31 gennaio 2010

IN RICORDO DI UN AMICO

Pubblicato in: affari miei, amicizia, libri tagged , , , , , , , a 4:50 pm di marisamoles

Santuario della Madonna del Faggio (Bo)

Quando un amico ci lascia, fin da subito percepiamo dentro di noi un vuoto incolmabile. Poi, con il passare dei giorni, nella nostra mente si affollano i ricordi, alcuni lieti altri dolorosi, delle esperienze condivise. E quel vuoto, che prima ci sembrava impossibile da colmare, si riempie rendendo meno doloroso il distacco.

È sempre difficile scrivere qualcosa per ricordare un amico che non c’è più. Ancor più difficile è per me, oggi, dedicare qualche riga al mio amico Riccardo che se n’è andato in silenzio, lui che ha riempito di parole, dette a voce e scritte, la mia vita negli ultimi sette anni. È difficile scrivere di lui ma lo farò perché io e lui avevamo una passione in comune: la scrittura. Difficile da comprendere, questa passione: io e lui avevamo condiviso, in un certo senso, lo stesso destino di incompresi. Ma chi non ama scrivere, non può capire la gioia che si prova nel vedere che i pensieri prendono forma sulla carta, perpetuando la loro esistenza. Nessuno potrà mai cancellare le parole scritte e poco importa se si scrive per sé stessi o per gli altri.

Riccardo mi aveva eletto ufficiosamente il suo “correttore di bozze”, anche se l’unico romanzo che è riuscito a pubblicare non ha avuto la mia revisione e, in effetti, è pieno di refusi. Ma tante pagine sue ho letto e riletto, apportando talvolta delle correzioni se lui me lo chiedeva. Pagine che rievocavano la sua giovinezza, i tempi difficili in cui, giovanissimo padre di famiglia, era stato costretto a lavorare e studiare contemporaneamente. Alla fine ce l’aveva fatta: due lauree, non una, gli avevano aperto la strada dei più prestigiosi atenei italiani e gli avevano dato l’opportunità di ricoprire incarichi istituzionali di un certo rilievo.

Nonostante i suoi studi siano stati prettamente scientifici, la passione per la narrativa è stata travolgente, cogliendolo all’improvviso negli ultimi decenni della sua lunga vita. Alle relazioni tecniche, noiose e ripetitive, si sono sostituite pagine di vita, piene di straordinarie avventure mai uguali le une alle altre. Le sue pagine, mi diceva spesso al telefono, ai tempi in cui le nostre comunicazioni erano più frequenti, gli facevano compagnia; attraverso esse si cullava nei ricordi e con l’ausilio della penna prima, del computer poi, riusciva a mescolare verità e invenzione fino a confonderle.
La nostra amicizia è stata breve ma intensa; tuttavia, posso dire che ancor oggi non so molto di lui e leggendo i suoi scritti, sono riuscita a mettere insieme dei tasselli della sua vita avventurosa, ricostruendone una parte come fosse un puzzle. Non saprò mai, però, quanto sia vera o fittizia la ricostruzione degli eventi che hanno segnato la sua esistenza e che lui, attraverso uno stile pulito e allo stesso tempo ricercato, ha messo per iscritto.

Riccardo è stato mio vicino di casa per un paio d’anni. Io, fin da subito, sono diventata amica della sua ultima moglie. Una delle avventure più belle della sua vita, infatti, sono stati i legami sentimentali: tre donne meravigliose che ha sinceramente amato. L’ultima, in particolare, forse perché incontrata nel pieno della crisi di mezza età, con la sua giovinezza (più di vent’anni li separavano) aveva reso luminosa e allo stesso tempo complicata la sua esistenza, sempre passata tra viaggi, studio, passione per la lettura e per la musica classica e, per ultima, la scrittura. Lei ha passato al suo fianco una ventina d’anni. Una donna forte, carismatica, seppur molto meno colta di lui; lei era un fascio di luce che rischiarava tutto ciò che le stava attorno. Questa luce, però, aveva messo costantemente in ombra quel marito devoto e pazzamente innamorato che io ho scoperto solo dopo la morte della sua amata Elvy.

Avevo perso un’amica ma ero riuscita a scoprire un uomo dall’animo gentile che fino ad allora era rimasto umilmente nell’ombra. Mai avrebbe permesso che la luce emanata dalla sua compagna si spegnesse, se non con la morte. Ma quella luce, in realtà, non si è mai spenta del tutto, perché ha continuato a lungo a brillare nelle nostre conversazioni e nella nostra fitta corrispondenza epistolare.
Proprio quando la nostra amicizia era davvero sbocciata e potevamo condividere le nostre passioni mai davvero comprese dai familiari, il destino ha voluto che Riccardo cambiasse città, per seguire gli affetti familiari che gli erano rimasti. È incominciato, allora, uno scambio epistolare a testimonianza di quell’affinità che ci legava e che rendeva unica la nostra amicizia, anche se la distanza aveva impedito la frequentazione quotidiana. Io credo di aver riacceso un po’ di luce nel buio in cui era precipitata la sua esistenza dopo la scomparsa della donna che aveva amato più di tutte. E la convinzione che la mia amicizia potesse essere di conforto per lui, ricambiata dalla stima e dagli apprezzamenti che non mancava di esternare nei miei confronti, mi portava a credere che talvolta, quando i sentimenti sono sinceri, coltivare un’amicizia, anche a distanza, può comportare davvero poco impegno.

Quando nel 2004 uscì il suo romanzo Le nuvole sulla bella stagione (cronache di viaggio nella Grecia antica, bizantina e contemporanea), avrei dovuto curarne la presentazione nella mia città. Ma la cagionevole salute di Riccardo, ormai prossimo agli ottant’anni, aveva mandato a monte il nostro progetto.
Leggere sulle pagine del suo romanzo alcuni degli episodi della vita che aveva condiviso con la sua compagna, mi ha permesso di riscoprire eventi di cui avevo sentito parlare e scoprirne di nuovi. Ma la cosa che più mi ha affascinato in quest’opera è stata la capacità che Riccardo ha avuto, con le sue parole, di farmi rivivere assieme alla mia amica scomparsa e di darmi l’illusione che lui fosse ancora il mio vicino di casa silenzioso e pieno di attenzioni che avevo scoperto troppo tardi.

Io non so quanto ci sia d’invenzione nel romanzo Le nuvole sulla bella stagione e quanto realmente rispecchi la sua vera vita. Ma negare che si tratti di un racconto autobiografico, sarebbe come negare l’evidenza. È, infatti, la storia di una coppia, Francesco e Giulia, che ama la Grecia. Riccardo ed Elvy, come i due protagonisti del romanzo, erano appassionati del Paese di Socrate e vi trascorrevano lunghi periodi, specie dopo il pensionamento di lui.

Nel ripercorrere brevemente la trama di questo bellissimo romanzo, mi vorrei soffermare sul suo sottotitolo: Cronache di viaggio nella Grecia antica bizantina contemporanea. Certamente il viaggio attraverso luoghi che ancora testimoniano al viandante episodi della storia più o meno recente della Grecia continentale e delle sue isole, costituisce l’ossatura narrativa. Ma la cronaca non è solo dettata dai ricordi impressi per sempre nella memoria dell’uomo e della donna che hanno compiuto quei viaggi, la cronaca vera è quella dettata dal cuore. Il viaggio assume, nel romanzo, la connotazione di metafora: è un viaggio attraverso i sentimenti, attraverso l’amore ormai sopito, le passioni ormai forse sfumate per sempre. Pur nella vivacità delle immagini che l’autore sa offrire dei luoghi visitati e ricordati, si intravede, quasi inesorabile, una lenta agonia dei sentimenti. Si legge tra le righe un’intima sofferenza dettata dall’incapacità di cogliere ancora l’antica comunione sentimentale, di ricostruire, attraverso i fili spezzati, la ragnatela emotiva che un tempo aveva legato i due protagonisti. L’impressione, pur nella pienezza delle immagini rievocative del viaggio, è quella di un grande e incolmabile vuoto.
Francesco e Giulia sono ancora accomunati dalla passione per i viaggi, da quella sete di conoscenza che li spinge, nei lunghi soggiorni passati a Corfù, ad intraprendere nuovi viaggi verso mete non ancora visitate o a ripercorrere itinerari già sperimentati. I loro cuori sono uniti nella gioia provata di fronte all’osservazione di un paesaggio naturale, nello stupore manifestato davanti alle opere più significative che testimoniano il passato della Grecia, culla di civiltà antiche, nell’emozione scaturita dal ricordo di eventi tragici che in quella terra lontana hanno coinvolto, nel passato, i nostri compatrioti. I protagonisti sanno esprimere in modo così forte i loro diversi stati d’animo che non solo noi lettori non riusciamo a rimanere impassibili e finiamo per condividerne le emozioni, ma anche crediamo, forse inconsciamente speriamo, che la crisi di quella coppia si dissolva repentinamente come la nera nebbia che avvolge il battello in navigazione lungo il Canale di Paxì.
Ma nei momenti di riflessione, in cui il protagonista si sofferma a considerare la situazione attuale, l’incomunicabilità di due menti separate da tutto, tranne che da quel comune flebile interesse per la Grecia e i suoi luoghi, comprendiamo che la crisi è reale, difficile da gestire, specie perché la risoluzione dei problemi interessa solo Francesco, mentre Giulia si allontana sempre più da lui con le sue improvvise manifestazioni di collera, la sua latente insofferenza o l’inequivocabile intolleranza nei suoi confronti.
Per Giulia la Grecia rappresenta la fuga: da una città che non le piace, da un clima che sente nemico della sua salute, dai suoi mali fisici e psicologici. Questa fuga mi ricorda la famosa lettera di Seneca a Lucilio (Epistolae ad Lucilium, 28, 1-4) in cui l’autore riflette sull’impossibilità di ricercare altrove la felicità, dal momento che porti in giro te stesso. Mi sovviene anche uno dei dialoghi contenuti nelle Operette Morali di Leopardi, quello tra la Natura e l’Islandese: Giulia, come l’Islandese, ricerca la felicità in un luogo diverso, attribuendo la causa dei suoi mali al clima infausto del luogo in cui abita. Ma, come l’Islandese, non raggiungerà mai la sua meta, perché la Grecia è un luogo da cui si deve ripartire, anche se non vorrebbe mai lasciarla, ed è il luogo in cui, nonostante tutto, non riesce a cogliere appieno la sua felicità. Per raggiungerla deve ricostruire la sua vita con Francesco, ma non siamo certi che lo voglia davvero. E allora l’isola-rifugio di Corfù diventa un’oasi di pace e tranquillità effimera e il solo pensiero di non potervi rimanere per sempre le impedisce di essere realmente felice. È Francesco che vuole tornare a casa; lei non vorrebbe ma lo segue, non senza la promessa di ritornare ancora nella sua “isola felice”. Ma ad ogni viaggio si riaccende una speranza destinata a spegnersi entro breve. Come le candele accese nella chiesa del Pantokrator consacrata a Cristo Redentore.

Per ricordare Riccardo e la sua sensibilità che diviene strumento narrativo d’eccellenza, voglio riportare alcuni frammenti di un passo del romanzo in cui l’autore descrive un’avventura fantastica. Mentre cammina per le strade rumorose e caotiche di un’Atene moderna che riesce comunque a mantenere l’antico fascino, Francesco a poco a poco perde il contatto con la realtà che lo circonda e s’immerge in una visione che lo porta all’impossibile incontro con i protagonisti dell’antica e gloriosa Atene di un tempo.

Camminavo senza fretta e, all’improvviso, in fondo alla via Patission, cento metri sopra la città su un colle strapiombante che mi mostrava la sua parete occidentale nerissima nell’ombra del mattino. Vidi l’Acropoli, che, illuminata dal sole, risplendeva di un meraviglioso colore bianco.
“Bellissima”, esclamai, “è come una nuvola bianca nel cielo celeste.”.

[…]
L’apparizione dell’Acropoli aveva dato vigore al mio cuore sconsolato e più forza al mio corpo. Incominciai a camminare speditamente e vidi la mia via riempirsi, sempre più, di auto, autobus, moto e, i marciapiedi, di gente frettolosa e che presto divenne una irrequieta folla che si urtava, si sorpassava, si spingeva, correva, scendeva e risaliva con furia dai marciapiedi e scompariva nelle vie laterali, nelle case, negli uffici, nei negozi, nei supermercati o, negli angoli di qualche via, si fermava per acquistare dai numerosi carretti, in sosta, frutta, ortaggi, fiori e subito fuggiva via.
[…]
Camminavo quasi portato dalla folla allorquando, dopo aver superato il grande incrocio con il viale Alexandras, sentii scomparire intorno a me la grande turbolenta folla anonima degli Ateniesi dell’anno millenovecentonovantacinque dell’era cristiana che fino a quel momento mi aveva accompagnato e, d’incanto, vidi apparire una più piccola e ordinata folla dei cento meravigliosi maestri dell’antichità classica greca, coperti d’immensa gloria e fama, provenienti da ogni parte dell’antica Grecia e dalle sue magnifiche colonie dell’Asia Minore e della Magna Grecia.
Li guardai sconvolto dalla sorpresa: “Siete forse giunti in Atene per accompagnarmi sulla via dell’Acropoli?”.
Li guardavo incredulo dell’incontro.
Da sempre, ne ero certo, conoscevo i loro volti e ne ammiravo il loro pensiero perché avevano contribuito fortemente alla mia educazione nei favolosi anni della mia giovinezza e in quelli difficili della mia maturità.
Li guardavo con sgomento, ma sentendo i loro saluti amichevoli, così gli parlai: “Siete sempre stati con me. Avete plasmato il mio spirito con le grandi virtù civili che avete proclamato nelle vostre opere. Mi hanno guidato nella mia difficile vita e aperto la mia mente e la mia coscienza alla conoscenza e alle virtù. Hanno contributo a fare di me un uomo.”.
Il mio passo, in mezzo a quella fantastica compagnia, tutta bianco vestita, era diventato più veloce e leggero e la mia anima, come l’Acropoli di quel magico giorno, si sentiva illuminata dalla loro mirabile luce
[…]
Mi circondavano da ogni parte, mi guardavano con affetto, si stringevano attorno a me con amicizia. Guardavo da vicino l’immortale Omero e, poi, Esiodo, Tirteo, Licurgo, Solone, Ippocrate, Saffo, Alceo. Erano con noi anche Pindaro, Esopo, Eraclito, Aristofane. Sentivo la presenza di Eschilo, Sofocle, Euripide, Fedro, Platone, Teofrasto, Tucidide, Epicuro e tutti gli altri. Più avanti si unì al nostro un altro gruppo con Eratostene, Tolomeo, Euclide, Pitagora, Strabone, Plutarco … Incontrammo Mirone, Fidia, Policleto, Scopa, Prassitele. Prima di piazza Omonia, si unirono a noi Milziade, Leonida, Temistocle, … poco dopo, Alessandro il Grande si unì a noi con i suoi generali e il suo grande maestro Aristotele. Anche Pericle venne nella nostra compagnia conducendo i suoi artisti, i suoi artigiani e i suoi architetti.
Vedevo i loro sguardi rivolgersi verso l’Acropoli, monumento sommo, e sentivo le loro voci ricordare le loro grandi opere, le loro immense conquiste, le loro leggi, i loro sacrifici. Li sentivo disegnare nell’aria i caratteri dei loro personaggi immortali che, chiamati con tanta forza, miracolosamente apparivano con figura umana e si aggregavano alla nostra folta schiera.
Vedevo e sentivo che tutti avevano contribuito a costruire gli anelli della lunga dolorosa meravigliosa splendida catena della nostra civiltà.

“Tu ne sei figlio”, lessi nello sguardo che tutti mi rivolgevano.
Sospinti da un vento leggero, dopo piazza Omonia, continuammo il nostro cammino lungo la Stadiu verso l’Acropoli, mia ultima meta, eppure mi sembrava che ce ne allontanassimo perché, all’improvviso, l’aria si riempì di luci saettanti che mi trascinavano con i miei nuovi compagni di viaggio in un mondo straordinario fatto di grandi memorie, di supremi eroismi, di eterne glorie
.
[…]
Socrate e i suoi discepoli si unirono a noi, scendendo dalle pendici orientali del Licabetto a piazza Sindagma. Da quel momento, il nostro cammino lungo viale Amalias divenne più lento. Socrate amava conversare e interrogare non solo i suoi discepoli, ma anche i nostri straordinari compagni di viaggio. Io non udivo le sue parole, però ne immaginavo il significato interpretando i suoi gesti e i movimenti del corpo. La sua voce ironica, il suo riso arguto, talvolta beffardo, mi giungevano, solo a tratti, portati dal vento leggero del mattino.
Dopo questo nuovo incontro, però, i miei compagni incontrati all’incrocio del viale Alexandras incominciarono lentamente a dissolversi nell’aria assieme ai loro personaggi e quando fummo nei pressi dell’Olympèion ogni loro presenza immediatamente svanì. Prima che ciò accadesse, vidi Socrate sconsolato cercare l’Ilisso e le sue chiare acque, e sulla riva destra la fonte Calliròe, il tempio di Artemide e gli alberi all’ombra dei quali incontrava i suoi discepoli e dialogava con loro.
Allora gli parlai: “È vano cercare, Maestro. Gli amministratori della città hanno sotterrato l’Ilisso e prosciugata la fonte. Sulle loro spoglie rive corre una strada e il tempio che vi era stato costruito è stato distrutto. Io continuo a ricordare questi luoghi perché, a quelle tue lontane lezioni, raccolte nei ‘Dialoghi’ di Platone, che descrisse l’Ilisso, la fonte e il tempio, sento d’essermi formato. Anche in virtù dei tuoi insegnamenti sono diventato cittadino di questa tua terra, della mia Patria e di quella europea. Già nella prima metà del millesettecento, l’Ilisso non aveva più le sue sulle rive l’antica selva e il tempio di Artemide era un nobile rudere abbandonato in luoghi incolti e degradati. Così è ricordato nei disegni di quegli anni dai viaggiatori Stuart e Revett.”.
Lo vidi smarrito e silenzioso. Guardava con avversione e disprezzo gli antichi sconosciuti reggitori della città che avevano avuto l’ardire di distruggere quei luoghi. Taceva affranto e guardava immobile la grande strada asfaltata che aveva sepolto il suo piccolo fiume, disseccato la fonte e distrutto il tempio, e con la costruzione di grandi edifici trasformato l’antico paesaggio fluviale e silvestre in un deserto di cemento.
In quel momento la sua figura e quella di tutti gli altri eccezionali compagni del mio viaggio svanirono per sempre nell’aria.
Il sole dominava la città
. [estratto dalle pagine 23-25 del libro Le nuvole sulla bella stagione]

Vorrei rivolgere all’amato amico una preghiera affinché la sua anima possa essere confortata dalla sopravvivenza eterna. Ma il mio animo afflitto non sa trovare le parole giuste. Lui, poi, era agnostico, anche se da sempre affascinato da tutte le religioni di cui sapeva apprezzare le peculiarità. Non ha voluto riposare in una tomba: Riccardo amava le montagne ed ora un faggeto sull’Appennino emiliano, nei pressi del santuario della Madonna del Faggio di Monte Carpegna, accoglie le sue ceneri e ne culla il sonno eterno.
Per lui un sepolcro non aveva alcun significato, ma aveva apprezzato i versi del poeta Foscolo di cui aveva visitato la terra natia, l’amata Zante, in uno dei suoi viaggi in Grecia. È per questo che voglio ricordarlo con un passo tratto dal carme Dei sepolcri, certa che Riccardo saprebbe apprezzare la mia scelta.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi
[…]
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna
. [Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 23-33; 41-42]

MANDI, RICCARDO.

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