24 giugno 2012

MADRI

Pubblicato in: adolescenti, bambini, cronaca, donne tagged , , , , a 4:13 pm di marisamoles

Tre fatti di cronaca oggi impongono una riflessione. Protagoniste tre madri, molto diverse tra loro, rappresentanti di quel variegato universo in cui essere madri non è mai semplice e mai scontato che si faccia la cosa giusta per i propri figli, o perché non si può o perché non si vuole. A volte perché non si è proprio in grado di intendere e volere.

La prima madre è Sonia, giovane indiana che, impotente, ha assistito alla morte della sua bambina. La piccola Mahi aveva solo quattro anni e, proprio nel giorno del suo compleanno, mentre giocava spensierata, è precipitata in un pozzo profondo 25 metri. Da lì il suo corpicino è stato estratto esanime dopo ottantatré ore, troppe. La vicenda ha riportato alla mente quella analoga accaduta nel lontano 1981 ad Alfredino Rampi. Il caso aveva inaugurato, purtroppo, la “diretta televisiva sulla morte”. Della madre di Alfredino ricordiamo tutti il dolore, la partecipazione a quella lotta contro il tempo, confortata dall’abbraccio di molti, persone conosciute o mai incontrate prima, tutte unite dal dolore. Persino il vecchio presidente Pertini era andato a seguire da vicino la vicenda.
La madre di Mahia, invece, a conclusione della tragica vicenda ha denunciato di «essere stata chiusa in una stanza» e di «non avere ricevuto informazioni reali sulla salute della figlia».

La seconda madre non ha un nome, solo due iniziali: J. P. Ha tre figlie: due bambine di 2 e 8 anni, ben tenute e nutrite, con cui esce spesso. Poi c’è quell’altra, quella di cui si vergogna, con cui non si fa vedere in giro. Dice che lei sta con il padre o con una zia. E invece la bimba, dieci anni, vive rinchiusa in un armadio, come un relitto umano. Ha dieci anni e solo 15 chili, appena tre in più rispetto all’ultima visita medica fatta sei anni fa. Dice che la mamma non la porta con sé, mentre con le sorelle va a fare la colazione fuori, perché “si sporca sempre e si fa la pipì addosso”. Di una cosa è certa: non vuole tornare a casa.
La madre ventinovenne è stata arrestata. Vive a Kansas City, nella civilissima America.

La terza madre si chiama Mistie Rebecca, ha trentadue anni ed è americana. Da quindici anni non vedeva suo figlio sedicenne che vive con il papà. Poi lo ritrova grazie a Facebook. Non è un “incontro” casuale, lei sa che si tratta di suo figlio, sangue del suo sangue. Eppure lo adesca, gli invia delle foto hard e intrattiene con lui una relazione amorosa.
Mistie Rebecca viene scoperta, arrestata e condannata per incesto dalla Alta Corte della Contea di Napa, California. Quattro anni e otto mesi.
Lei commenta così la decisione dei giudici: «Non credo che dovrei essere accusata di incesto perché c’è qualcosa chiamata attrazione genetica che è un fenomeno molto potente e accade al 50% delle persone imparentate che si ricongiungono dopo un lungo periodo di lontananza».

19 giugno 2012

A PROPOSITO DI MATURITÀ …

Pubblicato in: adolescenti, Esame di Stato tagged , a 9:23 pm di marisamoles

Maturità non è la durezza di chi vuole controllare la vita, ma la duttilità resistente

di una struttura che rimanendo sé stessa sappia accogliere gli smottamenti dell’esistenza fino a farli

suoi, per rendersi ancora più temprata al fuoco e al freddo dell’esperienza, come si faceva un tempo con

il ferro dolce delle spade per renderle fortissime.

Alessandro D’Avenia dal suo blog Prof 2.0

[immagine dallo stesso sito]

23 maggio 2012

SCRITTORI (FORSE) SI NASCE, LETTORI SI DIVENTA

Pubblicato in: adolescenti, affari miei, cultura, libri, scuola tagged , , , , , , , , , a 6:39 pm di marisamoles

Non amo i romanzi di avventura. Non sono mai riuscito a terminarne uno. Stevenson mi annoia, per non dire di Verne. Persino il grande Conrad mise a dura prova i miei nervi infantili.

Così inizia un articolo autobiografico di Alessandro Piperno, pubblicato su Il Corriere.

Non c’è nulla di male, intendiamoci, se uno scrittore, piuttosto noto e che, a parer mio, rappresenta uno dei pochi esemplari in via d’estinzione tra la fauna scrittoria attuale, confessa di non essere stato attratto dal piacere per la lettura fin dalla più tenera età. Insomma, scrittori forse si nasce ma lettori si diventa. Al di là degli stimoli che in casa e a scuola si possono ricevere, non è detto che ci si appassioni alla lettura. Se si ha a disposizione, ad esempio, una biblioteca paterna come quella di Leopardi, non è scontato che vi passino ore ed ore durante la giovinezza, emulando il poeta recanatese. Anzi, è molto più probabile che si finisca per odiare quella biblioteca e quei libri così a portata di mano. A volte il gusto della ricerca è molto più appassionante.

Capisco che il mio aspetto sedentario possa autorizzare chiunque a immaginarmi precocemente invischiato con carta, inchiostro, fumanti tazze di tè. La verità è che a dodici anni sguazzavo nel tiepido mare dell’analfabetismo di ritorno. I miei sogni di gloria, del tutto convenzionali, si esaurivano in qualche prodezza calcistica o canora. Così prosegue la sua confessione lo scrittore romano, classe 1972.

A dodici anni è più che umano nutrire altri interessi e non essere dei topi da biblioteca. Anch’io a quell’età avevo mille altri interessi, pur coltivati per la maggior parte in ambito culturale, sicché non sarebbe onesto definirmi, rispetto a quei tempi, un’analfabeta di ritorno. Ricordo che un anno prima avevo ricevuto in regalo per il mio compleanno un libro per bambine sceme dal titolo Il birichino di papà. Lo accantonai, trattenendo a stento il disgusto e diprezzo per un dono che, nella classifica dei regali più graditi, stava decisamente all’ultimo posto. Mi trattenni solo perché quel dono proveniva da un ragazzino che mi piaceva assai. Poi realizzai che sicuramente non l’aveva acquistato, nonché scelto, lui ma la sua mamma, quindi non ebbi alcuna remora nell’accantonare quel libro esprimendo liberamente il mio disgusto e il mio disprezzo.
Lo lessi solo qualche anno più tardi. Il primo libro in assoluto che letteralmente divorai fu Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, ma solo perché seguivo la serie televisiva. Dovevo avere circa tredici anni, se non ricordo male.

Piperno, nel seguito del suo racconto, spiega in che modo si era accostato alla lettura: dopo una delusione amorosa, avendo il ragazzino indetto una specie di sciopero della fame come forma di protesta nei confronti dell’insensibile Viola che aveva ignorato le sue attenzioni, arrivò in soccorso il padre che si presentò in camera sua con un libro e con fare perentorio gli disse: “leggilo“.

Che sciocchezza! L’idea che una cosa pallosa come un libro potesse liberarmi del grumo di desiderio frustrato che mi strozzava l’esofago mi sembrava un insulto. Tuttavia c’era un non so che di familiare nel ragazzino in copertina. Oggi so che si trattava di un quadro di Modigliani intitolato Il figlio del portinaio. Eppure nessuna delle cose che so oggi è in grado di restituirmi l’empatia che mi colse alla sprovvista la prima volta che incrociai quel mesto sguardo di ragazzo. Tutto mi accomunava a lui: solitudine, indolenza, inessenzialità.

Il libro si intitolava “Il segreto”. L’autore era anonimo. Per la precisione Anonimo Triestino. Una specie di inno al mistero. Oh, ecco finalmente un mistero attraente. Il mistero di quel ragazzino senza nome con un segreto da custodire, ovvero il mio stesso mistero, il mio stesso segreto.

Quindi l’attenzione del giovanissimo Alessandro alle prese con la prima delusione d’amore fu catturata dall’immagine di copertina e dal ritrovarsi in quel fanciullo. Il tutto fa pensare che a volte il titolo di un libro non sia l’unica cosa in grado di catturare l’attenzione, né lo scrittore, in questo caso addirittura senza nome. Allora, quando ogni residua resistenza, pur tenace fino a quel momento, si allenta, si prende il libro, lo si sfoglia, quasi ostentando indifferenza, si legge l’introduzione, forse pensando che la lettura del tutto si esaurisca nella rapida scorsa di quella parte. E invece – almeno a Piperno è successo questo – si prosegue. Lo scrittore si sofferma in particolare sulla dedica:

Tutto il turbamento che mi comunicò questa introduzione non era niente a confronto del terremoto emotivo prodotto in me dalla dedica del libro e dal suo incipit.

«A Bianca, nel cui costante pensiero le ho scritto, dedico queste pagine, perché si meravigli, e sorrida di tanta fanciullaggine, e provi forse un po’ di rimpianto».

Se oggi, nel trascriverla, mi colpiscono soprattutto la sintassi macchinosa e il lessico ottocentesco, la prima volta che la lessi mi bastò sostituire al nome Bianca quello della mia volubile amata (una sostituzione non troppo difficile visto che anche il suo nome era un colore), per sentire il groppo in gola premere fin quasi a soffocarmi di commozione. Ero certo di essere il solo uomo sulla faccia della terra che potesse capire una dedica del genere. Così romantica, così nostalgica, così piena di magnanimità. Ma allo stesso tempo così subdolamente ricattatoria!

L’immedesimazione: ecco quel quid che si attendeva. Galeotto fu il libro, dunque. Galeotto nel senso che da allora iniziò l’amore per la lettura che non deve essere mai forzato. Amare i libri deve essere una scelta e l’inizio di questo amore non ha data né età. Quando si viene catturati dalla lettura è per sempre, non importa se abbiamo sei anni, e sappiamo a mala pena leggere, o se ne abbiamo sessanta. L’importamte è che sia una scelta spontanea, non una forzatura come la scuola vorrebbe imporre.

La lettura per diletto si distingue, quindi, da quella scolastica. Ciò non significa che non si possa trovare gradevole una lettura imposta, ma che, almeno nella maggior parte dei casi, l’obbligo uccide il piacere se quel piacere non è già insito nel bambino o nell’adolescente alle prese con le letture scolastiche.

Continua Piperno: L’attacco del libro, invece, era decisamente autocelebrativo: «Non c’è dubbio: io fui un bambino precoce». Possibile che quest’uomo mi avesse letto dentro così bene? Fu la prima volta nella mia vita in cui provai risentimento per un autore che mi aveva rubato l’idea per un romanzo. Molti anni dopo, all’università, sarebbero stati parecchi i professori che avrebbero cercato di inculcarmi due principi fondamentali per leggere un libro:
1) Non identificarsi mai con i personaggi.
2) Non confondere mai la vita del Narratore con quella dell’Autore.

Fu l’Anonimo Triestino a donarmi l’antidoto per resistere al veleno di quei dogmi così assennati e meschini.

Quegli insegnamenti, quella raccomandazione a non immedesimarsi, a non provare a vestire i panni di uno dei personaggi, a non confondere la realtà con la finzione … sono proprio questi gli errori da evitare se si vuole davvero provare il piacere della lettura. Cosa c’è di più bello del calarsi nell’atmosfera magica di un libro, del sentirsi parte della vita dei personaggi, del gioire o piangere insieme a loro, dell’ammirare un paesaggio attraverso l’immaginazione ma con la convinzione che il tramite siano gli occhi stessi di quei personaggi? Cosa c’è di più gratificante dell’abbandono completo della realtà, di cui non si percepiscono più odori, immagini, colori, di cui non si sentono più i suoni, nello sfogliare lento o rapido, a seconda dei gusti personali e dell’abilità di ognuno, le pagine che descrivono la vita vera, annullando la nostra nella finzione? E cosa c’è di più gradevole dell’espressione quasi estasiata che assumiamo, alla fine del libro, quando ormai abbiamo già di fronte la quarta di copertina con quei commenti che non abbiamo letto prima (per non esserne influenzati) e che ora continuiamo ad ignorare perché nulla ci può donare quella beatitudine, quel rapimento quasi estatico che abbiamo conquistato con le sole nostre forze, senza imposizione alcuna?

Ecco, quando queste sensazioni, questo distacco dalla realtà sarà originato da una lettura obbligata, allora potrò anche essere d’accordo sul fatto che i giovani debbano essere obbligati a leggere, secondo i gusti personali dei genitori o degli insegnanti.
Certo, capita di affrontare letture poco piacevoli anche se scelte da noi, un errore di valutazione ci può sempre stare, un consiglio dato da un amico può non rientrare nelle proprie preferenze. Però l’importante è che si sbagli da soli.

Mi rendo conto di essermi allontanata dall’articolo di Piperno, soprattutto dallo spirito della sua confessione che è quello del mistero e della scoperta. Per questo invito i lettori a leggerlo per intero al link de Il Corriere.
Quel che mi importava sottolineare era che nessuno deve sentirsi obbligato a leggere e nessuno deve arrogarsi il diritto di costringere alla lettura. In questo condivido appieno i dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac nel suo Come un romanzo.

Mi piace concludere con una frase dell’indimenticabile Massimo Troisi: «Io non leggo libri. Perché loro sono in tanti a scrivere, io sono uno a leggere. Non ce la posso fare». Ed effettivamente in Italia si scrive tanto e si legge poco. Che sia anche colpa delle letture imposte agli studenti?

[immagine da questo sito]

20 maggio 2012

LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

Pubblicato in: adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

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Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l'amore, Melissa?

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9 febbraio 2012

GRAN BRETAGNA: CONTRACCETTIVI ALLE TREDICENNI ALL’INSAPUTA DELLE FAMIGLIE

Pubblicato in: adolescenti, donne, famiglia, figli, stampa estera tagged , , , , , , , , a 6:34 pm di marisamoles

Una cosa del genere qui in Italia scatenerebbe una sorta di insurrezione. Qui le famiglie devono essere avvertite di tutto ciò che succede ai loro figli, specialmente nell’ambito della scuola. Quando qualcosa con va a genio ai genitori, sono subito pronte le denunce. Talvolta molto discutibili.

Secondo quanto riporta il Daily Telegraph, una campagna governativa contro le gravidanze delle teenager (molto frequenti anche perché le ragazze madri possono usufruire di agevolazioni e sussidi di ogni tipo, compresa l’assegnazione di una casa – per noi qualcosa di fantascientifico), che ha coinvolto almeno nove scuole secondarie, per un totale di 1700 ragazze di età compresa tra i 13 e i 14 anni e 3200 quindicenni, ha portato all’impianto di contraccettivi sottocutanei all’insaputa delle famiglie. Si tratta di bastoncini piccoli e sottili posizionati sotto la pelle dell’avambraccio che rilasciano un flusso costante di ormoni che inibiscono l’ovulazione.
Ad altre 800 ragazzine sarebbero state fatte delle iniezioni sempre ai fini contraccettivi.

L’iniziativa, realizzata da Solent NHS Trust, una sorta di Asl di Southampton, e portata avanti dal 2009, ha ottenuto i suoi frutti: c’è stato, infatti, un calo del 22% degli aborti.
Il vero scandalo, a quanto pare, consiste nel fatto che tutto si sia svolto nelle scuole senza che le stesse abbiano avvertito le famiglie. Una sorta di “vaccinazione” senza autorizzazioni.

Ora si sta assistendo ad uno scaricabarile tra l’azienda sanitaria e le scuole stesse cui sarebbe spettato, pare, il compito di avvertire i genitori delle ragazzine interessate.
Particolamente infuriati i rappresentanti del Family Education Trust, che hanno accusato le autorità sanitarie di incentivare il sesso promiscuo tra gli studenti. Però, c’è da dire che l’intervento d’impianto del contraccettivo sottocutaneo non è stato imposto ad alcuna minorenne se non consenziente. Anzi, si è proceduto su richiesta delle ragazze che hanno semplicemente dovuto compilare un questionario medico prima di farsi impiantare il contraccettivo.

Riassumendo: nessuna è stata obbligata a subire l’intervento contro la sua volontà ma né la scuola né l’azienda sanitaria, tantomeno le minorenni stesse hanno provveduto ad informare mamma e papà.

Al di là del fatto che trovo lodevole l’iniziativa (sempre che sia tutelata la salute delle ragazze, come pare), ritengo sia stato quantomeno imprudente non chiedere preventivamente l’autorizzazione ai genitori. D’altronde mi rendo conto che sarebbe stata una richiesta rischiosa da fare, considerando la giovane età delle interessate. Insomma, senza voler fare i bacchettoni, quale genitore darebbe il suo consenso ad un metodo contraccettivo qualora la richiesta venisse fatta da una tredicenne o quattordicenne? In Inghilterra non so ma qui da noi sarebbe altamente improbabile che si verificasse una tale eventualità.

Però mi chiedo: perché nelle scuole italiane bisogna chiedere l’autorizzazione della famiglia per fare assistere i minorenni alle lezioni di educazione sessuale? E perché si assiste ad atteggiamenti molto ostili ogni volta che si parla di distributori di preservativi nei bagni delle scuole?
Insomma, la contraccezione è sempre meglio dell’interruzione di gravidanza che, specialmente in giovanissima età, può procurare seri traumi. O mi sbaglio?

[notizia e foto da Tuttoscuola.com]

6 dicembre 2011

FIORELLO, IL PROFILATTICO E IL “SALVA PISCHELLI SHOW”

Pubblicato in: adolescenti, attualità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Devo, ancora una volta, fare una premessa: ieri non ho visto l’ultima puntata dello show campione di share condotto dall’istrionico Fiorello. Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend ha fatto il botto finale, come si addice ad ogni spettacolo pirotecnico che si rispetti: più del 50% di share, 16 milioni attaccati al monitor tv in adorazione di Roberto Benigni. Eh sì, perché quando le “divinità catodiche” si accoppiano (nel senso della partecipazione allo spettacolo, ovviamente), succede anche questo.

Come ogni settimana, il martedì su tutte le testate giornalistiche non si parla d’altro. Per qualche ora Fiorello riesce a distogliere l’attenzione degli Italiani dalla manovra Monti e fa dimenticare le lacrime del ministro Fornaro suscitando ilarità e facendo quasi piangere dal ridere. Ma come spesso accade c’è chi dello spirito fiorelliano non sa che farsene, anzi, ritiene che le sue battute e i monologhi pieni di humor siano robaccia, di cattivo gusto e basta.

E’ il caso della tirata che Rosario – che di secondo nome fa Tindaro, poveretto! – ha fatto sul preservativo o profilattico che dir si voglia. Facendo riferimento ad un fantomatico comunicato Rai (nulla di più di una mail interna e riferita alla sola giornata mondiale contro l’Aids, il 1 dicembre scorso), si è stupito che la parola profilattico non potesse essere pronunciata nei programmi della tv di Stato. Interpellato a tal proposito Mauro Mazza, direttore di Rai 1, il poveretto non solo non conferma né smentisce un tale divieto ma si vede costretto, pressato elegantemente dal presentatore, ad ammettere che anche lui fa uso del condom. Poi il conduttore invita il pubblico a scandire sillaba dopo sillaba la parola tabù, quasi ad esorcizzarla. Non contento, intona assieme al compagno di trasgressione Lorenzo Jovanotti un rap in elogio del preservativo, ribatezzandolo “Salva pischelli“, espressione mutuata dal famoso dispositivo “Salvalavita Beghelli”, per la gioia del signor Beghelli che non avrebbe mai sperato in una pubblicità gratuita davanti a sedici milioni di telespettatori. Sempre che esista ancora.

Lo show di Fiorello sul profilattico, però, non è piaciuto a tutti. Famiglia Cristiana (seguita a ruota dal MOIGE)tuona contro il conduttore, reo di aver dato una lezione non proprio ortodossa ai tanti giovani che non amano stare davanti alla tv ma che per Fiorello fanno un’eccezione. Non gradisce nemmeno l’attenzione che il presentatore ha rivolto all’innegabile vantaggio che deriva dall’uso del preservativo, ovvero quello di limitare la diffusione dell’AIDS. Per Famiglia Cristiana è solo “goliardia retrodatata, cattivo gusto”.

Prendiamo atto che dal punto di vista della morale cattolica la maggior parte dei metodi contraccettivi è di per sé bandita. Possiamo anche concordare sul fatto che il “Salva Pischelli show” non fosse il massimo del buon gusto, come l’elogio della cacca cantato dal comico Benigni. Però credo che lo spettacolo di Fiorello non abbia un qualche potere di condizionare le scelte dei giovani, cattolici o meno. Anche perché, volendo essere precisi, i giovani cattolici seguendo i dettami della Chiesa in teoria dovrebbero astenersi dall’uso del profilattico, anzi, dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Eviterebbero, così, sia le malattie sessualmente trasmissibili sia gravidanze indesiderate. Non sarà certo un Fiorello qualsiasi a far loro cambiare idea.

Non ho visto lo spettacolo, lo ripeto, se non qualche spezzone e qualche video su You Tube, ma ritengo che Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend abbia perlomeno il merito di non aver dato in pasto ai telespettatori pseudoballerine sculettanti in perizoma e pushup, come avviene nella maggior parte degli spettacoli di “varietà”. E questo a me sembra già un bel passo avanti. Questo sì un esempio da seguire.

12 ottobre 2011

VALENTINA MELA VERDE: 42 ANNI E NON LI DIMOSTRA

Pubblicato in: adolescenti, affari miei, bambini tagged , , , , , a 9:15 pm di marisamoles


Se il 12 ottobre è una data famosa in tutto il mondo per la scoperta dell’America da parte del nostro compatriota Cristoforo Colombo, a me ricorda l’infanzia. Eh, sì. Mi ricorda la nascita di un vero e proprio mito per me e per tutte le bimbe come me che, non avendo né internet né telefonini, passavano il tempo a fare quel che i bambini d’oggi hanno praticamente dimenticato: leggere.

Il 12 ottobre 1969, nel numero 41 del Corriere dei Piccoli, fa il suo debutto in una striscia settimanale Valentina Mela Verde, un vero e proprio cult nell’ambito del fumetto per ragazze.

Ricordo come fosse ieri l’arrivo del giorno della settimana (non ricordo, ahimè, quale fosse) in cui usciva il Corrierino (nei primi tempi, infatti, si chiamava così, con il diminutivo): quand’ero proprio piccina attendevo che mio fratello lo portasse a casa, poi ho iniziato ad andare da sola all’edicola. In assoluto le prime pagine che svogliavo ogni volta erano quelle che riportavano le avventure di questa ragazzina con una famiglia alquanto strampalata e un amore impossibile per l’amico del fratello Cesare: Gianluca. Me lo ricordo come fosse ieri.

Molte cose avevo in comune con Valentina: la tendenza ad essere romantica, a lasciarsi affascinare dai più grandi, con quel desiderio di crescere il più velocemente possibile. E poi i capelli corti che lei definiva “spinaci”, alludendo al fatto che fossero dritti dritti, proprio come i miei, solo che io li chiamavo “spighette”, con chiaro riferimento ai lacci delle scarpe. Io detestavo i capelli corti ma mia mamma mi obbligava a tagliarli regolarmente finché, quando fui più grandina, imposi la mia volontà e li feci crescere.

Ero talmente “persa” dietro Valentina e le sue storie, sognando il momento in cui anch’io mi sarei innamorata, che quando mio fratello portò a casa un suo amico, per caso Gianluca anche lui e per di più somigliantissimo al protagonista del fumetto, persi letteralmente la testa e mi convinsi che lui sarebbe stato l’uomo della mia vita.

Di tempo ne è passato davvero tanto. Con gli anni sono cresciuti anche i miei capelli e, incredibilmente, sono diventati biondi. Ora non sono più una bambina ma rileggendo le sue storie (almeno una parte di esse) grazie ad Internet, ho l’impressione di essere tornata una ragazzina con la testa piena di bellissimi sogni.

Ed ecco le prime pagine del fumetto apparso quarantadue anni fa su Il Corriere dei Piccoli. (clicca sull’immagine per ingrandirla)

[immagini da questo sito]

21 settembre 2011

IL NONSENSE DELLO SPOT INTERCULTURA

Pubblicato in: adolescenti, famiglia, figli, pubblicità, Satyricon, televisione tagged , , , a 5:32 pm di marisamoles

Da un po’ non mi occupo di spot pubblicitari, un po’ perché si vedono e sentono talmente tante scemenze che dovrei scrivere un post al giorno (se non di più) e un po’ perché alla fine le osservazioni e le critiche non scalfiscono nemmeno i creativi che continuano sulla loro strada: quella del nonsense, quando va bene.

Ogni giorno, nel primo pomeriggio, proprio quando cerco di fare una pennichella davanti alla TV, mi devo sorbire lo spot di Intercultura, quello di Matteo che, tornato soddisfatto a casa dalla sua esperienza in Cina, ospite della famiglia Yang, esterna la sua felicità nel tentativo di convincere altri diciassettenni, più o meno brufolosi, ad imitarlo.

Il suo racconto inizia con una bel, si fa per dire, paragone: “E’ come se tu fossi un pesce rosso e scopri di essere vissuto in un acquario“. Benissimo. Ora, però, vorrei chiedere al pesce rosso: “Tu, caro pesce rosso, ti sei mai reso conto di vivere in un acquario?”. Non so cosa mai potrebbe rispondermi, forse “Mah, è il mio ambiente, quello in cui mi hanno messo quei deficienti dei figli dei padroni di casa, mi danno da mangiare, cambiano l’acqua di tanto in tanto, ma molto spesso se ne dimenticano o, per meglio dire, litigano, figli e genitori, per decidere a chi spetti tale compito e, siccome non si mettono d’accordo, finisce che io sguazzo in una tal nebbia che il mondo esterno non è più visibile”. E poi forse replicherei: “Ma ti piacerebbe vivere in un altro posto, con un’altra famiglia?”. Che potrebbe mai rispondermi quel pesce rosso che, nel frattempo, comincerebbe a dubitare della mia sanità mentale? “Cosa dovrei fare, secondo te? Catapultarmi fuori dalla vasca e morire prima che qualcuno se ne accorga? Ma anche se cambiassi famiglia, in fondo sempre nel mio acquario sguazzerei”.

Fatti questi ragionamenti, mi chiedo: ma che caspita di paragone fa Matteo di Intercultura?

Poi lo studentello prosegue nel decantare la sua esperienza: “Adesso ho due papà, due mamme, tre fratelli e due paesi”. Ora io mi chiedo: ma il papà di Matteo, che gli ha proposto questo scambio in Cina, era consapevole delle conseguenze che questa esperienza avrebbe avuto sulla psiche del figlio?

Infine, c’è il problema della lingua: “Un giorno ho detto ‘ciao cavallo’ invece di ‘ciao mamma‘” e tutti a ridere per l’eternità. Siccome so che in quasi tutte le lingue del mondo la parola “mamma” è molto simile nella pronuncia, ho consultato il dizionario Cinese-Italiano e ho scoperto che “mamma” si scrive “mā” e “cavallo” “mǎ”, con la sola differenza nel segno grafico sulla “a”, simile a quelli usati per le brevi e le lunghe in latino. Non so se nella pronuncia ci sia qualche differenza ma credo che, rivolgendosi alla “madre”, il povero Matteo non poteva che voler dire “mamma”, di certo non “cavallo”. Perché mai prenderlo in giro a quel modo?

E veniamo al punto cruciale. Intercultura propaganda i soggiorni all’estero (tra l’altro parecchio costosi, possono richiedere anche più di 10mila euro, pur essendoci la possibilità di una borsa di studio) facendo credere ai ragazzi di trovare un’altra famiglia nel paese ospitante. Non solo, costringono questi poveri ragazzi a chiamare “mamma” e “papà” chi li ospita e a considerare “fratelli” i figli degli ospitanti. Per non parlare del resto del parentado, nonni, zii e cugini. Altro che scambio! Potrebbero chiamarlo “adotta una famiglia intera”.

Fin qui si potrebbe pensare che sia un modo per far sentire a proprio agio dei giovani che per periodi più o meno lunghi stanno lontani dalla propria famiglia, come se il “surrogato” che trovano all’estero possa compensare la carenza affettiva di cui naturalmente risentono.
Il bello è che anche alle famiglie ospitanti viene fatto una sorta di lavaggio del cervello. Ricordo che anni fa una mia conoscente, incontrata per strada, mi parlava con entusiasmo di un figlio che non mi risultava avesse. Sapevo, infatti, che aveva una figlia e, dai discorsi, era evidente che non parlasse di un neonato o comunque un bimbo piccolo che avrebbe potuto essere nato nel frattempo, visto che non ci si frequentava con assiduità. Poi ho scoperto che stava ospitando uno studente di Intercultura.

Tornando a Matteo dello spot, fossi sua madre gli direi: “Figlio mio, tornatene pure a quel paese, quello in cui ti ha mandato Intercultura. Poi, se rinsavisci, puoi anche tornare a casa, basta che non mi fai comprare dei pesci rossi che poi magari istighi al suicidio, nella convinzione che debbano provare un’esperienza diversa”.

25 agosto 2011

UNIVERSITÀ E MERITO: SIAMO DONNE, OLTRE LA TESTA C’È DI PIÙ

Pubblicato in: adolescenti, società, Università tagged , , , , a 2:14 pm di marisamoles


Una scorciatoia hot per superare il test d’ammissione all’Università. Ben il 57% delle donne non la disdegnerebbe, secondo un’indagine condotta tra 16.128 ragazzi di tutta Italia da UniversiNet.it, il portale italiano per la preparazione gratuita ai test di ammissione, al quale ogni anno si collegano oltre 450 mila studenti delle superiori, per esercitarsi gratuitamente con i test assegnati gli anni precedenti.

Anche i maschietti non sono da meno: il 39% si dichiara pronto ad incontri sessuali per superare i test. Pagare “in natura”, inoltre, è sempre meglio che mettere la mano al portafoglio per ottenere una raccomandazione. Eh, già, con la crisi …

Se poi ci chiediamo quanti siano gli studenti che confidano sulla loro preparazione, quindi sullo studio, per superare i test d’ammissione nei diversi atenei italiani, scopriamo che la percentuale è minima: il 12%.

Il quadro è alquanto avvilente. Colpa della corruzione dei costumi che dilaga in quest’Italia ormai decisamente sgangherata o della scuola che non riesce ad alzare il livello di autostima dei ragazzi che si diplomano negli istituti superiori? La mia domanda è provocatoria, lo so, ma è onesta. Io, come prof, mi metto sempre in discussione anche se sono pronta a mettere la mano sul fuoco che nessuno dei miei allievi preferirebbe una scorciatoia hot ad una seria preparazione.

I tempi sono cambiati, è vero. Ricordo che quand’ero una studentessa universitaria, due docenti ronzavano attorno ad una mia compagna: uno, alla prima advance, s’è beccato un sonoro ceffone e non ci ha più provato. La ragazza, bellissima e bravissima, è uscita con il 110 e lode, naturalmente.

Come dite? L’altro docente? Be’, quello se l’è sposato. :)

[LINK della fonte]

28 luglio 2011

RISULTATI PROVE INVALSI 2011: I RAGAZZI DEL FRIULI-VENEZIA GIULIA PIÙ BRAVI INSIEME AI VENETI

Pubblicato in: adolescenti, bambini, Friuli Venzia-Giulia, scuola, valutazione studenti tagged , , , , a 1:57 pm di marisamoles

Dai dati emersi sulle ultime prove InValsi, che tanto hanno fatto discutere docenti e studenti, ancora una volta i ragazzi del Friuli-Venezia Giulia si confermano gli studenti italiani più bravi, insieme ai “compagni” del Veneto. Un risultato che confermerebbe la miglior qualità delle scuole del nord-est italiano rispetto ad altre realtà, come quelle della Calabria e della Sicilia, i fanalini di coda. L’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione, che ieri ha pubblicato i risultati degli ultimi test, specifica che nelle due regioni del sud «si riscontrano alcune evidenze di cheating», termine tecnico per indicare le copiature di massa, e quindi i risultati scolastici andrebbero rivisti.

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