vanno meno bene».

Io, tuttavia, rimango ferma nella mia convinzione che la partecipazione ai Giochi delle Gioventù debba costituire un merito per chi s’impegna nello studio e nello sport, senza trascurare nessuna delle due attività. Il paletto del profitto sufficiente in tutte le materie, a par mio, potrebbe servire da incentivo, come sostiene Giovanni Torri, e abbatterebbe quella disparità di trattamento che spesso si verifica nei confronti degli allievi bravi su tutti e due i fronti che si vedono superati da degli studenti mediocri, a volte pessimi, nei confronti dei quali, però, c’è sempre un occhio di riguardo perché “poverini, sono così impegnati nello sport!”.

[LINK della fonte della la notizia]

7 agosto 2010

PALAZZOLO: GIULIA, STUDENTESSA CORAGGIOSA NEODIPLOMATA, NON CE L’HA FATTA

Pubblicato in: cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , a 2:53 pm di marisamoles

Il 4 luglio scorso aveva superato il suo esame di maturità, con il punteggio di 86/100. Il commento? “Potevo fare di più”.
Certo, è un punteggio dignitoso ma, con un po’ di buona volontà, si può fare di più. Giulia, però, ha fatto il massimo. Al di là di qualsiasi punteggio, ha dimostrato che anche in una situazione critica come la sua, non bisogna mai abbattersi. Lottare per realizzare un sogno: quello di ottenere il diploma di Tecnico dei servizi sociali all’istituto Ceconi di Udine. E la sua è stata una lotta vera, prima di tutto contro un nemico che a volte è davvero difficile sconfiggere: il tumore.

L’esame di maturità Giulia l’aveva sostenuto al CRO di Aviano, un centro altamente specializzato per la cura di ogni forma di tumore. Non era stata lasciata sola nella sua personale sfida: un team di insegnanti volontari l’aveva aiutata a prepararsi per l’esame e, nonostante il peggiormento della sua malattia, il Sarcoma di Ewing, alla fine aveva conquistato il diploma.
Un esempio da applicare nella vita quotidiana di ciascuno di noi“, aveva commentato il sindaco del paese di Giulia, Mauro Bordin. Ed è vero, perché a volte piangersi addosso non solo non permette di ottenere alcun risultato ma contribuisce a rattristare chi vive un dramma accanto ad una persona cara.

Ieri notte Giulia se n’è andata. Ha affrontato quest’ultima grande prova, come ha detto la sorella Barbara «con la serenità e il coraggio con cui ha sempre affrontato la sua vita».

Addio Giulia. Non ti conoscevo ma la tua storia mi ha colpita come mamma e come insegnante. Grazie per aver dimostrato che nella lotta della vita non si deve mai mollare, anche quando sperare nel futuro diventa un’impresa molto ardua.

[fonte: Blog di Aldo Rossi; immagine da questo sito]

5 luglio 2010

MAMMA E FIGLIA

Pubblicato in: adolescenti, affari miei, bambini, donne, famiglia, figli tagged , , , , , , a 6:04 pm di marisamoles

Mia mamma ha trent’anni più di me. Il che non dice molto a chi non conosce la mia età. In casa mia sull’età delle donne c’è sempre stato una sorta di tabù: mia nonna, scomparsa alla bella età di 87 anni, non la rivelava mai a nessuno; mia mamma ogni tanto si sbilancia con pochi intimi, ma sopravvive in lei l’atavica reticenza a rivelare l’età. Da parte mia, seguo le orme delle “mie” donne ma tendo a sbilanciarmi un po’ di più di quanto non faccia mia mamma.
Solo al medico non si possono nascondere i dati anagrafici: sarà per questo che, come mia nonna e mia mamma, mi rende felice lo sguardo sorpreso del dottore di fronte alla mia data di nascita.

Nella mia famiglia, oltre all’età c’è sempre stato qualcos’altro su cui doveva calare inesorabile il velo della privacy: le malattie. Mia nonna, la cui salute, nonostante la lunga vita, è sempre stata cagionevole, ogni volta che veniva ricoverata in ospedale per il resto del mondo, cioè quelli che non facevano parte della ristretta cerchia familiare, era in “villeggiatura”. E già., allora si diceva così: dire “ferie” sembrava troppo legato al lavoro, cosa del tutto sconosciuta a mia nonna che non ha mai lavorato in vita sua; la parola “vacanza” appariva quasi sgradevole, come qualcosa di vago, troppo generico. “Villeggiatura”, invece, andava benissimo.

A casa mia, almeno finché è vissuta mia nonna, vigeva il matriarcato: la mater familias era mia nonna, mia mamma era il suo braccio destro. Mio papà e mio fratello si sono dovuti adattare, il primo in particolar modo, visto che la suocera se l’è trovata installata in casa già al ritorno dal viaggio di nozze. Quanto a mio fratello, il sottostare alle intransigenti regole del matriarcato l’ha sempre lasciato indifferente, almeno credo. C’è da dire, però, che se n’è andato da casa molto presto, quindi il suo sacrificio è stato di breve durata. Breve ma intenso: ricordo ancora le notti in cui mia madre, che rimaneva ben desta fino a quando mio fratello non rientrava, svegliava mio padre, che invece non aveva alcuna difficoltà a prender sonno, obbligandolo a telefonare a casa della futura nuora per sollecitare il rientro del figlio, decisamente necessario per poter dormire in pace almeno altre quattro ore.

Anch’io, come mio fratello, non ho atteso molto per andarmene. Ma sono stata più intelligente: ho messo tra me e mia mamma 60 chilometri. Ai tempi credevo fosse la cosa migliore per andare d’accordo, ma mi sbagliavo. Fra me e mia mamma c’è sempre stata una sorta di incompatibilità di carattere, specie nel periodo dell’adolescenza. Non so se Edipo c’entrasse qualcosa, ma preferivo la rassegnazione di mio padre alla caparbietà di mia madre. Io ero esattamente come lei, ma non me ne rendevo affatto conto: testarda, poco incline ad accettare le critiche o i consigli, ribelle nell’animo e ferocemente schietta all’esterno. In altre parole: facevo esattamente quello che volevo anche se fingevo di assecondare i desideri degli altri. La trasgressione, però, era all’ordine del giorno: una trasgressione non molto palese, quasi mascherata da complicità. Giravo la frittata a mio piacimento fino ad indurre i miei a credere che avrei comunque fatto la cosa giusta, anche quando quella cosa non era esattamente quella che avevano in mente loro. Ma su una cosa non transigevo: la fiducia. Loro dovevano fidarsi di me e basta. D’altra parte, quella fiducia ero convinta di meritarla come una sorta di premio per la mia bravura: i successi scolastici riempivano i miei di soddisfazione e io li usavo come un’arma, di difesa o di attacco, a seconda dei casi. Quando l’incompatibilità superava un certo limite, minacciavo di abbandonare gli studi, quando ritenevo di poter vincere la battaglia, allora facevo subito notare quanto il mio impegno nello studio fosse per loro motivo di felicità e per me una condizione indiscutibile per ottenere qualcosa in cambio.

Insomma, quando mi sono sposata quei sessanta chilometri allora mi apparivano come l’unità di misura della libertà e dell’autonomia. Non credevo, però, che mia mamma avrebbe continuato a contrastarmi anche telefonicamente. Le cose sono cambiate quando sono diventata mamma: in quel momento io e mia madre stavamo finalmente sullo stesso piano.
Di una cosa, però, ero convinta: non sarei mai stata una mamma come la mia. Non avrei mai ascoltato di nascosto le conversazioni telefoniche dei miei figli, non avrei mai letto le loro lettere o i diari, non avrei mai criticato i loro amici né le loro “fidanzate”; sarei stata loro complice, un po’ mamma-amica, una che non parla al vento semplicemente perché ha qualcosa di saggio da dire, una che offre la sua esperienza, anche quella di figlia, per guadagnarsi la stima e la fiducia dei suoi pargoli.
Niente di più sbagliato: tutto quello che credevo non avrei mai fatto, l’ho fatto (anche se ora non ci sono lettere ma e-mail e non si telefona ma si spediscono sms) o almeno ho tentato. Le nuove tecnologie, in questo caso, complicano notevolmente la vita delle mamme: i cellulari dei figli hanno sempre una tecnologia più avanzata di quella dei telefonini dei genitori e le password sono molto più difficili da scoprire rispetto al nascondiglio dei vecchi diari.

Quando sono diventata madre, dicevo, ho gradualmente cambiato idea su mia mamma. Nel periodo dell’infanzia dei miei figli mia madre era una fonte inesauribile di consigli, anche se una buona parte di essi apparivano decisamente superati. Ma una parola di conforto da mamma a mamma ha sempre un indiscutibile valore.
Quando ho dovuto fare i conti con due figli adolescenti, però, mi sono più volte detestata per aver pensato –non l’ho mai detto ad alta voce, però- quello che da ragazzina non capivo: la mamma ha sempre ragione. Mi sono detestata, è vero, ma da quell’esperienza ho concluso che in una mamma c’è sempre un sesto senso, quello che istintivamente fa protendere verso il bene dei figli. Anche quando si sbaglia, insito in una madre c’è quel sesto senso che a volte non si ascolta e si fa male. Ma, d’altra parte, nessun essere umano è perfetto e neanche le mamme lo sono. I figli, poi, sono la quintessenza dell’errore: non c’è quasi mai nulla di giusto in loro. L’ho scoperto e ho fatto esattamente lo stesso pensiero di ogni genitore, di ogni mamma e ogni papà. Il difficile è ammetterlo. Anche quando alcuni genitori sbandierano ai quattro venti di avere dei figli perfetti, sanno di mentire. Forse vogliono solo convincere gli altri per convincere sé stessi. In altre parole, si chiama “legge della sopravvivenza”.

Avrei ancora molte altre cose da dire su mia madre ma è giunto il momento di arrivare al perché di questo mio post che rompe un lungo silenzio. Per un periodo ho voluto azzerare la distanza tra me e mia madre e ho convissuto con lei per quasi due settimane al mare. Apparentemente è stata una “vacanza”, o come direbbe mia nonna la “villeggiatura”, ma il significato di questo breve periodo è molto più profondo.
Io mi sono riscoperta “figlia” , ma una figlia del tutto diversa da quella che sono stata finché vivevo in casa dei miei genitori. Fino a qualche giorno fa credevo che il mio essere figlia non potesse diversificarsi da quello che ero stata e che il suo essere mamma non potesse discostarsi dal ruolo che aveva rivestito per quasi metà dei miei anni. Non ce lo siamo dette, ma credo che entrambe l’abbiamo pensato: lo stupore di apparire diverse da quello che eravamo state ha abbattuto quel muro che ci ha divise per anni. Una di fronte all’altra, senza ruoli da rispettare, senza maschere da indossare, senza arbitri pronti a giudicarci, abbiamo messo a nudo quelle affinità che avevamo nascosto dietro la corazza per difenderci da noi stesse.

Io e mia mamma, “nemiche” per anni, abbiamo gettato le armi e, finalmente, abbiamo vinto la battaglia che ci collocava su opposti fronti. Abbiamo convissuto facendo convergere ogni intento senza alcuno sforzo, senza paura di mettere a nudo le nostre debolezze, senza nascondere l’obiettivo cui abbiano inutilmente teso per tutti questi anni: amarci e dimostrarlo vicendevolmente.
Ci siamo scoperte d’accordo su tutto: gli orari, il cibo, i programmi Tv, il caffè del mattino … Abbiamo scoperto che i nostri uomini ci fanno mangiare troppo mentre noi ci accontentiamo di poco: frutta, verdura cotta o cruda, poca carne, un po’ di pesce, qualche affettato rigorosamente magro. La nostra “parca mensa” rispondeva perfettamente alle esigenze di entrambe: lei mangia poco a causa dei problemi allo stomaco, io per via della bilancia con cui lotto fin dalla prima infanzia. Io andavo in spiaggia da sola al mattino, la raggiungevo in centro per un caffè alle 11 e 30 e nel pomeriggio lei si univa a me sotto l’ombrellone un po’ più tardi, per evitare l’eritema solare sempre in agguato. Esattamente quello che faceva mia nonna durante il mese d’estate che trascorrevamo al mare, come se tutto rientrasse in un disegno prestabilito, un’usanza da tramandare alle generazioni future. Peccato che io non abbia figlie femmine: l’usanza non potrà perpetuarsi.
La sera riuscivamo a vedere l’intera puntata di “Reazione a catena” (il quiz presentato da Pino Insegno), senza che nessuno ci facesse notare, con ben poca discrezione, che era quasi l’ora di cena e la tavola non era ancora apparacchiata. Preparatissime nelle risposte ai quesiti, abbiamo immaginato di partecipare anche noi, peccato che il “terzo” non l’abbiamo trovato. Non abbiamo mai impiegato più di mezzora per cenare, mentre a casa, chissà perché, i pranzi e le cene durano sempre troppo a lungo. Tempo sprecato per noi due che mangiamo così poco. E dopo aver cenato, non abbiamo dovuto ingaggiare una lotta senza speranza per vedere quello che piaceva ad ognuna: anche sui programmi Tv siamo state sempre d’accordo. Così come siamo state concordi nel rinunciare alla passeggiata serale: troppo caos in giro, poco da vedere, eccessiva stanchezza o forse solo un po’ di pigrizia. Ma la vacanza che abbiamo scelto è stata consapevolmente rilassante e conciliante una profonda riflessione sulla nostra vita, quella trascorsa e quella che verrà.
Al mattino non le ho quasi mai fatto mancare il caffè a letto, un’abitudine che le ha regalato mio padre, sempre molto sollecito nei suoi confronti. Non le ho quasi mai fatto lavare le stoviglie o imposto le pulizie: il “quasi” dipende dal fatto che ogni tanto le ho lasciato credere di poter fare quello che voleva. Anche questo rientra in una sorta di disegno atavico cui non possiamo sottrarci.

Da quasi venticinque anni sono una moglie, da più di ventidue sono una mamma; non ricordavo il valore di essere una figlia, o forse non l’ho mai davvero apprezzato. Riscoprirlo, per una donna della mia età, è stato come uscire da un tunnel e vedere la luce. Essere solo una figlia, anche se per un breve periodo, mi ha fatto riscoprire il piacere di essere bambina. Un piacere forse mai assaporato fino in fondo. Sarà per questo che ora, per concludere questo mio post, non trovo altre parole per descrivere mia madre: la mia mamma è la più bella del mondo.

[nell'immagine: "Madre e figlia", dipinto di Andy Warhol]

Pagina successiva

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 68 other followers