10 marzo 2014

“BALOCCHI E PROFUMI” DEL XXI SECOLO: RAGAZZINA CITA GENITORI IN TRIBUNALE PRETENDENDO MANTENIMENTO FUORI CASA

Pubblicato in: adolescenti, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , a 4:41 pm di Marisa Moles

canningChi non ha pensato alla famosa canzone degli anni Cinquanta leggendo questa notizia?

“Mamma – mormora la bambina -

per la tua piccolina

non compri mai balocchi

Mamma, tu compri soltanto profumi per te!”.

Così recitava il ritornello della nota canzone. Racconta la storia di una madre snaturata che pensa solo a se stessa, acquistando profumi, senza tener conto dei desideri della figlioletta: dei semplici balocchi.

La storia che viene dagli States è un po’ diversa ma l’accusa mossa dalla protagonista, una diciottenne, è praticamente la stessa.
Rachel Canning, studentessa che appartiene ad una famiglia benestante che abita a Lincoln Parknel, cittadina del New Jersey, è da poco andata via da casa (per incompatibilità con la famiglia, a quanto pare) e pretende che i suoi genitori la mantengano ugualmente agli studi versandole 650 dollari mensilmente per la retta alla Morris Catholic High School e altre spese di mantenimento.

Le motivazioni addotte dalla ragazza sono: la famiglia (padre ex capo della polizia appena andato in pensione, madre segretaria in uno studio legale) ha una bella e grande casa, non si fa mancare nulla, comprese le vacanze alle Bahamas, senza contare la volta in cui i genitori hanno fatto un “salto” a Las Vegas lasciando a Rachel in custodia i suoi fratellini. Insomma, gente che può permettersi di pagare una buona scuola per la figlia.

Peccato, però, che questa perla di figlia non sia proprio tale: più volte sospesa dalla scuola, una volta perché era tornata ubriaca da una festa, restia a rispettare le regole. Proprio per questo mamma e papà l’avevano minacciata di cacciarla da casa non appena maggiorenne.

L’allontanamento, tuttavia, è stato volontario, seppur non senza conseguenze: la sospensione del pagamento delle spese per l’istruzione da parte dei genitori.
Rachel ha trovato ospitalità presso il padre di un’amica, noto avvocato. C’è il sospetto che sia lui a “manovrarla” in questa citazione contro mamma e papà. Ma i genitori non cedono, anche se qualche lacrimuccia è calata sui loro visi in aula: la ragazza è ribelle, non rispettava le regole.

Quello che stupisce non è tanto la decisione del giudice, Peter Bogaard, che ha già respinto la prima richiesta di mantenimento inoltrata da Rachel, quanto le osservazioni fatte sul caso cui era chiamato a deliberare: «Questa è materia da consulenti familiari, non da giudici: se ci mettiamo su questa china di quali denunce dovremo occuparci? Di bambini che pretendono la xBox a 12 anni o l’iPhone a 13?».

Come dargli torto?

E voi da che parte state? Ha ragione Rachel o mamma e papà Canning?

24 gennaio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DONNA NEPALESE SALVA MIGLIAIA DI BAMBINE E RAGAZZE DALLO SFRUTTAMENTO

Pubblicato in: adolescenti, bambini, famiglia, La buona notizia del venerdì, sfruttamento dei minori, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 4:29 pm di Marisa Moles

Anuradha Koirala Questa è una notizia che proviene da lontano e parla di violenza e sfruttamento ai danni di migliaia di bambine e ragazze. Sfruttamento evitato, grazie al cielo, per merito di una donna che non si è mai arresa davanti all’orrore della violenza, subita in prima persona durante gli anni del suo matrimonio. Anuradha Koirala, la protagonista di questa notizia, veniva picchiata dal marito quotidianamente e proprio a causa della violenza, ha subito tre aborti spontanei. Sola e senza nessuno con cui confidarsi e a cui chiedere aiuto, subiva in silenzio l’inaudita violenza del consorte. Ma dopo il divorzio, ha deciso di investire i pochi soldi che aveva aiutando le altre donne e, nel 1993, ha fondato “Maiti Nepal”.

Il Nepal è una regione molto povera in cui per molti bambini e bambine è praticamente impossibile passare un’infanzia e un’adolescenza spensierate. Molte famiglie indigenti vengono ingannate da gente senza scrupoli e convinte a mandare le proprie figlie a lavorare. Purtroppo, però, questa gente mette in atto una vera e propria tratta di essere umani: con la promessa di portare le figlie in India per farle lavorare nell’industria tessile, costringono in realtà ragazze e bambine, anche di soli 8-9 anni, a prostituirsi nei bordelli.

L’associazione “Maiti Nepal” – che significa “casa della madre” o “casa natale” – fondata da Anuradha Koirala ha finora salvato più di 12mila ragazze. Fa opera di prevenzione, sorvegliando il confine tra India e Nepal, collaborando con la polizia locale, e fornisce case-protette e servizi di accoglienza e sostegno alle vittime.
Non solo: Anuradha va di villaggio in villaggio e mette in guardia gli abitanti dalle insidie che si nascondono dietro false promesse di lavoro per le ragazze, riuscendo a liberare 4 donne ogni giorno. “Le nostre ragazze sono le migliori guardie di frontiera tra Nepal e India. – spiega la donna – Riconoscono subito quando una ragazza è stata o sta per diventare vittima di sfruttamento sessuale. Io non devo spiegare nulla. Loro conoscono l’orrore dei bordelli e sono lì per salvare altre donne”.

Molte delle ragazze che vengono salvate sono, però, spaventate, psicologicamente distrutte e spesso malate di HIV/AIDS o di altre gravi malattie. Talvolta sono incinte oppure hanno bambini piccoli. A Katmandu vengono accolte nella Maiti Nepal che diventa la loro casa. Un nido sicuro nel quale trovano tutto il sostegno di cui hanno bisogno: “Cerchiamo di dare a tutte loro il lavoro e l’istruzione che preferiscono, – spiega Anuradha – perché quando si realizzano i propri sogni, si riesce a dimenticare persino che si è sieropositivi o che si è stati sfruttati”.

Questa storia deve essere un esempio per le tante parti del mondo in cui la violenza e lo sfruttamento ai danni delle persone più indifese, soprattutto quelle in giovane età, costituiscono una condizione non solo tollerata ma anche talvolta incoraggiata. Perché anche per altre bambine e ragazze possa esserci la speranza di dimenticare e ricominciare una nuova vita.

[fonte: buonenotizie.it]

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30 agosto 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SCOPERTA IN AUSTRALIA UNA NUOVA LINGUA

Pubblicato in: adolescenti, La buona notizia del venerdì, lingua, stampa estera tagged , , , , , , , , , , , a 12:46 am di Marisa Moles

lajamanu
Questo venerdì mi dedico ad una notizia alquanto strana che riguarda la scoperta di una nuova lingua parlata in un piccolo villaggio dell’Australia.

Lajamanu, villaggio del Nord dell’Australia abitato da più o meno 700 anime, non è nuovo ai fatti di cronaca rimbalzati sui quotidiani di tutto il mondo. In qualche occasione è stata segnalata una strana pioggia di … pesci. Il singolare fenomeno si è verificato nel 1974, nel 2004 e nel 2010. Secondo i meteorologi, i pesci, piccoli pesci persici bianchi e a strisce, erano stati risucchiati verso l’alto nel corso di un temporale da mulinelli d’aria, per poi essere rigettati a terra più tardi.
Mark Kersemakers, dell’Agenzia australiana di Meteorologia, afferma: “(La tempesta) potrebbe aver trascinato in alto i pesci per più di 15 chilometri. Una volta in alto, si sono praticamente congelati. E dopo un po’ di tempo, sono stati rilasciati”. [LINK]

lajamanu people
Ma la pioggia di pesci non è l’unica curiosità che interessa questa località sperduta e sconosciuta ai più. Recentemente, infatti, un linguista americano, Carmelo O’Shannessy (dell’Università del Michigan), ha scoperto che gli abitanti più giovani di Lajamanu, che hanno un’età al di sotto dei 35 anni, hanno dato vita ad una nuova lingua. Si tratta di un idioma che nasce dalla contaminazione tra australiano, inglese e creolo, esattamente come la lingua locale, il Warlpiri.
Alla nuova lingua è stato dato il nome di Warlpiri rampaku (ovvero “veloce”) e secondo O’Shannessy può essere accostato a quegli idiomi usati dagli adolescenti in qualsiasi parte del mondo, perlopiù incomprensibili agli adulti. Con una differenza.

Si tratta, infatti, di un nuovo sistema linguistico, perché qui si incontrano gli elementi linguistici provenienti dalle lingue preesistenti ma in modo sistematico e molto tradizionale. Inoltre, i ragazzi crescendo non abbandonano l’utilizzo del Warlpiri rampaku, trasmettendolo alle generazioni future. Il fenomeno viene spiegato da O’Shannessy in questo modo: negli anni ’70 o ’80 i genitori hanno iniziato a parlare con i loro figli mescolando lingue e utilizzando questo standard per comunicare con loro in modo coerente. Per le persone bilingui è molto comune questo passaggio da una lingua all’altra nel mezzo di una conversazione. Ma quando i bambini cominciarono a parlare, l’hanno fatto seguendo lo stesso schema, e questo è diventato il modo di esprimersi dei più giovani.

Sebbene secondo lo studioso questo fenomeno non sia così raro (anche se non sempre si viene a conoscenza della nascita di nuove lingue), la curiosità della lingua nata a Lajamanu sta nel suo essere decisamente controcorrente. Prima dell’inizio della colonizzazione britannica dell’Australia nel 1788, vi erano nel paese circa 250 lingue aborigene parlate da quasi un milione di persone. Di queste sono sopravvissute solo poche decine.

Ma questo nuovo idioma sarà in grado di sopravvivere? Per Peter Bakker, professore associato di linguistica presso l’Università della Danimarca, specializzato nello sviluppo delle lingue, il futuro del Warlpiri veloce è più promettente di quello del tradizionale Warlpiri. “Quando una nuova lingua si sviluppa, di solito rimane molto stabile, per esempio, come accadde con i creoli di Papiamento nelle Antille,” ha spiegato.
Da parte sua Carmelo O’Shannessy è dell’avviso che solo il tempo dirà se il Warlpiri rampaku sopravviverà, in primo luogo perché i residenti di Lajamanu vengono spinti a smettere di usare entrambe le lingue, privilegiando la nuova varietà.

[fonti: Affaritaliani; bbc.co.uk e nytimes.com]

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Il parco delle meraviglie multietniche di laurin42

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10 luglio 2013

SE L’ABITO NON FA IL MONACO E GLI SHORTS NON FANNO LA SGUALDRINA

Pubblicato in: adolescenti, donne, famiglia, figli, moda, società, spettacolo, Uomini e donne, violenza sessuale tagged , , , , , , , , , , , , a 6:37 pm di Marisa Moles

lato b
Da un po’ di giorni fa discutere sul web una riflessione dello scrittore Marco Cubeddu sulla moda femminile dell’estate: indossare gli shorts, non solo per andare in spiaggia, ma anche in città.
La perplessità di Cubeddu, che scrive sulle pagine del quotidiano Il secolo XIX, nasce dall’aver osservato che questo capo di abbigliamento è particolarmente amato dalle giovanissime. Così racconta:

Qualche settimana fa ero a Roma, per lavoro. Trascorrevo la pausa pranzo a Villa Borghese, sdraiato su una panchina. Quando, a un certo punto, sono stato travolto da una nube di “quartine” in shorts. Con “quartine”, a Roma, si intendono quelle di quarta ginnasio, cioè quattordicenni. Era appena finita la scuola. E le strade si sono riempite di ragazzine di 2a e 3a media. Non solo in shorts, ma anche in “minishorts” (il jeans arrivava molto più in alto della fine dei glutei). Alcune si toglievano le magliette e restavano in reggiseno. Altre, con le magliette bagnate per i gavettoni, il reggiseno non lo indossavano.

Qualche tempo dopo Cubeddu racconta l’episodio mentre è in compagnia di amici. Una delle donne presenti commenta: “non possono lamentarsi se poi le stuprano”.

Questa è la frase incriminata da cui subito Cubeddu prende le distanze osservando: Ovviamente, non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare.

Ecco, secondo me il punto è questo: non è l’abito che fa il monaco, quindi non sono gli shorts a fare le sgualdrine, ma è la mente malata di certi uomini il problema.

Io ho vissuto la mia adolescenza negli anni Settanta. Chi li ricorda, avrà notato che nella moda ci sono i corsi e ricorsi storici. E questa è l’estate del revival degli shorts, delle zeppe (che non piacciono agli uomini ma tanto a noi checcene …) e dei gonnelloni. Si va da un estremo all’altro: o troppo coperte o troppo scoperte, o rasoterra con le espadrillas o arrampicate sulle zeppe, preferibilmente quelle di corda. proprio come si usava negli anni Settanta e nel mio guardaroba e nella scarpiera avevo mezze dozzine di esemplari di ciascuna specie.

Ora sono certa che qualcuno dirà: ma erano altri tempi. Sicuramente: erano tempi in cui si poteva girare tranquillamente in shorts senza che uomini in calore ci sbavassero dietro. Si limitavano a guardare e ad apprezzare (chi non ha ricevuto almeno un complimento dai tanti militari di leva che allora giravano a frotte in città?). Guardare e non toccare, come il cartello che gli ortolani esponevano sulle merci fresche di giornata.

Erano altri tempi soprattutto per ciò che riguarda gli orari d’uscita delle giovanissime.
Cubeddu nel suo post si riferisce ad un’osservazione fatta a Villa Borghese in pausa pranzo. Credo che in quella circostanza le ragazzine in pantaloncini non avessero nulla da temere. Diverso è il discorso se parliamo di discoteca e uscite notturne.

Una cosa è incinfutabile: noi ragazzine degli anni Settanta non potevamo uscire la sera dopo cena, a meno che non fossimo accompagnate da persone adulte. Io ho un fratello maggiore di sei anni e spesso al mare, perché in città non era pensabile uscire la notte, mi era permesso andare con lui e i comuni amici (non che lui ne fosse felice, intendiamoci!).

Ora pare che le giovanissime abbiano tutti altri orari. Questo, tuttavia, dipende dall’educazione ricevuta in famiglia e dalla fiducia che si ripone nella prole, ovviamente. Io non ho figlie femmine ma ho avuto le mie belle gatte da pelare con i figli adolescenti che volevano uscire tutte le sere d’estate. Un vero e proprio braccio di ferro. Figuriamoci con le femmine …

Per convincere i genitori, le ragazze che fanno? A volte s’inventano accompagnatori più grandi e anche qui mi pare il caso di dire che ai miei tempi eventuali “accompagnatori” dovevano presentarsi ai genitori, preferibilmente ben vestiti e con modi gentili, e solo dopo lunga e attenta ispezione da parte della madre, più che da quella del padre, si poteva strappare un consenso che aveva, comunque, carattere eccezionale. Uno strappo alla regola, nulla di più. Ma ora? Ho l’impressione che questa eventualità sia da scartare perché verrebbe considerata una vera e propria onta da parte della ragazzina in questione che, con aria da vittima incompresa, sarebbe ben pronta ad obiettare: ma non vi fidate di me!

La maggior parte delle volte, però, l’opzione preferita è quella del “così fan tutte“. Quindi, se tutte le 14-15enni possono uscire la sera e andare in discoteca, che problema c’è? Il problema è che se tutte son pronte a dire che le altre possono, nessun genitore, a meno che non ingaggi un investigatore, sarà mai in grado di verificare che le altre mamme e gli altri papà permettono alle loro figlie di uscire la sera e fare le ore piccole.

belen shorts
Tornando all’abbigliamento, il problema basilare è, a mio parere, quello dell’imitazione.
La moda, si sa, è contagiosa. Se sulle pagine delle riviste (non solo, anche quelle dei quotidiani on line più seguiti) si vedono attrici e cantanti che vanno a fare shopping indossando short striminziti – comprese le neomamme come la Rodriguez che, tuttavia, credo sia più invidiata dalle mamme normali, quelle che a fine gravidanza si trovano ancora dieci chili da smaltire e una pancia che sembrano ancora al quinto mese, che imitata dalle ragazzine – è palese che quel capo d’abbigliamento sia il preferito dalle giovanissime. Se la moda fosse quella di andare in giro con il burqa, sarebbe lo stesso.

A questo proposito, Cubeddu osserva: Siamo così convinti che mettersi il velo sia prigione e i minishorts siano libertà? No, non lo siamo, almeno io non lo sono.
La questione è culturale: una donna che indossa il velo lo fa, nella maggior parte dei casi, perché costretta ma nello stesso tempo convinta che sia la cosa più giusta da fare. Dicono che il velo preservi da sguardi indiscreti e che garantisca alle donne la rispettabilità che meritano. Su questo si potrebbe discutere fino a domani ma è fin troppo evidente che i punti di vista sarebbero antitetici perché la cultura che abbiamo noi in occidente non collimerà mai con quella orientale, specie quella dei Paesi islamici.

Detto questo, mi chiedo: gli shorts sono sinonimo di libertà? Secondo me lo sono come qualsiasi altro capo di abbigliamento che scegliamo di indossare. Purché il luogo sia quello adeguato.
Ad esempio, come non approvo che i maschi si presentino a scuola con i bermuda, allo stesso modo non gradirei vedere le ragazze con gli shorts nei corridoi scolastici. Uso il condizionale perché in effetti non ne ho mai vista una. Se lo facessero (ammesso che il dirigente non ponga un veto come ha fatto qualcuno per i bermuda maschili e per i leggins indossati dalle femmine), più che di libertà si tratterebbe di provocazione. In quel caso l’abbigliamento verrebbe sentito come sfida e sarei quasi d’accordo con l’osservazione fatta dall’amica di Cubeddu.

Ma quando, qualsiasi sia la moda, ciò che si indossa viene portato con naturalezza, seguendo le tendenze, pur senza lasciarsi andare all’omologazione, e preferibilmente con buon gusto (insomma, con qualche chilo in più e la cellulite strabordante sarebbe il caso di rassegnarsi ai gonnelloni piuttosto che portare i pantaloncini), non si tratta di provocazione né di libertà. Non dobbiamo criminalizzare la moda né pensare che un abito sia più conveniente di un altro. I veri criminali sono quelli che vedono malizia dove non c’è e soprattutto pretendono di avere con la forza ciò che non si limitano a guardare e apprezzare.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

24 giugno 2012

MADRI

Pubblicato in: adolescenti, bambini, cronaca, donne tagged , , , , a 4:13 pm di Marisa Moles

Tre fatti di cronaca oggi impongono una riflessione. Protagoniste tre madri, molto diverse tra loro, rappresentanti di quel variegato universo in cui essere madri non è mai semplice e mai scontato che si faccia la cosa giusta per i propri figli, o perché non si può o perché non si vuole. A volte perché non si è proprio in grado di intendere e volere.

La prima madre è Sonia, giovane indiana che, impotente, ha assistito alla morte della sua bambina. La piccola Mahi aveva solo quattro anni e, proprio nel giorno del suo compleanno, mentre giocava spensierata, è precipitata in un pozzo profondo 25 metri. Da lì il suo corpicino è stato estratto esanime dopo ottantatré ore, troppe. La vicenda ha riportato alla mente quella analoga accaduta nel lontano 1981 ad Alfredino Rampi. Il caso aveva inaugurato, purtroppo, la “diretta televisiva sulla morte”. Della madre di Alfredino ricordiamo tutti il dolore, la partecipazione a quella lotta contro il tempo, confortata dall’abbraccio di molti, persone conosciute o mai incontrate prima, tutte unite dal dolore. Persino il vecchio presidente Pertini era andato a seguire da vicino la vicenda.
La madre di Mahia, invece, a conclusione della tragica vicenda ha denunciato di «essere stata chiusa in una stanza» e di «non avere ricevuto informazioni reali sulla salute della figlia».

La seconda madre non ha un nome, solo due iniziali: J. P. Ha tre figlie: due bambine di 2 e 8 anni, ben tenute e nutrite, con cui esce spesso. Poi c’è quell’altra, quella di cui si vergogna, con cui non si fa vedere in giro. Dice che lei sta con il padre o con una zia. E invece la bimba, dieci anni, vive rinchiusa in un armadio, come un relitto umano. Ha dieci anni e solo 15 chili, appena tre in più rispetto all’ultima visita medica fatta sei anni fa. Dice che la mamma non la porta con sé, mentre con le sorelle va a fare la colazione fuori, perché “si sporca sempre e si fa la pipì addosso”. Di una cosa è certa: non vuole tornare a casa.
La madre ventinovenne è stata arrestata. Vive a Kansas City, nella civilissima America.

La terza madre si chiama Mistie Rebecca, ha trentadue anni ed è americana. Da quindici anni non vedeva suo figlio sedicenne che vive con il papà. Poi lo ritrova grazie a Facebook. Non è un “incontro” casuale, lei sa che si tratta di suo figlio, sangue del suo sangue. Eppure lo adesca, gli invia delle foto hard e intrattiene con lui una relazione amorosa.
Mistie Rebecca viene scoperta, arrestata e condannata per incesto dalla Alta Corte della Contea di Napa, California. Quattro anni e otto mesi.
Lei commenta così la decisione dei giudici: «Non credo che dovrei essere accusata di incesto perché c’è qualcosa chiamata attrazione genetica che è un fenomeno molto potente e accade al 50% delle persone imparentate che si ricongiungono dopo un lungo periodo di lontananza».

19 giugno 2012

A PROPOSITO DI MATURITÀ …

Pubblicato in: adolescenti, Esame di Stato tagged , a 9:23 pm di Marisa Moles

Maturità non è la durezza di chi vuole controllare la vita, ma la duttilità resistente

di una struttura che rimanendo sé stessa sappia accogliere gli smottamenti dell’esistenza fino a farli

suoi, per rendersi ancora più temprata al fuoco e al freddo dell’esperienza, come si faceva un tempo con

il ferro dolce delle spade per renderle fortissime.

Alessandro D’Avenia dal suo blog Prof 2.0

[immagine dallo stesso sito]

23 maggio 2012

SCRITTORI (FORSE) SI NASCE, LETTORI SI DIVENTA

Pubblicato in: adolescenti, affari miei, cultura, libri, scuola tagged , , , , , , , , , a 6:39 pm di Marisa Moles

Non amo i romanzi di avventura. Non sono mai riuscito a terminarne uno. Stevenson mi annoia, per non dire di Verne. Persino il grande Conrad mise a dura prova i miei nervi infantili.

Così inizia un articolo autobiografico di Alessandro Piperno, pubblicato su Il Corriere.

Non c’è nulla di male, intendiamoci, se uno scrittore, piuttosto noto e che, a parer mio, rappresenta uno dei pochi esemplari in via d’estinzione tra la fauna scrittoria attuale, confessa di non essere stato attratto dal piacere per la lettura fin dalla più tenera età. Insomma, scrittori forse si nasce ma lettori si diventa. Al di là degli stimoli che in casa e a scuola si possono ricevere, non è detto che ci si appassioni alla lettura. Se si ha a disposizione, ad esempio, una biblioteca paterna come quella di Leopardi, non è scontato che vi passino ore ed ore durante la giovinezza, emulando il poeta recanatese. Anzi, è molto più probabile che si finisca per odiare quella biblioteca e quei libri così a portata di mano. A volte il gusto della ricerca è molto più appassionante.

Capisco che il mio aspetto sedentario possa autorizzare chiunque a immaginarmi precocemente invischiato con carta, inchiostro, fumanti tazze di tè. La verità è che a dodici anni sguazzavo nel tiepido mare dell’analfabetismo di ritorno. I miei sogni di gloria, del tutto convenzionali, si esaurivano in qualche prodezza calcistica o canora. Così prosegue la sua confessione lo scrittore romano, classe 1972.

A dodici anni è più che umano nutrire altri interessi e non essere dei topi da biblioteca. Anch’io a quell’età avevo mille altri interessi, pur coltivati per la maggior parte in ambito culturale, sicché non sarebbe onesto definirmi, rispetto a quei tempi, un’analfabeta di ritorno. Ricordo che un anno prima avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno un libro per bambine sceme dal titolo Il birichino di papà. Lo accantonai, trattenendo a stento il disgusto e diprezzo per un dono che, nella classifica dei regali più graditi, stava decisamente all’ultimo posto. Mi trattenni solo perché quel dono proveniva da un ragazzino che mi piaceva assai. Poi realizzai che sicuramente non l’aveva acquistato, nonché scelto, lui ma la sua mamma, quindi non ebbi alcuna remora nell’accantonare quel libro esprimendo liberamente il mio disgusto e il mio disprezzo.
Lo lessi solo qualche anno più tardi. Il primo libro in assoluto che letteralmente divorai fu Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, ma solo perché seguivo la serie televisiva. Dovevo avere circa tredici anni, se non ricordo male.

Piperno, nel seguito del suo racconto, spiega in che modo si era accostato alla lettura: dopo una delusione amorosa, avendo il ragazzino indetto una specie di sciopero della fame come forma di protesta nei confronti dell’insensibile Viola che aveva ignorato le sue attenzioni, arrivò in soccorso il padre che si presentò in camera sua con un libro e con fare perentorio gli disse: “leggilo“.

Che sciocchezza! L’idea che una cosa pallosa come un libro potesse liberarmi del grumo di desiderio frustrato che mi strozzava l’esofago mi sembrava un insulto. Tuttavia c’era un non so che di familiare nel ragazzino in copertina. Oggi so che si trattava di un quadro di Modigliani intitolato Il figlio del portinaio. Eppure nessuna delle cose che so oggi è in grado di restituirmi l’empatia che mi colse alla sprovvista la prima volta che incrociai quel mesto sguardo di ragazzo. Tutto mi accomunava a lui: solitudine, indolenza, inessenzialità.

Il libro si intitolava “Il segreto”. L’autore era anonimo. Per la precisione Anonimo Triestino. Una specie di inno al mistero. Oh, ecco finalmente un mistero attraente. Il mistero di quel ragazzino senza nome con un segreto da custodire, ovvero il mio stesso mistero, il mio stesso segreto.

Quindi l’attenzione del giovanissimo Alessandro alle prese con la prima delusione d’amore fu catturata dall’immagine di copertina e dal ritrovarsi in quel fanciullo. Il tutto fa pensare che a volte il titolo di un libro non sia l’unica cosa in grado di catturare l’attenzione, né lo scrittore, in questo caso addirittura senza nome. Allora, quando ogni residua resistenza, pur tenace fino a quel momento, si allenta, si prende il libro, lo si sfoglia, quasi ostentando indifferenza, si legge l’introduzione, forse pensando che la lettura del tutto si esaurisca nella rapida scorsa di quella parte. E invece – almeno a Piperno è successo questo – si prosegue. Lo scrittore si sofferma in particolare sulla dedica:

Tutto il turbamento che mi comunicò questa introduzione non era niente a confronto del terremoto emotivo prodotto in me dalla dedica del libro e dal suo incipit.

«A Bianca, nel cui costante pensiero le ho scritto, dedico queste pagine, perché si meravigli, e sorrida di tanta fanciullaggine, e provi forse un po’ di rimpianto».

Se oggi, nel trascriverla, mi colpiscono soprattutto la sintassi macchinosa e il lessico ottocentesco, la prima volta che la lessi mi bastò sostituire al nome Bianca quello della mia volubile amata (una sostituzione non troppo difficile visto che anche il suo nome era un colore), per sentire il groppo in gola premere fin quasi a soffocarmi di commozione. Ero certo di essere il solo uomo sulla faccia della terra che potesse capire una dedica del genere. Così romantica, così nostalgica, così piena di magnanimità. Ma allo stesso tempo così subdolamente ricattatoria!

L’immedesimazione: ecco quel quid che si attendeva. Galeotto fu il libro, dunque. Galeotto nel senso che da allora iniziò l’amore per la lettura che non deve essere mai forzato. Amare i libri deve essere una scelta e l’inizio di questo amore non ha data né età. Quando si viene catturati dalla lettura è per sempre, non importa se abbiamo sei anni, e sappiamo a mala pena leggere, o se ne abbiamo sessanta. L’importamte è che sia una scelta spontanea, non una forzatura come la scuola vorrebbe imporre.

La lettura per diletto si distingue, quindi, da quella scolastica. Ciò non significa che non si possa trovare gradevole una lettura imposta, ma che, almeno nella maggior parte dei casi, l’obbligo uccide il piacere se quel piacere non è già insito nel bambino o nell’adolescente alle prese con le letture scolastiche.

Continua Piperno: L’attacco del libro, invece, era decisamente autocelebrativo: «Non c’è dubbio: io fui un bambino precoce». Possibile che quest’uomo mi avesse letto dentro così bene? Fu la prima volta nella mia vita in cui provai risentimento per un autore che mi aveva rubato l’idea per un romanzo. Molti anni dopo, all’università, sarebbero stati parecchi i professori che avrebbero cercato di inculcarmi due principi fondamentali per leggere un libro:
1) Non identificarsi mai con i personaggi.
2) Non confondere mai la vita del Narratore con quella dell’Autore.

Fu l’Anonimo Triestino a donarmi l’antidoto per resistere al veleno di quei dogmi così assennati e meschini.

Quegli insegnamenti, quella raccomandazione a non immedesimarsi, a non provare a vestire i panni di uno dei personaggi, a non confondere la realtà con la finzione … sono proprio questi gli errori da evitare se si vuole davvero provare il piacere della lettura. Cosa c’è di più bello del calarsi nell’atmosfera magica di un libro, del sentirsi parte della vita dei personaggi, del gioire o piangere insieme a loro, dell’ammirare un paesaggio attraverso l’immaginazione ma con la convinzione che il tramite siano gli occhi stessi di quei personaggi? Cosa c’è di più gratificante dell’abbandono completo della realtà, di cui non si percepiscono più odori, immagini, colori, di cui non si sentono più i suoni, nello sfogliare lento o rapido, a seconda dei gusti personali e dell’abilità di ognuno, le pagine che descrivono la vita vera, annullando la nostra nella finzione? E cosa c’è di più gradevole dell’espressione quasi estasiata che assumiamo, alla fine del libro, quando ormai abbiamo già di fronte la quarta di copertina con quei commenti che non abbiamo letto prima (per non esserne influenzati) e che ora continuiamo ad ignorare perché nulla ci può donare quella beatitudine, quel rapimento quasi estatico che abbiamo conquistato con le sole nostre forze, senza imposizione alcuna?

Ecco, quando queste sensazioni, questo distacco dalla realtà sarà originato da una lettura obbligata, allora potrò anche essere d’accordo sul fatto che i giovani debbano essere obbligati a leggere, secondo i gusti personali dei genitori o degli insegnanti.
Certo, capita di affrontare letture poco piacevoli anche se scelte da noi, un errore di valutazione ci può sempre stare, un consiglio dato da un amico può non rientrare nelle proprie preferenze. Però l’importante è che si sbagli da soli.

Mi rendo conto di essermi allontanata dall’articolo di Piperno, soprattutto dallo spirito della sua confessione che è quello del mistero e della scoperta. Per questo invito i lettori a leggerlo per intero al link de Il Corriere.
Quel che mi importava sottolineare era che nessuno deve sentirsi obbligato a leggere e nessuno deve arrogarsi il diritto di costringere alla lettura. In questo condivido appieno i dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac nel suo Come un romanzo.

Mi piace concludere con una frase dell’indimenticabile Massimo Troisi: «Io non leggo libri. Perché loro sono in tanti a scrivere, io sono uno a leggere. Non ce la posso fare». Ed effettivamente in Italia si scrive tanto e si legge poco. Che sia anche colpa delle letture imposte agli studenti?

[immagine da questo sito]

20 maggio 2012

LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

Pubblicato in: adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 9:01 pm di Marisa Moles

Originally posted on laprofonline:


Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l’amore, Melissa? Pare di sì, c’era un fidanzatino, un amore appena sbocciato. Di sicuro ha conosciuto l’amore di mamma e papà, delle persone care, di tutti quelli che aveva conquistato con il suo sorriso, con la sua bontà.

Melissa ieri mattina, come tutti i giorni, stava andando a scuola. Cosa può temere una ragazzina di sedici anni, mentre si appresta a varcare il portone del suo istituto, ad entrare nella sua classe, mentre conta i passi che la separano da quelle quattro mura che, accanto a quelle di casa, rappresentano…

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9 febbraio 2012

GRAN BRETAGNA: CONTRACCETTIVI ALLE TREDICENNI ALL’INSAPUTA DELLE FAMIGLIE

Pubblicato in: adolescenti, donne, famiglia, figli, stampa estera tagged , , , , , , , , a 6:34 pm di Marisa Moles

Una cosa del genere qui in Italia scatenerebbe una sorta di insurrezione. Qui le famiglie devono essere avvertite di tutto ciò che succede ai loro figli, specialmente nell’ambito della scuola. Quando qualcosa con va a genio ai genitori, sono subito pronte le denunce. Talvolta molto discutibili.

Secondo quanto riporta il Daily Telegraph, una campagna governativa contro le gravidanze delle teenager (molto frequenti anche perché le ragazze madri possono usufruire di agevolazioni e sussidi di ogni tipo, compresa l’assegnazione di una casa – per noi qualcosa di fantascientifico), che ha coinvolto almeno nove scuole secondarie, per un totale di 1700 ragazze di età compresa tra i 13 e i 14 anni e 3200 quindicenni, ha portato all’impianto di contraccettivi sottocutanei all’insaputa delle famiglie. Si tratta di bastoncini piccoli e sottili posizionati sotto la pelle dell’avambraccio che rilasciano un flusso costante di ormoni che inibiscono l’ovulazione.
Ad altre 800 ragazzine sarebbero state fatte delle iniezioni sempre ai fini contraccettivi.

L’iniziativa, realizzata da Solent NHS Trust, una sorta di Asl di Southampton, e portata avanti dal 2009, ha ottenuto i suoi frutti: c’è stato, infatti, un calo del 22% degli aborti.
Il vero scandalo, a quanto pare, consiste nel fatto che tutto si sia svolto nelle scuole senza che le stesse abbiano avvertito le famiglie. Una sorta di “vaccinazione” senza autorizzazioni.

Ora si sta assistendo ad uno scaricabarile tra l’azienda sanitaria e le scuole stesse cui sarebbe spettato, pare, il compito di avvertire i genitori delle ragazzine interessate.
Particolamente infuriati i rappresentanti del Family Education Trust, che hanno accusato le autorità sanitarie di incentivare il sesso promiscuo tra gli studenti. Però, c’è da dire che l’intervento d’impianto del contraccettivo sottocutaneo non è stato imposto ad alcuna minorenne se non consenziente. Anzi, si è proceduto su richiesta delle ragazze che hanno semplicemente dovuto compilare un questionario medico prima di farsi impiantare il contraccettivo.

Riassumendo: nessuna è stata obbligata a subire l’intervento contro la sua volontà ma né la scuola né l’azienda sanitaria, tantomeno le minorenni stesse hanno provveduto ad informare mamma e papà.

Al di là del fatto che trovo lodevole l’iniziativa (sempre che sia tutelata la salute delle ragazze, come pare), ritengo sia stato quantomeno imprudente non chiedere preventivamente l’autorizzazione ai genitori. D’altronde mi rendo conto che sarebbe stata una richiesta rischiosa da fare, considerando la giovane età delle interessate. Insomma, senza voler fare i bacchettoni, quale genitore darebbe il suo consenso ad un metodo contraccettivo qualora la richiesta venisse fatta da una tredicenne o quattordicenne? In Inghilterra non so ma qui da noi sarebbe altamente improbabile che si verificasse una tale eventualità.

Però mi chiedo: perché nelle scuole italiane bisogna chiedere l’autorizzazione della famiglia per fare assistere i minorenni alle lezioni di educazione sessuale? E perché si assiste ad atteggiamenti molto ostili ogni volta che si parla di distributori di preservativi nei bagni delle scuole?
Insomma, la contraccezione è sempre meglio dell’interruzione di gravidanza che, specialmente in giovanissima età, può procurare seri traumi. O mi sbaglio?

[notizia e foto da Tuttoscuola.com]

6 dicembre 2011

FIORELLO, IL PROFILATTICO E IL “SALVA PISCHELLI SHOW”

Pubblicato in: adolescenti, attualità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di Marisa Moles

Devo, ancora una volta, fare una premessa: ieri non ho visto l’ultima puntata dello show campione di share condotto dall’istrionico Fiorello. Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend ha fatto il botto finale, come si addice ad ogni spettacolo pirotecnico che si rispetti: più del 50% di share, 16 milioni attaccati al monitor tv in adorazione di Roberto Benigni. Eh sì, perché quando le “divinità catodiche” si accoppiano (nel senso della partecipazione allo spettacolo, ovviamente), succede anche questo.

Come ogni settimana, il martedì su tutte le testate giornalistiche non si parla d’altro. Per qualche ora Fiorello riesce a distogliere l’attenzione degli Italiani dalla manovra Monti e fa dimenticare le lacrime del ministro Fornaro suscitando ilarità e facendo quasi piangere dal ridere. Ma come spesso accade c’è chi dello spirito fiorelliano non sa che farsene, anzi, ritiene che le sue battute e i monologhi pieni di humor siano robaccia, di cattivo gusto e basta.

E’ il caso della tirata che Rosario – che di secondo nome fa Tindaro, poveretto! – ha fatto sul preservativo o profilattico che dir si voglia. Facendo riferimento ad un fantomatico comunicato Rai (nulla di più di una mail interna e riferita alla sola giornata mondiale contro l’Aids, il 1 dicembre scorso), si è stupito che la parola profilattico non potesse essere pronunciata nei programmi della tv di Stato. Interpellato a tal proposito Mauro Mazza, direttore di Rai 1, il poveretto non solo non conferma né smentisce un tale divieto ma si vede costretto, pressato elegantemente dal presentatore, ad ammettere che anche lui fa uso del condom. Poi il conduttore invita il pubblico a scandire sillaba dopo sillaba la parola tabù, quasi ad esorcizzarla. Non contento, intona assieme al compagno di trasgressione Lorenzo Jovanotti un rap in elogio del preservativo, ribatezzandolo “Salva pischelli“, espressione mutuata dal famoso dispositivo “Salvalavita Beghelli”, per la gioia del signor Beghelli che non avrebbe mai sperato in una pubblicità gratuita davanti a sedici milioni di telespettatori. Sempre che esista ancora.

Lo show di Fiorello sul profilattico, però, non è piaciuto a tutti. Famiglia Cristiana (seguita a ruota dal MOIGE)tuona contro il conduttore, reo di aver dato una lezione non proprio ortodossa ai tanti giovani che non amano stare davanti alla tv ma che per Fiorello fanno un’eccezione. Non gradisce nemmeno l’attenzione che il presentatore ha rivolto all’innegabile vantaggio che deriva dall’uso del preservativo, ovvero quello di limitare la diffusione dell’AIDS. Per Famiglia Cristiana è solo “goliardia retrodatata, cattivo gusto”.

Prendiamo atto che dal punto di vista della morale cattolica la maggior parte dei metodi contraccettivi è di per sé bandita. Possiamo anche concordare sul fatto che il “Salva Pischelli show” non fosse il massimo del buon gusto, come l’elogio della cacca cantato dal comico Benigni. Però credo che lo spettacolo di Fiorello non abbia un qualche potere di condizionare le scelte dei giovani, cattolici o meno. Anche perché, volendo essere precisi, i giovani cattolici seguendo i dettami della Chiesa in teoria dovrebbero astenersi dall’uso del profilattico, anzi, dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Eviterebbero, così, sia le malattie sessualmente trasmissibili sia gravidanze indesiderate. Non sarà certo un Fiorello qualsiasi a far loro cambiare idea.

Non ho visto lo spettacolo, lo ripeto, se non qualche spezzone e qualche video su You Tube, ma ritengo che Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend abbia perlomeno il merito di non aver dato in pasto ai telespettatori pseudoballerine sculettanti in perizoma e pushup, come avviene nella maggior parte degli spettacoli di “varietà”. E questo a me sembra già un bel passo avanti. Questo sì un esempio da seguire.

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