25 aprile 2009

25 APRILE: L’ANNIVERSARIO DELLA “MIA” LIBERAZIONE

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , at 11:11 am di Marisa Moles

Matteo a nove ore di vita

Matteo a nove ore di vita

Fin dai tempi della scuola ho sempre saputo che il 25 aprile si fa festa. Il fatto è che quest’evento non l’ho saputo collocare storicamente fino al liceo; né alle elementari né alle medie credo di aver svolto il programma “recente” di storia, al massimo saremo arrivati alla prima guerra mondiale. A casa certamente i miei me ne avranno parlato ma, si sa, i figli non ascoltano mai i genitori, specie quando parlano di cultura. La storia, poi, non è mai stata la mia passione, almeno fino all’università, e da quando la devo insegnare (quella antica e medievale, però) me ne sono fatta una ragione: è importante e bisogna conoscerla.
Ventuno anni fa, però, questa data ha assunto un significato particolare per me: è nato mio figlio. Da quel giorno ho interpretato questa festa come la mia festa, la mia personale liberazione. Da che? Da una gravidanza tutto sommato serena ma che negli ultimi tempi mi aveva creato dei problemi: il peso sulla pancia, le gambe gonfie, la difficoltà nel trovare una posizione per dormire … insomma, i problemi di tutte, né più né meno. E poi c’era la voglia di vederlo, finalmente, il mio bambino, di stringerlo tra le braccia, baciarlo, parlargli guardandolo negli occhi ed osservare le espressioni del viso da cui avrei potuto indovinare i suoi pensieri o intuire che la mia voce, quella voce che per otto mesi e mezzo gli aveva parlato senza vederlo, lui l’avrebbe riconosciuta. Otto mesi e mezzo, non nove, perché il mio primogenito mi ha fatto un gran regalo, quello di nascere due settimane prima.

I miei ricordi tornano indietro di ventuno anni, esattamente al 24 aprile. Era domenica e mi trovavo già a Trieste, dove avevo deciso di farlo nascere. Avrebbe condiviso la mia stessa origine, anche se poi sarebbe vissuto ad Udine, mia città d’adozione. La scelta, tuttavia, nulla ebbe a che vedere con il campanilismo: i miei genitori, i miei suoceri, praticamente tutti i parenti e i miei amici più cari vivevano e vivono là, quindi mi sembrava logico spostarmi per evitare che tutti dovessero fare una trasferta per venirmi a trovare.
Quella domenica a mezzogiorno ero tranquillamente seduta al “Caffè degli Specchi”, in piazza Unità, e mi stavo godendo una splendida giornata di sole in compagnia dei miei genitori che allora non rinunciavano mai al caffè di mezzogiorno con tanto di vista sul mare. Mio marito doveva arrivare da Udine e lo aspettavo da un momento all’altro. Mio figlio, stranamente, era quieto ma non me ne preoccupai: forse il tenue calore che gli arrivava dalla mia pancia esposta al sole lo aveva fatto addormentare. Tutt’ad un tratto, però, sentii un dolore acuto, improvviso, inatteso: la prima contrazione di quello che sarebbe stato il mio travaglio. Nello stesso momento, da lontano, scorsi mio marito che stava arrivando. Curiosamente mi accarezzai la pancia, ormai nuovamente rilassata, e dissi al mio bambino: “ora puoi anche nascere, papà è arrivato”. Parole dette così, con un filo di voce, senza troppa convinzione. Ma lui, dimostrando già allora un carattere remissivo, mi prese sul serio, colse il significato delle mie parole alla lettera.

Tornata a casa, non mi preoccupai molto per le contrazioni che ogni tanto percepivo, mai così violente come la prima. Quella era stata una sorta di avvertimento che avevo deciso di ignorare. Nel corso del pomeriggio, però, le contrazioni avevano assunto un andamento regolare, seppur mantenendosi molto distanziate. Io avevo deciso di rimanere a casa il più possibile, anche perché al corso pre-parto mi avevano inculcato l’idea che il parto dev’essere naturale, spontaneo, un momento gioioso per mamma e bambino, non deve rispondere alle dure leggi dell’ospedalizzazione che prevedono, prima di tutto, una sorta di incatenamento della partoriente legata ai vari monitor da fili e piastre. Insomma, io non mi sarei lasciata imprigionare, volevo vivere le ultime ore della gravidanza in libertà, nel mio nido familiare, farmi un bagno caldo, mangiare qualcosa senza abbuffarmi perché mi avevano detto che non c’è nulla di peggio che una fase espulsiva con lo stomaco pieno e la digestione bloccata. Naturalmente le mie idee non furono condivise dalla famiglia e mio marito volle per forza portarmi in ospedale.

La visita fu veloce, sembrava che il medico di turno fosse alquanto contrariato di dover lavorare la domenica, quando fuori splendeva il sole. Mi rimandò a casa assicurandomi che il travaglio era appena iniziato e visto che non avevo dolori, potevo starmene tranquilla perché mio figlio non sarebbe nato prima dell’indomani. Quando uscii dall’ambulatorio realizzai di essere in procinto di partorire. Mancavano due settimane e non me l’aspettavo. Credevo che quelle contrazioni poi si sarebbero fermate: capitano spesso dei falsi allarmi a due settimane dal parto. E invece mio figlio stava per nascere e aveva scelto pure un giorno festivo.
All’uscita dal reparto, incontrai un’ostetrica che conoscevo: aveva fatto nascere il figlio di mia cugina e quello di una cara amica; sapevo che lei, come lavoro extra, seguiva le partorienti a casa e, a volte, le assisteva in sala parto anche se non era di turno. Allora non mi preoccupai che arrotondasse lo stipendio in nero, né che lavorando in una struttura ospedaliera al di fuori dell’orario di servizio, avrebbe potuto mettersi nei guai, qualora le cose non fossero filate lisce, e procurare grane anche all’ostetrica di turno. Quei pensieri proprio non mi sfiorarono: mi feci dare il numero di telefono e mi impegnai a chiamarla qualora le contrazioni fossero state più ravvicinate.

Fino alle undici di sera il resto della mia giornata trascorse tranquilla. Ma a quell’ora iniziai ad agitarmi perché il travaglio aveva cominciato a meritarsi davvero quella definizione – prima non riuscivo a rendermi conto veramente che stava succedendo – e chiamai l’ostetrica. Naturalmente a casa tutti erano ben svegli e quando l’ostetrica arrivò, verso mezzanotte, capirono che per quella notte di dormire proprio non se ne sarebbe parlato. Il fatto è che, nonostante l’invito ad andare a letto e cercare di dormire un po’ per arrivare al parto con tutte le energie necessarie, io non ne volevo sapere e continuavo imperterrita a stare in piedi mentre mio marito e i miei sonnecchiavano in salotto. Ogni tanto, fra una contrazione e l’altra, riuscivo a captare gli sguardi silenziosi ma perfettamente espressivi che si lanciavano mio marito e mio papà: ma questa (intendendo l’ostetrica) quando se ne va? Ma lei non dava segnali di volersene andare, anche perché aveva capito che io non sarei andata a letto, non avrei dormito, quindi non mi sarei riposata. Fu allora che prese una decisione, di cui non mi rese partecipe, e che mi avrebbe portata ad odiarla: con la scusa di controllare a che punto fosse la dilatazione del collo dell’utero, mi sottopose ad una manovra che spesso i medici condannano: non ricordo il termine scientifico, comunque si tratta di dilatare forzatamente il collo per affrettare i tempi del parto. Non dimenticherò mai il dolore che provai, in assoluto il più acuto e insopportabile di tutto il travaglio e del parto stesso. Tuttavia, la “pratica barbara” ebbe il suo effetto: alle cinque di mattina ero pronta ad uscire di casa. Sotto il soprabito mia mamma mi fece infilare la sua camicia da notte, la stessa con cui lei aveva partorito me. Ancor oggi, quando ci ripenso, mi vengono i brividi e sento la stessa emozione che provai allora. Mio marito, da parte sua, avrebbe fatto volentieri a meno di tali sentimentalismi che, secondo lui, erano una perdita di tempo: voleva andare in ospedale in fretta – come se alle cinque di mattina del 25 aprile potesse trovare traffico – e mi obbligò a portarmi una coperta da sistemare sul sedile perché aveva il terrore che potesse macchiarsi, qualora mi si fossero rotte le acque per strada. Beh, ognuno ha le sue preoccupazioni, ovviamente.

Mio figlio, però, decise di “nascere con la camicia”. Il detto ovviamente lo conoscevo e mi sembrò di buon auspicio: tuttavia seppi solo allora che la sua origine si doveva al fatto che il bambino in fase espulsiva rompesse con la sua testina il sacco amniotico, non precedentemente rotto in modo spontaneo o bucato dall’ostetrica prima del parto. Il risultato di questa “nascita con la camicia” fu un’inondazione che colpì in pieno l’ostetrica e la scena fu per me tanto comica che, nonostante gli sforzi silenziosi –mai gridare, mi fu detto- mi scappò pure una risata. Altri sentimenti agitavano mio marito, presente in sala parto, che con atto di puro eroismo se ne stava in piedi dietro di me dandomi istruzioni sulla respirazione – aveva seguito diligentemente il corso pre-parto – che puntualmente avevo dimenticato di applicare a dovere. Tra una spinta e l’altra, riuscì a vedere la faccia preoccupata dell’ostetrica che, lanciando uno sguardo fulminante sul quasi papà, il cui colore doveva essere più o meno lo stesso della mia camicia da notte candida, lo invitò ad allontanarsi dalla sala. Ma lui per nulla al mondo avrebbe rinunciato a veder per primo suo figlio e non si mosse. Fu coraggioso ma gli andò anche bene perché il mio parto fu tranquillo e il mio bimbo nacque con sole tre spinte, alle cinque e trentacinque del 25 aprile 1988: ero arrivata in reparto meno di mezzora prima. Appena lo vidi, ne fui conquistata nonostante l’aspetto non fosse dei migliori. Avete mai visto i neonati appena espulsi? Beh, sono proprio bruttini. Ma per ogni mamma il proprio figlio è il più bello. La mia impressione fu, tuttavia, condivisa anche dal neonatologo che si lasciò sfuggire un sincero “che bel bambino!” e non credo che gli apprezzamenti sui neonati facessero parte della sua routine.

Mio figlio era davvero il più bello del nido. Quando me lo riportarono in stanza, dove mi ero recata sulle mie gambe e senza troppi problemi, ammirata dai medici che probabilmente erano poco abituati a vedere tanto coraggio e determinazione, lo vidi ancora più bello grazie anche all’intervento delle puericultrici che avevano provveduto a pettinargli i folti capelli neri, formandogli con l’olio un’acconciatura stile punk.
Dopo sole tre ore dal parto mi ero già recata al telefono pubblico del reparto – allora non esistevano i cellulari! – per avvertire la mia amica, con la quale avevamo appuntamento nel pomeriggio per una camminata, che non ci sarei potuta essere perché era nato Matteo. Urla di stupore e gioia colpirono le mie orecchie e svegliarono il marito di lei che, poche ore dopo, arrivò in ospedale con un ramo fiorito. Giustificò l’atto vandalico operato su uno degli alberi piantati nel parco dell’istituto, con la chiusura dei fioristi dato il giorno di festa. Non mi dimenticherò mai quell’atto gentile e quella visita che fu la prima di tante che si susseguirono quel giorno. Un giorno di festa per tutti, ma soprattutto per me.

About these ads

8 commenti »

  1. Matteo =) said,

    Grassie mamma !!! M sn venute le lacrime ma nn m sn fatto vedere xkè sn grande =) t voglio bene

    Mi piace

  2. marisamoles said,

    Non si è mai troppo grandi per commuoversi … fino alle lacrime! Io ti adoro.
    Mamma :D

    Mi piace

  3. unacivetta said,

    …….fai,bambino, la popò…..!

    ciao e un caro abbraccio a te e alla tua mamma con tanti auguri!!!

    Mi piace

  4. Emozionante racconto, esperienza meravigliosa quella della maternità!!
    Buon compleanno Matteo, auguri mamma! :-) :-)
    Lucia

    Mi piace

  5. marisamoles said,

    Grazie, Lucia!
    Il post è vecchio. Ieri Matteo ha compiuto 24 anni. Il racconto della sua nascita è impresso in modo indelebile nella mia mente, com’è ovvio, ma quello di cui mi stupisco è che mi sembra ieri. :)

    Mi piace

  6. LadyPaola said,

    Marisa che dirti! auguri! mi sono emozionata anche io leggendo il tuo racconto… ;-)

    Mi piace

  7. marisamoles said,

    Grazie, Paola. Mi fa piacere che ogni tanto passi di qua. :)

    Mi piace

  8. [...] io e mio marito avessimo l’intenzione di dare presto un fratellino a Matteo, quando scoprii di essere di nuovo incinta, la notizia ci colse di sorpresa e, devo ammetterlo, ci [...]

    Mi piace


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Coppetta gusto Collins e Mazzantini

Perchè un buon libro è come un gelato: non puoi che divorarlo!

Il mestiere di scrivere

LA SCUOLA DI SCRITTURA CREATIVA ONLINE - LABORATORI DIDATTICI E SEMINARI IN TUTTA ITALIA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Chiara Patruno - Psicologa

Psicologa Dinamica e Clinica presso l’ Universita’ La Sapienza di Roma, Facolta’ Medicina e Psicologia

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Insegnanti 2.0

Insegnare al tempo dei "Nativi Digitali"

L'isola delle colline.

Nella mia vita ho speso più tempo a chiedere "Ci beviamo un caffè?" che a bere davvero caffè.

cucinaincontroluce

il mio mondo in uno scatto

I media-mondo

LA MUTAZIONE CHE VEDO ATTORNO A ME. PROVE DI PENSIERO DI GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

La disoccupazione ingegna

Sono disoccupata, sto cercando di smettere. Ma non mi svendo

Nephelai

......... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

Italia, io ci sono.

Diamo il giusto peso alla nostra Cultura!

lauracsbno

Blog di una bibliotecaria molto poco evoluta ...

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

occhioallapenna

Just another WordPress.com site

penna bianca

appunti di viaggio & scritti di fortuna

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dott.ssa psicologa, psicoterapeuta Marzia Cikada (Torino, Pinerolo, Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

♥ melodiestonate ♥

Un blog da leggere... .Per chi ha tempo da perdere...♥

Critica Impura

letteratura, filosofia, arte e critica globale

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Il Blog di Raffaele Cozzolino

Pensieri, riflessioni, tecnologia, informatica

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

minnelisapolis

faccio buchi nel ghiaccio

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Quarchedundepegi's Blog

Just another WordPress.com weblog

Ecce Clelia

Storie e pensieri di una mente non proprio sana, messi in una bottiglia e lasciati andare verso ignoti ed ignari lettori, naufragati su questo sito.

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

Diemme

Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 272 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: