4 settembre 2011

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ STA IN UNA FORMULA MATEMATICA

Pubblicato in: affari miei, libri, Trieste tagged , , , , a 10:46 pm di Marisa Moles

PREMESSA (chi non ha voglia di leggerla ma solo di sapere che caspita è ‘sta formula matematica della felicità, può fare un salto direttamente alla copertina del libro in questione)

Io appartengo alla categoria che Luciano De Crescenzo definisce dei “libridinosi”, ovvero quelle persone che non riescono a star lontane dalle librerie e se vi entrano sono irrimediabilmente perdute: vi usciranno con una vagonata di libri.
Proprio perché la mia casa è invasa dai libri – non solo quelli che leggo per diletto ma anche e soprattutto i testi scolastici – cerco di tenermi alla larga dalle librerie. Quest’estate non ne ho acquistati perché ne avevo già fatto provvista durante il resto dell’anno (sono una formica al contrario). Ma lo scorso martedì sono dovuta entrare in una libreria per acquistare un libro di studio. Potevo uscire da lì solo con quel volume? Certo che no!

Sono entrata con tutte le più buone intenzioni: non cerco il libro negli scaffali, ammesso che sappia dove cercarlo, ma lo chiedo direttamente alla commessa e, soprattutto, non mi guardo intorno. Detto, fatto. Trovo il libro al primo colpo, o, per meglio dire, trovo al primo colpo una commessa gentile e disponibile, cosa sempre più rara di questi tempi. Poi le chiedo se può farmi la fattura perché ho intenzione di sfruttare la possibilità, mai sfruttata prima per la mia cronica noncuranza nei confronti dei pochissimi vantaggi che lo Stato ti offre, di dichiarare la spesa nel 730 del prossimo anno (per materiale utile all’aggiornamento), per le detrazioni. La commessa mi spiega che questa possibilità non c’è più (perché mi sveglio sempre tardi?) e mentre la osservo impacchettare il mio volume e, con espressione tenerissima, le guardo la pancia di donna incinta di cinque o sei mesi, lo sguardo, forse per pudore (magari lei avrà pensato: che mi guarda a fare la pancia con quell’espressione da ebete?), si alza e, quando si dice la combinazione, va a finire proprio su uno scaffale di libri che sta alla spalle della commessa e l’attenzione viene subito catturata dalla copertina di un libro che pare alquanto strana, almeno quanto il titolo stesso: La formula matematica della felicità del felicissimo prof. Paolo Gallina (Mondadori editore, giugno 2011, euro 16,50).

Chi mi conosce sa che io e la matematica siamo incompatibili (espressione usata dal mio professore di matematica del liceo, detta a mio padre che, rassegnato, ha subito capito che non avrebbe avuto mai una figlia scienziata). Come può, allora, catturare la mia attenzione un libro che parla di formule matematiche? Non può. Infatti, a scatenare la mia curiosità è stata un’altra parola: felicità.
Da sempre mi chiedo in che cosa consista la felicità. Proprio perché non ho mai avuto un’idea personale di felicità, mi sono letta un sacco di testi sul tema, a partire dalla Lettera a Meneceo di Epicuro, passando attraverso Lucrezio, Seneca, Cicerone, Platone, Aristotele, Socrate … e poi Leopardi (cui mi sento molto vicina, specie da quando ho capito che conviene avere il lunedì libero per non rovinarsi la domenica pensando alla scuola … Il sabato del villaggio docet), Hermann Hesse … insomma, la felicità è un tema che mi conquista. La matematica molto meno ma quel libro mi ha conquistato fin dal primo sguardo (mio, non del libro) e, cosa che non faccio mai perché prima di acquistare un libro devo maneggiarlo per bene, aprirlo, accertarmi che il carattere sia abbastanza grande da poter essere letto a letto (scusate il bisticcio) senza occhiali, ho detto alla commessa, indicando il libro di Gallina: “Mi dia anche quello, per piacere”.

Prima ancora di arrivare a casa mi ero già pentita. “Che cavolo di libro ho comprato? Io che odio la matematica, non lo leggerò mai”, riflettevo durante il tragitto.
Arrivata a casa, l’ho sfogliato e di fronte a formule strane e grafici incomprensibili (a prima vista perché non li ho osservati per bene, i grafici mi fanno venire l’orticaria come la polvere cui sono allergica), ho avuto la certezza: “non lo leggerò mai”, seguita da un’ipotesi più economica (nel vero senso della parola): “Lo restituisco e compro qualcos’altro”.

L’ho fatto? Certo che no. Io ho un grosso difetto: nel momento in cui ho un libro in mano, lo possiedo, è mio, nessuno me lo può togliere, nemmeno se si tratta del peggior libro scritto dai tempi in cui furono inventati gli ideogrammi. È mio, indietro non lo porto, non resta che leggerlo.
È stata una sorpresa così grande che sento proprio di consigliarne la lettura. Da notare che l’ho letto in poche ore, iniziando mercoledì al mare (ma il sole picchiava troppo e mi è venuto il mal di testa dopo appena cinquanta pagine) e finendolo ieri pomeriggio prendendo il sole in terrazza (il sole picchiava moltissimo ma ho resistito!).

FINE DELLA PREMESSA

L’autore, Paolo Gallina, è professore di Meccanica Applicata all’Università di Trieste. Per due anni ha lasciato l’insegnamento per fare il volontario in Africa, nel Sudan, dove ha contribuito alla costruzione di una scuola professionale per i ragazzi del posto.
La formula matematica della felicità non è la sua prima esperienza di scrittore: con lo pseudonimo di Tulio Ampez ha pubblicato La riscossa dei baroni (Aracne, 2004) e Ho sposato Lilly Gruber e altri racconti inventati (Mobydick, 2008).

Nella quarta di copertina del libro si legge:

La felicità è associata al tempo, all’istante. A quel breve periodo in cui avviene la variazione dello stato. In termini matematici, la felicità è il gradiente dello stato di una persona. Si potrebbe perciò dire che la felicità è tanto più intensa quanto più breve è il tempo nel quale la variazione di stato si verifica.

Ecco, già a leggere questo breve passo io sudavo freddo, specie quando il prof. Gallina parla di “gradiente”. Ma nel risvolto si trovano delle parole ben più rassicuranti:

Il ragionamento è rigoroso, fra gradienti, costante, derivate e teoremi. Ma niente paura, il prof. Gallina si sa spiegare molto bene, sa fare esempi inconsueti e illuminanti, alleggerire la lettura con spassose narrazioni, usare formule e grafici solo quando servono, riportare sempre i suoi discorsi al grado zero della nostra esperienza quotidiana.

Bene, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, non resta che iniziare a leggere. Già l’introduzione fa intuire che la lettura che si sta per intraprendere non è affatto noiosa. L’autore fa una raccomandazione:

È gentilezza del saggio lettore concedere almeno due pagine (forse quattro) prima di condannare un’opera.

Ma già dalla situazione iniziale il lettore, saggio o meno, viene invogliato alla lettura: il protagonista, Mirko Galimberti, ricercatore universitario di Matematica, spiega qual è stata la situazione che lo ha definitivamente convinto a scrivere un saggio sulla felicità, idea che gli frullava già da tempo nella testa: l’abbandono da parte della moglie. E fin dalle prime battute un evento tanto tragico è descritto con tono ironico ed auto-ironico, quello che non abbandonerà la stesura del testo per tutta la sua durata (150 pagine).

Mia moglie Vania non ha segreti per me.
Di giorno lavora dietro una scrivania. Di pomeriggio esegue metà dei lavori di casa (metà spettano a me, che sono la metà di una famiglia democratica che suddivide equamente i compiti). Durante la pause sfoglia “Vanity Fair” o telefona a un’amica o … (mi vengono in mente solo “Vanity Fair” e l’amica), ma sono convinto che siano gli unici modi con cui mia moglie si svaga
. […] Dopo cena … guardiamo un film assieme. Una sera decide lei e una sera decido io, sempre per quella faccenda della democrazia in casa. Ed è quasi sempre lei a svegliarmi mentre sto russando sul divano alle nove e mezzo e a sussurrarmi all’orecchio che è ora di andare a letto. Ma sono sempre io, di notte, nella penombra, mentre sorvolo come un condor il suo collo fragile di donna senza segreti, a darle un bacio.
La settimana scorsa mia moglie è rientrata come al solito. Io ero già in casa.
“Ciao” le ho lanciato dal divano, mentre con una matita tentavo di lavorare a un’equazione.
Silenzio.
“Ciao, cara, sono in salotto.”
Niente.
A quel punto io, che conosco quella donna senza segreti a menadito e so che quando non mi saluta significa che ho fatto qualcosa di sbagliato o (molto più probabile) non ho fatto la cosa che doveva essere fatta, sono scattato come una molla.
Nel tragitto dal divano all’ingresso, sfruttando anche il tempo per infilarmi le ciabatte (una era finita sotto il tavolino), ho spuntato mentalmente:
- lavatrice? Fatta.
- tovaglia? Sbattuta.
- tasche dei pantaloni messi a lavare? Svuotate.
- bolletta della luce? Non c’era.
- qualche battuta infelice del giorno prima che aveva avuto a che fare con la mancanza di ambizione? Forse.
Ho oltrepassato la libreria e mi sono fermato a cinque metri dall’ingresso. Lei era là. Non aveva né l’aria scocciata da “Ti sei scordato ancora una volta la lavatrice”, né quella severa destinata a stemperarsi solo dopo innumerevoli badilate di scuse. A dire la verità aveva un’espressione che come moglie senza segreti non le avevo mai visto.
E a conferma di quell’unicità ho sentito nettamente partire dalle sue labbra: “Ti lascio”.
Ecco, è stato allora, in quel preciso istante, mentre fuori di me una donna che per me non aveva segreti smontava ogni mia certezza e dentro di me cercavo le battute giuste da dire, che ho deciso.
Scriverò un saggio sulla felicità
.

Questo è l’inizio di un saggio che non è un saggio, piuttosto qualcosa di misto tra trattazione scientifica (ma terraterra, non preoccupatevi, se l’ho letto io!) e romanzo, una narrazione che non solo è avvincente ma riserva anche una sorpresa finale. Il tutto condito con quel pizzico di ironia, che a volte rasenta il sarcasmo, capace di rendere la lettura non solo gradevole e divertente ma particolarmente leggera. Una narrazione accattivante che a volte si trasforma in una sorta di monologo interiore, da aver l’impressione che l’autore scriva più per se stesso che per noi, interrotta solo quando è necessario dall’introduzione di grafici e formule che, onestamente, non è necessario saper decifrare. Perché alla fine cosa vuol dimostrare il prof. Gallina, seppur attraverso qualche intermezzo matematico? Che la felicità non è uno stato permanente, piuttosto un insieme di momenti, non necessariamente ravvicinati, in cui ci si sente appagati. La felicità, in altre parole, è la sensazione che proviamo quando passiamo da una situazione peggiore ad una migliore (mai letta la poesia di Leopardi La quiete dopo la tempesta”? Mi sa che Gallina ne ha tratto spunto): non è dovuta tanto al possesso di beni materiali, come ad esempio un nuovo tv color 42 pollici o la casa al mare, quanto alla consapevolezza che questi acquisti determinino un miglioramento rispetto alla situazione di partenza.
In un apparente paradosso, secondo il prof. Gallina (o Mirko Galimberti, se preferite) è più portato a conquistare la felicità e a sentirsi appagato chi non ha molto perché, a differenza di chi ha già tutto ciò che lo possa rendere felice e quindi non può aspirare a migliorare il suo stato, può contare sulle forze sfelicitanti (quelle che tendono ad abbassare lo stato di una persona) per poi riprendere il cammino verso la felicità.

Per concludere, cito la massima, firmata da Tulio Ampez, che introduce la lettura del libro: Chi discute sulla felicità per essere credibile dovrebbe perlomeno sforzarsi di essere divertente.

Per me il prof. Gallina c’è riuscito perfettamente.

[la prima immagine è tratta da questo sito]

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