16 marzo 2010

LE DONNE DI ULISSE: L’AMANTE NINFA CALIPSO

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , at 10:35 pm di marisamoles

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery

All’inizio dell’Odissea, troviamo Ulisse ospite della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia. Qui l’eroe passa addirittura sette anni, anche se non tutti felicemente. Della ninfa, infatti, s’era già stufato da tempo, ma non poteva andarsene da lì, non avendo più la nave: guarda caso aveva fatto naufragio anche se, almeno questa volta, lui non c’entrava nulla. Infatti, i suoi compagni avevano trasgredito ad un preciso ordine divino: una volta sbarcati in Trinacria (cioè la Sicilia), isola sacra al dio Sole, non avrebbero mai dovuto uccidere, per cibarsene, le vacche sacre al dio, nemmeno in preda alla fame più nera. Manco a dirlo, esaurite le provviste, gentilmente offerte da Circe (la maga di cui parlerò altrove, ennesima conquista del bell’itacese), che avevano portato con sé, i compagni di Odisseo si danno alla caccia e, sacre o non sacre, uccidono proprio quelle vacche lì. A questo punto, Helios chiede vendetta al padre degli dei e così, una volta ripartiti, i sacrileghi sono abbattuti da una violenta tempesta scatenata da Zeus. Il solo Ulisse si salva e dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, viene scagliato dagli dei sull’isola di Calipso.

Ma dove si trovava quest’isola? Non lo si sa con certezza: l’ipotesi più plausibile è che fosse situata in prossimità di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole. Meno plausibile, a parer mio, l’ubicazione a Malta proposta da qualche studioso. Ovunque si trovi, l’isola ricorda la fiabesca “isola che non c’è” di Peter Pan e, leggendo i versi di Omero, sembra si tratti di un luogo senza spazio né tempo. Di tutto il lungo periodo trascorso da Ulisse in questo luogo ameno non c’è quasi alcun riferimento, come se l’autore volesse sorvolare su questo episodio che, diciamo la verità, ad Ulisse non fa davvero onore.

E chi era Calipso? Sicuramente una donna molto caparbia: innamoratasi del bell’itacese, non lo molla, vive con lui more uxorio per un periodo che al nostro eroe pare infinito, gli promette l’immortalità che puntualmente lui rifiuta, struggendosi in pensieri malinconici in una dimensione quasi onirica. Probabilmente Ulisse spera di svegliarsi da un sogno che sta diventando un incubo, di ritrovarsi a casa, fra la sua gente, nella sua reggia, confortato dai suoi affetti più cari. Magari si augura che, destandosi, la stessa guerra di Troia non sia mai esistita. Forse non è mai partito, non è mai giunto in alcun luogo, non si è mai mosso da Itaca. Ma la realtà è, ahimè, più crudele che mai: è prigioniero in un’“isola che non c’è”, in balia di un amore che non può corrispondere, che detesta con tutte le sue forze, che lo porta alla depressione più nera. Siamo per la prima volta di fronte ad un eroe distrutto che solo la speranza di uscire da quest’incubo trattiene dal suicidio. Calipso stessa, seppur sconfitta, ne esce vittoriosa.

Secondo le fonti Calipso è una ninfa, figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle, per intenderci) e di Pleione. Nulla si sa della sua vita; il suo nome è legato a quello di Ulisse e sembra che nella sua esistenza non avesse avuto altro merito che quello di avere una relazione così duratura con l’eroe greco. Di meriti, anzi, non doveva averne proprio, visto che era stata relegata su quest’isola sperduta chissà dove, solitaria e abbandonata da uomini e dei; regina di un regno senza trono né sudditi, posto ai confini del mondo. A conferma di ciò, basta leggere i versi in cui Ermes, messaggero degli dei, incaricato da Zeus di convincere Calipso a lasciar andar via Ulisse, le si rivolge con tono alquanto seccato:

Zeus ordinò a me, che non volevo, di venir qui:
e chi mai di sua volontà percorrerebbe tanto mare salso
infinito? E vicino non c’è città di mortali, che agli dei
facciano sacrifici e scelte ecatombe.
Ma non è possibile che un altro dio trasgredisca
o renda vano il pensiero di Zeus egioco
. (Odissea, V, vv.99-104)

Insomma, una bella scocciatura andare fin laggiù senza un tornaconto personale! Ma non si può trasgredire agli ordini di Zeus ed ecco che Ermes, seppur riluttante, compie la sua missione.
Eppure l’isola, nella descrizione di Omero, è tutt’altro che inospitale: il mare violaceo circonda una terra rigogliosa, ove s’innalzano pioppi, ontani, cipressi, cresce fiorente una vite gravida di grappoli, verdeggiano prati di viole ed apio, il tutto annaffiato da fontane che versano limpide acque. Lo stesso Ermes, seppur giunto fin laggiù controvoglia, rimane affascinato da quello spettacolo naturale. Immaginiamoci Ulisse, abituato alla sua “petrosa Itaca”: deve avere avuto l’impressione di trovarsi in paradiso. E Ogigia è davvero un giardino dell’Eden dove non c’è nemmeno un frutto proibito né un serpente tentatore, ma solo un’affascinante fanciulla che gli si offre senza esitazioni, senza pudori, senza porre condizioni. È immersa nel silenzio Ogigia, un silenzio interrotto dal verso di qualche uccelletto marino, un silenzio che, a lungo andare, dev’essere diventato odioso, addirittura assordante, ad Ulisse, smanioso di tornare a casa.

Eppure Calipso è una creatura soave che offre all’amato nettare ed ambrosia, il cibo degli dei. Ma Ulisse rifiuta, assalito dal desiderio disperato di rivedere la sua patria, di riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Ulisse, Robinson Crusoe ante litteram, se solo avesse accettato i doni gentilmente offertagli dalla ninfa, avrebbe potuto passare con lei, in quella meravigliosa isola senza tempo, l’eternità, in una condizione di sempiterna felicità.
Diciamolo chiaramente: poteva andargli anche peggio, viste le esperienze passate; al contrario di Robinson che, con le sue sole forze ed il suo ingegno tipico dell’eroe romantico, deve sopravvivere in un ambiente che nulla offre senza il sudore e la sofferenza umana, Ulisse non ha nulla da fare, non deve costruirsi capanne, né procurarsi il cibo, né difendersi da animali selvatici. Calipso non è un indigeno poco attraente e rozzo come doveva essere di certo Venerdì; è una ninfa che chiede solo di essere amata. È il massimo che si possa chiedere alla vita, e Ulisse di certo non si lascia sfuggire l’occasione di passare un po’ di tempo in vacanza. L’immortalità, però, la rifiuta; probabilmente non accetta il dono divino solo perché in tal modo si sarebbe legato a Calipso per sempre, e ciò non rientra nei suoi piani. Vuole sentirsi libero: ama la ninfa finché gli piace, e poi? Anche le passioni più grandi finiscono: sette anni sono lunghi e poi non è forse vero che esiste la cosiddetta “crisi del settimo anno”? Anzi, sono convinta che tale credenza popolare trovi la sua conferma proprio nella vicenda di cui parliamo.

Calipso, da parte sua, sa che lui non se ne può andare: dove trova una nave? Con il favore di quali dei può partire, visto che in passato proprio dall’ostilità divina era stato privato della gioia di un veloce ritorno a casa? Ormai, però, la donna non ha più davanti l’uomo focoso e passionale di un tempo; deve condividere il letto con un relitto umano, incapace di provare alcun sentimento positivo, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.
Ecco come lo descrive Omero:

E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime
. (V,vv.151-158)

Beh, questa non è proprio l’immagine di un eroe: un uomo di tal sorta che piange come una “femminuccia”, che scruta l’orizzonte senza vederlo perché l’immagine è offuscata dalle lacrime! L’ideatore del cavallo di Troia, colui che aveva ingannato perfino il gigante Polifemo, che aveva superato ogni sorta d’insidia, ora non è altro che un disperato, anzi, come dice Omero, è il più infelice fra quanti/ eroi combatterono per la città di Priamo/ nove anni, e al decimo distrutta la città partirono/ verso casa … (V, vv.105-108).
In quell’isola ormai si sente in trappola e non spera nemmeno che gli dei, Poseidone in testa, provino pietà per lui. Nemmeno in Calipso la sua disperazione suscita pietà. Colei che nel suo nome cela la vera natura: è la “nasconditrice”, come la chiama Pascoli, rifacendosi all’etimologia greca, colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. Del resto, se l’isola è disabitata, chi può mai vederlo? Non c’è pericolo di una fuga, non si pone nemmeno l’eventualità che qualcuno lo possa portare via da lì. L’ignaro Ulisse nemmeno immagina che gli dei, approfittando della momentanea assenza del suo acerrimo nemico, il dio Poseidone, riuniti in concilio decidono che è giunta l’ora X: Odisseo deve ritornare in patria, ha già sofferto troppo. E Poseidone? Per Zeus non esiste alcun problema:
Smetterà Poseidone
la collera sua, non potrà contro tutti
gli dei immortali voler lottare da solo
! (I, vv.77-79)
Liquidato con soluzioni poco divine e molto umane l’ignaro dio del mare, ad Ermes, corriere espresso dell’Olimpo, viene affidato l’ingrato compito di rendere nota a Calipso l’irrevocabile decisione divina.

Mentre Odisseo piange sulle rive del mare sognando Itaca, la ninfa è, come tutte le donne, siano esse mortali o immortali, intenta alle “opere femminili”; infatti il messaggero degli dei la trova nel suo antro:
ella dentro, cantando con bella voce,
affaccendata al telaio tesseva con la spola d’oro
. (V, vv.61-62)
Seppur con la spola d’oro, la fanciulla tesse e canta; del resto, cos’altro può fare visto che Ulisse, di giorno, non le rivolge nemmeno la parola?
L’inattesa visita suscita in lei un po’ di apprensione e anche un tantino di stizza; infatti, seppur educatamente e con parole affettuose, rimprovera al messaggero di non capitare spesso da quelle parti:
Perché mai, Ermes, dall’aurea verga sei venuto,
venerando e caro? Per l’innanzi non venivi spesso
. (V, vv.87-88)
La risposta del dio già la conosciamo e altrettanto noto è il messaggio. La reazione di Calipso è immaginabile: rabbrividì Calipso, divina tra le dee (V, v. 116). Un brivido le percorse le membra: è la consapevolezza dell’imminente perdita che la sconvolge, ma dal dolore si riprende subito e, con tono stizzoso, rimprovera tutti gli dei che si oppongono alle unioni tra dee e mortali:
Cattivi siete, o dei, e invidiosi sopra ogni altro,
voi che alle dee proibite di giacere accanto ai mortali
apertamente, se qualcuna voglia farsene lo sposo diletto
. (V, vv.118-120)
E come darle torto? La poveretta, per avvalorare la sua tesi, porta pure degli esempi: Orione, amato dalla dea Aurora, fu colpito a morte dalle frecce di Artemide e trasformato in una costellazione; stessa sorte toccò a Iasione folgorato da Zeus per aver amato la dea Demetra. Insomma, mentre gli dei immortali potevano permettersi ogni sorta di schifezza, si univano alle mortali, generavano figli a destra e a manca, alle dee non era concesso di amare, in assoluta fedeltà, degli uomini! Nemmeno l’Olimpo è indenne da ingiustizie e torti dall’indiscutibile sapore maschilista!

Calipso, conscia che è più nobile da parte sua onorare la volontà degli dei e salvare la pelle ad Ulisse, accetta. Immaginate l’effetto che dovette avere sul nostro eroe la notizia della sua imminente partenza: non sta più nella pelle, di colpo si desta dall’annoso torpore e si mette all’opera per costruirsi una zattera, visto che la sua ospite non dispone di navi e tutto quello che gli può offrire è del legno e un po’ di corda.
Ecco l’uomo che ritorna uomo, la mente che riprende a funzionare, il pensiero della patria è allontanato, nel momento in cui la stessa patria è più vicina. Ma ogni facoltà mentale è intenta nella costruzione del natante; la sua abilità progettuale riprende il sopravvento e ciò gli basta per essere felice. Pur cosciente di procurare a Calipso un immenso dolore, di andare incontro ad altre prove, di dover ancora fare i conti con l’avverso Poseidone, parte entusiasta, lasciandosi alle spalle l’isola sperduta nel grande mare, la donna che aveva amato e che l’aveva trattenuto con sé finché ne era stata capace. Ora guarda l’orizzonte con l’occhio di chi sa che quel punto lontano raggiungerà presto, navigando con mezzi di fortuna sul mare violaceo.

Lasciamo Calipso alla sua spola d’oro e alle sue lacrime, sconfitta eppure vittoriosa perché sa che avrebbe potuto trattenere con sé ancora a lungo il suo uomo, volente o nolente. Omero non ne fa menzione, ma c’è chi sostiene che la ninfa dall’eroe ebbe un figlio: Ausonio. Da questi deriverebbe l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia. Seguiamo ora Ulisse sulla sua zattera che, guarda caso, si imbatte in una tempesta scatenata da Poseidone, la cui ira sortisce gli effetti immaginati e non si fa nemmeno tanto attendere: un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e sarà ancora una figura femminile a salvarlo, non una mortale, ma una dea: Ino Leucotea gli porge una benda che lui rifiuta di usare finché non si vede nuovamente perduto. È l’orgoglio che prende il sopravvento: allontanandosi da Ogigia egli è ridiventato un uomo libero, capace di agire con le sue forze. Ma un’altra volta dovrà fare i conti con una terra ignota, con degli abitanti sconosciuti, con un destino ancora precario: è naufragato sull’isola dei Feaci.

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8 commenti »

  1. [...] al naufragio, vero è che buona parte dei dieci anni successivi alla guerra di Troia li passa da Calipso ed è smanioso di ripartire alla volta di Itaca solo quando si rende conto che la relazione non ha [...]

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  2. luisa said,

    certo ke la strega ke ha trasformato gli uomini maiali ha fatto proprio una bella figura

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  3. Diemme said,

    Appassionante l’epica greca, mio grande amore, e Ulisse poi, assurto a simbolo della sete umana di conoscenza e libertà!

    Però dai, non è vero che le dee non si potevano unire ai mortali: dimentichiamo Teti e Peleo? Venere e Anchise? ;)

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  4. marisamoles said,

    @ Diemme

    Ma in realtà la bella Venere si è fatta mezzo Olimpo. :) La storia con Anchise è stata tirata fuori dai tuoi (ma dovrei dire nostri) antenati per far sì che Giulio Cesare potesse vantare, attraverso la gens Julia, origini divine. Di conseguenza, anche l’impero romano.
    Quanto a Teti, fu costretta a sposare Peleo perché girava voce che portasse sfiga (si diceva che suo figlio sarebbe diventato più potente del padre), quindi puoi ben immaginare quanti dei fossero pronti a sposarla. :) In ogni caso Peleo era un semidio in quanto nato dall’unione tra Eaco e la ninfa Endeide.

    Liked by 1 persona

  5. Laura said,

    Ottimo lavoro di divulgazione :) Ti leggo con gran piacere.

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  6. marisamoles said,

    @ Laura

    Grazie! Sono contenta che ti piacciano le mie Pagine d’Epica.

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  7. Salvatore said,

    Luisa nel suo commento del1 maggio 2012 si confonde con Circe.

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  8. marisamoles said,

    Infatti non ho replicato. Una cosa che mi sembra particolarmente sconveniente è far notare ai miei lettori i loro errori.

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