14 marzo 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: PAPÀ PERCORRE OGNI GIORNO 29 KM A PIEDI PER PORTARE IL FIGLIO DISABILE A SCUOLA

Pubblicato in: bambini, figli, La buona notizia del venerdì, scuola tagged , , , , , , , , a 12:10 am di Marisa Moles

cinese

A me questa notizia ha sinceramente fatto venire i brividi … di commozione.
Noi siamo abituati a vedere i genitori litigare davanti alle scuole per un parcheggio, oppure ad assistere all’arrogante maleducazione di chi, meglio se al volante di un Suv – e non me ne vogliano i lettori che per caso ne posseggono uno -, si piazza sulle strisce pedonali per scaricare i pargoli con lo zainetto sulle spalle.
Raramente vediamo dei bambini che da soli raggiungono l’edificio scolastico, pochi quelli che prendono l’autobus e per lo più sono figli di immigrati.
Chi mai, nel nostro mondo occidentale, a volte viziato e arrogante, si sognerebbe di percorrere quotidianamente 29 km a piedi per accompagnare a scuola un bimbo disabile, portandolo sulle spalle? Come minimo si rivendicherebbe il diritto ad un trasporto gratuito a spese del Comune. Ma dall’altra parte del globo le cose stanno diversamente. Forse anche grazie al fatto che la scuola viene vista come un privilegio e non semplicemente un obbligo da assolvere.

Questa storia ci porta nella Cina meridionale, sulle colline della città-prefettura di Yibin, provincia del Sichuan. Ogni giorno il quarantenne Yu Xukang cammina per 18 miglia, ovvero 29 chilometri, con il suo bambino sulla schiena, sistemato dentro un canestro di vimini, facendo attenzione a non farlo cadere gli tiene le mani. Il dodicenne Xiao Qiang ha solo 90 centimetri di statura ma una grande forza d’animo e un papà meraviglioso. Secondo il Daily Mail Yu Xukang è l’uomo dell’anno, ma sarebbe meglio dire il papà dell’anno. Un omino anche lui, che ogni giorno instancabile percorre sentieri polverosi e accidentati, tra muretti a secco e poveri alberelli, l’immagine stessa di questa provincia cinese che sembra abbandonata da tutti. Il governo, dopo che il video di questo papà coraggio è stato divulgato, ha promesso di dargli una mano perché se la forza d’animo non verrà mai meno, le forze fisiche potrebbero presto abbandonarlo.

Dopo il divorzio, avvenuto nove anni fa, Yu Xukang si è fatto carico da solo della crescita ed educazione del piccolo Xiao Qiang e, portandoselo sulle spalle ha marciato, finora, per almeno 1.600 chilometri. Un sacrifico ricompensato da quel figlio minuto di cui va fiero: «Sono orgoglioso – dice – che Xiao Qiang sia il migliore della classe e sono sicuro che farà grandi cose. Il mio sogno è che un giorno si iscriva al college».

Una storia che ha molto in comune con un film-documentario di Pascal Plisson, uscito pochi mesi fa. Racconta tante storie simili a quelle di Yu Xukang, storie di povertà e ambizione, allo stesso tempo, girate in Kenya, in India, in Marocco, in Patagonia. Ragazzi che devono alzarsi all’alba e attraversare fiumi, pianure, montagne, kanyon o foreste, per andare a studiare. Alcuni sono costretti a portare pesanti secchi d’acqua e di legna, perché la loro scuola non offre da bere durante la giornata e non garantisce il riscaldamento.

E dopo aver letto questa storia, pensiamo ai nostri ragazzi, a quanto siano fortunati ad avere tutto, senza l’obbligo di guadagnarsi nulla con il sacrificio e le privazioni. E riflettiamo sul valore che i nostri giovani danno alla cultura … poco, decisamente. Per non parlare di quei genitori iperprotettivi che non permettono ai figli di crescere affrontando difficoltà e ostacoli, sempre alla ricerca del modo migliore per ottenere molto con il minimo sforzo. Senza percorrere sentieri accidentati ma cercando la via più semplice e comoda.

Bisognerebbe provare a capire cosa voglia dire percorrere 29 km a piedi, ogni giorno, con un figlio sulle spalle. Un carico di dignità, soprattutto. Quella di cui oggi molti hanno dimenticato il significato.

[notizia e foto da Il Corriere]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

13 marzo 2014

“FUORICLASSE 2, IL MINESTRONE DELL’ORTOLANO” di GIAN PAOLO POLESINI

Pubblicato in: scuola, spettacolo, televisione tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 2:27 pm di Marisa Moles

littizzetto fuoriclasse

Solo per mancanza di tempo, non d’idee, non ho scritto nulla sulla prof Littizzetto. L’altra sera ero al telefono con mio fratello e, quando l’ho avvisato che stava per iniziare la puntata di “Fuoriclasse “” e dovevo interrompere la conversazione, mi ha detto: “Una prof che guarda alla tv una fiction ambientata in una scuola: puro masochismo”. E come potrei non dargli ragione?

Ha ragione, certo, ma mi sento masochista non tanto per il motivo addotto dal fratellone quanto perché, nell’ordine:

1. Non sopporto la Littizzetto e nemmeno Starnone, l’Apollo ispiratore (non posso certo definire Starnone “Musa”) della fiction
2. La scuola delle fiction (vedi la Pivetti detective, ad esempio) è quanto mai fasulla e, nel momento in cui vorrebbe essere aderente al modello esistente, patetica
3. Quando gli attori non sono tali (la Littizzetto proviene dal cabaret e pure Macorè, che in ogni caso mi piace come recita ma non in “Fuoriclasse 2″, con quella cadenza veneta che fa rabbrividire i veneti doc) non può uscirne un prodotto di qualità. Si salverebbe Scarpati ma anche lui, frequentando la famiglia Martini che, avendo necessità di cure e il medico ce l’ha pure in casa, dimostra quanto sia poco efficace la medicina in tv, soprattutto perché fa disimparare la recitazione anche a chi ne aveva avuta in sorte almeno una qualche parvenza.

Detto questo, lascio la parola a Gian Paolo Polesini, giornalista del Messaggero Veneto, che ha fatto un’analisi lucida e dettagliata della fiction littizzettiana, di gran lunga migliore di quanto avrei potuto fare io.

Buona lettura.

Vediamo un po’ quant’è ricco il minestrone scolastico diFuoriclasse 2.

Nemmeno quello dell’ortolano, guarda.

Littizzetto. Lucianina fa Sanremo, subito dopo vince – toh il caso a volte – l’Oscar del personaggio femminile dell’anno e, ancora con in faccia il ventocontro di Arisa, è la prof Passamaglia, fiction spottata dai Premi regia televisiva. 360° perfetti. Sovraeposta.

Scuola. È il luogo con più tentativi d’imitazione televisiv/cinematografici. Impossibile glissare le ovvietà, anche chi mai volesse fare l’estroso. Ripetitiva.

Ragazze isteriche. Se il maschio più trasgressivo – 21 anni in quinta e di notte consegna le pizze – è comunque un buon diavolo, le signorine altresì fanno collezioni di scalpi. Potendo loro gestire un Girmi attaccato alla spina, vi scaraventano dentro chiunque abbia le minime sembianze di una simile. Umorali.

Sala insegnanti. Di solito mancano i “normali”. O davvero la realtà li ha geneticamente modificati o la tele insiste nel dipingerli così. Alieni.

Amorini tra prof. Sarà l’odore del gesso (ma esiste ancora nelle classi?) oppure di pennarello indelebile (più probabile), sarà che il latino ha delle affinità elettive con la matematica, sarà che l’insegnante di ginnastica ha sempre quei panta aderenti, sarà che… Banali.

Amorini fra alunni. Giustamente incontrollabili.

Bullismo. Qui si riduce al furto di un cellulare. Non fa danni. No, perché a volte l’insistere peggiora le cose. Un bel tacer… Evitabile.

Bidello. Finisce con l’essere spesso immaginato un po’ scemo e faccendiere. Quelli veri si facciano sentire.Stereotipo.

Preside. Scarpati molla la sua famiglia d’origine per diventare un preside veramente suonato. Se Lele Martini incontrasse uno così gli prescriverebbe almeno cinquanta gocce di En prima dei pasti. Lungodegenti

Lei aspetta un figlio. Ma ha 46 anni. E ne ha già uno di 17. Nella prima puntata non riesce a dirlo al suo uomo (collega, ovvio). Lo tengo o non lo tengo? Il diversivo.

Recitazione. Scricchiola come la scalinata del castello di Elsinore. Littizzetto è una cabarettista, Neri Marcorè non strappa applausi live e il tutto il resto declama da tv. Ovverosia, male. Pressapochismo.

I mostri: Ricordate Ugo Tognazzi nel primo episodio de I mostri di Risi? Il suo personaggio educa il figliolo a fregare il prossimo. Resterà fregato lui. Così il vicepreside col bimbo asino. Più facile risistemare la pagellina disastrata col trucco che con lo studio. Italiani.

[LINK all'articolo originale]

15 febbraio 2014

LE VECCHIE FIABE, CHE FANNO MALE AI BAMBINI, PER LE PARI OPPORTUNITÀ VANNO DIMENTICATE

Pubblicato in: amore, attualità, bambini, donne, scuola, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , a 2:26 pm di Marisa Moles

cenerentola
Il dipartimento per le Pari opportunità ha pubblicato tre opuscoli, destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori, in cui si sconsiglia di leggere le vecchie fiabe ai bambini: volte a promuovere un solo modello di famiglia, quella tradizionale, sarebbero un ostacolo per una visione diversa e più ampia della società. La collana si propone di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Insomma, la principessa che insegue il sogno romantico di sposare il suo bel principe darebbe adito ad interpretazioni della realtà non in linea con i tempi. Cenerentola, Biancaneve, Rosaspina, la bella addormentata nel bosco, e Belle trasmettono l’idea che un uomo debba sposarsi solo con una donna, escludendo che la famiglia possa anche essere costituita da due uomini e due donne. Sono dei cattivi esempi da mettere al bando.

Ma c’è dell’altro: i consigli elargiti da questi opuscoli (che non ho avuto il piacere, si fa per dire, di consultare) riguarderebbero anche i giochi dei bimbi. Sarebbe ora di finirla con i giocattoli sessisti: bambolotti e piccoli elettrodomestici per le femmine, automobiline e soldatini per i maschietti. La società si evolve e i più piccoli non possono crescere con l’idea che ci siano attività più adatte ai maschi ed altre appannaggio delle sole femmine.

Secondo Isabella Bossi Fedrigotti, che collabora con Il Corriere scrivendo articoli culturali e di costume, i tre opuscoli sembrano volere a tutti i costi fare precipitare le cose: «Le raccomandazioni per gli insegnanti – osserva la Bossi Fedrigotti – hanno l’aria di essere una corsa in avanti un po’ troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po’ strisciante, all’insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.»

Concordo pienamente.
Tutti siamo cresciuti leggendo o sentendoci raccontare le fiabe, guardando i film di Walt Disney e sognando, perché no, di sposare il principe azzurro. Naturalmente egli era l’oggetto del desiderio per le bambine, non per i maschi. Di contro, i bambini amavano Robin Hood sognando di diventare forti e coraggiosi come lui. Siamo forse cresciuti male o con un’idea sbagliata di società e convivenza civile? Mi pare di no.

Se pensiamo alla morale che si nasconde dietro il tessuto narrativo di ogni fiaba, non possiamo pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel constatare che, se si viene bistrattate come Cenerentola, poi si può ottenere la rivincita perché si è buoni, ma rimanere con un palmo di naso perché si è cattivi. Oppure credo che nessuno abbia giudicato male Biancaneve perché ha fatto la sguattera per i sette nani, forse anche quando non si parlava tanto di solidarietà tutti abbiamo pensato che rendersi utili per chi ci dà una mano è un modo per disobbligarci. E Robin Hood, non era forse un fuorilegge? Ma il suo intento era buono, a modo suo instillava nelle menti acerbe dei bimbi quella generosità che alla fine viene premiata, una lotta fra oppressori e oppressi che vede in questi ultimi i vincitori.

Se, poi, Cenerentola e Biancaneve sposano un principe (a voler essere obiettivi, anche il matrimonio non è al passo con i tempi, visto che ci si sposa sempre meno) e Robin perde la testa per la dolce Marianna, che male c’è? L’amore è un sentimento che non ha età, tempo e luogo. Ma se si pensa che sia discriminante una fiaba in cui il sogno romantico ha come protagonisti un uomo e una donna, allora temo che si punti il dito contro la “normalità”, contro ciò che è sempre stato per non ferire la sensibilità di chi non è “diverso” ma è trattato come se lo fosse.

Come cantava Biancaneve?

i sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d’amor
se credi chissà che un giorno
non giunga la felicità
non disperare nel presente
ma credi fermamente
e il sogno realtà diverrà!

C’è qualcosa di discriminante in queste parole? Ognuno è libero di amare chi vuole, di sognare e di essere felice.

Lasciateci le fiabe, per piacere. In esse c’è più buon senso che nei tre opuscoli delle Pari Opportunità.

[fonti della notizia: Corriere.it e blog "Scuola di Vita"; immagine da questo sito]

3 febbraio 2014

UNA BELLA NOVITÀ: DA OGGI INIZIO UNA COLLABORAZIONE CON IL CORRIERE.IT

Pubblicato in: affari miei, scuola tagged , , , a 7:35 pm di Marisa Moles

logo_blog-scuola-di-vita
C’è una bella novità per me: da oggi inizia ufficialmente la mia collaborazione con il Corriere.it, per la precisione con il blog “Scuola di Vita.
La proposta, che ho accolto con l’entusiasmo di una principiante (eppure da più di cinque anni sono on line!), è arrivata in modo del tutto inaspettato grazie ad un commento lasciato ad un articolo qualche tempo fa (ne ho parlato QUI). Allora la giornalista Carlotta De Leo mi aveva contattata per informarmi che quel commento, molto apprezzato, sarebbe diventato un articolo. In seguito è arrivata la proposta di collaborazione …
Una nuova avventura che spero mi procuri soddisfazioni e serva anche a promuovere nuovi stimoli alla mia professione.

Sono molto emozionata. Ho avuto la notizia mentre ero a scuola, nel primo pomeriggio. In tutta la mattinata non ero riuscita a connettermi ad internet (la mattinata libera da impegni scolastici l’ho passata a pulire la casa … dopo dieci giorni di devastazione operata da muratore e idraulico :( ) e alle 15 dovevo tenere un corso di recupero di Latino.
Stanca morta ho preferito non riposare perché avevo il presentimento che se mi fossi seduta sul divano mi sarei addormentata. Così sono arrivata a scuola un’ora prima e mi sono messa davanti al computer. Ho aperto la posta e una mail di Carlotta mi ha fatto sobbalzare sulla poltrona: sei on line!.

Sapevo che prima o poi avrebbero pubblicato il mio primo articolo, preparato un po’ di tempo fa, ma non avevo la minima idea di quando mi sarei trovata sulla homepage del Corriere.it.
Se fate veloci – sempre che la cosa vi interessi, beninteso – mi trovate ancora là, sulla barra laterale destra dedicata ai blog multiautore. Io ancora non ci credo, con tanto di foto e profilo, proprio io che ho aspettato anni prima di postare qualche mia foto sul blog!

Insomma, sono proprio contenta. E dire che proprio ieri ho scritto un post sul blog laprofonline da cui traspariva un umore del tutto opposto.

Vabbè, ora basta con questa autoreferenzialità. Volevo condividere con voi, amici e lettori, questa bella novità, sperando che mi seguiate anche sulle pagine del Corriere.

[logo "Scuola di Vita" © Corriere.it]

31 gennaio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA CREATIVITÀ DEGLI STUDENTI AL SERVIZIO DELL’IMPRESA

Pubblicato in: Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, lavoro, scuola tagged , , , , , , , , , , , a 6:04 pm di Marisa Moles

sello udineQuesta settimana “gioco” doppiamente in casa: ho scelto una notizia che riguarda la scuola e allo stesso tempo la mia regione.
Alcuni studenti del liceo artistico “Sello” di Udine hanno ideato i nuovi sedili ferroviari che viaggeranno in Europa.

Da sempre si sente dire che la scuola è molto lontana dal mondo del lavoro, che gli studenti non sono pronti, una volta terminati gli studi, ad affrontare un impegno lavorativo. Troppo spesso si accusa la scuola di non saper preparare gli allievi in termini di competenze da spendere nel breve termine in ambito professionale. Non sempre è così. Se ciò può essere vero per i licei, che non preparano al mondo del lavoro ma agli studi universitari, ci sono scuole, specie istituti tecnici e professionali, che offrono una preparazione adeguata, anzi, talvolta permettono agli studenti di dimostrare delle specifiche competenze anche prima di terminare il corso di studi.

E’ il caso del liceo artistico – nato, con la riforma Gelmini, dal vecchio istituto d’arte – “G. Sello” di Udine. Gli allievi delle classi 3D, 4D, 5C del corso di Design Industriale e 4C del corso di Design della Moda hanno presentato ieri ai rappresentanti della Fisa di Osoppo, azienda leader nel campo della fabbricazione di sedili autoferroviari che in questi ultimi anni si è assicurata contratti di fornitura con le principali società ferroviarie europee, i propri progetti per la realizzazione di un innovativo sedile.

L’idea della collaborazione tra scuola e impresa è nata qualche mese fa in occasione della visita che gli studenti hanno fatto presso gli stabilimenti di Osoppo. Grazie alla loro creatività e con la guida dei docenti Tiziana Infanti, Nadia Ceccotti e Dino Del Zotto hanno elaborato dei progetti nel rispetto delle nuove tendenze di design, senza trascurare le soluzioni ergonomiche cui attualmente non si può rinunciare.

Sono nate così delle proposte accattivanti, innovative anche per quanto riguarda la scelta dei tessuti, dai colori e dalle fantasie in grado di incontrare i gusti dei viaggiatori moderni. Alcuni progetti appaiono particolarmente innovativi grazie alla tappezzeria dall’effetto praticamente tridimensionale.

Entro marzo i tecnici della Fisa sceglieranno la proposta migliore elaborata dai ragazzi, per passare alla fase di progettazione industriale e di produzione. Quindi il sedile nella sua forma finale sarà anche esposto a Innotrans, la Fiera internazionale dei Trasporti che si terrà a Berlino dal 23 al 26 settembre.

Il progetto definitivo diventerà poi realtà, fornendo l’arredo ottimale per i vagoni ferroviari di molte linee di collegamento dei principali Paesi europei.

Un in bocca al lupo, dunque, ai ragazzi che stanno vivendo un’esperienza che, comunque vada, rappresenta un buon trampolino di lancio per il futuro professionale.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

ALTRE BUONE NOTIZIE:

Le sindache di Italia di laurin42

Il Ponte fotovoltaico Black friars Bridge di chezliza

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

19 novembre 2013

LA SCOMPARSA DI MARCELLO D’ORTA, MAESTRO E SCRITTORE NAPOLETANO

Pubblicato in: scrittori, scuola tagged , , , , , , , , , , a 5:35 pm di Marisa Moles

Marcello D'Orta«Se lo si è fatto con passione, maestro si rimane per tutta la vita».

Così diceva Marcello D’Orta. Lui in cattedra c’è stato solo quindici anni e da ben ventitré di mestiere faceva lo scrittore. Mai, però, aveva smesso di sentirsi maestro.

Nato a Napoli sessant’anni fa, aveva raggiunto la notorietà con il primo libro, Io speriamo che me la cavo, in cui aveva raccolto le riflessioni dei suoi scolari, un mix di umorismo ed errori grammaticali e ortografici che rappresentavano l’animo campano con l’ingenuità e l’allegria che solo i bambini sanno trasmettere. Anche quando parlano di cose serie.

Per D’Orta il mondo della scuola era rimasto il suo mondo, anche quando aveva deciso di non sedersi più in cattedra. La notorietà ottenuta con il primo libro, il film omonimo girato nel 1992 da Lina Wertmuller e interpretato da Paolo Villaggio (in una delle rare interpretazioni serie e senz’altro ben riuscita), gli avevano permesso di dedicarsi all’altra sua passione: la scrittura. Senza, tuttavia, perdere di vista la scuola.

Fra le sue opere ricordiamo Dio ci ha creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, Il maestro sgarrupato, Maradona è meglio ´e Pelé, Storia semiseria del mondo, Nessun porco è signorina, All’apparir del vero, il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi, Aboliamo la scuola, A voce de’ creature, Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) Anni Sessanta. E’ stato anche collaboratore di diversi quotidiani e le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Un anno e mezzo fa aveva rivelato il suo male e ne aveva addossato la responsabilità alla monnezza: «È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».
Una denuncia in piena regola che non fu gradita ai suoi concittadini la cui reazione l’aveva costretto ad osservare amaramente il suo isolamento: «A Napoli fanno finta di non conoscermi – diceva -. Se c’è un convegno sugli scrittori napoletani, non mi invitano certo. Per gli esponenti della letteratura di Napoli io non esisto».

Dopo la scoperta della sua malattia Marcello D’Orta non aveva abbandonato la scrittura, anzi, «Scrivo per non morire», amava ripetere.
Ora la sua penna ha scritto la parola fine. Tuttavia le parole che ne sono uscite rimarranno sempre impresse nella mente di chi ha amato il coraggio di questo maestro un po’ sui generis e la sua grande passione per il mestiere più bello del mondo.

Grazie, Marcello. Ovunque ti trovi adesso, prega per i nostri studenti e per questa nostra scuola sgarrupata.

io speriamo che me la cavo

[fonti: La Stampa e Il Corriere; immagine da questo sito dove si possono trovare altre "riflessioni" degli scolari di Io speriamo che me la cavo]

24 ottobre 2013

LA GRANDE FESTA PER I 150 ANNI DEL LICEO DANTE

Pubblicato in: affari miei, amicizia, Dante, scuola, Trieste tagged , , , , , , , , a 9:09 pm di Marisa Moles

Come anticipato nel precedente post, sabato ho rivisto i miei vecchi compagni di liceo.

Forse perché non ci abito da 28 anni o forse perché quando si è ragazzini non si apprezza ciò che si ha e si va in cerca d’altro (nel mio caso un’altra città in cui vivere), ogni volta che torno a Trieste mi batte forte il cuore.

Sabato pomeriggio ci sono arrivata con il treno e con un motivo in più per sentire battere forte il cuore nel petto: la grande festa per i 150 anni del Liceo Dante. Il mio liceo.
Dal finestrino mi sono goduta il paesaggio autunnale, con il tipico rosso del sommaco che colora il Carso triestino in questa stagione, ma il momento in cui ho avuto un vero e proprio sussulto, tanto da farmi sobbalzare sul sedile (e per fortuna non c’era nessuno accanto a me) è stato quando gli alberi hanno ceduto la scena al mare. Ecco, il mare è l’elemento naturale che mi manca di più, quello a cui sento di appartenere ed il distacco, che avviene alla fine dell’estate, è sempre molto triste. Come un amore che si deve lasciare senza il coraggio di dire addio.

In assoluto la cosa più bella di Trieste sono le cosiddette Rive. Cambiano nome a seconda dei tratti e gli ultimi due rievocano antichi imperatori romani (Ottaviano Augusto e Traiano). Non ho mai capito il perché, forse per la maestosità con cui la terraferma si impone sull’acqua.
Sulle rive triestine si affacciano stupendi palazzi, si apre in tutto il suo splendore la grande piazza, intitolata all’Unità d’Italia, ma non si possono trascurare i moli, quelli imponenti come l’Audace e quelli più piccoli che si allungano dalla terraferma al mare come braccia che tentano di attrarre a sé un po’ di Adriatico.

Uno degli edifici più belli situati sulle rive è la vecchia Stazione Marittima, ora trasformata in un centro congressi che, talvolta, ospita anche qualche evento mondano. Proprio in questo palazzo costruito nel 1930, che agli occhi del passante si erge in tutta la sua maestosità, adagiato sul Molo Bersaglieri, i “dantini” di ieri e di oggi si sono dati appuntamento per la grande festa. Più di 400 persone, varie generazioni che hanno mantenuto nel cuore il ricordo, più o meno gradito (la scuola, si sa, non per tutti è un’esperienza piacevole ma senz’altro memorabile, negli aspetti positivi e in quelli negativi), del liceo classico più prestigioso della città. Alcuni si sono incrociati nei corridoi nell’arco di pochi anni, preceduti da altri e lasciando il posto alle generazioni future. Qualcuno, più fortunato, ha potuto sedersi in cattedra e guardare la classe da un’altra prospettiva, rievocando i giorni in cui, dal proprio banco, aveva osservato con apprensione il professore o la professoressa mentre scorreva con il dito l’elenco alla ricerca della “vittima” di turno per l’interrogazione.

E noi della sezione C com’eravamo all’inizio dell’avventura quinquennale?

liceo Dante IVC

Un po’ timidi, molto spaesati ma certamente curiosi di iniziare l’esperienza di liceali. Qualcuno si conosceva già, aveva frequentato la stessa scuola media o addirittura la stessa scuola elementare. Magari erano stati compagni di banco.
In cinque anni di liceo si stringono amicizie oppure si rimane estranei per sempre. Qualcuno l’altra sera ha detto “non eravamo una gran classe”. Ma io mi chiedo, insegnando da così tanti anni, se davvero ci siano classi migliori, certamente ce ne sono molte di peggiori. Compagni di scuola non significa necessariamente amici. E magari non ci si vede per anni, tanti, troppi, per poi ritrovarsi un bel giorno a parlare del più e del meno, della vita di oggi, dimenticando quella di ieri. E forse quando la gioia del ritrovarsi è grande, ci si dimentica di quando non eravamo questo granché come classe. Senza rivangare, semplicemente continuando a guardare avanti, con l’esperienza di uomini e donne che danno il giusto valore a ciò che hanno, facendo passare in secondo piano ciò che non sono stati. Senza rancore e senza nostalgia, perché quella sì che uccide la gioia dell’incontro.

E così sabato sera eravamo solo in sette.

gruppo ritoccata nic

Incontrasi nuovamente è stato molto bello, l’attesa non ha visto deluse le aspettative. Ci siamo chiesti se sarebbe stato facile riconoscersi, oppure no. Abbiamo pensato a quali discorsi fare, se ne avremmo avuti da fare oppure sarebbe stato difficile riprendere quel filo spezzato dalla lontananza.
Fin dal momento in cui ho incontrato O. sotto casa (che poi è praticamente dietro il liceo in cui ho mosso i passi incerti di quattordicenne per uscirne donna con un sacco di sogni e molte certezze in più), non ho avuto dubbi sull’esito della serata. Ho avuto l’impressione che ci fossimo date appuntamento come molte volte facevamo, stanche dei pomeriggi passati sui libri, in quella piazza dove, in qualsiasi momento scendessi, sapevo di trovare sempre qualcuno. Come fanno ancora i giovani d’oggi.

Nella passeggiata fatta per raggiungere le rive e la Stazione Marittima (passeggiata che, tra l’altro, mi ha massacrato i piedi a causa della malsana idea di indossare un paio di decolleté comprate poche ore prima), abbiamo chiacchierato come se ci fossimo viste il pomeriggio precedente, facendo altri discorsi, non frivoli come all’epoca dei nostri quindici anni, ma sempre confidenziali, ora coma allora.
E poi abbiamo ritrovato gli altri, sempre uguali (a parte F. che, sul momento, non ho riconosciuto, eppure, fin dai tempi delle medie era un mio grande amico), qualche anno in più, qualche chilo in più (specie i maschi … ma non tutti!), solo dettagli privi di significato. Eravamo e siamo noi, quelli della sezione C, degli anni ’70. Al nostro tavolo si sono aggiunti altri ex compagni, quelli dell’anno avanti al nostro, che è stato un piacere ritrovare. E poi, tra tanta gente, molti volti noti, alcuni diventati personaggi importanti ma uniti a noi dal semplice fatto di essere “dantini”.

Forse per troppi anni l’abbiamo dimenticato. L’università, le nuove amicizie, gli amori, i matrimoni, i figli, le gioie e i dolori di una nuova vita, uguale a quella sognata o forse assai diversa, ci hanno fatto scordare l’importanza degli anni del liceo, dell’identificarsi come appartenenti ad una scuola prestigiosa che, assieme alla cultura, ai tanti contenuti appresi, che ancora ricordiamo o che abbiamo ben presto dimenticato (io di certo la matematica!), ci ha formato come cittadini e ha fatto di noi gli uomini e le donne che siamo, non migliori non peggiori rispetto a quanto potessimo immaginare, semplicemente noi, come siamo e come saremo in futuro.

Se la cena non è stata un granché, anche perché effettivamente credo che a nessuno interessasse il cibo in sé, piuttosto l’esperienza di condividere i ricordi e le emozioni, la torta è stata un tripudio di colesterolo ma molto graziosa e buonissima.

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E se le scarpe nuove mi hanno impedito di fare quattro salti sull’improvvisata pista da ballo, una chiacchierata con i compagni ritrovati sulla terrazza della Stazione Marittima è stata un’alternativa assai gradita. Per di più davanti ad un panorama mozzafiato che da troppi anni non mi fermavo ad osservare, tutta presa dai viaggi domenicali veloci dedicati alle famiglie, facendo la spola tra una casa e l’altra.

foto panorama ste3

In ultimo, non poteva mancare la foto ricordo delle “tre Grazie”: io, O. e N.
Come eravamo a diciassette anni

liceo dante IIC ritaglio (3 Grazie)

e come siamo ora

3 grazie nic

Ci siamo salutati con la promessa di non perderci più, di ritrovarci per festeggiare un evento importante il prossimo anno. Sperando di essere un po’ più numerosi, augurandoci che qualcuno possa rompere gli indugi e accogliere l’invito per il prossimo incontro. E se ci ritroveremo ancora in sette, andrà bene ugualmente.
Io ci sarò.

ATTENZIONE: TUTTE LE FOTO POSSONO ESSERE INGRANDITE CON UN CLICK.

ALTRE FOTO DELL’EVENTO QUI

N.B. NON HO POTUTO CONTATTARE TUTTI PER OTTENERE IL CONSENSO ALLA PUBBLICAZIONE DELLE FOTOGRAFIE (SPECIE QUELLE “ANTICHE”). NEL CASO IN CUI QUALCUNO NON GRADISSE LA PUBBLICAZIONE, MI AVVERTA TRAMITE E-MAIL. GRAZIE.

16 ottobre 2013

IL “VALORE” DI FABIO FAZIO E IL “COSTO” DELL’ISTRUZIONE

Pubblicato in: attualità, cultura, Festival di Sanremo, politica, Renato Brunetta, scuola, società, televisione tagged , , , , , , , , a 3:32 pm di Marisa Moles

Fabio FazioA volte prima di parlare cerco di mordermi la lingua. Un po’ perché per certi versi mi sembra fiato sprecato e un po’ perché temo sempre di essere fraintesa. Anche quando scrivo, ci penso bene prima di battere sui tasti del pc; è ovvio che non mi mordo la lingua, diciamo che in tutti i modi cerco un diversivo che mi allontani dall’idea di scrivere qualcosa.

Mi sono trattenuta quando ho sentito, con grande soddisfazione, che per una volta i nostri politici, al di là dello schieramento, sono d’accordo su qualcosa. E’ successo, ad esempio, per Renato Brunetta (Pdl) e Beppe Grillo (M5S) riguardo allo stratosferico compenso che Fabio Fazio, conduttore televisivo, percepirà nei prossimi tre anni: quasi 2 milioni di euro l’anno.

Brunetta si lamentava, due giorni fa, del fatto che non solo la cifra è esorbitante, ma che il contratto di Fazio non era affatto scaduto (la naturale scadenza, infatti, era giugno 2014) e che il presentatore avrebbe preteso un rinnovo prima della sua partecipazione al Festival di Sanremo 2014, ovviamente per alzare il tiro.

Sorvolo su altri fatti che riguardano questo argomento e mi fermo solo un attimo a riflettere sui contratti dei lavoratori.
Fazio, lavorando per la Rai, è come fosse un dipendente statale. E’ vero o no?
Allora mi chiedo: perché il contratto dei lavoratori della scuola è scaduto da quattro anni, gli scatti sono bloccati e nella migliore delle ipotesi tutto si sbloccherà nel 2015, se non addirittura due anni dopo? Anche noi lavoriamo per lo Stato e certamente ci accontentiamo di compensi di gran lunga più modesti delle richieste del conduttore.
Ah già, dimenticavo: fra un’ora e l’altra non abbiamo gli spot pubblicitari.

Oggi leggo sul Corriere che l’azienda difende Fazio. A tal proposito osserva il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi: «Ci sono professionalità, come quella di Fazio ma anche altre, che sono un grande valore per la Rai e per i telespettatori. Fazio peraltro non è un costo per l’azienda, ma una fonte di profitto e garantisce un’informazione trasparente, seria e di altissima qualità».

Non avevo capito: la cultura è costituita dalle canzonette sanremesi e dalle chiacchierate in uno studio televisivo mentre noi a scuola non produciamo nulla, non costituiamo un profitto per ‘”azienda Italia”, ma solo un costo.
E la nostra professionalità? Ah, quella vale zero.
A sentir molti, noi insegnanti costituiamo solo un un costo troppo alto per lo Stato. Il ministero dell’Istruzione non può essere uno stipendificio, che diamine!

L’indignazione di fronte alle dichiarazione di Gubitosi è unanime.
La mia è solo uno sfogo, non ha alcun “valore” e non costa nulla alla società. Intendiamoci.

[immagine da questo sito]

15 ottobre 2013

RIPRENDERE I CONTATTI

Pubblicato in: affari miei, amicizia, Dante, scuola, Trieste, web tagged , , , , , , , a 10:19 pm di Marisa Moles

targa danteRiprendere i contatti con chi si è perso di vista, oggi come oggi, non è difficile. Facebook e il web in generale hanno facilitato le comunicazioni e ciò che una volta poteva sembrare un’impresa disperata (anche perché, a parte l’elenco telefonico, non c’era nulla che potesse agevolare la ricerca di una persona) ora come ora è alla portata di tutti, o quasi.

Io sono facilmente rintracciabile. Avendo un blog, con tanto di nome e cognome e indirizzo e-mail, difficilmente chi mi cerca può rimanere deluso. Anche perché ho solo un’omonima che sta in California. Certo, potrei essere emigrata lì ma è molto più probabile che abbia un blog e che scriva dall’Italia.

Ed ecco che, grazie al web, qualcuno che non sentivo da molto molto tempo mi ha contattata per e-mail. Una “vecchia” compagna di scuola si è data un gran daffare per avvisare tutti i suoi ex compagni che sabato prossimo ci sarà una grande festa in occasione del 150° anniversario della fondazione del nostro liceo.

In questi giorni è stato tutto uno scambiarsi mail, alla caccia dei pochi numeri telefonici o indirizzi di posta elettronica che ancora mancavano all’appello. Ma che fare quando un appello fatto su facebook non funziona? Be’, partendo dal presupposto che non tutti quelli che possiedono un account sul social network più famoso di fatto lo frequentino, ho rispolverato vecchie conoscenze e alla fine qualcuno l’ho trovato. Il vecchio e buon telefono ha fatto la sua brava funzione, come ai vecchi tempi!

Eccoci dunque pronti per la grande festa. Qualcuno ha accolto l’invito con gioia, qualcun altro ha nicchiato un po’ facendosi desiderare, non sono mancati i no decisi, senza ripensamenti. Alla fine saremo meno di metà classe però dobbiamo anche essere onesti e ammettere che in tutti questi anni – e sono molti, qualche decina! – non ci siamo quasi mai rivisti e nemmeno quando frequentavamo il liceo la nostra classe era unita. C’erano i soliti gruppetti e, a parte quei compagni che poi hanno frequentato la stessa facoltà (ma non è nemmeno detto che i rapporti siano rimasti così stretti), gli altri si sono praticamente volatilizzati e pare che nessuno abbia sentito la mancanza dei vecchi compagni.

Detto questo, può sembrare strana l’insospettabile gioia che io provo – ma anche altri, a quanto pare – nell’imminenza dell’evento. Proprio ieri, in uno scambio di sms con la “promotrice” della reunion, le ho scritto: “Sono emozionata come una scolaretta al primo giorno di scuola”.

E oggi, parlando al telefono con un’altra compagna ho avuto la sensazione che gli anni non fossero passati, come se l’avessi sentita proprio ieri. Abbiamo rievocato vecchi ricordi (alcuni tristi, purtroppo), compresa l’avventura passata insieme un’estate quando, con grande coraggio, siamo partite alla volta di Cesenatico per fare le assistenti a delle bambine scatenate in una colonia.

Insomma, è da qualche giorno che sento una grande emozione, il batticuore come quando ai tempi del liceo il famigerato e severissimo professore di Latino e Greco scorreva l’elenco con il dito e noi stavamo sospesi, quasi tra la vita e la morte, trattenendo il fiato. E quando uscivano i due nomi delle vittime di turno, facevamo un gran sospiro. L’avevamo scampata. Almeno per quel giorno.

12 giugno 2013

GRAZIE DEI FIORI

Pubblicato in: affari miei, canzoni, scuola tagged , , , , , , , , , a 11:33 pm di Marisa Moles

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Sabato 8 giugno è stato l’ultimo giorno di lezione per quest’anno. Un anno pesante, decisamente. Quatto classi e cinque materie con valutazione scritta e orale (tre italiano e due latino) hanno messo a dura prova la mia resistenza psicofisica.

Ricordate il post d’inizio anno? Be’, diciamo che me la sono cavata e ho pure avuto le mie soddisfazioni. Quando il duro lavoro paga, è sempre un piacere.

Insomma, sabato mattina, ultimo giorno, avevo due ore sole in due delle quattro classi.
La prima ora arrivo in seconda, classe che al 99% lascerò, affidandola alle esperte mani di un collega.
Mi dirigo verso la porta dell’aula e stranamente sono silenziosi. Di solito, specie il sabato, li sento urlare dal piano terra (la classe sta al primo) e siccome qui la mattina del sabato c’è il mercato, immancabilmente entro urlando (più di loro altrimenti non mi sentono): “ma dove siamo? al mercato di viale Vat?!”.
Sabato, niente urla e appena entro capisco il perché: mi stanno aspettando con un mazzo di rose rosa. Che dire? Non me l’aspettavo. Sono stati gentili, mi hanno voluta salutare con un omaggio floreale visto che il prossimo anno non sarò con loro. Di bienni ne ho finiti tanti eppure non ho quasi mai ricevuto un pensiero così carino.

La seconda ora ho lezione – si fa per dire perché il sabato, l’ultimo, in pratica si festeggia mangiando e bevendo … niente alcolici, naturalmente – in terza.
Una classe difficile, un assemblaggio di più seconde con l’innesto di qualche singolo allievo proveniente da altre scuole. Insegnando solo italiano, quattro ore, ho avuto l’impressione che fossero davvero poche per conoscerli. Peccato. Lo scorso anno avevo dovuto chiedere di separare la cattedra di Italiano dal Latino per poter proseguire con la seconda, altrimenti l’avrei persa (e mi sarei persa pure le rose!). Ormai, da quando siamo obbligati alle 18 ore di cattedra siamo solo numeri, della didattica non importa più a nessuno.

Arrivo nel corridoio del secondo piano e vedo un gruppetto di allievi sulla porta. Loro sanno che li voglio trovare tutti dentro, è tutto l’anno che lo ripeto. Ripeto anche che tra un’ora e l’altra non si va in bar a bere il caffè, che al ritorno dalla palestra non si fa la sosta al distributore per prendere la bottiglietta d’acqua, che poi è pure ghiacciata e loro sono sudati e poi si ammalano. Parole al vento.

Mi avvicino alla porta della classe e penso: “non posso mica entrare e fare la predica anche l’ultimo giorno di scuola”, poi però sento che c’è qualcosa di strano: la porta è chiusa. Loro sanno che la devono lasciare aperta …
Entro e vengo accolta con un applauso. Maddai, dico, pure l’applauso. E quando si fanno avanti tre dolci fanciulle (perché i maschi, si sa, sono timidi) e mi porgono un mazzo con tre rose rosse, allora mi sciolgo. Ma pensa tu, non me l’aspettavo. E loro: “legga il biglietto, prof, poi capisce” e mi consegnano un cartoncino con la foto di classe (quella in cui non ho voluto posare per non rovinarla!). All’interno le firme (con breve descrizione di ognuno … non sono convinta che ciascuna sia di proprio pungo) e la dedica. Vabbè, la potete leggere nell’immagine qua sotto.

biglietto rose 3M

Insomma, una vera e propria captatio benevolentiae. Ma sono stati carini lo stesso, interessati ma carini. E io mi lascio sfuggire pure una cosa che non si dovrebbe mai dire, “siete stati la classe che mi ha dato più soddisfazione”, certo, pensando alle premesse …
Naturalmente non sfugge ai miei allievi di terza le rose che ho già in mano. Si affrettano a sottolineare che loro me le hanno regalate rosse, quelle di baccara, mica rosa. Troppo simpatici.

E così è terminato quest’anno scolastico, almeno per quel che riguarda le lezioni. E io sono qui che mi godo i loro bei sorrisi nella foto che tengo sulla scrivania. Lo so che sperano che l’anno prossimo sarò la loro prof anche di latino ma io ora non ci voglio pensare. A Seneca e Cicerone penseremo a settembre.

Intanto GRAZIE DEI FIOR, come cantava Nilla Pizzi. Ma siccome loro non sanno nemmeno chi sia, ho deciso di postare il video della versione di Arbore e Frassica, decisamente più vivace.

Non mi resta che augurare a TUTTI

buone_vacanze_

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